Antonio Agresti
Abramo Lincoln

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Alla invocazione di lui del 4 Marzo 1861 i Sudisti risposero aprendo le ostilità.

Il 13 Aprile imposero la resa del forte Sumter al capitano Anderson che lo teneva a nome dell’Unione e vi era già da due mesi assediato dai Sudisti. Anderson rifiutò; ma dopo trentasei ore di furioso bombardamento da parte dei Sudisti il bravo capitano dovette cedere ed abbandonare la fortezza.

Il dado era tratto; alla notizia della resa e più dello spietato bombardamento, il Nord infuriò e si parlò di leva in massa per soggiogare i Sudisti.

Lincoln non perdette la testa. Il 15 dello stesso mese egli chiese ed ottenne 75.000 uomini, per tre mesi, e due milioni di dollari. I deputati al Congresso ed i Senatori credevano che ciò bastasse. Lincoln pure lo pensava poichè egli aveva detto nel Messaggio col quale chiedeva il credito e la leva di volere che la guerra fosse «breve, rigorosa e decisiva».

Ma ben presto Lincoln si accorse che egli era troppo ottimista ed il 4 di Maggio egli domandò il nuovo arruolamento di più che 64 mila soldati e 18 mila marinai per un servizio di tre anni; più 20 milioni di dollari. Il Nord aveva trovato il suo uomo e concesse tutto ciò che gli era stato dimandato.

E la dura fatica di Lincoln incominciò.

I soldati, nuovi di leva non erano tali da dare affidamento di vittoria; più pronti alla fuga che alla resistenza, e lo provarono a Bull’s’ Run dove si sbandarono quasi senza combattere, erano una ben debole difesa contro gli agguerriti e vecchi soldati del Sud, e contro i ferocissimi piccoli bianchi selvaggie truppe leggere, composte di tutta la canaglia racimolata nei bassi fondi delle città separatiste.

I soldati del Nord non avevano capi abili e noti; i Sudisti avevano il famoso Generale Lee, Floyd ed il Presidente della Confederazione, Jefferson, che vinse la battaglia di Chancellorville.

Per l’Unione nessun uomo famoso, nessun generale noto per la sua abilità.

Anzi, di fatto nessun generale.

Lincoln dovette crearli e li trasse da quella grande fucina di meravigliose energie che è il basso popolo. Trovò Grant in una bottega di conciapelli e lo mise alla testa di un’armata. Grant aveva già fatte le sue prove contro gli Indiani ed era poi tornato al suo abituale mestiere.

Da un gruppo di Rough-riders – i butteri del tempochiamò il Butler ad organizzare e comandare i reggimenti di negri. Chiese alla Nazione il sacrificio delle vite e del denaro, chiese al popolo il coraggio e la fierezza di non dirsi mai vinto e diede egli stesso l’esempio di questa fermezza, non disperando della patria neppure quando le truppe dei Sudisti erano giunte vittoriose in vista della Capitale.

Veramente questa salda fiducia nel successo finale dell’opera era la forza di Lincoln. Lo hanno chiamato il Secondo Padre della Unione e non a torto. Poichè, nelle ore di sconforto, nei giorni della sconfitta e del terrore, quando l’onda Sudista minacciava di travolgere nella sua furia selvaggia l’Unione e tutti disperavano ed i cuori incominciavano a diventare freddi e l’entusiasmo e la fede si spegnevano quasi soffocati dal tanto sangue versato il solo che non dubitava, il solo che non vacillava, il solo che sapeva trovare la parola che rincuora, la suprema azione necessaria, l’atto energico dominatore, era Lincoln.

Era lui che risollevava alta la bandiera stellata che le mani dei militari lasciavano quasi cadere, era lui che di su la porta della casa bianca al popolo di Washington, affollatoglisi innanzi, pauroso per le notizie che giungevano dal campo, con sereno volto e voce ferma annunziava che i ribelli sarebbero vinti e debellati, purchè il popolo conservasse salda la fiducia nel suo buon diritto e nei suoi destini immortali quali gli erano stati tracciati dalla Provvidenza.

Era ancora lui e lui solo, che osava dire ad un corpo di reclute «voi dovete andare non a combattere, ma a vincere i ribelli; voi andate dove il dovere e la patria vi chiamano, e voi ed io, qui e sul campo, dobbiamo essere pronti a morire per la salute della Unione, pronti ora e sempre se il volere di Dio sarà tale».

C’era in lui un fondo di inesauribile fede nei destini della sua patria. E nel suo pensiero i destini di quella patria, di quella Unione, erano voluti da Dio, Dio poteva volere cancellarli. Egli non aveva nulla di mistico nel suo operare, era l’uomo d’azione pratico, pronto, positivo; ma in tutto il suo pensiero e nei modi di esprimerlo era un mistico e tali sono, forse, tutti i fratelli suoi grandi, uomini d’azione e di pensiero ad un tempo.

Grazie a questa sua saldissima fede i successi dei ribelli non lo spaventarono. Nessuna misura presa da loro, nessun atto da loro compiuto, nessuna vittoria da essi conseguita, gli parve, fu grazie a lui, abbastanza efficace per spezzare la Unione. Anzi nella resistenza ostinata, nella audacia, nella fortuna dei nemici egli trovò ragione e forza per moltiplicare la sua opera e la sua attività.

I Sudisti misero a prezzo dl 100.000 dollari la testa di Butler, ma non l’ebbero.

Lincoln ordinò la confisca dei beni dei proprietari di schiavi che li obbligavano a battersi contro le truppe della Unione.

Contro il poderoso Merrimac dei Sudisti, creò il famoso Monitor la piccola nave corazzata potentemente armata; contro i piccoli bianchi lanciò i reggimenti negri e fece battere le rive del Mississipì da piccole barche armate in corsaro.

La sua indefessa attività, la sua instancabile energia, la sua fede profonda, il suo inestinguibile zelo si comunicarono alle truppe della Unione, ai suoi generali, ai suoi marinai, al popolo.

Egli seppe infondere in tutti una particella di quella sua anima entusiasta nella quale ardeva la fiamma del patriottismo più puro.

E n’ebbe in premio la vittoria ultima.... e la morte. Ma quando la morte venne, l’opera era compiuta.

 

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