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Lincoln era stato l’anima di tutta la resistenza. Egli non aveva dubitato del trionfo finale quando gli altri vedevano tutto compromesso, tutto perduto. Non aveva avuto fretta, non si era mai lasciato cogliere alla sprovvista, non aveva mai lasciato passare il momento opportuno. Egli aveva saputo frenare le impazienze inopportune ed al tempo stesso sospingere gli uomini all’azione.
In un momento in cui sembrava che i vari poteri dello Stato si potessero confondere, in un momento in cui ogni generale ed ogni uomo d’azione credeva di poter assumere su sè la responsabilità di atti di imperio, Lincoln aveva saputo mantenere ognuno al proprio posto, e conservare a sè, intiere le funzioni e le responsabilità della Presidenza.
Egli soleva dire che «nessuno deve permettere che altri faccia quello che deve fare lui». Seguendo questo principio egli riuscì a non permettere ai generali delle armate federali di prendere iniziative che sarebbero poi state dannose alla vita della Repubblica. E non solo ciò, ma egli volle che i generali sapessero e sentissero che essi dipendevano sempre dal potere civile, che il governo della Repubblica era un governo civile e non militare.
E di questo gli sono tuttora grati gli Stati Uniti. Un trionfo di secessionisti avrebbe non solo confermata e stabilita e perpetuata la schiavitù, avrebbe non solo spezzata la Unione e costituita, con un solo popolo due nazioni che sarebbero state, per forza stessa di cose, acerbamente nemiche, ma avrebbe condotto al potere dei militari, avrebbe dato il governo nelle mani dei generali politicanti e gli Stati Uniti soffrirebbero forse ancora oggi per le rivoluzioni e per gli incerti governi che dilaniano il Messico e alcune Repubbliche Sud-Americane.
Lincoln vedeva questo pericolo e volle evitarlo alla sua patria. Egli non permise dunque che i generali facessero atti politici; che i generali, sia pure in buona fede, ed a fine di bene, usurpassero alcune delle funzioni che spettavano a lui, o ai suoi ministri o ai funzionari dello Stato, in breve al potere civile.
Al principio della guerra il Generale Fremont pubblicò un decreto di emancipazione degli schiavi. Lincoln, trovando quel decreto inopportuno anzi pericoloso impose a Fremont di abrogarlo. Poco più di un anno di poi Cameron, Ministro della Guerra, propose di armare i negri. Lincoln considerò che il momento per questa misura non era ancora giunto e si rifiutò. Gli organizzò più tardi e diede loro a generale il Butler, e più tardi ancora, quando il generale Hunter, pubblicò, a sua volta, un decreto di emancipazione egli gli tolse il comando ed abolì il decreto. Quando Mac Clellan emanò un decreto in cui, a nome della Repubblica, condannava alla pena di morte le autorità civili istituite dai secessionisti sulle città ribelli, Lincoln lo destituì.
Ma non appena sentì che la Nazione era con lui, che attraverso la lunga e sanguinosa lotta il destino gli aveva aperta la sua vita, egli non esitò un istante ed il decreto di emancipazione venne, assoluto, rigido, senza restrizioni, senza possibilità di ritorni indietro, ed egli lo mantenne fino a vittoria compiuta.
Egli aveva preso su di sè tutto il peso della responsabilità e quando venne l’ora della mietitura, egli non raccolse per se che la morte.
Quando il Generale Lee si rese al Generale Grant, Lincoln era nella Virginia; egli aveva assistito alla battaglia di Petersburg e si era poi recato a visitare alcune truppe avanzate di Grant. Era il suo dovere di Commissario Generale dell’Armata di terra e di mare degli Stati Uniti.
Il 13 Aprile egli tornò a Washington.
Era ormai tempo di mettere mano alla riorganizzazione del paese.
C’era da bendare le ferite gravi fatte alla patria durante i quattro anni della guerra feroce. Bisognava ridare nel Sud l’autorità ai funzionari dello Stato, bisognava nel Nord far dimenticare il fratricida tentativo del Sud, bisognava far rientrare nel tesoro nazionale i 12 miliardi e 300 milioni di dollari spesi dalle due parti durante la guerra. Bisognava provvedere alle famiglie di un milione di uomini morti e feriti, da una parte e dall’altra nel lungo succedersi delle battaglie.
A questa opera di pacificazione Lincoln intendeva darsi durante il tempo di questa sua seconda presidenza e intendeva agire con la umanità e per la umanità verso tutti.
Egli lo aveva detto il giorno che era stato insediato come Presidente la seconda volta, il 4 Marzo 1865, nel suo Messaggio al Congresso: «Senza animosità per alcuno – egli aveva detto – caritatevoli per tutti, fermamente saldi nel diritto tal quale da Dio ci è dato vederlo, sforziamoci di compiere l’opera nostra; medichiamo le piaghe della Nazione, pensiamo a quelli che hanno affrontato la morte nelle battaglie, alle vedove, agli orfani; facciamo tutto quello che possiamo per giungere ad una pace duratura e giusta fra noi e tutte le nazioni».
Ma questo compito poteva essere menato a bene da un altro uomo. Lincoln poteva morire.
Buon pilota, egli, attraverso i marosi della tempesta, aveva condotto con salda mano salva al porto la nave; c’era, ora, da ammainare le vele, da gettare le ancore, da lavare il ponte; egli poteva ora riposare, altri poteva prendere il posto che non esigeva più la presenza dell’Uomo Provvidenziale; il posto che non era più grave nè pericoloso.
La stanchezza era ormai grande nel Sud ridotto alla miseria, battuto, demoralizzato.
Fra i conducenti della campagna secessionista, era, ormai, entrata la discordia. Molti piantatori, molti proprietari di schiavi avevano finito per pensare che sarebbe stato meglio rimanere nella legalità e non tentare la folle avventura. Essi vedevano le loro proprietà arse e desolate, le loro case in rovina, i loro interessi in fallita e gli schiavi liberi. Da ogni città del Sud si levavano voci a condannare gli iniziatori della rivolta. Durante la lunga guerra, e specialmente nell’ultimo tempo, si era fatto lentamente strada il pensiero che la causa giusta era quella che era sostenuta nel Nord e da Lincoln.
Alla causa della Unione avea molto giovato la condotta di Lincoln. La sua moderazione nel trattare i prigionieri di guerra gli aveva guadagnato l’animo di molti secessionisti. Una forte corrente di opinione nel Nord voleva che i prigionieri fossero, come ribelli, passati per le armi. Lincoln si rifiutò sempre ed a guerra finita i prigionieri furono rimandati alle loro case. I continui appelli di lui alla pacificazione, il suo grande patriottismo avevano finito per schiudere gli occhi al più grande numero di secessionisti, i quali, deponendo le armi, sapevano che il più grande cittadino degli Stati Uniti era lui.
Era dunque ben suonata l’ora della pace e del raccoglimento.
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