Carlo Darwin
Diario di un naturalista giramondo

CAPITOLO III.   MALDONADO.

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CAPITOLO III.

 

MALDONADO.

 

Montevideo - Maldonado - Escursione a R. Polanco - Lazo e Bolas - Pernici - Mancanza d'alberi - Cervo - Capybara - Tucutuco - Molothrus, costumi simili a quelli del cuculo - Piglia mosche - Tiranno - Uccello sbeffeggiatore - Tubi formati dal fulmine o folgoriti - Casa colpita.

 

Luglio 1832. - Al mattino mettemmo alla vela, ed uscimmo fuori dello splendido porto di Rio Janeiro. Nel nostro passaggio alla Plata non ci si offerse nulla di particolare, tranne in un giorno un grande stuolo di focene in numero di varie centinaia. Tutto il mare era in certi punti coperto da esse e ci si presentava uno spettacolo straordinario, mentre centinaia venivano insieme a salti, in cui si mostrava tutto il loro corpo fendendo così l’acqua. Mentre la nave filava nove nodi all’ora, quegli animali passavano ripetutamente davanti alla prua colla più grande facilità, e poi guizzavano via col corpo allo innanzi. Appena entrammo nello estuario della Plata, il tempo si fece molto variabile. In una notte buia fummo circondati da un gran numero di foche e di pinguini, i quali mandavano suoni tanto strani, che l’ufficiale di guardia riferì che egli udiva il bestiame che muggiva sulla spiaggia. La seconda notte, ci fu dato osservare uno splendido spettacolo di pirotecnica naturale, l’albero maestro e le cime dei pennoni brillavano della luce dei fuochi di Sant’Elmo; e si sarebbe potuto quasi disegnare la forma della banderuola, come se fosse stata sfregata dal fosforo. Il mare era cosifattamente luminoso che le traccie dei pinguini erano segnate da un solco di fuoco, ed il buio del firmamento fu momentaneamente illuminato da un lampo vivacissimo.

Alla foce del fiume osservai con molto interesse quanto lentamente le acque del fiume si mescolassero con quelle del mare. Il fiume limaccioso e senza colore galleggiava per la sua minore gravità specifica sulla superfice dell’acqua salata. Questo fatto era più evidente nel solco della nave, ove la linea dell’acqua azzurra si vedeva mescolarsi in piccole ondette col nuovo fluido.

 

26 luglio. - Gettammo l’àncora a Montevideo. La Beagle doveva studiare, nei due anni susseguenti, le coste meridionale e settentrionale dell’America, al Sud del Plata. Per non ricadere in inutili ripetizioni, prenderò dal mio giornale quei brani che si riferiscono alle località, senza l’ordine in cui li abbiamo visitati.

Maldonado è collocata sulla sponda settentrionale della Plata, e non molto distante dall’imboccatura dell’estuario. È una piccola città molto tranquilla e deserta; è fabbricata secondo l’uso universale di quei paesi, colle strade che s’incontrano ad angolo retto; nel mezzo vi è una grande piazza, la quale per la sua ampiezza fa maggiormente spiccare la scarsità della popolazione. Non ha quasi alcun traffico; l’esportazione è quasi tutta composta di poche pelli e di poco bestiame vivo. Gli abitanti sono principalmente proprietari di terre, alcuni pochi sono bottegai, e lo stretto necessario di artigiani e mestieranti, come fabbri e falegnami, che fanno tutto il lavoro in una cerchia di quasi cinquanta miglia. La città è separata dal fiume da una zona di collinette sabbiose, di un miglio circa; da tutte le parti è circondata da una aperta pianura lievemente ondulata, coperta uniformemente di uno straterello di erba verde, sulla quale pascolano innumerevoli branchi di bovine, di pecore e di cavalli. Anche in vicinanza della città v’ha pochissima terra coltivata. Alcune siepi di cattus e di agave segnano il luogo ove è seminato frumento e grano turco.

L’aspetto del paese è molto simile lungo tutta la sponda settentrionale della Plata. L’unica differenza è, che ivi le colline di granito sono un po’ più alte. Il paesaggio non ha nulla che attiri lo sguardo; non v’ha quasi una casa, un pezzo di terra coltivato, neppure un albero per dargli un aspetto un po’ più gaio. Tuttavia, dopo essere stati per qualche tempo confinati in un bastimento, si prova un vivo senso di soddisfazione nel passeggiare sopra una sterminata pianura erbosa. Inoltre se la vista è limitata ad uno spazio piccolo, molti oggetti sono belli. Alcuni degli uccelli più piccoli hanno colori vivaci; ed il verde brillante della superficie, tenuto conto del brucare del bestiame, è adorno di fiori nani, fra i quali una pianta che somiglia ad una margherita ci si presentava come un vecchio amico. Che cosa direbbe un fiorista vedendo tratti immensi coperti tanto fittamente dalla verbena meliandres, tanto che anche in distanza appare dello scarlatto più vivo?

Rimasi a Maldonado dieci settimane e in quel tempo mi procurai una quasi compiuta collezione di animali, uccelli e rettili. Prima di parlare di questi darò un cenno di una piccola escursione che feci fino al fiume Polianco, che è distante circa settanta miglia verso il settentrione. Per dare una idea del buon mercato di ogni cosa in questo paese, dirò solo che ho pagato due dollari al giorno, o dieci franchi, per due uomini, ed un branco di una dozzina di cavalli da sella. I miei compagni erano bene armati di pistole e sciabole, precauzione che io credeva inutile; ma la prima notizia che udii fu, che il giorno precedente un viaggiatore da Montevideo era stato trovato morto sulla strada colla gola tagliata. Questo fatto seguì accanto ad una croce, memoria di un precedente assassinio.

La prima notte dormimmo in una nascosta casetta di campagna, e mi avvidi colà di avere due o tre oggetti, specialmente una bussola tascabile, che ispiravano una meraviglia senza confini. In tutte le case mi chiedevano di mostrar loro la bussola, e con quella ed una carta geografica segnare la direzione dei vari luoghi. Destava una viva ammirazione vedere che io, al tutto estraneo, potessi conoscere la strada (perchè la direzione e la strada sono sinonimi in quella ampia regione) verso luoghi ove non ero mai stato. In una casa, una giovane donna ammalata in letto, mi mandò a pregare di andarla a trovare per mostrarle la bussola. Se la loro sorpresa era grande, la mia era ancor maggiore nel trovare una tale ignoranza in persone che posseggono migliaia di capi di bestiame ed estancias estesissime. Questo non si può attribuire ad altro se non al fatto che quella parte così remota di paese è visitata raramente dagli stranieri. Mi fu domandato se sia la terra od il sole che si muova; se al nord faccia più caldo o più freddo; dove sia la Spagna, e molte altre domande di questa sorta. La maggior parte degli abitanti aveva un’idea indistinta che l’Inghilterra, Londra e l’America settentrionale siano paesi separati ma confinanti, e che l’Inghilterra sia una grande città di Londra. Io portava con me alcuni zolfanelli, che accendevo mordendoli; sembrava così meraviglioso che un uomo potesse far fuoco coi denti, che per solito si riuniva tutta la famiglia per vedere questo fatto; mi fu una volta offerto un dollaro per farlo. Il lavarmi la faccia al mattino destò grande stupore nel villaggio di Las Minas; uno dei principali mercanti mi fece molte domande intorno ad una pratica così singolare, ed anche perchè portassimo la barba a bordo, cosa che aveva udito raccontare dalle nostre guide. Egli mi guardò con molta diffidenza, forse aveva sentito parlare delle abluzioni della religione maomettana, e sapendomi eretico, ne concluse probabilmente che tutti gli eretici siano Turchi. È costume generale in questo paese di chiedere l’alloggio per la notte nella prima casa incontrata. La meraviglia della bussola, ed altri miei fasti da prestigiatore, mi erano fino a un certo punto vantaggiosi, perchè con ciò e nelle lunghe storie che narravano le mie guide del mio spaccare sassi, delle mie conoscenze intorno ai serpenti innocui o velenosi, della raccolta che faceva d’insetti, ecc., io li ripagava della loro ospitalità. Scrivo come se fossi stato in mezzo agli abitanti dell’Africa centrale; Banda Oriental non sarebbe molto lusingata dal paragone; ma allora i miei sentimenti erano questi.

Il giorno dopo ci avviammo cavalcando verso il villaggio di Las Minas. Il paesaggio era alquanto più sparso di eminenze montuose, ma nel resto continuava allo stesso modo; un abitante dei Pampas lo avrebbe considerato certamente come alpino. La contrada è così poco popolata che durante tutto il giorno non incontrammo che una persona. Las Minas è ancor più piccolo di Maldonado. È situato in una piccola pianura, e circondato da bassi monti rocciosi. Ha la consueta forma simmetrica; e colla sua chiesetta nel centro imbianchita colla calce ha un aspetto piuttosto grazioso. Le case del contorno sorgono fuori della pianura isolata, senza giardini o cortili. Questo segue in generale nel paese, e quindi tutte le case hanno un aspetto poco gradevole. Alla sera ci fermammo ad una pulperia od osteria. Durante la sera vennero molti Gauchos a bere liquori e fumare zigari; il loro aspetto è molto notevole; sono in generale alti e belli, ma alcuni hanno nel volto una espressione di orgoglio e di dissolutezza. Spesso portano baffi e lunghi capelli arricciati sulle spalle. Coi loro adornamenti di colori vivaci, cogli sproni suonanti alle calcagna, coi coltelli affilati come pugnali (e spesso adoperati come tali) alla cintura, sembrano uomini al tutto differenti da quello che si potrebbe aspettare dal loro nome di Gauchos, che significa «uomo del contado». Sono eccessivamente cerimoniosi, non bevono mai prima i loro liquori se prima non li avete assaggiati, ma, mentre vi fanno i loro più garbati inchini, paiono sempre in procinto, data l’occasione, di tagliarvi la gola.

Il terzo giorno continuammo in modo irregolare il nostro cammino, perchè io era occupato ad esaminare alcuni giacimenti di marmo. Sulle belle pianure erbose vedemmo molti struzzi (Struthio rhea). Alcuni branchi comprendevano da venti a trenta individui. Questi seduti sopra una piccola eminenza, e contro il chiaro orizzonte, hanno un aspetto maestoso. Non ho mai incontrato in nessun’altra parte di quel paese struzzi tanto fiduciosi; potevamo galoppare fino a poca distanza da loro; ma allora allargavano le ali, partivano col vento in poppa, ed in breve avevano lasciato indietro i cavalli.

A notte giungemmo alla casa di Don Juan Fuentes, ricco proprietario di terre, ma che nessuno dei miei compagni conosceva personalmente. Accostandosi alla casa di uno che non si conosce, si soglion seguire appuntino i cerimoniali di etichetta; si cavalca lentamente fino all’uscio, si saluta coll’Ave Maria, e finchè non esca alcuno dalla casa e vi preghi di scendere da cavallo, non è uso di ciò fare: la risposta formale del padron di casa è sin pecado concebida, vale a dire, concetta senza peccato. Entrati in casa, si parla di cose generali per alcuni minuti, poi si domanda il permesso di passar colà la notte. Naturalmente questo viene accordato. Allora lo straniero si siede alla mensa della famiglia, e gli viene assegnata una stanza, dove colle coperte del suo recado (o sella dei Pampas) si fa il letto. È singolare come le circostanze somiglianti producano consimili effetti nei costumi. Al Capo di Buona Speranza si esercita universalmente la medesima ospitalità colle stesse cerimonie di etichetta. Tuttavia la differenza tra il carattere dello spagnuolo e quello del coltivatore olandese spicca in ciò, che il primo non fa mai al suo ospite nessuna domanda fuori di quelle della più stretta regola di cortesia, mentre l’onesto olandese gli domanda dove è stato, dove va, cosa fa, ed anche quanti fratelli, quante sorelle o quanti figli abbia.

Poco dopo il nostro arrivo alla casa di Don Juan, una delle grandi mandre di bestiame veniva ricondotta a casa, e tre capi di essa erano tratti fuori per essere macellati per uso del podere. Questo bestiame semi-selvatico è molto attivo, e conosce molto bene il lazo fatale, per cui rende ai cavalli molto laboriosa la caccia.

Faceva singolare contrasto colla rozza ricchezza che si mostrava nel numero del bestiame, degli uomini e dei cavalli, la casa al tutto miserabile di Don Juan. Il pavimento era fatto di legno battuto, e le finestre erano senza vetri; il salotto non conteneva che poche seggiole e sgabelli molto grossolani e un paio di tavole. La cena, sebbene vi fossero molti forestieri, non era composta che di grandi paiuoli; uno pieno di bue arrosto, l’altro di bue lesso, con qualche po’ di zucca: tranne quest’ultimo, non v’era nessun altro vegetale e neppure un pezzo di pane. Per bevanda, un grande vaso di terra pieno d’acqua serviva per tutta la brigata. Tuttavia quell’uomo era proprietario di parecchie miglia quadrate di terreno, di cui ogni metro avrebbe prodotto frumento, e con pochissima fatica, tutti i vegetali comuni. Si passò la sera fumando, con qualche canzone improvvisata con accompagnamento di chitarra. Le signorine sedevano tutte insieme in un angolo della camera e non cenarono con gli uomini.

Sono stati scritti tanti libri intorno a questi paesi, che è quasi superfluo descrivere il lazo o le bolas. Il lazo è fatto di una cordicella fortissima, ma sottile e bene intrecciata di cuoio crudo. Un capo è attaccato alla cinghia, che lega assieme gli arnesi complicati del recado, o sella adoperata nei Pampas; l’altro capo è terminato da un piccolo anello di ferro o di rame, col quale si può fare un laccio o nodo scorsoio. Il Gaucho, quando sta per adoperare il lazo, tiene un piccolo gomitolo nella mano che tiene la briglia, e nell’altra il nodo scorsoio, larghissimo, mentre ha il diametro di circa due metri e mezzo. Egli lo fa girare intorno al capo, e con un movimento della mano tiene aperto il nodo; poi, slanciandolo, lo fa cadere sopra il luogo che ha scelto. Quando il lazo non è adoperato, si tiene strettamente raggomitolato da un lato del recado. Le bolas o palle sono di due sorta; le più semplici che si adoperano principalmente per prendere gli struzzi, sono fatte di due sassi rotondi, coperti di cuoio, riuniti da una sottile cinghia intrecciata, lunga circa due metri e mezzo. L’altra sorta differisce per esservi tre palle riunite da cinghie ad un centro comune. Il Gaucho tiene la più piccola delle tre in mano, e fa girare le altre due intorno al suo capo; poi prendendo la mira, le slancia come una catena di palle aggirantesi nell’aria. Appena le palle hanno colpito un oggetto, che girandogli attorno, si avviticchiano fra loro, e si attaccano fortemente. La mole e il peso delle palle varia secondo lo scopo per cui sono fatte; quando sono di pietra, sebbene non più grosse di una mela, vengono slanciate con tanta forza che talora rompono la gamba anche ad un cavallo. Ho vedute palle fatte di legno e grosse come una rapa, onde prendere quegli animali senza far loro male. Talvolta le palle sono fatte di ferro, e queste possono essere slanciate a grandissima distanza. La difficoltà principale nell’adoperare sia il lazo come le bolas, si è di cavalcare tanto bene da poter, mentre si va di carriera e si gira di botto, farli girare con tanta sicurezza, da prendere la mira; a piedi chiunque imparerebbe presto quell’esercizio. Un giorno, mentre mi divertiva a galoppare e far girare le palle intorno al capo, per caso la palla che era libera colpì un ramoscello, e rimanendo così distrutta la sua azione girante, cadde immediatamente sul terreno, e come per incanto ravvolse la zampa posteriore del mio cavallo; l’altra palla mi venne allora strappata di mano, ed il cavallo saldamente legato. Per fortuna era un animale ben pratico, e sapeva di che si trattava, altrimenti si sarebbe probabilmente dimenato fino a farsi del male. I Gauchos scoppiavano dalle risa; asserivano di aver veduto ogni sorta di animale preso, ma non avevano mai visto un uomo imprigionarsi da .

Durante i due giorni successivi, giunsi al punto più distante che mi premeva di esaminare. Il paese presentò sempre lo stesso aspetto, finchè il verde tappeto delle erbe divenne più faticoso che non una strada polverosa e piena d’inciampi. Vedemmo in ogni parte gran numero di pernici (Nothura major). Questi uccelli non vanno in branchi, si nascondono come le pernici inglesi. Sembrano uccelli molto sciocchi. Un uomo a cavallo girando loro attorno in circolo, o meglio in spira, tanto da avvicinarsi loro ad ogni nuovo giro, può colpirne nel capo quante gli aggrada. Il metodo più comune è di prenderle con un nodo scorsoio o piccolo laccio, fatto collo stelo di una penna di struzzo, attaccato alla punta di una lunga canna. Un fanciullo sopra un cavallo vecchio e tranquillo, ne può prendere spesso in tal maniera da trenta a quaranta al giorno. Nell’America Artica del nord gli Indiani prendono la lepre variabile camminando a spira sempre intorno ad essa sino a che le sono sopra; il meriggio è considerato come il tempo più acconcio, quando il sole è alto, e l’ombra del cacciatore non molto lunga.

Al nostro ritorno a Maldonado, seguimmo una via alquanto diversa. Presso Pan de Azucar, punto ben noto da quelli che hanno navigato nel Plata, io rimasi un giorno in casa di un vecchio spagnuolo molto ospitale. Al mattino di buon ora si fece l’ascensione della Sierra de las Animas. Lo spuntar del sole rendeva il paesaggio alquanto pittoresco. Verso occidente l’occhio si stendeva sopra una sterminata pianura fino al Monte a Montevideo, ed all’oriente sul paese un poco montuoso di Maldonado. Sulla cima del monte vi erano parecchi mucchietti di pietre, che evidentemente stavano da molti anni. Il mio compagno mi assicurò che era opera degli Indiani antichi. I mucchi somigliavano, ma in proporzione minore, a quelli che si trovano comunemente sui monti del paese di Galles. Il desiderio di ricordare ogni avvenimento sul punto più alto del paese circostante, appare essere una passione universale del genere umano. Al giorno d’oggi non esiste un solo indiano incivilito selvaggio in questa parte della provincia, ho mai saputo che gli antichi abitatori abbiano lasciato dietro di loro nessuna memoria più permanente di quegli insignificanti mucchi sulle cime della Sierra de las Animas.

L’assenza generale e quasi assoluta degli alberi nella Banda Oriental è notevole. Alcune delle colline rocciose sono in parte coperte di cespugli, e sulle sponde dei fiumi più grandi, specialmente al nord di Las Minas, i salici non sono rari. Ho inteso parlare di un bosco di palme presso Arroyo Tapes; e vidi uno di questi alberi di considerevole mole, vicino al Pan de Azucar, nella latit. di 35°. Questi, e gli alberi piantati dagli spagnuoli, sono le sole eccezioni al generale scarseggiare dei legnami. Fra le specie introdotte si possono menzionare i pioppi, gli ulivi, il pesco ed altri alberi da frutta; le pesche riescono tanto bene che somministrano la principale provvista di legno da bruciare alla città di Buenos-Ayres. I paesi sommamente piani, come i Pampas, raramente sono favorevoli allo sviluppo degli alberi. Questo può essere attribuito alla forza dei venti, o ad una sorta di fognatura. Tuttavia, nella natura della terra, intorno a Maldonado, non sembra che questa ragione esista; i monti rocciosi somministrano luoghi protetti, che hanno varie sorta di terreni; i ruscelletti d’acqua sono comuni al fondo di quasi ogni valle, e la natura argillosa della terra sembra bene acconcia a conservare l’umidità. È stato supposto come molto probabile, che la presenza dei boschi sia cagionata generalmente dalla somma annuale di umidità; tuttavia in questa provincia cadono pioggie abbondanti e dirotte durante l’inverno; e l’estate, sebbene asciutta, non lo è poi in grado veramente eccessivo15. Vediamo quasi tutta l’Australia coperta di alti alberi, eppure quel paese ha un clima molto più arido. Dobbiamo quindi cercare qualche altra ignota causa.

Se limitiamo le nostre osservazioni all’America meridionale, saremo certo tentati di credere che gli alberi prosperano soltanto in un clima umidissimo; perchè il limite della terra boscheggiata segue, in un modo molto notevole, quello dei venti umidi. Nella parte meridionale del continente, ove prevalgono i venti occidentali, carichi dell’umidità del Pacifico, ogni isola della costa frastagliata occidentale, dalla latit. di 38° fino all’estrema punta della Terra del Fuoco, è fittamente coperta di foreste impenetrabili. Sul versante orientale delle Cordigliere, alla stessa estensione di latitudine, ove un cielo azzurro ed un bel clima dimostrano che l’atmosfera passando sulle montagne ha perduto la sua umidità, le aride pianure della Patagonia non producono che una scarsissima vegetazione. Nelle parti più settentrionali del continente, nei limiti dei venti alisei di S-E., il pendio orientale è adorno di bellissime foreste; mentre la costa occidentale dalla latit. di S. alla latit. di 32° S. si può chiamare un deserto; su questa costa occidentale, verso il N. alla latit. S. dove i venti alisei perdono della loro regolarità, e piove periodicamente a dirotto, le sponde del Pacifico, che nel Perù sono così deserte, assumono presso il Capo Bianco il carattere della rigogliosa vegetazione tanto celebre a Guyaquil ed a Panama. Quindi nelle parti meridionali e settentrionali del continente le terre boscheggiate e deserte occupano posizioni contrarie rispetto alle Cordigliere, e queste posizioni sono, a quanto pare, determinate dalla direzione dei venti dominanti. Nel mezzo del continente v’ha una larga striscia intermedia, che comprende il Chilì centrale e le provincie del Plata, ove i venti saturi di pioggia non hanno da attraversare montagne, e dove la terra non è un deserto, coperta di foreste. Ma anche questa regola, sia pure limitata all’America meridionale, di alberi che prosperano solo in un clima reso umido dai venti saturi di pioggia, ha una ben spiccata eccezione nel caso delle isole Falkland. Queste isole, collocate alla stessa latitudine della Terra del Fuoco, e solo due o trecento miglia distanti da essa, hanno un clima a un dipresso simili, con una formazione geologica quasi identica, con posizioni favorevoli e la stessa natura torbosa del terreno, tuttavia non crescono colà che poche piante, le quali meritano appena il nome di cespugli; mentre nella Terra del Fuoco è impossibile trovare un metro di terra che non sia coperto da fittissime foreste. In questo caso, tanto la direzione dei venti come quella delle correnti del mare sono favorevoli al trasporto dei semi dalla Terra del Fuoco, come lo dimostrano le bacchette ed i tronchi d’albero, che da quel paese vengono gettati dal mare sulle spiaggie delle Falkland occidentali. Quindi forse vi sono molte piante comuni ai due paesi; ma per ciò che riguarda gli alberi della Terra del Fuoco, ogni tentativo fatto per trapiantarli non è riuscito.

Durante la nostra fermata a Maldonado raccolsi parecchi quadrupedi, ottanta specie di uccelli, e molti rettili, comprese nove specie di serpenti. Dei mammiferi indigeni, l’unico lasciato ancora oggi, di qualche mole e comune, è il Cervus campestris. Questo cervo è molto abbondante, sovente in piccoli branchi, in tutta la contrada che costeggia il Plata e la Patagonia settentrionale. Se taluno strisciando sul terreno, lentamente va verso un branco, sovente il cervo, spinto dalla curiosità, si accosta per riconoscerlo. Ho ucciso in tal modo, dallo stesso luogo, tre individui del medesimo branco. Quantunque siano così poco sospettosi e tanto curiosi, pure quando si va loro vicino a cavallo, sono sommamente cauti. In questo paese nessuno va a piedi, ed il cervo considera l’uomo come suo nemico soltanto allorchè è a cavallo e munito delle bolas. A Bahia Blanca, recente stabilimento nella Patagonia settentrionale, fui sorpreso nel vedere come i cervi non badassero al rumore delle fucilate; un giorno sparai dieci volte a circa ottanta metri di distanza da un animale, e fu molto più spaventato vedendo che la palla aveva fatto saltare una zolla di terra che non dello scoppio prodotto dalla carabina. Avendo esaurita la mia polvere, dovetti abbandonare l’impresa (con mia vergogna come cacciatore, si potrebbe dire, sebbene io sappia molto distintamente colpire al volo gli uccelli) e mandar grida finchè il cervo se ne andò.

Il fatto più curioso rispetto a questo animale, è il fortissimo e sgradevole odore che emana dal maschio. È al tutto indescrivibile; parecchie volte, mentre levava la pelle agli esemplari che ora sono preparati nel museo zoologico di Londra, fui vinto dalla nausea. Ravvolsi la pelle in un fazzoletto di seta e la portai così a casa: dopo essere stato lavato adoperai sempre quel fazzoletto, e naturalmente fu lavato a più riprese; tuttavia, per lo spazio di un anno e sette mesi, appena spiegato, io sentiva quell’odore ben distinto. Questo appare un caso ben sorprendente della permanenza di qualche sostanza, che nondimeno deve essere di natura sottile e volatile. Sovente, quando io passava alla distanza di mezzo miglio sotto vento ad un branco, ho sentito l’aria impregnata di quell’effluvio. Credo che l’odore del maschio è più potente nel periodo in cui le corna sono perfette, cioè libere dalla pelle villosa. Naturalmente, quando è in questo stato la sua carne non è mangiabile; ma i Gauchos asserivano, che quando si tiene sotterrato in terra umida per qualche tempo, perde il suo cattivo odore. Ho letto in qualche parte che gli isolani del Nord della Scozia adoperano lo stesso processo per i rancidi corpi degli uccelli di mare.

Qui l’ordine dei rosicanti è ricchissimo di specie: del topo solo ne ebbi non meno di otto specie16. II più grosso rosicante del mondo, il Capibara, (Hydrochærus capybara), è pure comune. Uno che uccisi a Monte Video, pesava 37 chilogramma: era lungo, dall’apice del muso fino alla coda a moncone, novantacinque centimetri, la sua circonferenza era di un metro e dieci centimetri. Questi grossi rosicanti frequentano alle volte le isole alla foce del Plata, dove l’acqua è al tutto salsa, ma sono più numerosi sulle sponde dei fiumi o dei laghi d’acqua dolce. Presso Maldonado vivono insieme in numero di tre o quattro. Durante il giorno si giacciono fra le piante acquatiche, o mangiano all’aperto sul piano erboso17. Veduti ad una certa distanza, pel loro modo di camminare e pel colore rassomigliano a maiali; ma quando stanno seduti sulle coscie, ed osservano attentamente un qualche oggetto con un occhio, riprendono l’aspetto dei loro congeneri, cavie e conigli. La loro testa veduta di faccia o di profilo ha un aspetto al tutto ridicolo, per la grande spessezza delle mascelle. Questi animali sono a Maldonado molto fiduciosi; camminando adagino mi accostava fino alla distanza di tre o quattro metri dai più vecchi. Questa fiducia può essere attribuita probabilmente a ciò che, il giaguaro è stato da pochi anni distrutto, ed i Gauchos non credono che valga la spesa di dar la caccia al capibara. Man mano che io mi andava avvicinando, essi sovente facevano sentire un romore particolare, che è un repentino cupo grugnito, che non ha un vero suono, ma che è prodotto piuttosto dall’aria che vien spinta fuori; l’unico suono che a me sembra rassomigli a quel romore, è il primo latrato di un cane di grossa mole. Avendo osservato i quattro individui alla distanza di un braccio (ed essi me) per alcuni minuti, corsero di galoppo nell’acqua con grande impeto, mandando nello stesso tempo il loro latrato. Dopo di aver percorso sott’acqua una certa distanza, ricomparvero alla superfice, ma solo tanto da mostrare la parte superiore del loro capo. Quando la femmina nuota nell’acqua, ed ha i piccoli, si dice che se li alloga sul dorso. Si possono uccidere agevolmente molti di questi animali, ma la loro pelle non ha gran valore, e la carne è parimenti poco apprezzata. Nelle isole del Rio Parana sono abbondantissimi, e somministrano la preda ordinaria al giaguaro.

Il Tucutuco (Ctenomys Brasiliensis) è un curioso animaletto, che si può descrivere in poche parole, dicendo che è come un rosicante coi costumi di una talpa. È numerosissimo in alcune parti del paese, ma è difficile da ottenere, e non vien mai, credo, alla superfice del terreno. Ammucchia all’imboccatura della sua tana monticelli di terra come quelli della talpa, ma più piccoli. Grandi tratti di paese sono scavati in tal modo da questi animali, che i cavalli nel passare si affondano fin sopra al pasturale. Il tucutuco appare, fino a un certo grado, di costumi gregari: l’uomo che me ne procurò alcuni esemplari ne aveva preso sei insieme, e diceva che questo era un caso consueto. Fanno vita notturna; ed il loro cibo principale è la radice delle piante, che è pure lo scopo dei loro scavi tanto estesi e superficiali. Si scopre generalmente questo animale per un rumore speciale che fa quando è sotto terra. Colui che lo sente per la prima volta rimane molto sorpreso, perchè non può facilmente spiegarsi donde venga, può comprendere quale sorta di creatura lo possa produrre. Il rumore consiste in un grugnito breve, ma non nasale aspro; e questo grugnito è ripetuto monotonamente circa quattro volte in fretta18: il nome di tucutuco gli è stato dato per imitazione di questo suono. Dove questo animale abbonda si può sentire in tutte le ore del giorno, ed alle volte precisamente sotto i propri piedi. Quando si tiene in una stanza, il tucutucu si muove lentamente e goffamente, ciò che sembra doversi attribuire al movimento che fanno all’infuori le zampe posteriori, le quali non possono affatto, per la mancanza di un certo legamento nel cavo articolare della coscia, fare il benchè minimo salto. Allorchè tentano di fuggire sono stupidissimi; quando sono in collera o spaventati mandano il loro grido di tucu-tuco. Di quelli che tenni vivi, parecchi anche dal primo giorno, divennero al tutto fiduciosi, non tentando di mordere di fuggire, altri erano un po’ più selvatici.

L’uomo che li aveva presi mi disse che se ne trovavano moltissimi ciechi. Un esemplare che io conservai nell’alcool era in questo stato; il Sig. Reid considerava ciò come un effetto dell’infiammazione della membrana nittitante. Quando l’animale era vivo, gli accostai il dito fino a due centimetri dal capo, e non se ne accorse affatto; tuttavia, sapeva, come gli altri, girare per la stanza. Considerando i costumi al tutto sotterranei del tucutuco, la cecità, sebbene tanto comune, non può essere un male tanto serio; tuttavia appare strano che un animale qualunque abbia un organo il quale tanto sovente corre rischio di divenir ammalato. Lamarck sarebbe stato contentissimo di questo fatto, se lo avesse conosciuto, quando meditava19 (probabilmente con maggiore verità di quello che non fosse solito) sulla cecità gradatamente acquistata dello Spalace, rosicante che vive sotterra, e del Proteo anguino, rettile che vive entro buie caverne piene d’acqua; entrambi questi animali hanno l’occhio in uno stato quasi rudimentale, e coperto da una membrana tendinosa e dalla pelle. Nella talpa comune l’occhio è sommamente piccolo ma perfetto, sebbene molti anatomici non sieno ben certi che abbia relazione col vero nervo ottico; la sua vista deve essere certo imperfetta, sebbene probabilmente sia utile all’animale quando esce dalla terra. Nel tucutuco, che io non credo venga mai alla superficie del suolo, l’occhio è piuttosto più grande, ma spesso diviene cieco ed inutile, sebbene ciò non rechi, a quanto pare, gran disturbo all’animale; senza dubbio Lamarck avrebbe detto che il tucutuco sta ora operando il suo passaggio allo stato dello spalace, e del proteo anguino.

Molte specie di uccelli abbondano grandemente nelle verdi pianure ondulate intorno a Maldonado. Vi sono varie specie di una famiglia affine nella struttura e nei costumi al nostro storno: uno di questi (Molothrus niger) è notevole pei suoi costumi. Sovente se ne veggono parecchi insieme sul dorso di una vacca o di un cavallo; e quando stanno posati sopra una siepe ripulendosi al sole le piume, fanno qualche tentativo di canto o meglio di sibilo; il suono da essi prodotto è singolarissimo, perchè rassomiglia a bollicine d’aria che scaturiscano rapidamente da un piccolo orifizio sotto acqua, tanto da produrre un suono acuto. Secondo Azara questo uccello deposita, come il cuculo, le uova nel nido di altri uccelli. Mi fu detto varie volte dai campagnuoli, che vi doveva certamente essere qualche uccello con cosifatti abiti; ed il mio assistente nel raccogliere, persona accuratissima, trovò il nido di un passero del paese (Zonotrichia matutina) con un uovo un po’ più grosso degli altri, di colore e di forma differenti. Nell’America del Nord v’ha un’altra sorta di Molothrus (M. pecoris), che ha parimente costumi da cuculo, ed è molto intimamente affine alla specie del Plata, anche nella particolarità di allogarsi sul dorso del bestiame; differisce solo nell’essere un po’ più piccolo, e in ciò che il piumaggio e le uova hanno una tinta lievemente differente. Questa intima affinità nella struttura e nei costumi, in specie rappresentantisi, che vengono da parti opposte di un grande continente, colpisce sempre come un fatto singolarissimo, sebbene comune.

Il signor Swainson ha osservato con ragione che, eccettuato il Molothrus pecoris, al quale si può aggiungere il M. niger, i cuculi sono i soli uccelli che si possono chiamare realmente parassiti; cioè tali da «attaccarsi, in certo modo, ad un altro animale vivente, di cui il calore animale fa nascere i suoi piccoli, i quali si nutrono del suo cibo, e morrebbero in seguito alla morte di lui, durante il tempo della infanzia». È un fatto notevole che alcune specie, ma non tutte, tanto dei cuculi come dei molothrus, concordano in questo loro strano costume di propagazione parassitico, mentre sono poi dissimili fra loro in quasi tutti gli altri costumi: il molothrus, come il nostro storno, è socievolissimo, e vive sulle aperte pianure senza artifizio e senza nascondersi; il cuculo, come tutti sanno, è un uccello sommamente timido; frequenta i boschetti più remoti, e si nutre di frutta e di bruchi. Anche nella struttura questi due generi sono differenti fra loro. Sono state addotte molte teorie frenologiche, per spiegare la cagione per cui il cuculo depone le sue uova nei nidi degli altri uccelli. Il signor Prevost20 solo, credo, ha sparso un po’ di luce colle sue osservazioni su questo problema; egli osserva che la femmina del cuculo, la quale, secondo molti osservatori, depone almeno da quattro a sei uova, deve accoppiarsi col maschio ogni volta dopo aver deposto solo un uovo o due. Ora se il cuculo fosse obbligato a covare le sue uova, dovrebbe covarle tutte in una volta; e allora lasciare le prime per tanto tempo che non potrebbero venire schiuse, oppure avrebbe da covare separatamente ogni uovo o due appena deposti; ma siccome il cuculo rimane in questo paese minor tempo che non qualunque altro uccello migratore, non avrebbe certo tempo sufficiente a queste successive covate. Quindi possiamo scorgere nel fatto del cuculo che si accoppia parecchie volte, e depone le uova ad intervalli, la cagione del deporre che fa le sue uova nel nido di altri uccelli, lasciandole alla cura di genitori estranei. Sono molto inclinato a credere che questo modo di vedere sia giusto, per essere io venuto indipendentemente (come vedremo in seguito) ad una conclusione analoga rispetto allo struzzo del Sud America, le femmine del quale sono parassite, se si può dir così, le une verso le altre, poichè ogni femmina depone varie uova nel nido di parecchie altre femmine, e lo struzzo maschio compie tutti i doveri dell’incubazione, come i genitori estranei del cuculo.

Farò solo menzione ancora di due altri uccelli, che sono comunissimi, e si fanno notare pei loro costumi. Il Saurophagus sulphuratus è il tipo della grande tribù degli uccelli detti tiranni di America. Per la sua struttura è molto affine alle averle, ma nei costumi può essere paragonato con molti uccelli. L’ho osservato parecchie volte, cacciando in un campo, librarsi sopra ad un punto come un falco, poi passare sopra un altro. Quando si vede librato in tal modo nell’aria, può venire molto agevolmente a poca distanza scambiato per un rapace; tuttavia nello scendere non ha la forza la velocità di un falco. Altre volte il saurophagus frequenta le vicinanze dell’acqua, e , come un martin pescatore, rimane stazionario, e pesca i pesciolini che vengono presso il margine dell’acqua. Non di rado questi uccelli vengon tenuti in gabbia, o nei cortili colle ali tagliate. Divengono in breve mansueti, e divertono molto pei loro costumi singolari, che, come mi furono descritti, somigliano a quelli della gazza. Il loro volo è ondeggiante, perchè, da quanto pare, il capo ed il becco sono troppo pesanti pel corpo. La sera, il saurophagus va ad appollaiarsi sopra un cespuglio, spesso sul margine della strada, e ripete continuamente senza mai variare un grido strillante e piuttosto piacevole, che somiglia in certo modo a parole articolate; gli Spagnuoli dicono che è simile a queste parole, bien te veo (ti vedo bene), ed in conseguenza danno all’uccello questo nome.

Un uccello sbeffeggiatore (Mimul orpheus), chiamato dagli abitanti Calandria, si fa notare pel suo canto molto superiore a quello di qualunque altro uccello del paese: infatti, è quasi l’unico uccello che io abbia veduto in America appollaiarsi per cantare. Il suo canto può essere comparato a quello della Silvia salicaria, ma è più forte; alcune note aspre con altre acutissime si alternano producendo un gradevole garrito. Si fa sentire solo in primavera. Nelle altre stagioni il suo grido è aspro e tutt’altro che armonioso. Presso Maldonado questi uccelli erano fiduciosi ed arditi; visitavano in gran numero le case di campagna, per beccare la carne che stava appesa ai muri: se qualche altro uccellino veniva a banchettare esso pure, la Calandria lo scacciava al momento. Vive nei vasti e disabitati piani della Patagonia un’altra specie affine, l’O. Patagonica di D’Orbjgny, che frequenta le valli rivestite di cespugli spinosi; è un uccello più selvatico, ed ha un tuono di voce un po’ differente. Sembra a me una curiosa circostanza, come esempio della graduazione nella differenza dei costumi, che giudicando solo per questo ultimo rispetto, credetti, quando vidi per la prima volta questa seconda specie, che fosse differente da quella di Maldonado. Avendone poi ottenuto un esemplare e comparati i due senza molta accuratezza, mi parvero tanto simili, che mutai d’opinione; ma ora il sig. Gould dice che sono certamente distinte; conclusione conforme alla piccola differenza di costume, della quale tuttavia egli non era consapevole.

Il gran numero, la famigliarità, ed i costumi nauseanti dei rapaci che si cibano di carogne dell’America meridionale, li rende oggetto di meraviglia a chiunque sia avvezzo solo agli uccelli dell’Europa settentrionale. In questa lista si possono comprendere le quattro specie del Caracara o Polyborus. l’Avvoltoio-tacchino, il Gallinazo ed il Condor. Per la struttura i Caracara stanno fra le aquile: vedremo in breve quanto poco siano degni di un posto così elevato. Nei loro costumi tengono il posto delle cornacchie, delle gazze e dei corvi; tribù di uccelli molto sparsa in tutto il resto del mondo, ma che manca affatto nell’America del Sud. Cominciamo dal Polyborus Brasiliensis; questo è un uccello comune, ed ha una cerchia geografica molto ampia; è numerosissimo sulle erbose savanne del Plata (ove ha il nome comune di Carrancha), e non è neppur raro in tutte le sterili pianure della Patagonia. Nel deserto fra i fiumi Negro e Colorado se ne veggono costantemente un gran numero che allineati sulla via aspettano per divorare il carcame degli animali sfiniti che muoiono di fame e di sete. Sebbene sia così comune in pari modo sulle aride spiagge del Pacifico, si trova tuttavia nelle impenetrabili ed umide foreste della Patagonia occidentale e della Terra del Fuoco. I Carranchas ed il Chimango frequentano sempre in gran numero i poderi ed i macelli. Se un animale muore nella pianura, il Gallinazo comincia il suo pasto, e allora le due specie di Polibori ripuliscono bene le ossa. Questi uccelli, sebbene comunemente mangino insieme, son tutt’altro che amici. Quando il Carrancha sta tranquillamente appollaiato sul ramo di un albero o sul terreno, il Chimango continua sovente per un tempo lungo a volare in su ed in giù, avanti e indietro, in semicircolo, cercando di colpire ogni volta al fondo della curva il suo più grosso affine. Il Carrancha non fa segno di badarci, tranne con un cenno del capo. Quantunque i Carranchas si riuniscano sovente in gran numero, non sono gregari; perchè nei luoghi deserti si veggono solitari o più comunemente appaiati.

Si dice che i Carranchas siano molto astuti e rubino molte uova. Tentano pure, unitamente al Chimango, di beccare le croste sul dorso ferito dei cavalli e dei muli. Da una parte il povero animale, colle orecchie basse e il dorso ad arco, e dall’altra l’uccello che svolazza guardando dalla distanza di un metro il disgustoso boccone, formano un quadro, che è stato descritto dal capitano Head colla sua consueta accuratezza e col suo spirito particolare. Queste false aquile di rado uccidono un uccello od un altro animale vivo; ed i loro costumi necrofagi e simili a quelli degli avvoltoi sono evidentissimi a chiunque siasi addormentato nelle desolate pianure della Patagonia, perchè al suo svegliarsi vedrà, sopra ogni rialzo vicino, uno di questi uccelli che lo osserva pazientemente con occhio maligno; è uno dei caratteri del paesaggio di quella contrada che sarà riconosciuto da chiunque abbia girato in quei luoghi. Se una brigata di uomini va a cacciare con cani e cavalli, essi sono accompagnati tutto il giorno da alcuno di questi seguaci. Dopo il pasto, il gozzo scoperto sporge in fuori; ed allora, ed anche generalmente, il Carrancha è un uccello inerte, famigliare e codardo. Il suo volo è pesante e lento come quello della cornacchia d’Inghilterra. Si alza a volo molto raramente; ma ne ho veduto due, uno a grande altezza che scorreva l’aria con grande scioltezza. Corre (invece di saltellare), ma non con tanta agevolezza come alcuni suoi congeneri. Alle volte il Carrancha è rumoroso, ma non generalmente: il suo grido è sonoro, molto aspro e particolare, e può essere paragonato al suono della g gutturale spagnuola, seguito da un’aspra doppia rr; quando manda questo grido solleva il capo sempre più in alto, finchè alla fine, col becco spalancato, la cresta tocca quasi la parte inferiore del dorso. Questo fatto, che è stato messo in dubbio, è verissimo: li ho veduti parecchie volte col capo all’indietro in una posizione al tutto rovesciata. A queste osservazioni aggiungerò, appoggiandomi all’alta autorità di Azara, che il Carrancha si nutre di vermi, di conchiglie, di lumache, di locuste e di rane; che uccide i giovani agnellini strappando loro il cordone umbellicale, e che insegue il Gallinazo, finchè quest’uccello è obbligato a rigettare il carcame che ha ingoiato di fresco. Infine Azara asserisce che parecchi Carranchas, cinque o sei insieme, si uniscono per dar caccia ad uccelli grossi, anche come aironi. Tutti questi fatti dimostrano che è un uccello di costumi molto versatili e di notevole acume.

Il Polyborus Chimango è molto più piccolo della precedente specie. È veramente onnivoro, e mangia anche pane; e mi fu assicurato che danneggia materialmente le piantagioni di patate a Chiloe, tirando le radici quando sono piantate di fresco. Di tutti i mangiatori di carogne è in generale l’ultimo ad abbandonare lo scheletro di un animale morto; e si può vedere sovente, fra le costole di una vacca o di un cavallo, come un uccello in gabbia. Un’altra specie è il Polyborus Novæ Zelandiæ, che è comunissimo nelle isole Falkland. Questi uccelli somigliano nei costumi per molti rispetti ai Carranchas. Vivono della carne degli animali morti e di prodotti marini, e sulle roccie di Ramirez; tutto il loro sostentamento dipende dal mare. Sono straordinariamente famigliari e fiduciosi e frequentano il contorno delle case, per mangiare gli avanzi delle mense. Se una brigata di cacciatori uccide un animale, un gran numero di quegli uccelli si raccoglie e aspetta con pazienza ritto da ogni parte sul terreno. Dopo il pasto il loro gozzo scoperto sporge in fuori, ciò che loro un aspetto disgustoso. Aggrediscono subito uccelli feriti; un cormorano in questo stato avendo approdato alla spiaggia, venne aggredito immediatamente da parecchi, e ne affrettarono la morte colle beccate. La Beagle non rimase alle Falkland che una settimana, ma gli ufficiali dell’Adventure, che furono colà nell’inverno, fanno menzione di molti straordinari esempi di rapacità e di ardimento di questi uccelli. Essi ghermirono un cane che dormiva profondamente accanto ad uno della brigata; ed il cacciatore durò fatica ad impedire che le oche ferite non gli fossero portate via sotto gli occhi. Si dice che molti insieme (in ciò somigliano ai Carranchas) aspettano all’imboccatura della tana di un coniglio, e s’impadroniscono dell’animale appena esce da quella. Volavano costantemente a bordo della nave quando era in porto, e bisognava far buona guardia acciò non strappassero il cuoio degli attrezzi, e la carne o la cacciagione appese a poppa. Questi uccelli sono molto dispettosi e curiosi, beccano ogni cosa che veggono sul terreno; un grande cappello nero lucido fu portato lontano quasi un miglio, come pure un paio di grosse palle pesanti adoperate per cacciare il bestiame. Il signor Usborne durante la spedizione ebbe da sopportare la perdita di un’eccellente bussola di Kater in marocchino rosso che quegli uccelli gli avevano rubato, e che non potè più trovare. Inoltre questi uccelli sono rissosi e molto collerici; presi dalla rabbia strappano col becco l’erba dal terreno. Non sono veramente gregari; non si alzano molto e il loro volo è pesante ed impacciato; sul terreno corrono sommamente presto, simili in ciò ai fagiani. Sono rumorosi, e mandano vari gridi aspri; uno dei quali somiglia a quello della cornacchia d’Inghilterra; quindi i naviganti li chiamavano cornacchie. È un fatto singolare che, mentre gridano, rialzano il capo e lo gettano allo indietro, come fa il Carranchas. Fabbricano il nido nelle scogliere della costa marina, ma solo nelle piccole isolette vicine, e non nelle due isole principali; è questa una precauzione singolare in uccelli tanto famigliari e fiduciosi. I marinai dicono che la carne di quegli uccelli cucinata è al tutto bianca e buonissima da mangiare; ma l’uomo che si accinge a mangiare una vivanda di quella sorta, deve avere una buona dose di coraggio.

Ora non abbiamo più da menzionare che la Poiana-Tacchino od Aura (Vultur aura) ed il Gallinazo. Il primo si trova ovunque il paese è umido, dal Capo Horn all’America del Nord. Differendo in ciò dal Polyborus brasiliensis e dal Chimango, si è spinto fino alle isole Falkland. L’Aura è un uccello solitario, o tutto al più si vede in coppie. Si riconosce a prima vista da lontano, pel suo volo leggero, alto ed elegantissimo. È ben noto per essere un vero divoratore di carogne. Sulla costa occidentale della Patagonia, fra le boscheggiatissime isolette e le terre scoscese, vive esclusivamente di quello che rigetta il mare, e del carcame delle foche morte. In ogni punto ove questi animali si raccolgono sulle rocce, si possono vedere gli avvoltoi. Il Gallinazo (Cathartes atratus) ha un’area di diffusione differente da quella dell’ultima specie, perchè non s’incontra mai al sud del 41° grado di lat. Azara asserisce che esiste una tradizione, secondo cui questi uccelli furono trovati, al tempo della conquista, presso Monte Video, ma che in seguito seguirono gli abitanti da località più settentrionale. Oggi sono numerosi nella valle del Colorado, che è trecento miglia precisamente al sud di Monte Video. Pare probabile che questa susseguente emigrazione sia avvenuta fino ai tempi di Azara. Il Gallinazo preferisce in generale un clima umido, o piuttosto il contorno dell’acqua dolce; quindi è abbondantissimo nel Brasile ed alla Plata, mentre non s’incontra mai nelle pianure deserte ed aride della Patagonia settentrionale, tranne presso qualche corso d’acqua. Questi uccelli frequentano tutti i Pampas ai piedi delle Cordigliere, ma non ne vidi mai mai udii parlare di essi nel Chilì; nel Perù sono conservati pel loro ufficio di spazzini. Questi avvoltoi possono dirsi certamente gregari, perchè sembrano provar piacere a stare in società, e non sogliono raccogliersi assieme per la sola attrattiva della preda comune. Nelle belle giornate si può vedere uno strupo a grande altezza, ogni uccello girando intorno senza chiudere le ali, con graziosissime evoluzioni. Questo si compie evidentemente pel solo piacere dell’esercizio, o forse ha qualche rapporto colle loro nozze.

Ho terminato di menzionare tutti i divoratori di carogne, tranne il Condoro, di cui sarà meglio parlare quando visiteremo un paese più acconcio ai suoi costumi che non le pianure del Plata.

In una larga striscia di colline di sabbia che separano la Laguna del Potrero dalle sponde del Plata, poche miglia lungi da Maldonado, trovai un gruppo di quei tubi vetrificati, silicei, detti folgoriti, che si formano quando il fulmine penetra nella sabbia. Questi tubi somigliano in ogni loro particolare a quelli presi a Drigg nel Cumberland, descritti nelle Geological Transactions21. Le colline di sabbia di Maldonado, non essendo protette dalla vegetazione, mutano continuamente di posizione. Per questa ragione le folgoriti sono portate alla superficie; e nel contorno molti altri frammenti dimostrano che erano prima sepolti a grande profondità. Quattro entravano nella sabbia perpendicolarmente; scavando colle mani ne trovai uno alla profondità di sessanta centimetri, ed alcuni frammenti che evidentemente avevano appartenuto alla stessa folgorite, i quali aggiunti all’altra parte, misuravano un metro e cinquantasette centimetri. Il diametro di tutta la folgorite era ovunque quasi lo stesso, e perciò dovevamo supporre che in origine si estendessero ad una maggiore profondità. Queste dimensioni sono tuttavia piccole, comparate a quelle delle folgoriti prese a Drigg, una delle quali fu raccolta ad una profondità non minore di nove metri.

La superfice interna è al tutto vetrificata, brillante e liscia. Esaminato col microscopio un piccolo frammento, pareva pel numero di bollicine racchiuse di aria, o forse di vapore, un saggio fuso al cannello. La sabbia è tutta, o in gran parte, silicea; ma alcuni punti sono di un color nero, e per la loro superfice lucida hanno un lustro metallico. La spessezza della parete del tubo varia da otto millimetri ad un millimetro e un quinto, e talora anche due millimetri e due quinti. Esternamente i granellini di sabbia sono rotondi, ed hanno un aspetto lievemente brillante; non ho potuto scorgere traccia di cristallizzazione. Nello stesso modo in cui sono stati descritti nelle Geological Transactions, le folgoriti sono in generale compresse ed hanno solcature longitudinali profonde, tanto da somigliare molto ad un tronco vegetale pieno di grinze, od alla corteccia dell’olmo o della quercia e del sughero. La loro circonferenza è di circa cinquantadue millimetri, ma in alcuni frammenti che sono cilindrici e senza nessuna solcatura, giunge fino ad un centimetro. La compressione fatta dalla circostante sabbia sciolta, operando mentre il tubo era ancora liquefatto per effetto dell’intenso calore, ha evidentemente cagionato le increspature o le solcature. Giudicando dai frammenti non compressi, la misura o il calibro del fulmine (se pure si può adoperare questo vocabolo), deve essere stato a un dipresso di tre centimetri circa. A Parigi il sig. Hachette ed il sig. Beudant riuscirono a fabbricare tubi per molti rispetti simili a queste folgoriti, facendo passare forti scosse elettriche attraverso a vetro finamente polverizzato: quando veniva aggiunto sale per aumentare la fusibilità, i tubi erano più grandi in ogni dimensione. Nessuno dei due riuscì adoperando feldspato e quarzo polverizzato. Un tubo fatto con vetro pesto era quasi lungo ventisei millimetri, ed aveva un diametro interno di circa un millimetro. Quando si pensi che si adoperarono a Parigi le batterie elettriche più potenti, e che la loro forza sopra una sostanza tanto fusibile come il vetro non produsse che tubi tanto piccoli, dobbiamo provare somma meraviglia per la forza di una scossa del fulmine, il quale, nel colpire la sabbia in vari posti, ha formato cilindri, in un caso lunghi almeno nove metri, con un calibro interno, quando non fosse stato compresso, di sei centimetri circa; e ciò in una materia tanto refrattaria quanto il quarzo!

Le folgoriti, come ho già osservato, entrano nella sabbia in direzione quasi verticale. Tuttavia, una che era meno regolare delle altre, deviava dalla linea retta, con una notevolissima inclinazione, fino a trentatre gradi. Da questo stesso tubo scaturivano due piccoli rami, a trenta centimetri di distanza; uno volto all’ingiù, l’altro all’insù. Quest’ultimo caso è molto notevole, perchè il fluido elettrico deve esser tornato indietro, facendo un angolo acuto di 26° colla direzione del suo corso principale. Oltre alle quattro folgoriti che trovai in linea verticale, e segnate sotto la superfice, vi erano parecchi altri gruppi di frammenti, di cui il tronco originale doveva essere senza dubbio molto vicino. Tutto ciò si trovava in un’area piana di sabbia di trasporto, di sessanta metri per venti, collocata in mezzo ad alte eminenze di sabbia, ed alla distanza di circa mezzo miglio da una catena di colline alte da 120 a 150 metri. Secondo me, la circostanza più notevole, in questo caso come in quello di Drigg, ed in un altro descritto dal signor Ribbentrop in Germania, è il numero dei tubi trovati in spazi tanto limitati. A Drigg in un’area di quindici metri se ne osservarono tre, e lo stesso numero se ne trovò in Germania. Nel caso da me descritto, ne esistevano certamente più di quattro in uno spazio di sessanta metri su venti. Siccome non sembra probabile che le folgoriti siano prodotte da successive scariche distinte, dobbiamo credere che il fulmine, poco prima di penetrare nel terreno, si divide in rami separati.

Il contorno del Rio della Plata sembra particolarmente soggetto a fenomeni elettrici. Nell’anno 1793 ebbe luogo a Buenos Ayres uno dei più terribili uragani che si ricordino a memoria d’uomo: il fulmine cadde in trentasette punti della città, ed uccise diciannove persone. Dai fatti menzionati in vari libri di viaggi, sono propenso a credere che gli uragani siano comunissimi presso la foce dei fiumi. Non è forse possibile che l’unione di grandi masse di acqua dolce e di acqua salata possa disturbare l’equilibrio elettrico? Anche durante le nostre visite passeggiere a questa parte dell’America del Sud, udimmo parlare di un bastimento, due chiese ed una casa che furono colpite dal fulmine. Vidi poco dopo le due chiese e la casa; questa apparteneva al sig. Hood, console generale inglese a Montevideo. Gli effetti del fulmine erano in certi punti singolari; la tappezzeria di carta, per quasi trenta centimetri dai due lati della linea ove scorrevano i fili di ferro dei campanelli, era annerita. Il metallo era stato fuso, e quantunque la stanza fosse alta quattro metri e mezzo, i globetti, cadendo sulle seggiole e sui mobili, li avevano traforati in gran numero di piccoli buchi. Una parte del muro era scheggiata come se fosse stata colpita con polvere da schioppo, ed i frammenti erano stati lanciati con tanta forza da intaccare il muro della parete opposta della stanza. La cornice di uno specchio fu annerita, e la doratura doveva essere stata volatilizzata, perchè una boccetta d’odore che stava sul camminetto, fu ricoperta di particelle metalliche splendenti, che aderivano tanto fortemente come se fossero state di smalto.





15 Aayra dice: «Je crois que la quantité annuelle des pluies est, dans toutes ces contrées plus considerable quen Espagne»; vol. 1, pag. 36.



16 Nell’America meridionale raccolsi in tutto ventisette specie di topi, e se ne conoscono ancora tredici citate da Azara e da altri scrittori. Quelle che raccolsi io furono classificate e descritte dal signor Waterhouse alle riunioni della Società zoologica di Londra. Mi sia permesso di prendere questa occasione per ringraziare cordialmente il signor Waterhouse e gli altri membri di quella Società per l’assistenza liberale che mi accordarono in tutte le occasioni.



17 Nello stomaco e nel duodeno che ho aperto, ho trovato una molto grande quantità di un fluido galleggiante diluito, in cui a mala pena si poteva discernere una qualche fibra. Il signor Owen mi ragguaglio che una parte dell’esofago è fatta per modo che non vi può passare nulla che sia più grosso di una penna di corvo. Certamente i larghi denti e le forti mascelle di questo animale sono molto acconci a stritolare la polpa delle piante acquatiche di cui si ciba.



18 Al Rio Negro, nella Patagonia settentrionale, v’ha un animale fornito degli stessi costumi, e probabilmente di specie molto affine, ma che io non ho mai veduto. Il suo rumore è differente da quello della specie di Maldonado; si ripete solo due volte invece di tre o quattro, ed è più distinto e sonoro: quando si sente da una certa distanza rassomiglia in tal modo al suono che si fa gettando giù un alberello con la scure, che sono rimasto alle volte dubbioso per questo rispetto.



19 Philosoph. Zoolog. vol. I, p. 242.



20 Letto innanzi all’Accademia delle scienze di Parigi. L’lnstitut, 1834, pag. 418.



21 Geolog. Transact., vol. II, p. 528. Nelle Philosophical Transactions (1790, p. 294) il D. Priestley ha descritto qualche tubo siliceo imperfetto ed un ciottolo liquefatto di quarzo, trovato scavando il terreno, sotto un albero, ove un uomo era stato ucciso dal fulmine.



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