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Solo, in mezzo alla piazza, candida della fredda luce delle lampade elettriche, Marino guardò il gruppo degli amici che si allontanavano, parlando e ridendo forte. E quando essi furono scomparsi nell'ombra egli rimase ancora un istante così, solo, immoto, nella piazza, deserta per la tarda ora. Poi lentamente si mosse: inoltrò a caso, prese per una delle lunghe vie che mettono capo nella piazza. Anche la via era bianca, fredda e deserta. Le vetrate dei caffè, delle birrerie chiassose e piene di gente, mandavan fasci di luce gialla nel candido chiarore delle lampade elettriche; qualche negozio ancora aperto rifulgeva nei lucidi vetri e nelle vernici.
Marino camminava stanco, bassa la testa, pensoso. Avea bisogno d'esser solo. La discussione di poc'anzi lo avea irritato e infastidito. Per liberarsene egli avea accusato una forte emicrania e il vivo bisogno di ritirarsi. Ed ora era solo. Finalmente.
Egli andava innanzi, così a caso, respirando l'aria frizzante della pura notte invernale, calma e serena. A poco a poco alle vie eleganti e spaziose seguiron le vie secondarie, meno illuminate, senza caffè nè birrerie, dai negozi ormai tutti chiusi; deserte e silenziose.
Vagò così, alquanto, indeciso, indi fissò la sua mèta: sarebbe andato al mare. Prese una breve viuzza che lo condusse alle nuove vie costruite sulla marina: prese per un lungo viale fiancheggiato da grandi alberi, immoti e solenni, ora, nella quietissima notte.
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* *
Il mare era là in fondo, amico e sussurrante,.
Come giunse alla balaustra di marmo che dava sulla ampia distesa che veniva a baciare la riva sotto di lui, Marino respirò largamente. Il mare, il suo amico mare, grande, solenne, ed ora, nella notte purissima, infinito, gli mandava, con il suo sommesso alenare pieno delle amiche voci ch'ei conosceva, il suo saluto, gli diceva la sua vecchia parola di conforto.
Ed egli era venuto, ora, sino a lui per chiedergli il conforto, e la pace, e la calma.
Nella notte quietissima la aria bruna, a lui davanti, posava silenziosa: all'orizzonte, attenuata in una lieve luminosità fatta di mille piccole luci indistinte, forse dal luccicar misterioso delle onde al lontano barlume delle stelle; più vicino nera e immota, come condensata in immense granitiche muraglie nere.
Marino, appoggiato alla balaustra, stette così un bel pezzo, gli occhi intenti sul mare antico: poi si prese la testa fra le mani.
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Povero padre suo! Avea mancato a lui, quella sera. Troppo calore avea egli messo nel difendere l'amico, vittima della sua debolezza sentimentale: colpevole d'aver ceduto alla tenerezza, all'amore, alla passione....
Egli quella sera, nel gruppo de' suoi amici, avea, solo contro tutti, preso le difese del passionale errore dell'amico. Si era scaldato, avea difeso l'idealista appassionato che sacrificava al soffio supremo della sua passione; si era scagliato contro il vero od apparente cinico egoismo dei più, deridente ogni idealità, facendo meravigliare del suo fuoco gli stessi suoi amici...
Ma si era fermato ad un tratto.
Una voce lontana, desolata e terribile nella sua infinita tristezza scorata, s'era levata nel buio della sua anima, e avea risonato nel profondo del suo cuore e della sua memoria. La stessa voce che ora, lì, dinanzi al mare bruno e sussurrante nella notte silenziosa, risonava ancora, più distinta, più insistente, più viva alla sua memoria e al suo cuore.
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E Marino rivide il padre negli ultimi suoi anni, stanco, affranto, vinto.
Egli – il grande artista, ch'era stato detto Genio – era stato buono, era stato fidente, avea creduto, avea amato, Ed era stato vinto. Egli avea portato nella sua vita, nella sua arte, nelle sue tele, in ogni suo gesto, questa sua grande Fede, questa sua grande bontà, questo suo grande amore. Ed era stato vinto.
La donna ch'egli aveva amato – semplice e convinto – la donna ch'egli aveva tratto dalla vita oscura e povera, che avea posto al suo fianco, luminoso di arte, la donna da lui eletta – la madre di Marino – lo avea abbandonato. Essa era fuggita con un amante volgare.
La figlia – la figlia di lei – fatta grande, anch'ella come la madre, incurante, avea gettato una nuova andata di dolore nel vecchio cuore, ferito a morte, ma ancor fidente...
E Marino ricordava le parole del padre: a lui rivolte, al figlio, a l'unico rimasto fedele al vecchio artista infelice!
– Difenditi, Marino, difenditi dalla fatal debolezza ch'io per triste legge ti trasmetto nel san-gue. Ricorda che è destino che il figlio prosegua quello che il padre ha cominciato. E tu, ragazzo mio, lotta, lotta con tutte le tue forze per non essere vinto com'io fui vinto, dalla fatal debolezza ch'io ti lascio in eredità. Non imitarmi: sii in tutto da me diverso. Non amare la donna come io la ho amata, ma come l'aman quegli altri che ne sono felici... Tu hai già assistito al compirsi in parte della legge fatale. Tua sorella, la figlia della donna che tanto ha fatto dolorare il mio cuore, come la madre ha sentito l'istinto malvagio e dalla istessa colpa è stata trascinata.... Ora a te, figlio mio! Difenditi, difenditi!....
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* *
E la voce del grande infelice vecchio risuonava monotona e inesorabile all'orecchio di Marino, sempre abbandonato su la balaustra di marmo, davanti al mare che venia a baciare dolcemente la spiaggia sotto di lui.
No, la fatal legge che per lui sgomentava suo padre morente, sarebbe stata vana; non avrebbe, per lui, avuto effetto. Questo egli, malinconicamente, avea fatto scopo della sua vita Egli non dovea somigliare a suo padre!...
Avrebbe egli sempre vinto? Sarebbe egli sempre riuscito?....
Quella sera, suo malgrado ei s'era lasciato trascinare. Il passionale errore dell'amico avea attratto per un momento il suo animo.... Ed egli ora se ne pentiva, come di una debolezza, come di una mancanza commessa contro la memoria e a' comandi di suo padre morente. Egli sentiva tutto il pericolo, egli scorgeva il lato ove l'errore fatale, la mortal debolezza poteva coglierlo e vincerlo, come avea còlto e vinto il padre....
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* *
Una leggera brezza s'era, nella notte, levata. Veniva a lui con la sottil fragranza del mare un senso di freschezza e di riposo infinito. La nebbia luminosa si era fatta più intensa. Così, a lui dinanzi, più cupe ed immote parean le negre masse dell'aria buia.
Marino ebbe con la mano un saluto al mare amico, e s'avviò verso il centro della città.
Nelle vie oscure e silenziose il suo passo echeggiava sonoro. A un tratto si fermò. Un piccolo noto villino dormiva quetamente, davanti a lui, ne l'ombra discreta che lo proteggeva. Il breve giardino mettea fuori della cancellata i suoi cespi di oleandri e Marino sentiva cantare nell'ombra la nota voce della piccola fonte che tra gli arbusti sola vegliava.
Egli si appoggiò un momento alla cancellata. Che faceva la dolce amica in quel momento? Certo ella dormiva, come dormiva il villino, come tutto ora d'intorno dormiva. E la figuretta della dolcissima amica si profilò un istante alla sua mente, con una cara tenerezza di ricordo. Egli ristette, così, vinto, suo malgrado, dal grande incanto dell'ora, del momento, dalla dolcezza del ricordo e della cara visione,... Che silenzio, intorno, che pace, che quiete!.... Poi scosse la testa, si mosse e si allontanò.
E i suoi passi si perdettero nell'ombra.
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* *
Ed ora, nel grande studio tutto vetri, sdraiato su la sua poltroncina de' giorni grigi, Marino fumava nervosamente.
E grigio quel mattino era il cielo, di fuori: e la luce che giallastra filtrava tra i vetri e le tende, parea mettesse il suo velo di tedio sulle tele non finite, su gli abbozzi incompleti, su gli scaffali polverosi, su tutte quelle cose da tanto tempo dormenti inoperose.
E Marino teneva gli occhi fissi in alto, sul soffitto a vetri, dal quale pendea una grande tenda orientale, prezioso ricordo del padre. Davanti a lui, sopra un picciol mobile rotondo di noce bruna, il venerando color del vecchio legno, sì caro agli artisti innamorati dell'antico, erano due buste, non ancora aperte, sopra alcuni giornali allor giunti. Una bianca, larga, dalla grande scrittura alla moda. L'altra, piccola, esalava un sottile olezzo di viola. Una grande iniziale azzurra la cingeva tutta con le capricciose volute de' suoi svolazzi. Da molto tempo, dacchè Moriz, il ragazzo dello studio, l'avea colà recate con i giornali, le due eleganti missive attendevan le nervose dita di Marino che ne lacerasse l'involucro che tenea celato il foglio profumato....
Ma Marino, assorto, indugiava ad aprirle.
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Sul suo volto appariva la leggera contrazione, ed i suoi occhi avean la dura espressione de' neri giorni di spossatezza e di tedio.
Questo parve comprendere a volo Moriz, l'intelligente ragazzo, poichè messa appena, di tra la portiera, fuori la testina, si ritrasse subito silenziosamente e scomparve, lasciando tranquillo e solo il padrone nel grande studio pieno di nervosità e di disordine.
Marino, alfine, prese il pacco di giornali da sopra il piccolo mobile e posò gli occhi sulle due buste. Considerò a lungo la fine scrittura della piccola, profumata di viola e dall'azzurra iniziale a svolazzi, ma non l'aprì. Lesse invece rapidamente l'altra, quella dalla grande scrittura alla moda e la posò, indifferentissimo, aperta sul mobile. Aprì i giornali, ma li ripose subito noiato.
Riprese allora la piccola lettera ancor chiusa e lentamente ne aperse la busta. La lesse, molto adagio: e una breve fiamma colorì il suo pallido volto. Poi la andò a chiudere in uno stipo, ove alcune altre compagne, a quella uguale, attendevan la profumata letterina elegante.
E si alzò e si pose a passeggiare
Oh, il grande studio ben conosceva coteste passeggiate del suo irrequieto padrone! Passeggiate brevi, rapide fermate, urtando i mobili, rovesciando i gingilli; corrugata la fronte, gli occhi duri.
Qualche volta, un tempo – ma oh, come raro! – queste passeggiate frementi eran poi seguite da grandi impulsi di lavoro: ed allora il volto si rasserenava e gli occhi per un momento lucevano.
Oh come, allora, parea ridesse di luce il grande studio.
Esso tutto si animava, in que' rari e preziosi momenti, e la gaiezza che venia da gli occhi dell'instabile padrone, parea irradiasse e si ripercotesse in tutti gli angoli: sui cavalletti, sulle vecchie tele, sui drappi, sugli arazzi sdruciti, sulla polvere delle mensole. Essa andava a mettere persino un sorriso sulla testa del Wagner di creta, arcigno e fantasioso....
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* *
Ma come Marino era lontano quel giorno da questa rapida gioia di lavoro!...
Dopo essersi fermato un istante davanti alla tela, alla quale, molto a sbalzi, stava lavorando, tornò a passeggiare più scuro in volto e accigliato che mai.
Di fuori il cielo si anneriva vieppiù e pareva imminente un temporale. Alcune gocciole d'acqua si sentivano risuonare sul lucernale dello studio.
Marino prese un altro sigaro e si sdraiò sulla solita poltroncina. I suoi occhi caddero sulla tela a lui dinanzi, in alto, sulla parete.
Era un quadro del padre: più che un quadro era un abbozzo, uno studio, e dei migliori. Un ricordo dei giorni quando, semplice soldato, come tutti gli altri della sua età, a que' giorni, avea combattuto per l'Italia.
Il quadro avea come titolo La Fede e rappresentava una campagna tutta bianca di neve: da un lato era un soldato, incappottato, in sentinella. Il cielo era plumbeo: ma a l'orizzonte una viva fascia ardente tagliava il cielo cupo. E il soldato intirizzito teneva fissi gli occhi su quella fascia luminosa. Cosa gli diceva quello sprazzo di luce? Gli parlava del suo paese lontano? dello scopo che lo teneva là, così, tra quella neve, in quel momento? della grande mèta da compiere? Era in quella luce il sogno di redenzione della sua patria?
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Povero padre suo idealista e poeta!
Marino ritrasse gli occhi dal quadro del padre e portò lo sguardo sul cavalletto, ove il suo quadro, incominciato e da tanti mesi attendente il tardo suo svogliato pennello, parea lo rimproverasse.
Era un soggetto ardito, bello e moderno.
I lottatori dell'Idea. Quattro teste: un poeta, un asceta, un filosofo socialista, un soldato.
In quelle quattro teste dovea passare e rifulgere tutto il suo modernissimo sogno di idealità, di lotta, di conquista.
Ma egli lavorava a stento e straccamente.
Non la sapeva troppo bene, lui, la ragione.
Tutta la sua vita era vinta da questa continua oppressione di sfiducia, di stanchezza, di triste vuoto infinito.
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Veniva dalla sua infanzia, forse: da' primi suoi anni.... E da la memoria del padre: più d'ogni altro, da la memoria degli ultimi suoi anni di vita.
Egli, il vecchio celebre pittore, dopo i suoi dolori, aveva finito per istancarsi della sua arte. E non aveva prodotto più nulla. Egli ricordava questo.
Povero padre suo sì grande e tanto infelice!
Dopo l'abbandono della donna che aveva amato, dopo la colpa della sorella, il vecchio rimasto solo, avea rivolto ogni suo pensiero, ogni suo ultimo affetto sopra di lui, il suo figliuolo.
E lo aveva voluto sempre al suo fianco: ne' suoi viaggi a l'estero, ne' convegni d'arte, tra gli amici e gli ammiratori. Lunghi anni avea Marino trascorso così, giovinetto, all'estero: in Germania in ispecial modo, per la quale il padre sembrava avere una strana predilezione. Sempre così in compagnia con il padre che gli parlava come ad un uomo, Marino si era sviluppato precocemente. Istintivamente nello studio del padre aveva preso in mano il pennello e dopo, quasi suo malgrado – certo senz'averne formato decisamente il proposito – avea continuata l'arte del padre.
Ma a lui mancava l'entusiasmo, il sacro fuoco che spinge innanzi, ardentemente, il giovine artista. In lui la sfiducia, la morte de l'entusiasmo del vecchio pittore ferito nella Fede e nel cuore s'era fatalmente ed inesorabilmente trasfusa ne l'anima con gli anni giovinetti.
Egli aveva data la prima pennellata sulla primissima sua tela con lo stesso scoramento che il vecchio artista padre stemperava nelle sue ultime tinte su le fredde sue tele senza passione.
Era quella, pel figliuolo, la triste eredità del vecchio Genio.
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E Marino non avea ancora fatto nulla.
Morto il padre egli, unico erede, avea continuato pei primi anni la vita randagia all'estero, in cerca di capolavori e di sensazioni di vita e d'arte. In questo vagabondaggio artistico le sostanze lasciategli dal padre s'eran sensibilmente ridotte. Allora s'era deciso a prendere stabile dimora nella nativa sua città.
Lavorava a sbalzi, vinto suo malgrado da momenti di estro e d'ispirazione, dai quali nella grande sua apatia, pareva non fosse riuscito a liberarsi ancora del tutto. Però nulla di notevole avea egli prodotto sinora.
Gli amici lo avean sempre spinto, incoraggiato: le mostre di pittura gli eran tutte aperte, in ricordo del nome glorioso che portava in arte. Qualche suo breve lavoro era piaciuto, lodato con generosità, esuberantemente, anche. Ma tutti attendevan ancora da lui l'opera, che lo affermasse.
Ma l'opera ancora non veniva.
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Era così giunto ai trenta anni.... Ed egli sentiva più vivo che mai quel sentimento di vuoto che da' primi suoi anni di giovinezza era stato lo sfondo costante del suo essere interiore.
Veniva forse quella irrequietezza angosciosa dalla madre sua, che non paga di essere amata, completamente, da un uomo superiore, bello, forte e nobile, avea cercato in un'altra passione altra ebrezza, altro sfogo?
Marino talvolta, rabbrividendo, se lo chiedeva,
Sempre avea sfuggito la passione profonda o verace. Ricordava le parole e la fatal debolezza del padre.
E pure, già molte volte, la dolce visione dell'amica, di donna Maria, era venuta a gettare un sottil sogno di dolcezza nella sua anima....
Donna Maria avea ventitrè anni: ed era bella, intelligente, finissima.
Egli avea sentito vibrare la sua anima vicino alla sua.
La visione di questo amore avea tremolato, suo malgrado, tante volte, negli stanchi suoi sogni scorati.
Ma egli avea avuto paura di questo amore.
Era ben sicuro, egli, di una cosa.
S'egli l'avesse lasciata penetrare nel suo cuore, la dolcissima anima di donna Maria si sarebbe ineluttabilmente imposta alla sua.
Ed egli l'avrebbe amata perdutamente.
Così suo padre aveva amato, così ei si era legato ad una donna, così era stato vinto.
E tutta la sua vita n'era andata spezzata.
Avrebbe egli dunque, il figliuolo, rinnovato il miserando caso del padre?
Non aveva egli, il figliuolo, promesso al padre, al suo letto di morte che questo non sarebbe avvenuto?....
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Oh no, questo non sarebbe avvenuto!
Ecco perchè egli avea indugiato ad aprire la gentil lettera della carissima; ecco perchè egli non sarebbe andato, quella sera in casa di donna Maria, ov'ella lo avea chiamato con il picciol foglio profumato, ed ov'ella lo attendeva.
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In quel momento Moriz affacciò di nuovo la testina intelligente e disse forte:
E prima che Marino avesse avuto il tempo di alzarsi, il giovane dottore, più del solito rubicondo nell'imberbe sua faccia di fanciullone equilibrato e ricco di sangue, irruppe nello studio e gli si piantò davanti.
Lo considerò alquanto, e in silenzio, poi disse:
– Va bene. Il male progredisce.... ma siamo ancora in tempo. Hai deciso di seguire ciò che io ti ho prescritto?
– Ed allora va, parti, fuggi, ma presto, capisci? finchè sei in tempo. Chè, se ritardi.... io non rispondo più di te. Quando hai deciso di partire?
– Questa sera, dopo la mezzanotte – disse ancora Marino.
– Come nei vecchi melodrammi.... sta bene.
E si diresse alla grande vetrata e la spalancò. La plumbea cappa del cielo s'era squarciata e un raggio di sole venne a innondare lo studio del suo bacio allegro, fugandone per un momento con i suoi guizzi il grigiore ed il tedio che sin'allora avea oppresso, là dentro, le cose.
Poi il giovane dottore, veduta la lettera bianca aperta da Marino vi gettò, confidenzialmente, sopra lo sguardo e disse:
– Ah, è di Caròla che ti chiama per questa sera. Si dice mirabilia di ciò ch'essa ci prepara. Ci verrai tu, un momento, prima di partire?
Ritto in mezzo al grande fascio di luce, che mettea bagliori di rame nella sua rossa e crespa capigliatura di giovine fauno, il dottor Fausti disse ancora solennemente, vòlto a Marino:
– Dunque va, parti, t'allontana: e presto, presto, finchè sei in tempo!
E sempre nel sole, come un giovane iddio, luminoso, il sereno dottore dalla florida giovinezza vibrante di salute e di vita, proseguì ancora, protendendo verso il pallido nervoso amico affidato alla sua scienza, ambo le mani:
– E goditi il sole, l'aria pura, la vita bella. Fuggi da questo tuo antro di aberrazioni. Va via, va in campagna, mettiti in salvo, finchè ne sei in tempo!
E come Marino, dalla sua poltrona, lo guardava dubbioso, il dottor Fausti, prendendogli le mani disse ancora:
– E per molto tempo, comprendi bene? per molto tempo ti vieto di prendere un pennello in mano.
E dirigendosi verso la porta il giovine dottore concluse:
– Ti si attende, dunque questa sera da Caròla.
E uscì.
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* *
Con la partenza del dottore anche il raggio di sole che veniva dall'aperto balcone si era dileguato. Il cielo era tornato color di piombo e il grigio tedioso s'era fatto di nuovo padrone dello studio.
Che freddo, che vuoto, in ogni angolo; così a lui d'intorno come dentro di lui.
Com'era triste, fredda ed inutile la vita!
I suoi occhi corsero accora una volta al quadro del padre.
Com'era stata vana la sua illusione. Come n'era stato punito!
Gli parve brutto, indegno, mostruoso.
Un'acre voglia di lacerarlo lo prese.
Com'era inutile tutto quanto lo circondava!
Che triste resultato avea avuto il folle momento di vita in cui suo padre, amante e fidente, lo avea generato!
Marino si coprì il volto con le mani.
Egli era terribilmente infelice.
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* *
Un sottil fruscìo gli fece alzare la testa.
Donna Maria era davanti a lui, sorridente, un poco pallida.
– Perdonatemi – disse ella – sono entrata, così, quasi di nascosto.... il vostro ragazzo non era di là.
Marino balbettò poche parole, confuso, e le porse da sedere.
– No, grazie – disse donna Maria – amo meglio restare così.... in piedi.... nel vostro studio, pieno dei vostri sogni.... non è vero?
Era vestita di nero, semplicemente, e recava tra le braccia un grande cespo di fiori gialli.
– Come siete bella, – mormorò, egli convinto.
Donna Maria arrossì lievemente, e sorrise.
– Fatemi il ritratto – disse, scherzosamente.
– Non sono buono.
Marino disse questo profondamente, dolorosamente.
Donna Maria lo fisò e lasciò cadere i fiori che le si sparsero ai piedi.
Ella non rideva più. Era seria e molto pallida.
– Mi hanno detto che partite. È vero?
– Lo sapevo.... e temendo che questa sera non veniste sono venuta io.
– Grazie – disse ancora Marino,
*
* *
Egli era molto triste e la profonda sua tristezza passò sul volto pallido della bellissima.
Lo guardò un poco, in silenzio.
Poi ella gli si avvicinò, gli cinse il collo con le braccia meravigliose, posò la splendida testa bruna sulla sua spalla e mormorò: