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Rio Negro - Podere assalito dagli Indiani - Laghi salati - Fenicotteri - Rio Negro e Rio Colorado - Albero sacro - Lepre della Patagonia - Famiglie indiane - Il generale Rosas - Proseguimento verso Bahia Blanca - Dune di sabbia - Luogotenente nero - Bahia Blanca - Incrostazioni saline - Punta Alta - Zorill.
24 luglio 1833. - La nave Beagle salpò da Maldonado, ed il 3 agosto giunse innanzi alla foce del Rio Negro. Questo è il fiume principale di tutta la spiaggia fra lo stretto di Magellano e la Plata. Esso sbocca nel mare a circa trecento miglia al sud dell’estuario della Plata. Cinquanta anni or sono circa, sotto l’antico governo spagnuolo, esisteva qui una piccola colonia, ed è ancora il punto più meridionale (Lat. 41°) su questa costa orientale di America che è abitato dall’uomo civile.
Il paese presso la foce del fiume è miserabile all’estremo; sul lato meridionale comincia una lunga linea di rupi perpendicolari, che mostra una parte della natura geologica del paese. Gli strati sono di arenaria, ed uno strato era notevole per essere costituito di un conglomerato composto di pietre pomici, che devono aver viaggiato per oltre quattrocento miglia, venendo dalle Ande. La superfice è ovunque coperta di uno spesso strato di ciottoli, che si estendono in lungo e in largo sulla aperta pianura. L’acqua è scarsissima, e, quando se ne incontra, è quasi sempre salmastra. La vegetazione è misera e stentata, sebbene si incontrino cespugli di molte sorta, le piante sono tutte armate di formidabili spine, che sembrano avvertire il forestiere a non inoltrarsi di troppo in quelle inospitali regioni.
Lo stabilimento è collocato diciotto miglia sopra la foce del fiume. La strada segue il piede del dirupato pendio, che forma il limite settentrionale della gran valle ove scorre il Rio Negro. Sul nostro cammino incontrammo le rovine di alcune belle Estancias, che pochi anni prima erano state distrutte dagli Indiani. Esse resistettero a vari assalti. Un uomo che si era trovato presente in uno di quei casi, mi fece una descrizione molto chiara di quel fatto. Gli abitanti ebbero il tempo sufficente per raccogliere tutto il bestiame ed i cavalli, e farli entrare nel corral22 che circondava la casa; poterono anche caricare alcuni cannoncini. Gli Indiani, Araucani del Chilì meridionale, erano in parecchie centinaia e benissimo disciplinati. Apparvero dapprima in due corpi sopra una collina non molto distante, là misero piede a terra, si tolsero i mantelli di pelliccia, e vennero avanti nudi all’assalto. La sola arma di un indiano è un lunghissimo bambù, adorno di penne di struzzo, e con una punta di spada ben aguzza in cima. Il mio narratore pareva rabbrividire con orrore alla ricordanza sola dello scricchiolio di quegli arnesi mentre si andavano avvicinando. Quando furono vicini il cacico Pincheira intimò agli abitanti di deporre le armi, soggiungendo che altrimenti li avrebbe massacrati tutti. Siccome questo sarebbe stato probabilmente l’esito della loro aggressione in qualunque circostanza, la risposta fu una scarica di moschetteria. Gli Indiani, con grande perseveranza, vennero fino allo steccato del recinto; ma con loro sorpresa trovarono che i travi erano tenuti da chiodi e non da legami di cuoio, e naturalmente tentarono invano di tagliarli col loro coltello. Questo salvò la vita ai cristiani; molti indiani feriti vennero trasportati via dai loro compagni; ed alla fine uno dei cacichi minori essendo stato ferito, il corno suonò la ritirata. Tornarono ai loro cavalli e tennero, a quanto pare, un consiglio di guerra. Questo fu per gli Spagnuoli un momento di terribile aspettazione, perchè tutte le loro munizioni, eccettuate poche cartuccie, erano terminate. Dopo un momento gli Indiani salirono a cavallo e in breve scomparvero al galoppo. Un altro assalto venne respinto ancor più prontamente. Un francese dotato di gran sangue freddo era incaricato del cannone; aspettò finchè gl’Indiani furono ben vicini, ed allora sbaragliò la loro fila con mitraglia; in tal modo trentanove d’essi caddero sul terreno; e, naturalmente, un colpo di tal sorta mise in fuga tutta la brigata.
La città vien chiamata indifferentemente Carmen o Patagones. È fabbricata in faccia ad una rupe che sta a fronte del fiume, e molte case sono scavate anche nell’arenaria. Il fiume è largo circa due o trecento metri, ed è profondo e rapido. Le numerose isole, coi loro salici, e i piani promontorii veduti uno dietro l’altro sui confini settentrionali della ampia e verde valle, formano, quando un bel sole li illumina, un paesaggio quasi pittoresco. Il numero degli abitanti non supera le poche centinaia. Queste colonie spagnuole, non hanno, come le nostre inglesi, in loro stesse gli elementi del progresso. Molti Indiani di sangue puro dimorano in questo luogo; la tribù del cacico Lucane ha costantemente i suoi toldos23 nel contorno della città. Il governo locale fornisce loro in parte la sussistenza, dando ad essi i vecchi cavalli fuori uso, e si guadagnano qualche cosa facendo coperte da cavalli ed altri oggetti per cavalli da sella. Questi indiani vengono considerati come inciviliti, ma quel bene che possono aver acquistato diminuendo di ferocia, è quasi perduto per la loro somma immoralità. Tuttavia, alcuni fra i più giovani vanno migliorando; hanno voglia di lavorare, e poco tempo fa una brigata andò in un viaggio alla caccia delle foche e si comportò benissimo. Essi godevano ora il frutto delle loro fatiche, vestiti di abiti puliti e dai vivaci colori, ed oziando il maggior tempo possibile. Il gusto che dimostrano nel vestirsi è straordinario; se si fosse fatta una statua di bronzo prendendo per modello uno di quei giovani indiani, il suo panneggiamento sarebbe stato perfettamente grazioso.
Un giorno andai a cavallo fino a un grande lago salato, o salina, che dista dalla città una quindicina di miglia. D’inverno è un profondo lago di brina, che in estate si muta in un campo di sale bianco come la neve. Lo strato presso il margine ha la spessezza di dieci centimetri, ma verso il centro la spessezza è ancora maggiore. Questo lago è lungo due miglia e mezzo, e largo un miglio. Se ne incontrano altri nel contorno molto più grandi, e con uno strato di sale spesso sessanta o novanta centimetri anche in inverno quando è sott’acqua. Una di queste piane e candidissime distese, nel mezzo di una pianura bruna e desolata, presenta uno spettacolo straordinario. Ogni anno si estrae una grande quantità di sale dalla salina; e grossi mucchi, del peso di qualche centinaio di tonnellate, eran pronti per essere esportati. La stagione per lavorare le saline è il tempo della messe dei Patagoni; perchè la prosperità del luogo dipende da quelle. Quasi tutta la popolazione si occupa sulle sponde del fiume, e tutti sono occupati a trasportare il sale in grossi carri tirati da buoi. Questo sale cristallizza in grandi cubi, ed è purissimo; il signor Trenham Reehs ha avuto la cortesia di farne l’analisi per me, e vi ha trovato soltanto 0,26 di gesso, e 0,22 di materia terrosa. È un fatto singolare, che non serve tanto bene a conservare la carne come il sale marino delle isole del Capo Verde; ed un negoziante di Buenos Ayres mi disse che lo considerava di un valore minore di cinquanta per cento. Quindi si importa continuamente il sale del Capo Verde, e si mescola con quello di queste saline. La sola causa che si possa attribuire a questa inferiorità è la purezza del sale della Patagonia o il mancare esso di quelle altre sostanze saline che si trovano in tutte le acque del mare; un fatto, che nessuno, credo, avrebbe mai potuto sospettare, ma che è confermato da fatti ultimamente riconosciuti, è che quei sali convengono meglio degli altri per conservare i formaggi che contengono maggior copia di cloruri deliquescenti.
Il margine del lago è fatto di fango: in questo stanno incastrati grossi cristalli di gesso, alcuni dei quali sono lunghi sette centimetri e mezzo, mentre alla superfice se ne osservano altri di soda sparsi intorno. I Gauchos chiamano i primi Pache del sal, e i secondi la Madre; essi asseriscono che questi sali progenitori si incontrano sempre sul margine delle saline, quando l’acqua comincia a svaporare. Il fango è nero ed ha un odore fetente. Dapprima io non poteva indovinare quale fosse la cagione di questo fatto, ma in seguito mi accorsi, che la spuma che il vento spingeva sulla sponda era di color verde, come se avesse contenuto conferve: cercai di portar meco un po’ di quella materia ma un incidente me lo impedì. Alcune parti del lago vedute non molto da lontano apparivano avere un colore rossiccio, e ciò forse deriva da animalucci infusorii. In molti punti il fango era spinto in su da un gran numero di animali vermiformi od anellidi. Quanta sorpresa desta il fatto di animali che possano vivere in mezzo a cristalli di solfato di soda e di calce! E che cosa segue di quei vermi allorchè, durante la lunga estate, la superfice si muta in un compatto strato di sale? Numerosissimi Fenicotteri dimorano e vivono in quel luogo; io incontrai in tutta la Patagonia, nel Chilì settentrionale, e nelle isole Galapagos questi animali ogniqualvolta v’erano laghi salati. Li vidi qui che sguazzavano intorno in cerca di cibo, probabilmente i vermi che si nascondono nel fango, questi forse si nutrono d’infusorii o di conferve. In tal modo abbiamo un piccolo mondo vivente in sè stesso acconcio a questi laghi salati interni. Si dice che un piccolo crostaceo (Cancer salinus)24 viva in numero sterminato nelle pozzanghere salse a Lymington; ma solo in quelle ove il liquido ha acquistato, per lo svaporamento, una notevole saturazione, vale a dire, circa 93 grammi di sale in 56 centilitri di acqua. Possiamo ben dire, che ogni parte del mondo è abitabile! Tanto i laghi di sale, o quelli sotterranei nascosti sotto monti vulcanici, le sorgenti minerali calde, la sterminata distesa e il profondo degli oceani, le parti più alte dell’atmosfera, e perfino la superfice delle nevi eterne, dovunque albergano esseri organici.
Al nord del Rio Negro, fra questo e il paese abitato presso Buenos Ayres, gli Spagnuoli hanno un solo piccolo stabilimento, creato recentemente a Bahia Blanca. Dista in linea retta da Buenos Ayres quasi cinquecento miglia inglesi (800 chilometri). Le tribù erranti di cavalieri Indiani, che hanno sempre occupato la maggior parte di questo paese, avendo ultimamente tormentato molto le Estancias più lontane dal centro, il governo di Buenos Ayres ha messo in piedi allora un’armata sotto il comando del generale Rosas onde sterminarli. I soldati erano allora accampati sulle sponde del Colorado, fiume che sta a circa ottanta miglia al nord del Rio Negro. Lasciando Buenos Ayres, il generale Rosas attraversò in linea retta quelle inesplorate pianure; e siccome in tal modo il paese fu liberato a dovere dagli Indiani, lasciò dietro di sè, a grandi intervalli, piccoli distaccamenti di soldati con una certa quantità di cavalli (a posta), onde tenere in tal modo comunicazione colla capitale. Siccome la Beagle doveva visitare Bahia Blanca, determinai di andare avanti per terra; ed infine allargai il mio viaggio andando colla posta a Buenos Ayres.
11 Agosto. - Il signor Harris, inglese stabilito a Patagonia, una guida e cinque Gauchos, che andavano per affari all’armata, furono i miei compagni di viaggio. Il Colorado, come ho già detto, è distante circa ottanta miglia; e siccome viaggiavamo lentamente, spendemmo due giorni e mezzo di cammino. Tutta quella parte di paese non si può chiamar con altro nome che un deserto. Si trova l’acqua solo in due piccoli pozzi; si suol chiamare acqua dolce, ma anche in quel tempo dell’anno, durante la stagione delle piogge, era al tutto salmastra. D’estate deve essere una traversata ben penosa; perchè anche allora era sufficentemente desolata. La valle del Rio Negro, per quanto larga è tutta scavata semplicemente in una pianura di arenaria, perchè immediatamente sulla sponda sulla quale sorge la città, comincia una contrada piana, interrotta solo da poche valli e depressioni insignificanti. In ogni parte il paesaggio presenta lo stesso sterile aspetto; un terreno sassoso ed asciutto nutre ciuffi di erba appassita e brulla, e qua e là alcuni bassi cespugli spinosi.
Poco dopo aver passata la prima sorgente scorgemmo un albero famoso, che gl’Indiani venerano come l’altare di Walleechu. È collocato sopra un punto più elevato della pianura, e quindi è molto visibile nel paesaggio anche a grande distanza. L’albero in sè stesso è basso, molto ramificato e spinoso; precisamente sulla radice ha un diametro di circa novanta centimetri. Sorge solo senza alcun vicino, ed infatti fu il primo albero che vedemmo; in seguito ne incontrammo alcuni pochi della stessa specie, ma erano tutt’altro che comuni. Essendo d’inverno l’albero non aveva foglie, ma al loro posto si vedeva un gran numero di funicelle, alle quali stavano appese le varie offerte, come sigari, pezzi di pane, di carne, di stoffe, ecc. Gli indigeni poveri, in mancanza di meglio, si strappano un pezzo del loro mantello e lo attaccano all’albero. I più ricchi sogliono versare liquori spiritosi e matè in una certa buca, e fumare del pari sopra quella, sperando di procurare in tal modo una grandissima soddisfazione a Walleechu. Per compiere la veduta, l’albero era circondato dalle ossa imbianchite dei cavalli che erano stati ammazzati come sacrifizi. Tutti gli Indiani di ogni età e di ogni sesso portano le loro offerte; con ciò credono che i loro cavalli non si stancheranno, che essi godranno di ogni sorta di prosperità. Il Gaucho che mi dava questi ragguagli mi disse che in tempo di pace egli era stato testimonio di quella scena, e che con altri suoi compagni egli soleva aspettare che gli Indiani si fossero allontanati, onde rubare a Walleechu le offerte.
I Gauchos credono che gl’Indiani considerano l’albero come un Dio, ma sembra più probabile, che lo tengano in conto d’altare. La sola ragione che mi sembra più probabile per quella scelta si è che quell’albero è un punto che segna un passaggio pericoloso. La Sierra della Ventana è visibile da una grande distanza, ed un Gaucho mi raccontò che, cavalcando una volta insieme ad un indiano, poche miglia al nord dal Rio Colorado il suo compagno cominciò a mandare quell’acuto grido che sogliono fare al primo vedere un albero lontano; si mise la mano sul capo, e poi fece un segno con essa in direzione della Sierra. Avendogli domandato la ragione di ciò, l’indiano rispose in cattivo spagnuolo: «Ho veduto pel primo la Sierra». Due leghe circa oltre quell’albero curioso ci fermammo per passare la notte; in quell’istante una disgraziata vacca fu scorta dagli occhi di lince di un Gaucho, che si mise subito in caccia, e pochi minuti dopo, avendola presa col suo lazo, la ammazzò. Avevamo in quel luogo le quattro cose necessarie alla vita en el campo, pascolo pei cavalli, acqua, (una pozzanghera melmosa soltanto), carne e legna da far fuoco. I Gauchos erano tutti di buon umore per aver trovato tutti questi oggetti di lusso; ed in breve eravamo tutti affaccendati intorno alla povera vacca. Quella fu la prima notte che passai a cielo scoperto, colla sella del mio cavallo per guanciale e per letto. Nella vita indipendente del Gaucho è una grande soddisfazione quella di poter ad ogni momento legare il proprio cavallo, e dire: «Passeremo qui la notte». Il silenzio di morte della pianura, i cani di guardia, il gruppo di Gauchos, che come zingari si apprestano a dormire intorno al fuoco, mi hanno lasciata nella mente una vivissima immagine di quella prima notte, che non potrò mai più dimenticare.
Il giorno seguente attraversammo un paese simile a quello descritto sopra. Esso è popolato di pochi uccelli od animali di qualsiasi sorta. Di tratto in tratto si scorgeva un cervo, od un guanaco (Llama selvatico); ma l’Agouti (Cavia Patagonica) è il quadrupede più comune. Questo animale rappresenta colà la nostra lepre. Tuttavia differisce da questo genere in molti importanti caratteri, per esempio, ha solo tre dita alle zampe posteriori. È pure quasi due volte grosso più di quella, pesando circa dieci a dodici chilogrammi. L’Agouti è un vero amico del deserto; è frequentissimo in quei luoghi veder due o tre di quegli animali correre saltando uno dietro l’altro in linea retta attraverso quelle selvaggie pianure. Si trovano al nord fino alla Sierra Tapalguen (lat. 37° 30’), ove la pianura diviene quasi repentinamente più verde e più umida; ed il loro limite meridionale è fra il Porto Desiderio e San Giuliano, ove non v’ha mutamento di sorta nella natura del paese. È un fatto singolare, che quantunque l’agouti non si trovi ora al suo fine al Porto San Giuliano, tuttavia il Capitano Wood nel suo viaggio nel 1670 parla di quegli animali come numerosissimi in quel luogo. Quale può essere la causa che ha mutata, in un paese disabitato, vasto e di rado visitato, la cerchia di un animale come quello? Dal numero di essi uccisi dal capitano Wood in un solo giorno a Porto Desiderio, sembra che anticamente dovessero essere molto più numerosi anche colà che non ora. Ove la Viscaccia vive e scava buche, l’agouti se ne serve, ma dove, come a Bahia Blanca, la Viscaccia non si trova, l’agouti si scava le tane da sè stesso. Lo stesso segue colla piccola civetta dei Pampas (Athene cunicularia), che è stata sovente descritta, come sentinella di guardia all’imboccatura delle tane; perchè nella Banda Oriental, in mancanza della Viscaccia, è obbligata a scavarsi la sua tana.
Il mattino seguente, mentre andavamo accostandoci al Rio Colorado l’aspetto del paese mutava; giungemmo in breve ad una pianura erbosa la quale, pei suoi fiori, per la sua alta cedrangola, e per le piccole civette rassomigliava al Pampas. Attraversammo pure una melmosa palude di notevole estensione, che in estate si asciuga e s’incrosta di vari sali, e quindi vien detta salina. Era coperta di piante succose basse, della stessa sorte di quelle che nascono nelle spiagge marine. Il Colorado, nel punto ove lo attraversammo, è largo solo una sessantina di metri; in generale deve avere una larghezza del doppio. Ha un corso tortuosissimo, essendo segnato da salici e da canneti; in linea retta la distanza fino alla foce del fiume si dice essere di cinque leghe, ma per acqua ce ne sono venticinque. La nostra traversata in barchetta fu molto lunga per gli immensi branchi di giumenti che nuotavano nel fiume, onde seguire una divisione di truppe nell’interno. Non ho mai veduto uno spettacolo più ridicolo che quelle centinaia e centinaia di teste, tutte volte da una stessa direzione, colle orecchie dritte e narici allargate, sporgenti appena sull’acqua da parere una grande moltitudine di animali anfibi qualunque. La carne delle cavalle è l’unico cibo che hanno i soldati quando sono in viaggio. Ciò dà loro una grande agevolezza di movimenti, perchè la distanza a cui si possono portare cavalli su quelle pianure, è invero sorprendente: mi venne assicurato che un cavallo non carico può fare cento miglia al giorno per molti giorni di seguito.
Il campo del generale Rosas, era presso il fiume. Consisteva in un quadrato chiuso da carri, artiglierie, capanne di paglia, ecc. I soldati erano quasi tutti di cavalleria; e io non credo che sia mai stata raccolta un’armata che avesse un aspetto di una riunione di furfanti e di banditi più di quella. La maggior parte della bassa forza si componeva di uomini di sangue misto, meticci di neri, indiani e spagnuoli. Non so il perchè, ma è ben raro che uomini di quella origine, abbiano una buona espressione nel volto. Andai a trovare il segretario per mostrargli il mio passaporto. Cominciò ad interrogarmi con artifizio in modo dignitosissimo e molto misterioso. Per fortuna io aveva una lettera di raccomandazione del governo di Buenos Ayres25 pel comandante della Patagonia. Questa lettera fu portata al generale Rosas che mi mandò una gentilissima risposta; e allora il segretario tornò tutto sorridente e cortese. Ci alloggiammo nel rancho, o tugurio di un singolare vecchio spagnuolo che aveva servito sotto Napoleone nella spedizione contro la Russia.
Rimanemmo due giorni al Colorado; io aveva poco da fare, perchè il paese circostante era una palude che in estate (dicembre), quando la neve si scioglie sulle Cordigliere, è inondata dal fiume. Il mio principale divertimento era di osservare le famiglie di Indiani che venivano a vendere qualche piccolo oggetto al rancho ove dimoravamo. Si credeva che il generale Rosas avesse per alleati circa seicento Indiani. Gli uomini erano di razza bella e di statura alta; tuttavia in seguito osservai agevolmente lo stesso aspetto nei selvaggi della Terra del Fuoco, sebbene fosse reso più brutto dal freddo, dalla mancanza di cibo e dal minore incivilimento. Alcuni autori, nel definire le razze più infime del genere umano, hanno diviso questi Indiani in due classi; ma certamente questo si scosta dal vero. Fra le donne giovani, o chinas, alcune meritano invero il nome di belle. I loro capelli erano ruvidi, ma lucenti e neri, e li acconciano in due trecce che giungono fino alla cintura. Avevano una bella carnagione ed occhi brillanti; le gambe, i piedi e le braccia piccole e di forme eleganti; alcuni portavano intorno alla noce del piede e alla cintura larghi braccialetti di perle turchine. Non vi poteva essere nulla di più interessante di alcune di quelle famiglie. Sovente giungevano al nostro rancho una madre colle sue figliole tutte sullo stesso cavallo. Cavalcavano come gli uomini, ma colle ginocchia molto più rialzate. Forse questa abitudine deriva da ciò che sogliono, viaggiando, cavalcare cavalli carichi. Le donne sono obbligate a caricare e scaricare i cavalli, far le tende per la notte; in breve devono, come le mogli di tutti i selvaggi, essere utili schiave. Gli uomini si battono, cacciano, hanno cura dei cavalli, e fanno le selle e i finimenti per cavalcare. Una delle loro principali occupazioni casalinghe è quella di battere due pietre insieme per arrotondarle e farne delle bolas. Con quest’arma importante l’indiano colpisce la sua selvaggina e si conquista il suo cavallo, che corre liberamente sulla pianura. Combattendo, cerca prima di tutto di scavalcare il suo avversario colle bolas, e quando è impacciato dalla caduta lo uccide col chuzo. Se le palle colpiscono solo il collo o il corpo di un animale, sono spesso gettate via e perdute. Siccome l’arrotondare le pietre è il lavoro di due giorni, la manifattura delle palle è un’occupazione comunissima. Parecchi di quegli uomini e di quelle donne avevano il volto dipinto in rosso, ma non vidi mai le strisce orizzontali tanto comuni presso gli abitanti della Terra del Fuoco. Il loro principale orgoglio è di avere ogni cosa fatta di argento; ho veduto un cacico che aveva gli sproni, le staffe, il manico del coltello e le briglie fatte con questo metallo; la testiera e le briglie erano di filo d’argento e non più grosse della corda di un frustino, e la vista di un focoso cavallo tenuto in freno da una briglia così sottile, dava al maneggio di esso un notevole carattere di eleganza.
Il generale Rosas mostrò il desiderio di vedermi; circostanza cui mi rallegrai molto in seguito. Egli è un uomo di carattere straordinario, ed esercita una grandissima influenza in tutto il paese, che a quanto pare egli volgerà alla prosperità ed al progresso di esso26. Si dice che possegga settantaquattro leghe quadrate di terra, ed abbia circa trecentomila capi di bestiame. I suoi poderi sono accuditi a meraviglia, e producono una quantità molto maggiore di frumento che non quelli degli altri. Cominciò ad acquistare rinomanza pei regolamenti fatti pei suoi poderi, e per aver disciplinato qualche centinaio di uomini, e resili atti a resistere con successo alle aggressioni degli Indiani. Corrono in paese molte storielle intorno al modo severo in cui diede forza alle sue leggi. Una di queste era, che nessun uomo, sotto pena di esser messo nei ceppi, avrebbe portato il coltello nei giorni di domenica; siccome quel giorno era dedicato principalmente a giuocare ed a bere ne venivano molte questioni, che pel costume generale di battersi col coltello, spesso avevano un esito fatale. Una domenica il governatore venne in gran pompa a fare una visita al podere, ed il generale Rosas preso all’improvviso, uscì ad incontrarlo col suo coltello, al solito attaccato alla cintola. Il maggiordomo gli toccò il braccio, e gli fece ricordare la sua legge; per cui il generale rivoltosi al governatore, disse che era dolentissimo, ma che doveva andare in prigione, e finchè non ne fosse uscito, egli non aveva più nessun potere nella propria casa. Dopo un po’ di tempo, il maggiordomo si persuase ad aprire la prigione e lasciarlo uscire, ma appena questo fu fatto, il generale si volse al maggiordomo e gli disse: «Voi avete infranta la legge, così dovete andare al mio posto». Azioni di questa sorta davano nel genio ai Gauchos, che tutti posseggono un grande rispetto per la propria eguaglianza e dignità.
Il generale Rosas è pure cavallerizzo perfetto, qualità di non piccolo riguardo in un paese nel quale un esercito riunito suol eleggere il suo generale in seguito alla seguente prova. Dopo aver fatto entrare in un recinto, o corral, un branco di cavalli selvatici venivano spinti fuori da quello da una porta sulla quale stava una stanga per traverso; si era messo per condizione che chiunque cadendo da quella sbarra sopra uno di quegli animali indomati, mentre correva fuori, avesse saputo, senza sella nè briglia, non solo cavalcarlo, ma domarlo e riportarlo indietro alla porta del corral, sarebbe stato nominato generale. La persona che riusciva era in conseguenza eletta, e senza dubbio era un generale bene acconcio per quella sorta di esercito. Questo fatto straordinario fu compiuto pure da Rosas.
Con questi mezzi, e coll’uniformarsi ai costumi ed al vestiario dei Gauchos, egli ha ottenuto nel paese un’autorità sconfinata, e quindi un potere dispotico. Un negoziante inglese mi asserì che un uomo il quale ne aveva ucciso un altro, quando venne arrestato e interrogato intorno al motivo del suo delitto rispose: «Egli parlava con poco rispetto del generale Rosas, ed io l’uccisi». In capo ad una settimana l’uccisore fu messo in libertà. Senza dubbio questo fu opera del partito del generale, e non del generale medesimo.
Nel conversare è entusiasta, sensibile e molto serio. La sua gravità è spinta ad un grado estremo; sentii raccontare da uno dei suoi buffoni (perchè ne ha due come gli antichi feudatari) il seguente aneddoto: «Io aveva voglia di sentire un certo pezzo di musica, per cui andai due o tre volte dal generale per chiedergli licenza; egli mi disse: «Va, non mi annoiare, sono occupato». Tornai ad andarci; egli mi disse: Se torni ancora ti farò punire. Andai nuovamente una terza volta, e si mise a ridere. Balzai fuori della tenda, ma era troppo tardi; ordinò a due soldati di prendermi e di legarmi ai pali. Lo pregai per tutti i santi di lasciarmi andare, ma fu inutile; quando il generale ride non risparmia nè un pazzo, nè un savio». Quel poveretto aveva l’aspetto tutto addolorato, in ricordanza di quella punizione. È quello invero un castigo molto terribile; si piantano quattro pioli nel terreno e l’uomo viene steso colle braccia e le gambe in posizione orizzontale, e lasciato così per parecchie ore. Evidentemente l’idea è presa dal metodo consueto di seccare cuoi. La mia visita passò senza un sorriso, ed ottenni un passaporto ed un ordine pei cavalli di posta del Governo, e questo mi fu accordato dal generale nel modo più cortese.
Al mattino partimmo per Bahia Blanca, ove giungemmo due giorni dopo. Dopo aver lasciato l’accampamento regolare, attraversammo i toldos degli Indiani. Questi sono rotondi come forni, e coperti di pelli; all’imboccatura di ciascuno era un chuzo conico confitto nel terreno. I toldos erano divisi in gruppi separati, che appartenevano alle tribù dei vari cacichi, e i gruppi erano a loro volta divisi in altri più piccoli, secondo il grado di parentela dei proprietari. Per parecchie miglia viaggiammo lungo la valle del Colorado. Le pianure alluviali delle sponde sembravano fertili, e si credeva che potessero esser bene acconce per la coltivazione del frumento. Lasciato il fiume e rivolti verso il nord, entrammo in un paese diverso dalle pianure meridionali del fiume. Il terreno continuava ad essere asciutto e sterile; ma pure vi crescevano varie sorta di piante, e l’erba, sebbene bruna ed appassita, era più abbondante, mentre i cespugli spinosi erano in minor numero. Poco dopo questi ultimi scomparvero al tutto, e la pianura rimase senza un cespuglio che ne coprisse la nudità. Questo mutamento della vegetazione segna il principio del grande deposito calcare argilloso, che forma la vasta distesa dei Pampas, e copre le roccie granitiche della Banda Oriental. Dallo stretto di Magellano al Colorado, per una distesa di circa ottocento miglia, la superfice del paese è composta di ciottoli piatti; questi sono in gran parte di porfido, e probabilmente derivano dalle rocce delle Cordigliere. Al nord del Colorado questo giacimento si assottiglia, ed i ciottoli divengono piccolissimi, e qui cessa la vegetazione caratteristica della Patagonia.
Dopo aver viaggiato per un tratto di venticinque miglia, si giunse ad una larga zona di dune di sabbia, che si estende, finchè giunge l’occhio, all’oriente e all’occidente. Queste colline di sabbia collocate sulla argilla fanno sì che si possono formare piccole pozzanghere di acqua, e così somministrano in quel paese aridissimo una provvista d’acqua dolce di grande valore. Il gran vantaggio che proviene dalle depressioni ed elevazioni di terreno non si tiene spesso in mente. Le due meschine sorgenti nel lungo tragitto tra il Rio Negro e il Colorado erano cagionate da piccolissime disuguaglianze della pianura, senza di esse non si sarebbe trovata neppure una goccia d’acqua. La zona di dune di sabbia è larga circa otto miglia; è probabile che in qualche antico periodo formasse il margine di un grande letto, ove scorre ora il Colorado. In questa parte del paese, ove si presentano prove evidenti della recente elevazione del terreno, queste riflessioni non si possono guari trascurare da alcuno, non volendo anche considerare che la geografia fisica del paese. Dopo aver passato il tratto di terreno sabbioso, giungemmo a sera ad una delle case di posta; e siccome i cavalli freschi stavano pascolando un po’ lontano, si determinò di passare colà la notte.
La casa stava alla base di un rialzo, alto da trenta a sessanta metri, notevole per quel paese. Questa posta era comandata da un tenente nero, nato in Africa; bisogna dire a sua lode che fra il Colorado e Buenos Ayres non si incontra un’osteria tanto ordinata come la sua. Aveva una stanzetta pei forestieri, ed un piccolo ricinto pei cavalli, fatto tutto di verghette e di canne; aveva pure fatto scavare un fosso intorno alla casa, per difendersi in caso di aggressione. Tuttavia, questo non sarebbe stato un grande riparo qualora fossero venuti gli Indiani ad aggredirlo; ma la sua principale tranquillità stava in ciò che sperava di vender cara la sua vita. Poco tempo prima, un distaccamento d’indigeni in viaggio erano passati di là la notte; se si fossero accorti della casa di posta, il nostro nero amico e i suoi quattro soldati sarebbero stati certamente massacrati. Non ho mai incontrato nessuno più cortese e più servizievole di quel nero; mi faceva quindi pena vedere che non si sedeva, nè mangiava con noi.
Al mattino mandammo di buon ora a cercare i cavalli, e si partì per un’altra allegra galoppata. Passammo la Cabeza del Buey, vecchio nome dato al capo di una grande palude, che si estende da Bahia Blanca. Colà si cambiarono i cavalli, e si passò per alcune leghe in mezzo a paludi e maremme salate. Dopo aver cambiato un’ultima volta i cavalli, si ricominciò a guazzare nel fango. La mia cavalcatura cadde, e fui ben concio di melma nera, incidente sgradevolissimo, quando non s’ha altro vestito di ricambio. A poche miglia dal forte s’incontrò un uomo, il quale ci disse che era stato sparato un grosso cannone, come segnale della vicinanza degli Indiani. Lasciammo all’istante la strada, e seguimmo il margine di una laguna, che quando si è inseguiti presenta il miglior mezzo di fuga. Eravamo tutti contenti di trovarci al riparo entro le mura, quando ci accorgemmo che tutto quell’allarme non era nulla, perchè si trovò che quegli Indiani erano amici che andavano a raggiungere il generale Rosas.
Bahia Blanca non merita quasi il nome di villaggio. Poche case e baracche per le truppe stanno chiuse da un profondo fosso e da un forte muro. Lo stabilimento è recentissimo (dal 1828), e la sua nascita è stata causa di torbidi. Il Governo di Buenos Ayres lo occupò ingiustamente colla forza, invece di imitare il saggio esempio dei vice-re spagnuoli, che comprarono la terra dagli Indiani presso lo stabilimento più antico del Rio Negro. Quindi furono necessarie le fortificazioni; e le poche case e la poca terra coltivata senza il limite delle mura, neppure il bestiame, sono al sicuro dalle aggressioni degli Indiani oltre i limiti della pianura sulla quale sta la fortezza.
Quella parte del porto ove doveva ancorarsi la Beagle essendo lontana venticinque miglia, ottenni dal comandante una guida e alcuni cavalli, per vedere se fosse giunta.
Dopo lasciata la pianura di tufo verde, che si estendeva lungo il corso di un torrentello, entrammo in una vasta landa deserta, composta di sabbia, di paludi salmastre, o di fango puro. Alcune parti erano rivestite di bassi cespugli ed altre di piante succose, che crescono rigogliose solo ove abbonda il sale. Sebbene tutta la contrada fosse brulla, abbondavano struzzi, cervi, aguti, ed armadilli. La mia guida mi disse che due mesi prima aveva corso un gran rischio di perdere la vita; stava cacciando con due uomini, non molto lungi da quella parte del paese, allorchè s’imbattè in una brigata di Indiani, che presero ad inseguirli, ed in breve raggiunsero ed uccisero i suoi due compagni. Le zampe del suo stesso cavallo rimasero prese dalle bolas; ma egli balzò di sella e col coltello tagliò il laccio e lo liberò; mentre stava facendo questo doveva ripararsi dietro al suo cavallo ed ebbe due gravi ferite dai chuzo di quegli Indiani. Slanciatosi di nuovo in sella, riuscì con meravigliosa sveltezza, a ripararsi dalle lunghe lancie dei suoi persecutori, che lo seguirono fin presso al forte. Da quella volta vi era l’ordine di non allontanarsi di molto dalla fortezza. Io non era informato di questo alla mia partenza, e fui molto sorpreso osservando che la mia guida guardava con grande attenzione un cervo, che sembrava essere stato spaventato in qualche parte del paese più lontana.
Trovammo che la Beagle non era giunta, ed in conseguenza ci risolvemmo a tornarcene indietro, ma i cavalli furono in breve stanchi, e fummo obbligati a passar la notte sulla pianura. Al mattino prendemmo un armadillo, il quale sebbene sia un eccellente vivanda quando si fa arrostire nel suo invoglio, tuttavia non poteva essere una colazione ed un pranzo molto sostanzioso per due uomini affamati. Il terreno nel punto ove si passò la notte, era incrostato di uno strato di solfato di soda, e quindi naturalmente non v’era acqua. Tuttavia molti piccoli rosicanti riescono a vivere in quel luogo, e il tucutuco stava mandando il suo lieve grugnito sotto il mio capo, durante una metà della notte. I nostri cavalli erano ben miseri, ed al mattino furono in breve stanchi per non avere avuto nulla da bere, cosicchè fummo obbligati a camminare a piedi. Verso il mezzodì i cani uccisero un capretto che venne arrostito. Ne mangiai un poco, ma mi svegliò una sete insoffribile. E questa era ancor più penosa, dacchè la strada, per le recenti pioggie, era piena di piccole pozzanghere di acqua chiara, ma imbevibile. Erano appena venti ore che io era senz’acqua, e una parte solo di quel tempo sotto un sole ardente, tuttavia la sete mi aveva molto infiacchito. Non posso comprendere come si possa vivere due o tre giorni in tali circostanze; nello stesso tempo debbo dire che la mia guida non soffriva affatto, ed era maravigliata che un giorno solo di quella privazione avesse potuto darmi tanto fastidio.
Ho detto varie volte che il terreno era alla superfice incrostato di sale. Questo fenomeno è al tutto differente da quello delle saline, e più straordinario. In molte parti dell’America meridionale, ove il clima è moderatamente asciutto, s’incontrano queste incrostazioni, ma non le ho mai vedute in nessun luogo così abbondanti come presso a Bahia Blanca. Qui ed in altre parti della Patagonia, il sale è composto principalmente di solfato di soda misto a sale comune. Finchè il terreno rimane umido in queste salnitraie (come le chiamano impropriamente gli Spagnuoli, scambiando quella sostanza col salnitro), non si vede nulla tranne una vasta pianura di un terreno nero, melmoso, che nutrono pochi ciuffi di piante succose. Ripassando per quei luoghi, dopo una settimana di tempo asciutto, si riman sorpresi vedendo miglia quadrate di pianura bianca, come dopo una lieve nevicata qua e là ammucchiata dal vento in piccoli rialzi. Quest’ultimo aspetto viene principalmente da ciò che i sali sono portati alla superfice, durante il lento evaporamento dell’umidità, intorno ai tronchi di erbe secche, di alberi ed ai pezzi di terra, invece di essere cristallizzati in fondo alle pozzanghere. Le salnitraie s’incontrano tanto sui piani alti solo pochi piedi sul livello del mare, e nelle terre di alluvione che stanno lungo i fiumi. Il signor Parchappe trovò che le incrostazioni saline sulla pianura alla distanza di qualche miglio dal mare, si componevano principalmente di solfato di soda, con solo sette per cento di sale comune; mentre più vicino alla costa, la proporzione del sal comune cresceva a 37 parti per cento. Questa circostanza farebbe supporre che il solfato di soda è generato nel terreno, dal muriato rimasto alla superfice durante il lento e recente sollevamento di questo arido paese asciutto. Questo complesso di fenomeni merita l’attenzione dei naturalisti. Le piante succose, che amano il sale, le quali, come si sa, contengono molta soda, hanno esse la facoltà di scomporre il muriato! La melma nera e fetente ove abbonda la materia organica, può essa somministrare il solfuro ed infine l’acido solforico?
Due giorni dopo cavalcai nuovamente verso il porto; eravamo poco lungi dal nostro destino, quando il mio compagno, lo stesso uomo di prima, scorse tre persone che cacciavano a cavallo. Smontò immediatamente, ed avendole osservate attentamente disse: «Non cavalcano come cristiani, e nessuno può lasciare il forte». I tre cacciatori si unirono e smontarono pure da cavallo. Alla fine uno risalì di nuovo e cavalcò sulla collina a perdita di vista. Il mio compagno disse: « dobbiamo risalire a cavallo; caricate la vostra pistola»; e guardò la sua spada. «Sono essi Indiani?» gli chiesi. «Quien sabe? (chi sa?) se non fossero più di tre non vi sarebbe nulla da temere». Mi colpì molto il vedere che uno dei tre era salito sulla collina per cercare il resto della tribù. Dissi questo; ma per tutta risposta non ottenni che un quien sabe? Coll’occhio e col capo non cessò per un minuto di scrutare lentamente il lontano orizzonte. Io trovava che la sua insolita freddezza fosse uno scherzo un po’ spinto, e gli chiesi perchè non tornavamo a casa. La sua risposta mi fece dare una scossa. «Stiamo tornando indietro, ma in una direzione da poter passare presso una palude, nella quale faremo galoppare i cavalli finchè potranno, e poi ci affideremo alle nostre gambe: quindi non vi è pericolo». Io non mi sentiva la stessa fiducia e desiderava affrettare il passo. Egli mi rispose: «No, finchè essi non ce ne daranno l’esempio». Quando qualche accidente del terreno ci nascondeva, noi ci mettevamo a correre di galoppo, ma in caso contrario, andavamo al passo. Alla fine giungemmo in una valle, e volgendoci a sinistra, galoppammo in fretta fino al piede di un colle; quell’uomo mi diede il suo cavallo da tenere, fece accovacciare i cani, e si trascinò sulle mani e sui piedi per fare una ricognizione. Rimase in quella posizione per un certo tempo, poi con uno scoppio di risa, esclamò: Mugeres! (donne). Le riconobbe per essere la moglie e la cognata del figlio del maggiore, che stavano in cerca di uova di struzzo. Ho descritto il contegno di quell’uomo, perchè operava sotto l’impressione che fossero Indiani. Appena, tuttavia, ebbe scoperto quello sciocco errore, mi diede cento ragioni del perchè non potevano essere Indiani; ma prima erano state tutte dimenticate. Allora cavalcammo in pace e tranquillità fino ad un punto basso chiamato la Punta alta, donde potevamo vedere quasi tutto il grande porto di Bahia Blanca.
L’immensa distesa delle acque è rotta da numerosi banchi di fango, che gli abitanti chiamano Cangrejales o granchierie pel numero infinito di granchiolini. La melma è così molle che è impossibile camminarci sopra, anche solo per pochi passi. Molti banchi hanno la loro superfice coperta di lunghi giunchi, di cui si vedono solo le cime nelle alte acque. In una occasione, quando eravamo in barca, eravamo così intralciati da quei bassi fondi, che non potevamo quasi liberarcene. Non si vedeva altro che strati piatti di melma; il giorno non era chiarissimo, e vi era molta refrazione, o, come dicevano i marinai, «gli oggetti apparivano alti». L’unica cosa che vedevamo e che non era piana, era l’orizzonte: i giunchi parevano cespugli sospesi nell’aria, e l’acqua pareva banchi di fango e i banchi di fango parevano acqua. Passammo la notte a Punta Alta e impiegai il mio tempo in cerca di ossa fossili; poichè quel luogo è una vera catacomba di avanzi di razze estinte. La sera era al tutto serena e tranquilla: la somma monotonia del paesaggio gli dava un interesse anche in mezzo ai banchi di melma ed ai gabbiani, ai monticelli di sabbia ed agli avvoltoi solitari. Tornando il mattino dopo indietro, passammo sulle tracce fresche di un Pluma, ma non ci fu possibile di trovarlo. Vedemmo un paio di Zorilla, o Moffette, animali odiosi, che non sono per nulla rari. Nell’aspetto generale il zorilla rassomiglia ad una puzzola, ma è un po’ più grande, e molto più tozzo in proporzione. Consapevole della sua potenza, gira di giorno nella aperta pianura, e non teme nè l’uomo nè il cane. Se si spinge un cane ad aggredirlo, perde all’istante il suo coraggio dalle poche goccie di olio fetido, che produce violenti dolori e bruciore al naso. Ogni cosa che è imbrattata di quell’olio è perduta per sempre. Azara dice che se ne può sentire l’odore alla distanza di una lega; più di una volta quando entrai nel porto di Montevideo, il vento che veniva dalla terra ci portava a bordo della Beagle quell’odore. È cosa certa che qualunque animale cede il campo ben volentieri innanzi al Zorilla.