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La questione della schiavitù era, ormai, matura e bisognava fosse risoluta secondo che giustizia voleva.
Fino dal 1831 Lloyd Garrison aveva posto il problema della abolizione dinanzi agli Stati del Nord.
È vero però che egli era stato ferocemente deriso, che le sue parole e la sua propaganda erano state respinte dalla grande maggioranza del Congresso, composto di uomini eletti dai sudisti e perciò appartenenti al partito democratico, fautore e sostenitore della schiavitù. Ma egli non aveva seminato invano.
Non foss’altro egli aveva fatto notare come, in seguito a continue modificazioni, la famosa Missouri compromise era stata praticamente annullata e ne veniva di conseguenza che la volontà e la legge dei fondatori della Repubblica, determinati ad abolire la schiavitù, era stata violata.
Infatti la Missouri compromise, votata nel 1820, e proposta dal deputato Giacomo Tallemadge, stabiliva che da quell’anno stesso in poi, non sarebbero stati più ammessi i negri negli Stati della Unione e che arrivati al venticinquesimo anno di età, i figli di schiavi avrebbero dovuti essere emancipati.
La proposta del Tallemadge era stata una specie di risposta alla ammissione del Missouri negli Stati della Unione.
Appunto allora, 1819, il Missouri aveva chiesto di entrare nella Unione conservando la schiavitù.
La compromise sostenuta dal Tallemadge aveva voluto essere una rivincita ed un primo passo verso l’abolizione della schiavitù.
Ma quel primo passo non era stato seguito da altri su la medesima via; anzi c’era stato un ritorno indietro, un voltafaccia, un regresso.
Lincoln doveva venire a riprendere quel che era stato abbandonato, e risollevare quel che era stato abbattuto.
Nel 1850 fu portata, dinanzi al Congresso, una questione gravissima. Gli Stati dei Sud, gli Stati schiavisti chiedevano che fosse permessa la caccia, l’arresto e la restituzione ai padroni, degli schiavi fuggiti e riparatisi negli Stati del Nord.
Una fiera lotta si era impegnata su la questione e gli Stati del Sud, riuscendo nel 1854 a mandare al Senato il Douglas, cui si opponeva quale candidato dell’Illinois il Lincoln, ebbero ragione della controversia.
La Missouri compromise fu ritirata, la caccia agli schiavi fu autorizzata, la legge Kansas Nebraska, che permetteva l’estradizione dei negri riparatisi negli Stati del Nord, legge che Lincoln considerava la legalizzazione di un delitto, ebbe nuovo vigore e si sentì che la lotta contro lo inumano sistema precipitava verso la sua forma ultima e più violenta.
Precipitava perchè ormai (1856) il partito repubblicano si era definitivamente organizzato ed aveva iscritto quale suo primo scopo da raggiungere l’abolizione della schiavitù.
Era allora Presidente degli Stati Uniti, e fino dal 1853, lo schiavista Franklin Pierce ed i sudisti si preparavano alla elezione del 1857 nella quale dovevano trionfare ancora una volta con la elezione del Buchanan.
Grande era il fermento negli Stati. Gli uomini del Nord ricordavano la volontà e le parole dei fondatori della Repubblica, gli uomini di Sud si dichiaravano pronti ad ogni estremo pur di non affrancare gli schiavi.
Il Channing, il pastore ardente di carità cristiana, aveva condannato la schiavitù, e col Vangelo alla mano, aveva chiamate tutte le maledizioni dell’inferno sull’anima dei padroni degli schiavi.
Harriette Becker Stowe, col romanzo Uncle Tom’s Cabin, aveva rivelato al mondo come anima umana l’anima del negro, aveva fatto piangere per la dolorosa miseria di uomini strappati, dall’egoismo di altri uomini, all’affetto delle loro famiglie; Longfellow, il grande poeta, aveva fatto fremere e palpitare la propria generazione cantando, in versi di suprema bellezza, i dolori, le angoscie, le vergogne della schiavitù.
E quelle angoscie e quei dolori erano inenarrabili. Il romanzo della Becker Stowe non era che il racconto fedele dei patimenti dei miseri negri soggetti alle prepotenze ed alle crudeltà dei bianchi. Essa invocava pietà per anime cristiane, pietà per corpi umani, pietà per famiglie di derelitti non di altro colpevoli che di essere nati in schiavitù. Ma parlava a cuori di bronzo.
Il bianco, quando è padrone di uomini di colore, è bestialmente crudele.
Per un padrone umano, per una famiglia di padroni non feroci c’erano cento famiglie, cento padroni e padroncini e padroncine tigri più che uomini.
Già le necessità stesse della schiavitù erano crudeli. Quando in una famiglia di schiavi i figli si moltiplicavano in numero troppo grande per le possibilità o le necessità del padrone questi vendeva alcuni dei figli, o i genitori, o la madre e i più piccoli figli..
Erano le famiglie violentemente e brutalmente separate dall’interesse di un terzo. Il mercato era atroce. Chi vendeva, vendeva generalmente al mercante il quale non vedeva negli schiavi altro che un genere che doveva dargli denaro, quanto più denaro era possibile. Egli non aveva pietà dello strazio della madre separata dai figli, non aveva compassione del dolore del marito strappato alla sposa.
Ma c’era anche di peggio, c’era anche di più. Spesso lo schiavo non era che una posta di giuoco. Quando il padrone si era giuocato tutto il denaro che possedeva, gli rimanevano ancora gli schiavi come ultima risorsa e perdeva anche quelli. Ed era anche allora la vendita, ma la vendita dall’oggi all’indomani, la separazione brutale che non aveva altro rimedio che nella morte o nella fuga. Ed al suicidio ricorrevano spesso gli schiavi.
Su gli ultimi tempi della schiavitù, appunto nell’epoca in cui Lincoln combatteva la sua battaglia antischiavista, sembrava che una frenesia di suicidio avesse invaso l’anima dei negri. Si uccidevano per disperazione, si uccidevano per dispetto. A tanto gli aveva portati l’oppressione feroce dei padroni!
I maltrattamenti dei bianchi avevano fruttificato germi d’odio nell’anima dei negri e quando le rivolte parziali scoppiavano, erano massacri spietati da tutte e due le parti. I negri bruciavano le coltivazioni, le piantagioni, le case dei bianchi; i bianchi cacciavano i negri come si cacciano, in Siberia, le torme di lupi affamati. Avevano addestrato i cani alla caccia del negro, e spesso vi erano padroni che si compiacevano nell’assistere allo sbranamento del negro ribelle.
I cento, i duecento colpi di frusta erano le punizioni normali per colpe lievi dello schiavo; spesso questi moriva sotto il bastone.
Padroni e schiavi, salvo rarissime eccezioni, vivevano in una atmosfera di violenza e di odio. Lo schiavo anelava alla libertà e la cercava con tutti i mezzi a sua disposizione; il padrone considerava lo schiavo come una bestia feroce della quale era costretto a servirsi, ma che non poteva ad ogni istante non trattare come una bestia feroce.
Gli spiriti più nobili negli Stati Uniti erano insorti contro questo che era un flagello delle anime umane.
Scrittori, sacerdoti, uomini politici, poeti e pensatori gridavano ai cittadini americani: «Badate, l’esercizio della violenza vi deprava!» Gridavano che la schiavitù era la cancrena che lentamente rodeva l’organismo sociale, gridavano che bisognava porre termine alla schiavitù per il bene della patria, per carità cristiana, per il bene e l’interesse di popolo. E non erano ascoltati. Anzi, quando la voce loro si faceva troppo alta, le severità della legge si acuivano contro di loro.
Al momento in cui ferveva la campagna elettorale a favore di Lincoln, Garrison era chiuso in una carcere del Sud e solo la guerra doveva riuscire a dargli la libertà.
Ma un sacrificio era necessario alla grande causa.
Bisognava che la vita di un eroe fosse immolata e che il martirio santificasse, ancora una volta nei tempi, l’immortale diritto dell’uomo alla libertà.
Era necessario che un delitto ne precedesse un altro: e che uno stesso uomo si trovasse alla consumazione delle due colpe.
E l’eroe ci fu, ci fu il martire, ora, come doveva esserci più tardi.
John Brown tentò sollevare gli schiavi della Virginia. Egli fu l’eroe e il martire.
Il 2 dicembre 1859 tutte le chiese del Sud suonarono a festa le loro campane quand’egli, con fermo piede ed animo sereno, ascese il patibolo.
E dovevano suonare a lutto ed a gloria più tardi.
Fra i giudici che condannarono a morte John Brown fu un certo John Wilkies Boot. Lo ritroveremo più tardi.
Egli è il passato che riappare nelle ore di sangue.
Lincoln in quest’anno 1859, menava fieramente la campagna antischiavista contro il Douglas e pronunciava la sua storica frase: «Se la schiavitù non è un delitto, nulla al mondo può essere chiamato delitto».
Contro le affermazioni di Lincoln, contro la opinione generale degli Stati del Nord, si schieravano tutti gli schiavisti, uomini preponderanti negli Stati del Sud, e le loro dichiarazioni erano tanto recise quanto quelle dei loro avversari.
La grande questione esigeva ormai di essere risoluta, e i sudisti intendevano risolverla spezzando la Unione.
Il Senatore Stephen, della Georgia, diceva francamente: «.... noi vogliamo sostituire alle tre parole: libertà, eguaglianza, fratellanza, altre più giuste: subordinazione, governo forte, schiavitù». La formula della tirannia. Codesto senatore commisurava la giustizia alla stregua dei suoi interessi commerciali.
Lincoln voleva la Unione, ad ogni costo: sopratutto voleva il mantenimento della Unione.
Convinzione di tutti, dolorosa negli uomini del Nord; volontà bene determinata nei Sudisti era che si andava, appunto, alla rovina della Unione.
In un discorso che nel 1859 Lincoln fece a Colombus nell’Ohio egli fece uno stringente, un patriottico appello alla concordia.
Nessuno dei Sudisti volle intenderlo.
Del resto il Buchanan succeduto nel 1857 al Franklin Pierce, ed il Ministro della Guerra, John B. Floyd, che fu traditore e passò apertamente ai Sudisti, stavano disorganizzando la nazione e l’esercito in attesa della elezione del Presidente che doveva aver luogo il 6 novembre del 1860.
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