Egisto Roggero
L'eredità del genio

Le trine di Venere.

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Le trine di Venere.


 

 

 

 

 

Quando mi fermai dinanzi al cancello della villa ov'io ben sapeva ch'ella, la bellissima etéra nostra amica, dovea passare, il cielo era molto grigio ed un immenso tedio parea scendere da quel livido cielo su la signoril via deserta e su i foschi cipressi della villa.

Io avea il cuore serrato.

Era ancor troppo viva nei miei occhi la miseranda visione del povero amico morente nello squallore de l'abbandono e nella miseria più completa: la duplice miseria dolorosissima per l'artista e per l'uomo: quella crudele de l'intelligenza sfinita e quella inesorabile de' mezzi materiali....

Dalgas, il pittore, se ne moriva povero, stremato, instupidito.

Era ancor ne' miei occhi la miseranda visione di quel volto consunto dal male e da l'abbrutimento completo de l'intelligenza e negli orecchi la voce de l'infelice, chiedente ancora, nel vario delirio dell'orribile agonia, una delle sue più desiate chimere, troppa lontana ormai da lui! una cosa troppo eccelsa ormai pel suo miserabile giaciglio...

Ed io ero , adesso, per lui.

Egli avea voluto che la vedessi, che le parlassi, che le dicessi di lui....

Chissà? fors'ei sperava ancora, nella pietà della donna.

Non era stata lei, forse, l'ultimo barlume di luce, l'ultima gioia della sua pazza giovinezza struggentesi nella dissoluzione?

E non era stata lei, forse, la meravigliosa creaturaregina della forma e del senso – che con l'ebbrezza del suo bacio, avea dato l'ultimo crollo a quella barcollante rovina di uomo e di artista?

Non s'era egli avvinghiato con istrana passione, ch'avea del senile e del fanciullesco, a quell'ultimo amore?....

E l'avea còlto il male, il terribile male che lo tenea ora inchiodato nel letto, senza mòto, senza piú forza d'uomo. Ed ei si spegneva lentamente, della volgarissima morte della lampada a cui manca l'alimento....

Ma dal miserabile letto di rovina e di morte ei chiamava sempre, pauroso fanciullo incosciente, la creatura bella, la potente maestra di bellezza e di voluttà, arso da un folle desiderio di lei, pur così vicino ormai alla tomba....

Alla dolorosa rievocazione dell'infelice amico, che pur avea avuto lampi di giovinezza e vigoria di sentimento e di , scossi tristamente la testa.

Ma ecco in quel punto apparire in fondo al viale la nota carrozza dell'amica.

La bellissima mi scorse subito e fece fermare.

Era più fulgente che mai nella nera, elegantissima acconciatura che ne modellava il corpo formoso.

– Ebbene? – domandò.

Povero Dalgas! – esclamai – è finito, questa volta.... proprio finito!

E in poche parole le rievocai il triste quadro ch'io portavo ancor sì recente nella mente e nel cuore.

Ella mi ascoltò in silenzio, fatta triste.

Povero Dalgas! – mormorò.

Era pallida: e nel bellissimo volto la tristezza era in quel momento sincera.

Come era bella!

Come era meritato il superbo nome che le avevan dato di Venere!....

Io proseguii:

– Egli muore.... nel più completo abbandono.... nella più profonda miseria.... mancante di tutto.... Eppur non ha che uni lamento.... non ha che un desiderio....

La bellissima attese, in silenzio.

– Voi.

Ella scosse la testa.

– Si, non chiama, non vuole, non desidera che voi.

Ella mormorò.

– È impossibile.

– Vuole vedervi.... L'ultima volta, forse, pensate.

Ella scosse ancora la testa.

Pensate che vi ha amato.... che vi ha dato l’ultimo raggio della sua giovinezza e della sua intelligenza....

Ella mi guardò.

– È inutile, amico mio.... non posso.

– Siete crudele.

– No, no.... ho paura.

– Avete ribrezzo!

– Si, ho paura, ho ribrezzo, ho schifo....

E lo squisito corpo della bellissima ebbe una lieve contrazione come sotto una viscida carezza.

Non dissi altro.

Ella parve riflettere poi domandò, ancora:

– Ma Dalgas si è proprio ridotto così agli estremi?

– Oh, se vedeste!... la miseria più paurosa lo circonda. Noi lo aiutiamo: ma nascostamente.... giacchè è superbo, ancora, malgrado il suo male!

– Oh, lo conoscomormorò ella.

Pensò ancora un istante, poi disse:

Sentite.... non mancate questa sera alla nostra festa.... ho un'idea.

– Un'idea per Dalgas?

– Sì.... addio per ora.

E la bellissima mi stese le mani.

La carrozza si mosse ed io la guardai allontanarsi.

Sfolgorante e cattiva!

E rividi Dalgas, nel suo lettuccio miserabile, che la chiamava piangente, come un ebete fanciullo.

 

*

*   *

 

La elegantissima orgia era a l'apice della sua ebrezza.

Vagolava nella sala, con la luce ardente, un folle ardore di febbre.

La luce era ovunque. Scendeva radiosa dai doppieri sulla mensa piena di fiori, si rifrangeva sprizzante sui cristalli e sulle fulgide argenterie Ma splendeva sovrana negli occhi di Venere magnifica.

Ella era vestita ancora di nero.

Le braccia avea nude.

Divine braccia perfette, ch'avean il nitore del giglio e la suprema sensualità della greca iddia della quale ella recava il nome.

E da lei tutta veniva la ebrezza dell'amore, dei baci, della giovinezza, il fascino del fiore che passa, la voluttà dell'attimo desiato, sognato, il trionfo supremo del senso sulle fredde gioie de l'anima.

Il nero corpetto la serrava feroce, sino al collo.

Quale capriccio?....

Una trina di neve – un fiocco di spuma – le cingeva il collo, e la bruna testa sorgeva sfolgorante da quella serica nebbia di neve.

Ella rideva: e la luce sprizzava dalle rosse labbra sapienti e divine.

E la follìa era nella sala.

Correva a fiumi lo champagne.

E tra i fiori, tra i calici scintillanti, la luce e l'ebbrezza, Venere appariva veramente la dea, la padrona di tutte quelle giovinezze folleggianti per lei.

Toglietevi dal collo quelle trine, almeno – implorò supplicante Darvia, il ricchissimo banchiere, innamorato della dea da tanto tempo.

Ma ella sorrise con mistero.

Fulvio, il giovanissimo celebre poeta, ebbro del tutto, si alzò barcollante e brindò alla divina creatura.

– A voi, o divina.... A voi, per la quale siam pronti a morire, tutti, di amore.... come Dalgas, il pittore!

Come un gelido soffio di brezza passò sulla mensa alle funebri parole dell'ebbro poeta.

Un breve silenzio seguì la frase di Fulvio.

Ne' fumi dello champagne la visione del povero artista agonizzante in quel momento, fe' trasalire tutte quelle anime.

Ma Venere si alzò, splendida nel suo pallore.

Sollevando alto il calice colmo ella esclamò, guardando sorridente e sicura tutte quelle giovinezze, quasi sfidandole colla sua bellezza:

– Ed io accetto il brindisi di Fulvio.... e bevo all'offerta delle vostre giovani vite!...

E vuotò il calice

Poi continuò:

– Ma io non dimentico chi muore per me....

E togliendosi la trina dal collo si volse al banchiere:

– A voi, Darvia, mille franchi..... Voi mi comprendete?

Tutti assentirono, in silenzio.

Darvia si gettò avidamente sul fiocco di neve che lasciò nudo il collo perfetto della dea.

– Altre mille il corsetto! – gridò D'Alvi, il calvissimo, ne' suoi trent'anni, marchesino.

Venere sorridendo slacciò il busto.

Un bacile d'argento fu posto ai piedi di Venere.

Ella apparve candida, nelle fini battiste.

 

*

*   *

 

L'oro cadeva nell'argenteo bacino e Venere perdeva ad una ad una le candide trine che ne celavano il corpo peccaminoso e perfetto.

Nella sala non era più che una immensa ondata di ardore, di febbre e di luce. Un soffio veemente di sensualità s'era fatto padrone di tutti quegli uomini ebri. Il sangue batteva veloce alle tempie: e Venere seguitava a perdere le sue trine.

Nella sala corse un tremito.

Ella non appariva più oltre involta che da un leggero velo di candidissima battista.

In mezzo al potente fremito sensuale ella tolse anche quel velo.

Ed apparve nuda.

 

*

*   *

 

Nuda e ridente: magnifica e sfolgorante figura, impudica e divina, dea di candore e di beltà, regina della giovinezza e della voluttà, signora del mondo....

Ai suoi piedi era l'argenteo bacino ricolmo d'oro, per Dalgas.


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