Carlo Darwin
Diario di un naturalista giramondo

CAPITOLO V.   BAHIA BLANCA.

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CAPITOLO V.

 

BAHIA BLANCA.

 

Bahia Blanca - Geologia - Numerosi quadrupedi giganteschi estinti - Estinzione recente - Longevità della specie - I grossi animali non hanno bisogno di una rigogliosa vegetazione - Africa meridionale - Fossili della Siberia - Due specie di struzzi - Costumi dell’uccello fornaio - Armadilli - Serpenti velenosi, rospo, lucertola - Letargo degli animali - Costumi della penna di mare - Guerra degli Indiani e massacri - Punte di freccie - Reliquie antichissime.

 

La Beagle giunse qui il 24 agosto, ed una settimana dopo fece vela per la Plata. Col permesso del capitano Fitz-Roy fui lasciato indietro, onde viaggiare per terra fino a Buenos Ayres. Aggiungerò qui alcune osservazioni che furono fatte durante questa visita e in una precedente occasione, quando la Beagle stava compiendo lo studio del porto.

La pianura, lungi poche miglia dalla costa, appartiene alla grande formazione dei Pampas, che si compone in parte di argilla rossiccia, ed in parte di una roccia molto calcare e marnosa. Più vicino alla costa vi sono alcune pianure fatte coi rimasugli della pianura superiore, con melma, ciottoli, e sabbia spinta su dal mare durante il lento sollevamento del terreno, l’elevazione del quale noi vediamo chiaramente negli strati superiori di conchiglie recenti, e nei ciottoli arrotondati di pomice sparsi sul terreno. A Punta Alta abbiamo una sezione di una specie di queste piccole pianure di recente formazione, che è sommamente interessante pel numero e pel carattere straordinario degli avanzi dei giganteschi animali terrestri che si trovano in essa. Questi avanzi sono stati appieno descritti dal professore Owen, nella zoologia del viaggio della Beagle, e sono depositati nel collegio dei Chirurghi. Darò qui soltanto un breve cenno della loro natura.

Primo, alcune parti di tre cranii e d’altre ossa di Megatherium, il nome del quale basta ad esprimere le grosse dimensioni; secondo il Megalonise, grosso animale affine a quello; terzo, il Schelidotherium, animale parimente affine di cui ottenni uno scheletro quasi perfetto. Deve esser stato grosso quanto un Rinoceronte; nella struttura del capo, secondo il signor Owen, si avvicina molto al Formichiere del Capo, ma per alcuni altri rispetti si accosta agli Armadilli; quarto, il Mylondon Darwinii, genere strettamente affine ma di mole un po’ inferiore; quinto un altro quadrupede sdentato gigantesco; sesto, un grosso animale con un invoglio osseo a scompartimenti molto a quello dell’Armadillo; settimo, una specie estinta di cavallo, del quale dovrò in seguito parlare; ottavo, un dente di un animale pachiderma, probabilmente lo stesso dello Macrauchenia, animale tozzo, munito di un lungo collo come quello di un cammello, del quale riparlerò in seguito. Infine, il Toxodon, forse uno degli animali più strani che siano mai stati scoperti: la sua mole era uguale a quella di Elefante o Megaterio, ma la struttura dei suoi denti, secondo quello che dice il signor Owen, dimostra evidentemente che esso era affinissimo ai rosicanti, ordine che ai nostri giorni comprende la maggior parte dei più piccoli quadrupedi; in molti particolari era affine ai pachidermi, giudicando dalla posizione degli occhi, delle orecchie e delle narici, era probabilmente acquatico come il Dugongo, ed il Lamantino, ai quali era pure affine. Oh quanto meravigliosamente i varii ordini, oggidì ben separati sono collegati insieme in varii punti alla struttura del Toxodon!

Gli avanzi di questi nove grandi quadrupedi, e molte altre ossa distaccate, si rinvennero incorporate nella spiaggia, in uno spazio di circa 200 metri quadrati. È un fatto notevole che tante specie differenti siano state trovate insieme; e ciò dimostra quanto numerosi devono essere stati i generi degli antichi abitanti di questo paese. Alla distanza di circa trenta miglia da Porta Alta, in una roccia di terra rossa, trovai parecchi frammenti di ossa, alcuni di grande mole. Fra questi vi erano i denti di un rosicante, somigliantissimi nella forma e nella mole a quelli del Capibara, i costumi del quale sono stati descritti, epperciò, probabilmente, un animale acquatico. Vi era pure parte del capo di un Ctenomys; la specie differisce dal Tucutuco, ma ha una stretta rassomiglianza generale.

La terra rossa simile a quella dei Pampas, nella quale erano incorporati quegli avanzi, contiene, secondo il professore Ehrenberg, otto animaletti infusori di acqua dolce ed uno d’acqua marina; quindi è probabile che fosse un deposito di estuario.

Gli avanzi trovati a P. Alta, erano incorporati in strati di ciottoli e di melma rossiccia, precisamente simile a quella che il mare solleva in un basso fondo. Erano riunite a ventitre specie di conchiglie, tredici delle quali sono recenti ed altre quattro somigliantissime a forme recenti; se le altre siano estinte o soltanto ignote, è cosa molto dubbia, perchè pochissime collezioni di conchiglie sono state fatte su questa costa. Tuttavia, siccome le specie recenti erano incorporate nel numero in proporzione quasi uguale a quelle che vivono ora nel golfo, io credo che non vi può essere alcun dubbio che questo accumulamento appartenga ad un periodo terziario recentissimo. Pel fatto che le ossa del Schelidotherium, compresa anche la rotula, erano sotterrate nella loro acconcia posizione, e pel fatto che l’armatura ossea del grande animale armadilliforme era così bene conservata, unitamente alle ossa delle gambe, possiamo esser certi che questi avanzi erano freschi ed uniti dai loro ligamenti, allorchè furono depositati nella ghiaia insieme alle conchiglie. Quindi abbiamo buone prove che i sopramenzionati quadrupedi giganteschi, più differenti di quelli dei nostri giorni che non i più antichi quadrupedi dell’epoca terziaria d’Europa, vivevano quando il mare era popolato dalla maggior parte de’ suoi presenti abitatori ed abbiamo la conferma di quella notevole legge, sulla quale insiste tanto il signor Lyell, cioè che la «longevità della specie dei mammiferi è in complesso inferiore a quella dei testacei!».

La grande mole delle ossa degli animali Megateroidi che comprendono il Megaterio, il Melagonyx, il Schelidotherium, ed il Mylodon, è invero prodigiosa. Il modo di vivere di questi animali imbarazzava grandemente i naturalisti, finchè il professore Owen27 recentemente non ebbe sciolto con sommo ingegno il problema. Per la loro semplice struttura i denti di questi animali Megateroidi dimostrano che essi vivevano di vegetali, e probabilmente delle foglie e dei ramoscelli degli alberi; le loro forme pesanti, e le forti e incurvate unghie sembrano tanto poco favorevoli alla locomozione, che alcuni eminenti naturalisti hanno presentemente creduto che, simili al Tardigrado, al quale sono intimamente affini, vivessero arrampicandosi sugli alberi e cibandosi delle foglie. Era un’idea ardita, per non dir presuntuosa, immaginare alberi anche antidiluviani forniti di rami tanto robusti da sostenere animali grossi come elefanti. Il professore Owen, con ipotesi più probabile crede che, invece di arrampicarsi sugli alberi, essi tirassero giù i rami e sradicassero gli alberi più piccoli, e in tal modo si cibassero delle foglie. Il peso e la grandezza colossale delle loro parti posteriori, che non si possono immaginare se non si sono vedute, divengono, con quella ipotesi, di evidente benefizio, invece di essere un ingombro; il loro aspetto tozzo scompare. Colla loro grande coda ed i massicci calcagni piantati fortemente sul terreno come una tripode, potevano liberamente far uso di tutta la forza delle potentissime braccia e dei grandi artigli. Dovevano invero avere profonde radici quegli alberi che potevano resistere a quella forza! Il Mylodon, inoltre doveva essere fornito di lingua lunga ed estensibile come quella della giraffa, la quale, per una di quelle belle previdenze della natura, può così coll’aiuto del suo lungo collo giungere al suo frondoso alimento. Farò osservare, che in Abissinia l’elefante, secondo Bruce, quando colla proboscide non può giungere ai rami, intacca profondamente sotto e sopra e tutto intorno il tronco con le sue difese, finchè lo abbia assottigliato per modo da poterlo far rompere e cadere a terra.

Gli strati che contengono questi avanzi fossili, non sono più alti di quattro metri e mezzo e sei metri sul livello dell’alta marea, e quindi il sollevamento del terreno è stato piccolo (senza che abbia avuto luogo nessun periodo di abbassamento intermedio, del quale non abbiamo alcuna prova) dal tempo in cui i grossi quadrupedi andavano vagando nelle pianure circostanti, e l’aspetto esterno del paese deve essere stato a un dipresso come è ora. Quale, si domanderà naturalmente, era dunque il carattere della vegetazione di quel periodo; era il paese tanto miserabilmente sterile quanto è ora? Siccome tante fra le conchiglie incorporate in quegli strati sono simili a quelle che vivono nel golfo, fui dapprima propenso a credere che l’antica vegetazione fosse probabilmente simile all’attuale; ma questa sarebbe stata una deduzione erronea, perchè alcune di queste conchiglie vivono sulle lussureggianti coste del Brasile, e generalmente i caratteri degli abitanti del mare non sono una guida sicura per giudicare quelli della terra. Nondimeno, per le seguenti considerazioni, io non credo che il solo fatto di molti quadrupedi giganteschi che hanno vissuto nelle pianure intorno a Bahia Blanca, sia una prova sicura che esse fossero coperte di una rigogliosa vegetazione; io non ho alcun dubbio che il paese sterile posto un po’ al sud, presso Rio Negro, colle sue poche piante spinose, avrebbe potuto nutrire molti e grossi quadrupedi.

È stata una supposizione generale, la quale è passata da un libro all’altro, che i grandi animali abbiano bisogno di una vegetazione lussureggiante; ma non esito a dire che questa opinione è del tutto falsa, e che ha tratto i geologi ad errare intorno ad alcuni punti di grande importanza nella storia del mondo antico. È probabile che questo pregiudizio abbia avuto origine nell’India e nelle isole Indiane, ove all’idea dei branchi degli elefanti si collega quelle delle grandi foreste e delle impenetrabili giungle. Tuttavia, se ci riferiamo a rapporti di viaggi nell’Africa meridionale, noi vi troveremo frequenti menzioni tanto intorno alla sterilità del paese, quanto al numero dei grossi animali che lo abitano. La stessa cosa è dimostrata dalle numerose incisioni che sono state pubblicate di varie parti dell’interno. Allorchè la Beagle era ancora alla città del Capo, io feci una escursione di alcuni giorni nell’interno, che almeno bastò a rendere meglio intelligibile quello che io aveva letto.

Il dottore Andrea Smith, alla testa della sua avventurosa brigata, il quale ha recentemente potuto varcare il tropico del Capricorno, mi informa che, considerando tutta la parte meridionale dell’Africa, non vi può essere alcun dubbio che non sia un paese sterile. Lungo le coste meridionali ed orientali, sonvi alcune belle foreste, ma, tranne queste eccezioni, il viaggiatore può varcare per intieri giorni aperte pianure, rivestite di una magra e scarsa vegetazione. È difficile formarsi un’idea della fertilità comparativa; ma si può dire con certezza che il totale della vegetazione prodotta in qualunque tempo dall’Inghilterra, è forse dieci volte superiore di un’area eguale, nell’interno dell’Africa meridionale. Il fatto che carri tirati da buoi possono viaggiare in ogni direzione, tranne presso la costa, senza avere interrotto il loro cammino che qualche rara mezz’ora per tagliare alcuni cespugli, darà forse un’idea più chiara dello scarseggiare della vegetazione. Ora se osserviamo gli animali che vivono in queste sterminate pianure, troveremo che il loro numero è straordinariamente grande, e la loro mole immensa. Dobbiamo menzionare l’elefante, tre specie di rinoceronti, e probabilmente, secondo il dottore Smith due altre; l’ippopotamo, la giraffa, il bos-caffer, grosso quanto un bue adulto ed un po’ meno di una alce, due zebre e il quacca, due gru e parecchie antilopi ancor più grosse di questi ultimi animali. Si potrebbe supporre che quantunque le specie siano numerose, gl’individui di ognuna siano pochi. Per la cortesia del dottor Smith, posso dimostrare che qui la cosa va all’apposto. Egli mi ha informato, che in un giorno di cammino in carri tirati da buoi, al 24° di latitudine, egli vide, senza discostarsi gran fatto dai due lati della strada, da cento a centocinquanta rinoceronti che appartengono a tre specie; lo stesso giorno vide parecchi branchi di giraffe che sommavano tutte insieme a qualche centinaio, e che, quantunque non avesse veduto nessun elefante, essi si trovano in quella località. Alla distanza di poco più di un’ora di cammino dal luogo ove avevano pernottato la notte precedente, i suoi compagni uccisero allora otto ippopotami e ne videro molti altri. Nello stesso fiume vi sono molti coccodrilli. Naturalmente era un caso al tutto straordinario vedere tanti grossi animali affollati insieme, ma è una prova evidente che debbono essere molto numerosi. Il dottor Smith descrive il paese che attraversò quel giorno, come «scarsamente coperto di erba e di arbusti alti circa un metro e venti centimetri, e ancor più scarsi s’incontravano gli alberi di mimose». I carri viaggiavano quasi in linea retta.

Oltre questi grossi animali, chiunque abbia qualche cognizione della storia naturale del Capo, ha letto il fatto di branchi di antilopi, che possono paragonarsi solo ai branchi degli uccelli migratori. Infatti il gran numero di leoni, di pantere, e di iene, e le moltitudini di uccelli di rapina mostrano chiaramente l’abbondanza di quadrupedi minori; una sera intorno all’accampamento del dottore Smith si contarono fino a sette leoni. Come mi faceva osservare questo distinto naturalista la carneficina di ogni giorno nell’Africa meridionale deve essere invero spaventosa!

Confesso che è cosa per verità molto sorprendente che un tale numero di animali, possa trovare di che vivere in un paese che produce un nutrimento così scarso. I quadrupedi più grossi senza dubbio girano per larghe distese in cerca di cibo; ed il loro nutrimento principale deve principalmente esser composto di bosco ceduo, che forse contiene molta sostanza in poco volume. Il dottore Smith mi ha pure comunicato che la vegetazione cresce rapidamente; per cui appena una parte vien consumata, ne nasce subito una nuova provvista. Non vi può essere quindi alcun dubbio che le nostre idee intorno alla quantità di cibo per nutrire grossi quadrupedi siano molto esagerate; giova ricordare che il cammello, animale di non piccola mole, è sempre stato considerato come l’emblema del deserto.

Questa credenza che ove esistono grossi quadrupedi, la vegetazione debba essere necessariamente lussureggiante, è tanto più notevole in quanto che il fatto è ben lontano dal vero. Il signor Burchell mi disse, che entrando nel Brasile, la cosa che lo colpì maggiormente fu lo splendore della vegetazione dell’America meridionale in riscontro di quella dell’Africa meridionale, unitamente alla mancanza di grossi quadrupedi. Nei suoi viaggi egli ha notato che un confronto fra il peso rispettivo (qualora si avessero dati sufficenti) di un numero eguale dei più grossi quadrupedi erbivori di ogni paese sarebbe sommamente curioso. Se da un lato noi prendiamo l’elefante28, l’ippopotamo, la giraffa, il bue del Capo, l’alce, certamente tre, e forse cinque specie di rinoceronti; dal lato americano, due tapiri, il guanaco, tre cervi, la vigogna, il peccari, il capibara (dopo i quali dobbiamo scegliere fra le scimmie per compiere il numero), e poi collochiamo questi due gruppi l’uno accanto all’altro, non è facile concepire serie più sproporzionate di mole. Dai fatti sopramenzionati siamo costretti a conchiudere, contro anteriori probabilità29, che nei mammiferi non esiste stretto rapporto fra la mole della specie e la quantità della vegetazione, nei paesi ove dimorano.

Rispetto al numero dei grossi mammiferi, non esiste certamente parte del mondo che possa paragonarsi all’Africa meridionale. Dopo i differenti fatti che sono stati citati, l’aspetto al tutto deserto di quella regione non può essere messo in dubbio. Nella parte del mondo che appartiene all’Europa, dobbiamo risalire sino alle epoche terziarie per trovare fra i mammiferi uno stato di cose somigliante a quello che esiste ora al Capo di Buona Speranza. Quest’epoche terziarie, che siamo soliti considerare straordinariamente abbondanti di grossi animali, perchè troviamo gli avanzi di molti secoli accumulati in certi punti, possono appena vantarsi di possedere quadrupedi più grossi, che non quelli che esistono ora nell’Africa meridionale. Se noi riflettiamo allo stato della vegetazione di quelle epoche, dobbiamo almeno limitarci a considerare le analogie esistenti, tanto da non credere assolutamente necessaria una lussureggiante vegetazione, poichè vediamo uno stato di cose tanto differente al Capo di Buona Speranza.

Sappiamo30 che le estreme regioni del nord d’America, molti gradi oltre il limite ove il terreno, alla profondità di parecchi centimetri, rimane eternamente gelato, sono coperte di foreste di grossi ed alti alberi. Parimenti in Siberia, abbiamo boschi di betulle, di abeti, di tremoli e di larici, che crescono nella latitudine 64°31, ove la temperatura media dell’aria scende sotto zero, e dove il terreno è tanto gelato, che il carcame di un animale incorporato in esso viene perfettamente conservato. Da questi fatti noi dobbiamo conchiudere, per quello che riguarda soltanto la quantità della vegetazione, che i grossi quadrupedi delle epoche terziarie posteriori potevano in moltissime parti dell’Europa settentrionale e dell’Asia aver vissuto nei luoghi dove sono stati ritrovati i loro avanzi. Non parlo qui del genere di vegetazione necessaria al loro sostentamento; perchè, siccome vi è prova di mutamenti fisici, e siccome gli animali sono estinti, così possiamo supporre che anche le piante si sono mutate.

Mi sia permesso di aggiungere che queste osservazioni si riferiscono direttamente al caso degli animali della Siberia conservati nel ghiaccio. La ferma convinzione che fosse necessaria una rigogliosa vegetazione, fornita di caratteri tropicali, per dar sostentamento a così grossi animali, e l’impossibilità di conciliar questa colla vicinanza dei ghiacci perpetui, è stata una delle cause principali che diedero origine a parecchie teorie intorno a repentini rivolgimenti di climi, ed a catastrofi gravissime che furono inventate per spiegare il loro seppellimento. Io son ben lungi dal credere che il clima non abbia cambiato dal tempo in cui vivevano quegli animali che giacciono sepolti nel ghiaccio; voglio ora solo dimostrare che, per quello che riguarda soltanto la quantità di cibo, gli antichi rinoceronti, possono aver pascolato sulle steppe della Siberia centrale (probabilmente le parti settentrionali erano sott’acqua) anche nella loro condizione presente, come fanno ora i rinoceronti e gli elefanti viventi sui karros dell’Africa meridionale.

Darò qui un ragguaglio dei costumi di alcuni dei più interessanti uccelli che sono comuni nelle pianure selvaggie della Patagonia settentrionale; parlerò pel primo del più grande, che è lo struzzo dell’America meridionale. I costumi ordinari dello struzzo sono familiari a tutti. Vivono di sostanze vegetali come radici ed erbe; ma a Bahia Blanca ne ho veduti parecchie volte tre o quattro insieme venire, durante la bassa marea, sulle stesse spiagge melmose che sono allora asciutte per cibarsi, secondo quello che dicono i Gauchos, di pesciolini. Quantunque lo struzzo sia solitamente sospettoso, cauto e solitario, e sebbene corra molto velocemente, tuttavia vien preso senza grande difficoltà dall’Indiano o dal Gaucho armato di bolas. Quando parecchi uomini a cavallo si dispongono in un semicerchio, lo struzzo si confonde e non sa più da che parte fuggire. In generale preferisce correre contro il vento; tuttavia alla prima fermata allarga le ali, e come una nave va a vele gonfie. In una bella e calda giornata vidi parecchi struzzi entrare in una piantagione di alti giunchi, ove si accovacciarono per nascondersi, finchè loro fummo quasi vicini. Non è cosa generalmente nota questa che gli struzzi entrano prontamente nell’acqua. Il sig. Hing mi disse che nel golfo di San Blas, e a Porto Valdes nella Patagonia, vide questi uccelli parecchie volte nuotare da un’isola all’altra. Corrono all’acqua tanto allorchè vi sono spinti, quanto per loro proprio impulso senza essere spaventati; la distanza che attraversarono era di 200 yarde, ossia di 180 metri. Quando nuotano non si vede gran cosa del loro corpo sporgere fuori dell’acqua; il loro collo è disteso un tantino allo innanzi, e procedono lentamente. Vidi due volte alcuni struzzi attraversare nuotando il fiume Santa-Cruz, in un punto ove era largo 400 yarde (360 metri), e la sua corrente rapidissima. Il capitano Sturt, scendendo il Marrumbidgee, in Australia, vide due Emu che stavano nuotando.

Gli abitanti del paese distinguono prontamente, anche da lontano, lo struzzo maschio dallo struzzo femmina. Il primo è più grosso ed ha i colori più oscuri32, ed ha il capo più tozzo. Lo struzzo, credo il maschio, emette un suono singolare, profondo, sibilante; allorchè lo udii per la prima volta, mentre io stava in mezzo ad alcune colline di sabbia, credetti che venisse da qualche bestia selvatica, perchè è un suono che non si può dire da qual distanza donde provenga. Quando eravamo a Bahia Blanca, nei mesi di settembre e di ottobre si trovavano in gran numero uova di struzzo sparse sopra tutto il paese. Sono deposte talora sparse e isolate, ed in tal caso non vengono mai chiuse, e sono chiamate dagli Spagnuoli Huachos; oppure sono raccolte insieme in una profonda buca che forma il nido. Dei quattro nidi che io visitai tre contenevano ventidue uova per uno, ed il quarto ventisette. In un giorno di caccia a cavallo vennero trovate sessantaquattro uova; quarantaquattro di queste erano in due nidi e le altre venti, sparse o huachos. I Gauchos affermano unanimemente, e non v’ha ragione per mettere in dubbio le loro parole, che il maschio solo fa schiudere le uova ed accudisce poi per un certo tempo anche i piccoli. Il maschio quando sta sul nido cova molto diligentemente; ne calpestai quasi uno col mio cavallo. Si asserisce che in tal caso diviene molto feroce, ed anche pericoloso, e si sa che taluni hanno aggredito un uomo a cavallo, cercando di colpirlo colle zampe e di saltargli addosso. Quegli che mi raccontava questo fatto mi mostrò un vecchio che aveva veduto tutto spaventato per essere stato inseguito da uno struzzo. Trovo nei viaggi di Burchell nell’Africa meridionale queste parole: «Avendo ucciso uno struzzo maschio ne trovai le piume imbrattate, e mi fu detto dagli Ottentotti che era un uccello covatore»; comprendo che l’Emu maschio nel giardino zoologico di Londra prenda cura del nido; questo costume quindi è comune alla famiglia.

I Gauchos asseriscono che parecchie femmine fanno le uova in un sol nido. Mi è stato detto positivamente che quattro o cinque femmine furono viste andare successivamente nel mezzo del giorno nello stesso nido. Aggiungerò pure, che in Africa si crede che due o più femmine covino nello stesso nido. Quantunque a prima vista questa abitudine appaia singolare, tuttavia io credo che si possa spiegare agevolmente. Il numero delle uova nel nido varia da venti a quaranta ed anche a cinquanta, e secondo Azara talora da settanta ad ottanta. Ora quantunque sia molto probabile, dal fatto che il numero delle uova trovate in una regione è così straordinariamente grande in proporzione degli uccelli che le producono, e parimenti dallo stato dell’ovario della femmina, che essa possa deporne un gran numero, tuttavia il tempo necessario a ciò deve essere lunghissimo. Azara asserisce che una femmina domestica depone diciassette uova con un intervallo di tre giorni da uno all’altro. Se la femmina fosse obbligata a covare le proprie uova, prima che l’ultimo fosse deposto il primo sarebbe probabilmente stantìo; ma se ognuna deponesse alcune uova in periodi successivi, in differenti nidi, e parecchie femmine, come è riconosciuto essere il caso, si combinassero insieme, allora le uova di una raccolta sarebbero a un dipresso della stessa età. Se il numero delle uova di uno di questi nidi è, come credo, non maggiore alla media del numero che depone una femmina in una stagione, allora vi debbono essere tanti nidi quante femmine, ed ogni maschio avrà una bella parte nel còmpito dell’incubazione durante il periodo in cui probabilmente le femmine non possono covare, per non avere ancora terminato di deporre le uova33. Feci già menzione del gran numero di huachos, o uova abbandonate; cosicchè in un giorno di caccia se ne trovarono venti in questo stato. Sembra strano che tante ne vadano perdute. Non è forse possibile che questo provenga dalla difficoltà di potersi varie femmine associare insieme e trovare un maschio pronto ad imprendere l’ufficio dell’incubazione? È chiaro che dapprima vi deve essere un certo grado di associazione almeno fra due femmine; altrimenti le uova sarebbero sparse su vaste pianure, a distanze troppo grandi per potere il maschio raccoglierle tutte in un nido: alcuni autori hanno supposto che le uova sparse siano deposte per servire da cibo ai giovani uccelli. Questo non può essere guari il vero; in America gli huachos, sebbene si trovino sovente stantii ed imputriditi, sono generalmente interi.

Quando mi trovava a Rio Negro, nella Patagonia settentrionale, sentii i Gauchos parlare ripetutamente di un uccello rarissimo che chiamavano Avestruz Petise. Lo descrivevano come più piccolo dello struzzo comune (che colà è abbondante), dicendo avere con esso intima rassomiglianza generale. Dicono che il suo piumaggio è più oscuro e macchiettato, che ha le gambe più corte e piumate più in giù che non quelle dello struzzo comune. Se ne fa caccia colle bolas con maggiore agevolezza delle altre specie. I pochi abitanti che hanno veduto le due specie, asseriscono che le potrebbero distinguere anche ad una grande distanza. Sembra, tuttavia, che le uova della specie piccola sieno più generalmente note; e fu osservato, con sorpresa, che erano ben poco più piccole che non quelle del Rhea, ma di una forma un po’ differente e d’una tinta di azzurro pallido. Questa specie s’incontra rarissimamente nelle pianure che costeggiano il Rio Negro; ma un grado e mezzo circa più al sud sono discretamente abbondanti. Quando il signor Martens si trovava a Porto Desiderio nella Patagonia (lat. 48°), uccise con una fucilata uno struzzo; ed io osservandolo dimenticai in quel momento nel modo più sconsiderato, tutta la storia del Petise, e credetti che fosse un uccello della specie comune non ancora adulto. Venne cucinato e mangiato prima che mi fosse ritornata la memoria. Fortunatamente il capo, il collo, le zampe, le ali, molte delle piume più grandi ed una gran parte della pelle erano state conservate; e da queste parti venne messo insieme un esemplare quasi perfetto, che si vede nel Museo della Società zoologica di Londra. Il signor Gould descrivendo questa nuova specie mi ha fatto l’onore di darle il mio nome.

Fra gl’Indiani Patagoni dello stretto di Magellano, trovammo un meticcio indiano, che aveva vissuto alcuni anni nella tribù, ma che era nato nelle provincie settentrionali. Gli domandai se non avesse mai sentito parlare dell’Avestruz Petise. Mi rispose dicendo non esservi altro in quelle contrade meridionali. Mi disse inoltre che il numero delle uova trovate nei nidi delle Petise è notevolmente minore di quello dell’altra specie, cioè non più di quindici in media, ma soggiunse che erano deposte da varie femmine. A Santa Cruz vedemmo parecchi di questi uccelli. Essi sono sommamente cauti; credo che essi possano vedere una persona prima che questa li distingua. Risalendo il fiume ne vedemmo pochi; ma nella nostra tranquilla e rapida discesa ne osservammo molti appollaiati o in branchetti di quattro o cinque.

Venne notato che questo uccello non allarga le ali quando sta per fuggire rapidamente, come suole fare la specie settentrionale. In conclusione, noterò che lo struzzo Rhea abita la regione della Plata, fino alquanto al sud del Rio Negro in lat. 41°, e lo Struthio Darwinii ne prende il posto nella Patagonia meridionale, la parte verso il Rio Negro rimanendo territorio neutrale. Il signor A. d’Orbigny34, quando si trovava a Rio Negro fece molti tentativi per avere uno di quegli uccelli, ma non ebbe mai la fortuna di riuscire ad ottenerlo. Dobrizhoffer35, da molto tempo conosceva queste due specie di struzzi; egli dice: «Dovete sapere inoltre, che l’Emu differisce in mole e in costumi, in differenti regioni; perchè quelli che abitano le pianure di Buenos Ayres e di Tucuman sono più grossi ed hanno piume nere, bianche e grigie; quelli vicini allo stretto di Magellano sono più piccoli e più belli, perchè le loro piume bianche hanno l’estremità nera, e le nere parimenti terminano in bianco».

Un singolarissimo uccellino, il Tinochorus rumicivorus, è qui comune; nei costumi e nell’aspetto generale, partecipa quasi ugualmente dei caratteri, per quanto siano differenti, della quaglia e del beccaccino. Il Tinochorus si trova in tutta la parte meridionale del Sud America, ovunque sonvi pianure sterili o terre aperte di pascoli asciutti. Frequenta in coppie o in branchetti i punti più desolati, ove può appena vivere un’altra creatura. Quando vengono accostati si accoccolano per modo che è difficile distinguerli dal terreno. Quando mangiano camminano piuttosto lentamente, colle gambe molto aperte. Essi si spolverano nelle strade e nei luoghi sabbiosi, e frequentano certi siti particolari, dove si possono trovare ogni giorno: come le pernici spiccano il volo in branchi. Per tutti questi riguardi, pel ventriglio muscoloso adatto al cibo vegetale, pel becco arcuato e le narici carnose, per le zampe, le coste e la forma del piede, il Tinochorus ha una stretta intimità colla quaglia. Ma appena si vede questo uccello nel volo tutto il suo aspetto muta; le lunghe ali aguzze tanto differenti da quelle dei gallinacei, il volo irregolare, il grido lamentoso che manda al momento di alzarsi ricordano il beccaccino. I cacciatori della Beagle lo chiamavano tutti beccaccino dal becco corto. Il suo scheletro mostra che esso realmente appartiene a questo genere, o meglio alla famiglia dei trampolieri.

Il Tinochorus è strettamente affine a qualche altro uccello dell’America del Sud. Due specie del genere Attagis hanno quasi, in ogni rispetto, i costumi della pernice di montagna; una vive nella Terra del Fuoco, sopra i limiti delle foreste, e l’altra precisamente sotto la linea delle nevi delle cordigliere del Chilì centrale. Un uccello di un altro genere molto affine, il Chionis alba, abita le regioni antartiche; si nutre di alghe marine e di conchiglie che trova sulle roccie bagnate dalla marea. Quantunque non abbia i piedi palmati, per qualche abito inesplicabile, s’incontra frequentemente in alto mare. Questa piccola famiglia di uccelli è una di quelle che, per la sua svariata relazione con altre famiglie, sebbene ora non presenti che difficoltà al naturalista sistematico, potrà infine essere di aiuto nella rivelazione del grande disegno, comune ai secoli passati e presenti, secondo il quale si crearono tutti gli esseri organizzati.

Il genere Furnarius contiene parecchie specie, tutti piccoli uccelli che vivono sul terreno ed abitano paesi asciutti ed aperti. Nella struttura non possono essere comparati con nessuna forma d’Europa. Gli ornitologi li hanno collocati in generale fra i rampicanti, sebbene in ogni loro costume siano opposti a questa famiglia. La specie più nota è l’uccello Fornaio comune del Plata, il Casara o Costruttor di case degli Spagnuoli. Il nido, dal quale prende il suo nome, è posto nei luoghi più esposti, come sulla cima di un palo, di una roccia, o di un Cactus. È fatto di fango e di pagliuzze, ed ha pareti forti e spesse; nella forma rassomiglia appunto ad un forno, o ad un alveare depresso. L’apertura larga e ad arco è precisamente nel mezzo della facciata; dentro al nido v’ha un tramezzo che va quasi fino al tetto, formando così un passaggio o anticamera al vero nido.

Un’altra specie più piccola di Furnarius (F. cunicularius), rassomiglia all’uccello Fornaio nella tinta generale rossiccia del suo piumaggio, in un grido particolare ripetuto, e nello strano uso di correre a sbalzi. Per questa sua affinità gli Spagnuoli lo chiamano Casarita (ossia piccolo costruttore di case), quantunque la sua nidificazione sia differente. La Casarita fabbrica il suo nido nel fondo di uno scavo profondo e cilindrico, che si dice si estenda orizzontalmente quasi un metro e ottanta sotto il terreno. Parecchie persone del paese mi dissero che quando erano fanciulli avevano tentato di scovare il nido, ma erano appena riusciti a giungere in fondo al passaggio. L’uccello preferisce un banco di terreno sabbioso compatto, sul margine di una strada o di un corso d’acqua. Qui (a Bahia Blanca) i muri intorno alle case sono fatti di fango indurito; ed osservai che quello che circondava il cortile del mio alloggio, era forato da scavi rotondi in parecchi punti. Avendo chiesto al proprietario la causa di ciò, egli me la diede dolendosi molto della piccola Casarita, di cui in seguito ne vidi parecchie all’opera. È assai curioso vedere quanto questi uccelli siano incapaci di acquistare una qualche nozione della spessezza, perchè quantunque essi continuamente volteggiassero sopra quel basso muro, essi continuavano a volerlo forare, supponendo fosse un eccellente banco pei loro nidi. Senza dubbio ogni uccello, appena avrà trovato la luce dall’altro lato del muro, deve essere rimasto ben meravigliato di un fatto così sorprendente.

Ho già fatto menzione di quasi tutti i mammiferi comuni a questa regione. Di armadilli si incontrano tre specie, cioè il Dasypus minutus, o Pichy, il D. villosus o Peludo, e l’Apar. Il primo si estende dieci gradi più verso il sud che non qualsiasi altra specie: una quarta specie, la Mulita, non va oltre a Bahia Blanca. Le quattro specie hanno a un dipresso costumi simili; tuttavia il peludo è notturno, mentre gli altri girano di giorno sulle aperte pianure, nutrendosi di coleotteri, di larve, di radici, ed anche di serpentelli. L’Apar, detto comunemente mataco, è notevole per avere solo tre cingoli mobili; il rimanente della sua corazza cesellata è quasi inflessibile. Esso ha la facoltà di impallottolarsi come una delle specie dei cento gambe d’Inghilterra. In questo stato è al riparo dalle aggressioni dei cani; perchè il cane non potendo prenderlo tutto in bocca, lo morde da un lato e la palla scivola via. L’invoglio liscio e duro del mataco presenta una difesa migliore che non le dure spine dell’istrice. Il pichy preferisce un terreno molto duro; e le dune di sabbia della costa, dove per molti mesi non cade goccia d’acqua, sono il suo luogo di predilezione; sovente cerca di sfuggire alla vista accoccolandosi sul terreno. In una cavalcata di un giorno presso Bahia Blanca se ne incontrano generalmente parecchi; quando se ne scorgeva uno era necessario, per impadronirsene, gettarsi quasi giù da cavallo; perchè l’animale in quel terreno soffice si affonda tanto rapidamente, che le parti posteriori di esso erano quasi sempre scomparse prima che l’uomo fosse sceso da cavallo. Sembra quasi una crudeltà uccidere quei graziosi animaletti, perchè, come diceva un Gaucho, mentre piantava il suo coltello nel dorso di uno di essi, son tan mansos, cioè sono tanto mansueti. Sonovi molte specie di rettili; un serpente (un Trigonocephalus o Cophias), il quale secondo la mole del dente tubuloso velenifero, deve essere molto pericoloso. Cuvier contro il parere di alcuni naturalisti, fece di questo un sotto-genere del serpente a sonaglio, ed un intermedio fra esso e la vipera. In appoggio a questa opinione osservai un fatto, che mi sembra curiosissimo ed istruttivo, perchè dimostra come ogni carattere, anche in qualche grado indipendente dalla struttura, abbia una tendenza a variare lentamente. L’estremità della coda di questo serpente termina in una punta che si allarga lievissimamente, e mentre l’animale striscia, ne fa vibrare costantemente l’ultimo pezzo; e questa parte urtando l’erba ed i ramoscelli secchi produce un rumore gorgogliante, che si può distintamente udire alla distanza di circa due metri. Appena l’animale veniva irritato o sorpreso, scuoteva la coda, e le sue vibrazioni erano rapidissime. Anzi, finchè il corpo conservava la sua irritabilità, era evidente una tendenza a questo movimento consueto della coda. Perciò questo Trigonocefalo, ha, per alcuni riguardi, la struttura della vipera, ed i costumi del serpente a sonagli; tuttavia il rumore è prodotto da un congegno più semplice. L’espressione della faccia di questo serpente era orribile e feroce; la pupilla consisteva in una fessura verticale entro un’iride macchiettata color rame; le mandibole eran larghe alla base, ed il naso terminava in una sporgenza triangolare. Io non credo di aver mai veduto nulla di più brutto, tranne alcuni fra i pipistrelli vampiri. Suppongo che questo aspetto ributtante derivasse da ciò che i lineamenti son collocati in posizione, rispetto gli uni agli altri, in certo modo come quelli della faccia umana, e così si ha un confronto di orridezza. Fra i rettili Batraci, trovai solo un piccolo rospo (Phryniscus nigricans), singolarissimo pel suo colore. Per avere una giusta idea del suo aspetto, dobbiamo figurarci che esso sia stato immerso in un inchiostro ben nero, e, dopo, asciutto, sia stato lasciato strisciare sopra una tavola tinta di fresco di un bel vermiglio, tanto da colorirsi le piante dei piedi e parte dello stomaco. Se fosse stata una specie senza nome, certamente avrebbe dovuto esser chiamato Diabolicus, perchè è un rospo molto acconcio a sussurrare parole nell’orecchio di Eva. Invece di aver costumi notturni, come il solito nei rospi, e vivere in tane umide ed oscure, esso striscia durante il caldo del giorno fra le aride colline di sabbia e le brulle pianure, ove non si trova una sola goccia d’acqua. Esso necessariamente non conta che sulla rugiada per inumidirsi; e questa viene assorbita probabilmente dalla pelle perchè come si sa, questi rettili hanno grande facoltà di assorbimento cutaneo. A Maldonado ne trovai uno in un luogo tanto asciutto quanto a Bahia Blanca, e credendo di fargli un gran piacere lo portai in una pozzanghera d’acqua; non solo il piccolo animale non sapeva nuotare, ma credo che senza aiuto si sarebbe in breve annegato.

Sonovi molte specie di lucertole, ma una sola (Proctotretus multimaculatus), è notevole pei suoi costumi. Vive sulla sabbia nuda presso la costa marina, e pel suo colore macchiettato, poichè le sue brune squame sono sparse di punti bianchi giallicci e turchinicci, non si può guari distinguere dalla superficie che la circonda. Quando è spaventata cerca di fuggire all’occhio fingendosi morta, colle zampe stese, col corpo depresso e cogli occhi chiusi; se viene ancora molestata si affonda rapidamente nella sabbia. Questa lucertola pel corpo appiattito e per le zampe corte non può correre velocemente.

Aggiungerò qui alcune osservazioni intorno al letargo degli animali in questa parte del Sud America.

Al nostro arrivo a Bahia Blanca il 7 settembre 1832, credemmo che la natura avesse negato a questa arida e sabbiosa regione, quasi ogni creatura vivente. Tuttavia scavando il terreno si trovarono parecchi insetti, alcuni grossi ragni, e varie lucertole in uno stato di mezzo letargo. Al 15 alcuni pochi animali cominciarono a comparire, e il 18 (tre giorni prima dell’equinozio) ogni cosa annunciava il principio della primavera. Le pianure si ornavano dei fiori del garofano, della acetosella, dei piselli selvatici, delle œnotheræ e dei geranii; e gli uccelli cominciavano a deporre le uova. Molti insetti lamellicorni ed eteromeri, questi ultimi notevoli pel loro corpo profondamente scolpito, cominciavano a muoversi lentamente intorno; mentre la schiera delle lucertole, abitatrici costanti dei terreni sabbiosi correva per ogni verso. Durante i primi undici giorni, mentre la natura era ancora addormentata, la temperatura media, presa dalle osservazioni fatte ogni due ore a bordo della Beagle era di + 10 cent.; e al meriggio il termometro di mare saliva oltre a + 13 cent. Negli undici giorni susseguenti quando ogni cosa vivente cominciava a rianimarsi, la media era di + 14 cent., e nel meriggio saliva dai + 17 cent. ai + 19 cent. Quindi un aumento di + 2 cent. nella temperatura media, ma un grado molto maggiore di calore bastava a svegliare le funzioni della vita. A Montevideo, donde avevamo salpato allora, nei ventitre giorni compresi fra il 26 di luglio e il 19 di agosto, la temperatura media di duecento settantasei osservazioni era di + 14 cent.; la media del giorno più caldo era di + 17 cent., e quella del più freddo di + 9 cent. Il punto più basso cui scese il termometro fu di + 6 cent., e occasionalmente nel meriggio salì fino a + 19 o + 20. Tuttavia con questa alta temperatura quasi tutti i coleotteri, parecchi generi di ragni, di chiocciole, di conchiglie terrestri, di lucertole, e di rospi stavano tutti giacenti intorpiditi fra i sassi. Ma abbiamo veduto che a Bahia Blanca, la quale è quattro gradi più al sud, e quindi con un clima più freddo, questa stessa temperatura, con un estremo di caldo un po’ minore, bastava a svegliare tutti gli ordini degli esseri animati. Ciò dimostra quanto esattamente sia governato lo stimolo necessario a svegliare gli animali in letargo del clima solito della regione e non caldo assoluto. Tutti sanno che sotto i tropici, il letargo invernale, o più propriamente letargo estivo degli animali è determinato non dalla temperatura, ma dalle stagioni asciutte. Presso Rio Janeiro, osservai dapprima con mia sorpresa che, pochi giorni dopo che alcune piccole pozze si erano riempite d’acqua, esse si popolavano di un gran numero di conchiglie e di coleotteri adulti, i quali dovevano essere stati addormentati. Humboldt ha riferito lo strano fatto di una capanna stata fabbricata in un punto ove un giovane coccodrillo giaceva sotterrato nel fango indurito. Egli aggiunse: «Gli Indiani trovano sovente enormi boa, che essi chiamano Ilgï o serpenti d’acqua, nello stesso stato di letargo. Per rianimarli sono obbligati a stuzzicarli o inumidirli con acqua». Menzionerò solo un altro animale, un zoofito (credo la Virgularia Patagonica), specie di penna di mare. Si compone di uno stelo sottile diritto, carnoso con file alterne di polipi da ogni lato, e circondato da un asse elastico pietroso, che varia in lunghezza da metri 0,20 a 0,60. Lo stelo ad una delle estremità è tronco, ma dall’altra termina in un appendice vermiforme carnosa. L’asse pietroso che forza allo stelo si può seguire da questa estremità fino ad un semplice vaso pieno di materia granulosa. Nella bassa marea si veggono centinaia di questi zoofiti che sporgono fuori come stoppia, coll’estremità tronca all’insù, pochi centimetri sulla superfice della sabbia melmosa. Quando vengono toccati o spinti si ritirano repentinamente con forza, tanto da scomparire in parte o al tutto. Con questa azione, l’asse sommamente elastico deve piegarsi all’estremità inferiore dove è naturalmente un tantino incurvato; ed io suppongo che il zoofito vada debitore solo a questa elasticità della facoltà di nuovamente rialzarsi in mezzo al fango. Ogni polipo, sebbene intimamente unito ai suoi fratelli, ha una bocca, un corpo e tentacoli distinti. In un grosso esemplare vi debbono essere molte migliaia di questi polipi; tuttavia vediamo che operano con un solo movimento: hanno inoltre un asse centrale connesso mercè un sistema di oscura circolazione e le ova si producono in un organo distinto da individui separati36. Si potrà domandare quale è un individuo? È sempre interessante scoprire da che cosa abbiano avuto origine i racconti degli antichi viaggiatori; e non dubito che i costumi di questa virgularia spieghino uno di questi. Il Capitano Lancaster, nel suo viaggio nel 1601, narra che nelle sabbie marine dell’isola di Sombrero, nelle Indie orientali, egli trovò «un ramoscello che spuntava fuori come un arboscello, e volendolo cogliere esso si ritira in giù e si affonda nel terreno a meno che non venga tenuto molto stretto. Essendo sradicato si trova la sua radice comporsi di un gran verme, e mentre l’albero cresce in altezza il verme diminuisce; e quando il verme si è al tutto trasformato in albero, esso mette le radici nella terra e così divien grande. Questa trasformazione è una delle più grandi meraviglie che io abbia veduto nei miei viaggi; perchè se questo albero è sradicato mentre è giovane, e si strappano via le foglie e la corteccia, diviene una dura pietra quando è secco, molto simile al corallo bianco: così questo verme si trasforma due volte in nature differenti. Di questi ne abbiamo raccolti e portati a casa molti».

Durante la mia stazione a Bahia Blanca, mentre stava aspettando la Beagle, tutto il paese era in uno stato costante di eccitamento per le voci di guerra e di vittorie tra le truppe di Rosas e gli Indiani selvaggi. Un giorno si riferì che un piccolo distaccamento che formava una delle postas sulla linea di Buenos Ayres, era stato trovato trucidato. L’indomani 300 uomini giunsero dal Colorado sotto il comandante Miranda. La maggior parte di questi erano Indiani mansos (ossia inciviliti), ed appartenevano alla tribù del Cacico Bernantio. Passarono la notte colà, e non si può concepire nulla di più rozzo e selvaggio della scena del loro bivacco. Alcuni bevettero fino all’ubbriachezza; altri ingollavano il sangue del bestiame ucciso per la loro cena e poi resi malati da tutto ciò, di nuovo lo rigettarono e rimanevano imbrattati di sangue e di sozzura.

 

Nam simul expletus dapibus, vinoque sepultus

Carvicem inflexam posuit jacuitque per antrum

Immensus, saniem eructans, ac frusta eruenta

Per somnum commixta mero.

 

Al mattino partirono pel teatro del massacro coll’ordine di seguire il rastro ossia la traccia anche se li conducesse fino al Chilì. Udimmo in seguito che gli Indiani selvaggi erano fuggiti nei grandi Pampas, e per qualche ragione la loro traccia era stata smarrita. Un’occhiata al rastro svela a questa gente tutta una storia. Supponendo che essi esaminino la traccia di 1000 cavalli, sanno subito dire quelli che sono cavalcati vedendo quanti siano andati di portante dalla profondità delle altre impronte, se qualche cavallo era carico; dalle irregolarità dei passi la loro stanchezza, dal modo in cui il cibo era stato cucinato, se gli inseguiti viaggiavano in fretta; dall’aspetto generale, quanto tempo era trascorso dacchè erano passati. Essi consideravano un rastro di dieci giorni o due settimane, abbastanza fresco per essere riconosciuto. Udimmo pure che Miranda si diresse dal capo occidentale della Sierra Ventana in linea retta all’isola di Cholechel, collocata 70 leghe risalendo il Rio Negro; questa è una distanza di quasi 300 miglia attraverso un paese al tutto ignoto. Quali altri eserciti al mondo sono così indipendenti? Col sole per guida, la carne delle cavalle per nutrimento, le coperte delle selle per letto; finchè vi è un po’ d’acqua, questi uomini andrebbero fino alla fine del mondo. Alcuni giorni dopo vidi un’altra schiera di questi soldati a mo’ di banditi partire contro un’altra tribù d’Indiani alle piccole Salinas che erano stati traditi da un cacico prigioniero. Lo spagnuolo che comandava questa spedizione era un uomo intelligentissimo. Mi diede i ragguagli dell’ultimo scontro a cui egli era stato presente. Alcuni Indiani che erano stati fatti prigionieri, diedero informazioni intorno a una tribù che viveva al nord del Colorado; vennero spediti 200 soldati, ed essi furono i primi a scoprire gl’Indiani pel polverio dei loro cavalli mentre erano in viaggio.

Il paese si presentava montuoso e selvaggio, e doveva essere molto nell’interno perchè si vedevano le Cordigliere. Gli Indiani, uomini, donne, fanciulli in numero di 110 circa, furono quasi tutti presi ed uccisi, perchè i soldati trucidavano tutti gli uomini. Gli Indiani sono ora tanto atterriti, che non resistono più in corpo, ma fuggono soli abbandonando anche le mogli e i figli; ma quando son sorpresi, si battono come belve contro qualunque numero fino all’ultimo momento. Un Indiano moribondo azzannò pel pollice il suo avversario, e si lasciò schizzar fuori il suo occhio piuttosto che lasciare la presa. Un altro che era ferito, fingeva la morte e teneva un coltello pronto per fare ancora un colpo micidiale. Ma quegli che mi dava questi ragguagli mi disse che una volta mentre inseguiva un indiano, questi gli domandava misericordia, mentre nascostamente si scioglieva le bolas dalla cintura per slanciarle contro la sua testa.

«Ma io lo atterrai con un colpo di sciabola, e poi sceso da cavallo gli tagliai la gola col coltello». È questa una scena terribile; ma quanto più tremendo è il fatto certissimo, che tutte le donne le quali sembrano avere più di vent’anni vengono massacrate a sangue freddo? Quando io diceva che questo mi sembrava piuttosto inumano, mi si rispose: «Come si fa? Sono tanto feconde

Ognuno qui è pienamente convinto che questa è una guerra giustissima perchè fatta contro barbari. Chi potrebbe credere che tanta atrocità accada in questo secolo in un paese civile e cristiano? I bambini degli Indiani si risparmiano per essere venduti o dati come servitori, o meglio schiavi per tutto quel tempo durante il quale i loro padroni possono far loro credere di esserlo. Tuttavia pare che non siano trattati troppo male.

Nel combattimento quattro uomini fuggirono insieme. Vennero inseguiti; uno fu ucciso e gli altri tre presi vivi; si trovarono essere messaggeri o ambasciatori di un grosso corpo di Indiani, uniti per la difesa comune presso le Cordigliere. La tribù alla quale erano stati mandati stava per tenere un gran consiglio; il festino di carne di cavallo era apparecchiato ed il ballo pronto; il mattino dopo gli ambasciatori dovevano ritornare alle Cordigliere. Erano uomini notevolmente belli, di carnagione chiara, alti 1 metro e 80 cent. circa, e tutti in età di 30 anni. I tre superstiti erano naturalmente molto bene informati, e per farli parlare furono posti in fila. I due primi essendo interrogati risposero nosè (non so), e fucilati l’uno dopo l’altro. Il terzo disse pure nosè, soggiungendo: «Sparate, sono un uomo e posso morire!» Non dissero sillaba che potesse recar danno alla causa del loro paese! La condotta del sopramenzionato cacico fu ben diversa; salvò la sua vita svelando il piano di guerra concertato e il punto d’unione nelle Ande. Si credeva che fossero già insieme sei o settecento Indiani, e che nell’estate questo numero sarebbe stato doppio. Dovevano spedirsi ambasciatori agli Indiani delle piccole saline presso Bahia Blanca, i quali come ho detto furono traditi da quello stesso cacico. Quindi le comunicazioni fra gli Indiani si estendono dalle Cordigliere fino alla spiaggia dell’Atlantico.

Il piano del generale Rosas è di uccidere tutti gli erranti e dopo di aver spinto il rimanente in un punto comune, aggredirli in corpo nell’estate coll’aiuto dei Chiliani. Quest’operazione deve esser ripetuta per tre anni successivamente. Suppongo che si scelga l’estate come tempo dell’attacco principale, perchè essendo allora le pianure senz’acqua, gl’Indiani non possono viaggiare che in certe date direzioni. La fuga degli Indiani al sud del Rio Negro, ove in quella vasta ed ignota regione sarebbero salvi, è impedita da un trattato coi Tehuelches a questo scopo, che Rosas li paga moltissimo per uccidere ogni indiano che passa al sud del fiume, ma se essi cadono ciò facendo, vengono sterminati. La guerra principalmente si fa presso gl’Indiani che stanno vicino alle Cordigliere; perchè molte tribù di questo versante orientale combattono insieme a Rosas. Tuttavia il generale, come lord Chesterfield supponendo che i suoi amici possano un giorno divenir suoi nemici, li mette sempre nelle prime file, cosicchè il loro numero si va ognora diradando. Dopo aver lasciato l’America meridionale, abbiamo udito che questa guerra d’esterminio ha completamente fallito.

Fra le fanciulle prigioniere prese nello stesso scontro si trovavano due bellissime spagnuole che erano state rapite da bambine dagli Indiani, e non sapevano parlare altra lingua che la indiana. Da quello che dicevano, dovevano venire da Salta; alla distanza in linea retta di quasi 1000 miglia. Questo può dare un’idea dell’immenso territorio sul quale si vanno aggirando gl’Indiani; tuttavia, per quanto grande esso sia, credo che fra mezzo secolo non vi sarà più un indiano selvaggio al nord di Rio Negro. La guerra è troppo sanguinosa per durare a lungo; i cristiani uccidono ogni indiano e questi fanno lo stesso coi cristiani. È penoso osservare di quanto gli Indiani abbiano dovuto arrestarsi dinanzi alla dominazione spagnuola. Schirdel37 dice che nel 1535, quando venne fondata Buenos Ayres, vi erano villaggi popolati da due o tre mila abitanti. Anche nel tempo di Falconer (1750) gli Indiani facevano irruzione fino a Luxan, ad Areco, e ad Arrecife, ma ora sono stati respinti al di del Salado. Non solo intere tribù sono state sterminate, ma gli Indiani che son rimasti sono diventati più barbari. Invece di vivere in grandi villaggi dando opera alla pesca ed alla caccia, essi ora girano per le aperte pianure senza case e senza occupazioni fisse.

Ho udito qualche ragguaglio di uno scontro che ebbe luogo, alcune settimane prima di quello menzionato a Cholechel. È questo un posto importantissimo essendovi un guado pei cavalli e fu in conseguenza per qualche tempo il quartier generale di una divisione dell’armata. Quando le truppe vi giunsero per la prima volta, vi trovarono una tribù d’Indiani, dei quali ne uccisero una ventina o una trentina. Il cacico si salvò in un modo meraviglioso. I capi Indiani hanno sempre uno o due cavalli legati che tengon pronti per ogni occasione urgente. In una di queste il cacico balzò sopra un vecchio cavallo bianco prendendo con un suo bambino. Il cavallo non aveva sella briglia. Per sfuggire alle palle l’indiano cavalcava nel modo particolare alla sua nazione; vale a dire tenendo un braccio al collo del cavallo e con una gamba sola sul dorso. Sospeso in tal modo, egli accarezzava il capo del cavallo e gli parlava. I persecutori fecero ogni sforzo nella caccia; il comandante mutò tre volte di cavallo, ma invano; il vecchio indiano col suo figlio furono liberi.

Che bel quadro ci possiamo formar nella mente: la nuda ed abbronzata figura del vecchio indiano col suo bambino, cavalcando come Mazzeppa sopra un cavallo bianco, lasciando lontano l’orda dei persecutori!

Vidi un giorno un soldato batter l’acciarino per far fuoco con un pezzo di selce che riconobbi subito essere un pezzo della punta di una freccia. Mi disse di averlo trovato presso l’isola di Cholechel, e che spesso ne aveva colà trovato. Era lungo da metri 0,05 a 0,07, quindi, due volte più grande di quelli che si adoperano ora alla Terra del Fuoco; era fatta di selce opaca giallognola, ma la punta e le barbe erano state volontariamente tolte via. Si sa benissimo che ora nessun indiano dei pampas adopera arco o freccie. Credo che convenga eccettuarne una piccola tribù nella Banda Oriental; ma essi sono molto lontani dagli Indiani dei Pampas e stanno vicini a quelle tribù che abitano le foreste e non possiedono cavalli. Sembra quindi che queste punte di freccie siano antiche reliquie degli Indiani38 prima del gran mutamento succeduto nei loro costumi per l’introduzione dei cavalli nel sud dell’America.





27 Questa teoria fu dapprima svolta nella zoologia del viaggio della Beagle, ed in seguito nella memoria del professore Owen intorno al Mylodon robustus.



28 L’elefante che fu ucciso ad Exeter Change, venne calcolato (essendo stato parzialmente pesato) a cinque tonnellate e mezza (5500 chil.). L’elefante giuocoliero, secondo quello che mi fu detto pesava una tonnellata meno (4500 chil.); così possiamo prender cinque tonnellate (5000 chil.) come media di un elefante adulto. Mi fu detto al Surrey Gardens, che un ippopotamo mandato in Inghilterra, tagliato a pezzi, venne calcolato del peso di tre tonnellate e mezza (3500 chil.), diremo tre. Da questi precedenti possiamo dare tre tonnellate e mezza (3500 chil.) ad ognuno dei cinque rinoceronti; forse una tonnellata (1000 chil.) alla giraffa, e mezza (500 chil.) al bue del Capo, come pure all’alce (un grosso bue pesa da 600 a 750 chil.). Questo darà una media (dai suddetti dati) di due tonnellate e mezza (2500 chil.) pei dieci più grossi animali erbivori dell’Africa meridionale. Nell’America meridionale, calcolando 600 chil. pei due tapiri insieme; 275 pel guanaco e la vigogna, 250 pei tre cervi, 150 pel capibara, il peccari ed una scimmia, avremo una media di 225 chil., di cui io credo esagerato il risultamento. La proporzione starà quindi come 6048 a 250, ossia 24 ad 1, pei dieci più grossi animali dei due continenti.



29 Se noi supponiamo il caso della scoperta di uno scheletro di una balena della Groenlandia fossile, quando non fosse conosciuta l’esistenza di nessun animale cetaceo, quale naturalista avrebbe potuto immaginare. che fosse possibile ad un animale così gigantesco di vivere dei minutissimi crostacei e molluschi che abitano i mari gelati dell’estremo nord?



30 Vedi Zoological Remarks to Capt. Bachs Expedition dal D. Richardson. Egli dice: «Il sottosuolo al 56° grado di latitudine nord è perpetuamente gelato, mentre il disgelo sulla costa non penetra oltre a novanta centimetri, e al Lago degli Orsi, al 64° grado di latitudine, non più di quattro centimetri. Il sottosuolo gelato non distrugge per se stesso la vegetazione, perchè ad una certa distanza della costa crescono alla superficie rigogliose foreste».



31 Vedi Humboldt, Fragmenso Asiatiques, v. 386; Bartons Geography of Plants, e Malte Brun. Quest’ultimo autore dice che il limite della vegetazione delle piante in Siberia, si può estendere oltre al parallelo del 70 grado.



32 Un Gaucho mi assicurò di aver veduto una volta una varietà al tutto bianca di neve o albina, ed era un uccello bellissimo.



33 Lichtenstein, tuttavia, asserisce (Travels, vol. II, p. 25), che le femmine cominciano a covare quando hanno deposto dieci o dodici uova, e continuano a deporne, suppongo, in un altro nido. Questo mi sembra molto improbabile. Egli asserisce che quattro o cinque femmine si uniscono per l’incubazione con un maschio, il quale cova solamente la notte.



34 Quando fummo al Rio Negro, sentimmo molto parlare dei lavori infaticabili di questo naturalista. Il signor Alcide d’Orbigny, dal 1825 al 1833 visitò parecchie grandi parti dell’America meridionale; fece una collezione; ed ora pubblica una relazione così completa che lo colloca secondo solo ad Humholdt nella schiera dei viaggiatori dell’America.



35 Relazione intorno agli Abipones, 1749, vol. I (traduzione inglese, p. 314).



36 Le cavità che vanno dagli scompartimenti carnosi della estremità, erano piene di una materia polposa gialla, la quale esaminata con un microscopio presentava un aspetto straordinario. La massa si componeva di granellini rotondi, sani, trasparenti, irregolari, riuniti assieme in particelle di varia grandezza. Tutte queste particelle, ed i granellini separati avevano la facoltà di muoversi rapidamente; in generale girando attorno a differenti assi, ma talora progredendo. Il movimento era visibile con una lente debolissima, ma anche colla più forte non se ne scorgeva la causa. Differiva moltissimo dalla circolazione del fluido del sacco elastico, che conteneva l’estremità sottile dell’asse. In altre occasioni, quando disseccava piccoli animali marini sotto il microscopio, ho veduto particelle di materia polposa, alcune piuttosto grandi le quali appena venivano liberate cominciavano a girare. Ho supposto non so con quanta verità che questa materia granulosa e polposa fosse in processo per convertirsi in uova. Certamente in questo zoofito sembra essere il vero.



37 Purchass collection of voyages. Credo che la data sia veramente 1537.



38 Azara ha messo anche in dubbio che gli Indiani dei Pampas abbiano mai adoperati archi.



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