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A Nervi. La strada sul mare – che il mare bacia con tenerezza quando è lieto, che flagella furiosamente quando è in collera. E come era livido, maligno e triste, quel mare, ne' fremiti delle sue ondate piene di spuma e di minaccie! Il cielo corso dalle nubi mi prometteva la pioggia, ed io aveva gettato il cappello per sentirne sulla fronte il refrigerio.... Sorridevo al mare in collera, ma su dal cuore mi saliva il singhiozzo. Sarebbe ella venuta? Non s'era fatta – ora, dopo tanti anni! – così titubante – ella già sì audace, allora, in quei giorni che il cuore ora piangeva – così titubante? Perchè? E il rimbrotto imminente mi faceva groppo in gola. Forse, fra poco, l'avrei avuta dinanzi – finalmente! – e le avrei detto tutto: i rimproveri da tanto tempo preparati e le frasi ironiche e cattive che la dovevano ferire, che l'avrebbero fatta soffrire, che non avrebbe dovuto mai più dimenticare! E lo sdegno risòrto, dopo tanti anni, e la collera per lei accumulata mi facean tremare i polsi, mentre il vento mi sibillava all'orecchio e il mare vieppiù furioso mi spruzzava le sue gocciole salmastre.
In alto, dal nero delle nubi, brontolava il tuono e il mare con il suo urlo incessante gli rispondeva: con i suoi gemiti, i suoi vani assalti sugli scogli e sulle rupi.
A un tratto la vidi, in fondo alla via. Veniva. Veniva in fretta, raccolta, la testa bassa, il passo incerto, forse sospettosa. Vestiva di nero e come semplicemente! Ella, allora, sempre così accurata! Subito mi vide e volse rapida la testa indietro ed ebbe più incerto il passo. Timorosa, timorosa.... perchè? di chi? di chi ella temeva dunque, ancora?.... A questa idea la mia collera si accrebbe. Dunque anche in quell'istante – dopo tanto! – ella non aveva che timore.... e di qualcuno!....
Ma certo anch'ella doveva essere in collera con me. Certo anch'ella aveva preparato qualcosa per dirmi, qualcosa per ferirmi! Io lo sentiva e la guardava avvicinarsi, con la testa bassa, senza vederle il volto: constretta dal vento che ne scompigliava le succinte vestimenta. Ed era ormai a pochi passi da me. Ma non mi mossi. Quando mi fu dinanzi si fermò. E alzò la testa. Io preparai la parola triste e ironica di saluto. Ma ohimè! non seppi.... Come era pallida!.... Come ell'era mutata! Come scarno il dolce viso già amico!.... Ella avea sollevato su di me gli occhi smarriti. Ah, gli occhi no, quelli no, non eran mutati! I dolci occhi, i cari, i mai obliati occhi.... E le sue labbra tremavano, esangui. Anch'ella in collera? Oh! sulle sue labbra tremanti io non iscorsi, in quell'istante, che errare il sorriso, il suo sorriso amico e buono. E anche i dolci occhi, i cari e tristi occhi mi sorrisero. Come allora. Come allora! Ella mi sorrise Non seppe ella altro fare, nè altro dire.
E la mia collera cadde. I rimproveri, le tristi parole, tutto, tutto cadde. La tenerezza, la compassione, una infinita pietà mi presero... E il singhiozzo mi salì dal cuore. Le presi la piccola mano diaccia, Povera piccola mano! come scarna, esangue e fredda! la piccola mano d'una bimba ammalata.... E non seppi dirle nulla: e lei nulla seppe dirmi. Perchè parlare? Che cosa dire? Non sapevano tutto, in quel momento, i nostri cuori?
I suoi poveri occhi s'empiron di lacrime ed io chinai la testa. Il vento ci sibilava intorno, il mare urlava e rombava sotto di noi e ci incalzava co' suoi spruzzi; alcune grosse gocciole cominciarono a cadere.
Io cercai di parlare, di dire qualcosa, perchè vedeva fuggire l'attimo doloroso e ineffabile. Che cosa dissi? Non so, non ricordo. A un tratto ella, che smarrita e tremante aveva lasciato la sua diaccia manina, perduta nella mia, si riebbe. Si guardò paurosa, indietro. Compresi che l'attimo ineffabile stava per fuggire per sempre. Ella aprì le pallide labbra. Che cosa disse? Fra il sibilo del vento e la voce del mare mi sembrò gemesse: – Grazie, grazie....
Certo, non disse altro. Furon quelle le parole di collera ch'io attendevo? Il vento intorno a noi soffiava sempre più rabbioso e il mare squassava le rupi sotto la strada.
Le grosse gocciole cominciarono a cadere più fitte: un vivido lampo ci avvolse per un attimo.
Ella ritirò la povera manina: le smorte labbra ebbero ancora il sorriso triste e amico.
E mentre la tempesta si avvicinava vorticosa dal mare, io la vidi scomparire tra il velo della pioggia, sbattuta dal vento, così esile, affranta, tremante, perduta – la vidi scomparire....
*
* *
E la rividi, un anno dopo. Era malata, tanto malata. Era seduta sur una poltrona – quelle grandi poltrone d'infermo, ahimè! così note nei nostri paesi del sole e del mare tepido, ove tanti vengono a morire in mezzo al verde e l'azzurro – e quando mi vide mi stese la mano. E sorrise. Sempre così dolce il suo sorriso degli occhi buoni! Ma come era pallida! E smunta, e disfatta e sfinita!.... Io vedevo il suo misero corpicino, arso dalla febbre, còrso da' brividi del freddo, sotto le folte pelliccie che la celavano pietosamente. Ella quasi spariva, così piccola e gracile, così sfinita, nella grande poltrona, sotto tutte quelle pelliccie. E pure di fuori, sulle ville sempre verdi, sugli aranceti, sulle palme e sul mare azzurro il sole sfolgorava! E una infinita pietà mi prese ancora, come l'altra volta. Chiusi gli occhi e la rividi: così lontana! Bionda, rosea, innamorata e colpevole. Io le baciavo le piccole mani piangendo d'amore. Ed ella mi mettea quelle piccole mani ne' capelli e chinava su di me, genuflesso a' suoi piedi, la piccola rosa divina della sua bocca. Ahimè ella avea potuto obliarmi, ella avea potuto tradirmi! Ella mi avea tradito. Io lo avea saputo, di poi. Ella era stata di altri. Di quanti altri era ella stata? Io non sapeva. Io non ricordava che lo schianto enorme alla prima rivelazione! Era stato sì bello il mio sogno! Avea venti anni allora ed ella era sì divina nel peccato!.... Dolce bimba fatta per la giovinezza e l'amore!
Ma ella era stata colpevole. Ed io non l'avea più riveduta: piagato, offeso, infranto nella parte più intensa del mio cuore.
E, poi, dopo, la vita grigia, pallida, senza la luce del suo amore! le notti insonni sognando il profumo de' suoi capelli, l'ardore delle sue labbra, la febbre de' suoi baci..... Ed ora? come lontani quei giorni! Come tutto era mutato! Quanti anni eran passati!....
Ora ella, pallida e sfinita, mi sorrideva dalla sua triste poltrona d'inferma, paurosamente gelida sotto le pelliccie e sotto il sole, per lei vanamente primaverile, del profumato inverno ligure.
*
* *
Fu in quel giorno, precisamente, ch'ella mi disse, dolcemente:
– Alberto, mi perdonate una preghiera?
Io mi sedetti accanto a lei e le presi le fredde mani nella mia.
– Verrà a giorni mia figlia, dal collegio.
Io la guardai meravigliato:
– Avete una figlia, voi?
Ella sorrise.
– Sì. Non lo sapevate? E soggiunse:
– Ha sedici anni. Oh, sono vecchia sapete!....
E riprese:
– Ha sedici anni. È pura, è bella, è un angelo. La vedrete. Una preghiera, Alberto....
– Io la affido a voi. Non ha altri sulla terra. Io morirò presto, voi lo vedete....
Tentai di protestare ma ella mi accennò di tacere e continuò:
– No, Alberto, io so bene. E anche voi, Io morirò presto.... Alberto, io vorrei che mia figlia non mi somigliasse. Ella è bella, v'ho detto, è pura, è un angelo. E così sola!.... A voi, Alberto, io la affido.... E morirò felice.
Io le chiusi la bocca con la mano e la baciai sulla fronte.
*
* *
E la fanciulla venne. Fui io che andai ad attenderla alla piccola stazione, in fondo al viale delle palme, pieno di sole, davanti al mare azzurro. Quando la vidi sentii un gran colpo al cuore. Era lei – lei, lei di que' giorni. Era lei, quella che tanto avea amato, lei, giovinetta. Rividi la piccola rosa della bocca voluttuosa, rividi gli occhi ridenti – i dolci occhi ancora adesso ridenti nella febbre! – della madre. Perfino la voce.... oh, la cara voce mai obliata! Ella avea una piccola ombra rosea, più vivida d'incarnato, s'una gota, un poco in alto: e la rividi, quella piccola ombra porporina, ch'io tanto avea baciata.... Ella era vestita molto semplicemente di scuro, da fanciulla: e discese svelta, nel sole; ed io, che subito la riconobbi, me le feci innanzi.
– Signorina – le dissi inchinandomi - sono io che debbo condurla dalla sua mamma....
Ella mi sorrise e mi dette la piccola mano guantata.
Mi chiese della madre – non sapeva nulla del suo stato – e intanto guardava intorno le palme verdi, le eleganti casine bianche, i piccoli giardini esotici ove correan sulle sabbie minute grandi bambine inglesi e piccoli marmocchi dalle svolazzanti chiome d'oro.
– Come è bello qui! – mormorò rapita.
Io la osservavo e mi sentivo ritornato a que' giorni. Anche ella allora, camminava così. Lieve, lieve, un poco piegata in avanti. Ogni tanto, ella alzava la testa, così, con un piccolo scatto improvviso, guardando in alto. Quando l'avea veduta così? Non precisava il giorno, nè l'ora, nè il luogo: ma pure io avea rivissuto quel momento, con lei, ugualmente.... allora. Intorno v'eran gli alberi verdi, in alto il cielo e il sole. E lei era vestita di scuro, come ora, ed era così giovane, così bionda, così rosea. Ed io ero così felice, ma così trepidante, come ora. Io non parlavo ed anch'ella taceva: ma a noi intorno tutto rideva, contava, folgorava, Quanti anni erano passati! Ma io ero sempre lo stesso e quella ch'io ora avea ai miei fianchi.... non era dunque lei, sempre, la stessa, di que' giorni?.....
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* *
Così cominciò la mia dolce illusione. A fianco della inferma che se ne moriva lentamente sorridendo, tra il sole e il verde, io rivivevo i miei venti anni. Eravamo sempre insieme: la malata in mezzo, io e la giovinetta ai lati, Spesso le nostre mani si stringevano: la gelida della morente sotto le nostre frementi di vita, unite. Comprendeva ella, la madre, ch'io seguitava, nella figlia, l'amore con lei incominciato e bruscamente incompiuto? Era ella contenta di questo? Si faceva ella complice del mio amore? Mi spingeva ella sulla via della quale non conosceva ancora la fine?....
Spesso ella c'incitava ad uscire, insieme, dopo una triste mattinata passata con lei, nella sua grigia camera d'inferma: c'incitava ad uscire, a godere del sole che empieva di calda luminosità le via della cittadina e di sfolgorii il mare intensamente azzurro. E noi uscivamo, e sulla strada sul mare – la celebre strada sugli scogli – bevevamo a larghi sorsi la luce, la vita e l'amore. In mezzo alla elegante folla esotica, alle bionde miss, ai pallidi figli del nord che imploravan dalla vivida brezza del nostro mare l'ultimo soffio di vita pe' loro polmoni consunti, noi passavamo ignari, ebbri, presi dal nostro sogno. Io l'amavo con tutta la forza dei miei trent'otto anni gagliardi e con la fede de' miei venti anni ch'io riviveva; ella con la cieca poesia della giovinetta che ama per la prima volta. Era io il primo uomo che avea fatto vibrare la sua anima allora aperta alla luce: ed io ora amavo in lei la prima donna, il primo amore, quello d'allora, quello dei venti anni.
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* *
Ella morì in un bel giorno invernale di sole. Come era intenso quel giorno l'azzurro del mare! Come rideva profondo il cielo sulla bianca cittadina indolente! Ella morì serena: il sole empieva la camera davanti al mare. L'ultimo sorriso suo fu per me e per la sua bambina. Ci prese le mani e se le strinse al cuore, unite. Poi alzò gli occhi – i dolci occhi della mia giovinezza – e morì, così, sorridendo.
E davanti a lei, morta, io baciai sulla fronte la giovinetta ed ella accettò il mio bacio e bagnò il mio volto di lacrime.
Ella non aveva più altri che me.
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* *
E fu, quella sera – appena morta – che il pensiero orrendo mi assalse. La fanciulla avea poco più di sedici anni. Quando era ella nata dunque?.... Rifeci il terribile calcolo e mi sentii dare un tuffo al sangue. Sedici anni!.... Ella era nata adunque qualche mese dopo ch'io ero fuggito da lei. E in quell'epoca ella non era stata che mia! Ripensando, calcolando, sentii il dubbio atroce radicarsi nella mia coscienza. La giovinetta poteva essere dunque mia figlia. Indagai, studiai. Mi procurai la fede di nascita che mi confermò terribilmente nel mio dubbio. Studiai la fanciulla. Certe tendenze, certe sfumature di pensiero, certi atti, benanche, mi somigliavan terribilmente. Quale affinità di sentimento! Ella pensava, direi quasi, con la mia mente. Ella vibrava, quasi, con il mio cuore! Ella vedeva, come io vedeva: ella sentiva, come io sentiva! Eravamo dunque della stessa creta?.... Il suo cuore era dunque il mio?.... Il sangue ardente che le correa nelle vene era stato adunque a lei dato da me?....
E la mia mente cominciò a perdersi nel triste enimma. La madre dunque non avea mai pensato a ciò? Non lo sapeva ella? Oppure ella che tutto sapeva per un mistero inesplicabile, così vicina alla morte, era stata superiore alle misere leggi degli uomini e aveva solo intuita la grande voce della Natura che sin dal primo giorno che io avea veduto quella fanciulla mi avea gridato:
– Amala, amala, falla tua; perchè nessuna più di lei sarà forse, come lei, la vera per te, perchè ha lo stesso tuo sangue, lo stesso tuo cuore; perchè ella è il proseguimento del tuo sogno ventenne, è la fine del tuo primo e vero unico amore!...
Avea ella pensato così? Aveva dunque ella voluto che la fine di quell'amore avvenisse?Aveva ella dunque voluto essere ancora amata, lei, sempre lei, nella figlia, dopo la morte?....
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La mia mente fremette nell'atroce pensiero per molto tempo. Sentiva un gran freddo nel cuore e un gran buio nel cervello. Fui mille volte lì lì per confessare tutto alla giovinetta, che pura e ignara mi amava, preparandosi al giorno per lei tanto desiato della felicità. Dirle tutto? Chiedere a lei lo scioglimento della terribile situazione?
Perderla, perderla.... come aveva perduta la madre?.... A questo pensiero il cuore mi si agghiacciò. Perderla? Ma era adunque ancora possibile questo?.... Non aveva io rivissuto il suo amore – quello che a venti anni avea sì dolorosamente perduto – che sempre era rimasto, latente e fatale nel mio sangue, in tutto il mio essere – e che ora avea sognato rinovellato, vergine, purificato? Non avea ancora nelle vene, ardente, il desiderio de' suoi baci, brucianti ancora, folli nel ricordo antico, sulle mie labbra?....
Non dire nulla, a lei? lasciarla così nell'illusione? Ma poteva io farlo? ne aveva il diritto? Ahimè, tutto il mio essere non si ribellava adunque a l'atroce misfatto?....
E fu così che finì per sempre, ineluttabilmente, il dolce sogno rinovellato de' miei venti anni.