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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Escursione a Colonia del Sacramiento - Valore di una Estancia - Bestiame, modo di contarlo - Singolare razza di buoi - Ciottoli forati - Cani da pastore - Cavalli resi mansueti dopo essere stati cavalcati dai Gauchos - Carattere degli abitanti - Rio Plata - Strupi di farfalle - Ragni areonauti - Fosforescenza del mare - Porto Desiderio - Guanaco in Porto San Giuliano - Geologia della Patagonia - Animali fossili giganteschi - Tipi di costante organizzazione - Mutamento nella zoologia dell’America - Cause d’estinzione.
Essendo stato per quasi due settimane in città, fui lieto di andarmene a bordo di un bastimento diretto a Montevideo. Una città bloccata deve essere sempre un luogo di dimora poco piacevole; in questo caso poi vi eran sempre da temere i briganti interni. Le sentinelle erano le più da temersi, perchè pel loro officio e per avere le armi in mano rubavano con un grado di autorità che gli altri uomini non potevano assumere. Il nostro viaggio fu lunghissimo e noioso. Sulle carte geografiche il Plata ha un aspetto grandioso, ma in realtà è poca cosa. Una vasta estensione di acqua melmosa non è nè maestosa nè bella. Nel giorno, le due sponde, le quali sono entrambi sommamente basse, si potevano distinguere dal ponte. Arrivato a Montevideo trovai che la Beagle non sarebbe partita presto, per cui mi preparai ad una breve escursione in questa parte della Banda Oriental. Tutto quello che ho detto intorno al paese presso Maldonado, si può applicare a Montevideo, ma il terreno, eccettuato il monte Verde, alto 135 metri, dal quale prende il suo nome, è ancor più piano. Pochissima parte della ondulata pianura erbosa è cinta; ma presso la città vi sono alcune striscie di terra chiuse da siepi coperte di agave, cactus e finocchio.
Novembre 14. - Al pomeriggio lasciammo Montevideo. Era mia intenzione di andare a Colonia del Sacramiento, collocata sulla sponda settentrionale del Plata, ed in faccia a Buenos Ayres, e quindi risalendo l’Uraguay, andare al villaggio Mercedes sul Rio Negro (uno dei tanti fiumi di questo nome del Sud America), e da questo punto tornare direttamente a Montevideo. Passammo la notte nella casa della mia guida a Canelones. Al mattino ci alzammo di buon’ora, sperando di poter fare una lunga cavalcata, ma fu una vana speranza, perchè tutti i fiumi erano straripati. Attraversammo entro barchette i fiumi Canelones, Santa Lucia e San Josè, e questo ci prese molto tempo. In una escursione precendente io aveva attraversato il Santa Lucia presso la sua foce, ed aveva provato molta sorpresa, osservando con quanta facilità i nostri cavalli, quantunque non avezzi a nuotare, avevano attraversato una estensione larga almeno seicento metri. Avendo fatto menzione di questo a Montevideo, mi fu detto che un bastimento carico di ciarlatani coi loro cavalli, avendo fatto naufragio nel Plata, un cavallo nuotò per sette miglia per giungere alla sponda. Nel corso del giorno mi divertii molto osservando la destrezza spiegata da un Gaucho, per obbligare un cavallo restìo a nuotare nel fiume. Egli si toglieva le vestimenta, gli saltava sul dorso, e lo faceva andare nell’acqua finchè avesse perduto il fondo; poi scivolava giù dalla groppa, si teneva fermo alla coda, e quando il cavallo girava per tornare alla sponda, l’uomo lo spaventava gettandogli l’acqua in faccia. Appena il cavallo aveva toccato terra dall’altra sponda l’uomo gli balzava, sopra, ed era già fermo colla briglia in mano prima che il cavallo fosse giunto sulla riva. Un uomo nudo sopra un cavallo nudo è un bellissimo spettacolo; io non aveva idea quanto questi due animali stiano bene assieme. La coda di un cavallo è un’appendice utilissima; io ho passato un fiume in una barchetta con entrovi altre quattro persone, e questa barchetta attraversava il fiume nello stesso modo come il Gaucho. Se un uomo ed un cavallo debbono attraversare un largo fiume, il mezzo migliore è per l’uomo di attaccarsi alla criniera ed aiutarsi con l’altro braccio nuotando.
Passammo la notte ed il giorno seguente alla posta di Cufre. Alla sera giunse il procaccia. Era in ritardo di un giorno perchè il Rio Rozario era straripato. Questo però non doveva avere molta conseguenza; perchè quantunque fosse passato in alcune delle principali città di Banda Oriental, tutto il suo carico si componeva di due lettere! Dalla casa si godeva di una vista piacevole; una superfice verde ondulata, ed in distanza alcuni tratti del Plata. Mi accorgo che considero questa provincia con occhi molto differenti di quello che io facessi al mio primo arrivare. Mi ricordo che allora la credeva singolarmente livellata; ma ora, dopo avere cavalcato attraverso ai Pampas, so capire per qual motivo mi inducessi a considerarla al tutto piana. Il paese si compone di una serie di ondulazioni, in se stesse forse non assolutamente grandi, ma comparate colle pianure di Santa Fè, sono vere montagne. Da queste alture scaturiscono molti ruscelletti, ed il terreno è verde e lussureggiante.
Novembre 17. - Attraversato il Rozario, che è profondo e rapido, e passato il villaggio di Colla, giungemmo a mezzo giorno a Colonia del Sacramiento. La distanza è di circa venti leghe, in mezzo ad una campagna coperta di bella erba, ma miseramente fornita di bestiame e di abitanti. Fui invitato a passare la notte a Colonia, ed accompagnare, l’indomani, un signore che andava al suo podere, ove vi erano alcune roccie di calcare. La città è fabbricata sopra un promontorio sassoso a un dipresso come Montevideo. È molto fortificata, ma tanto le fortezze quanto la città, hanno sofferto molto dalla guerra col Brasile. È antichissima; e l’irregolarità delle strade, ed i boschetti di aranci e di peschi che la circondano, le danno un aspetto grazioso. La chiesa è una curiosa rovina; era adoperata come magazzino delle polveri, e fu colpita dal fulmine in uno degli innumerevoli temporali del Rio Plata. Due terzi del fabbricato saltarono in aria dalle fondamenta, ed il resto rimane come uno sparso e curioso monumento delle forze unite del fulmine e della polvere. La sera andai a girare intorno alle mura mezzo demolite della città. Furono il punto principale della guerra Brasiliana, guerra dannosissima per questo paese, non tanto per i suoi effetti immediati, quanto per essere stata l’origine di una moltitudine di generali e di ufficiali di tutti i gradi. Si contano molti più generali (ma senza paga), nelle province Unite del Plata, che non nel Regno Unito della Gran Bretagna. Questi signori hanno imparato ad amare il potere, e non trovano male qualche piccola sommossa; quindi ve ne sono sempre molti in aspettazione, onde creare disordini e rovesciare un governo che finora non ha mai posato sopra nessuna base stabile. Tuttavia osservai, tanto qui come in altri luoghi, un interesse molto generale per la elezione del Presidente; e questo sembra essere un buon segno per la prosperità di questo piccolo paese. Gli abitanti non richiedono molta educazione nei loro deputati; io sentii alcuni uomini discutere i meriti di quelli di Colonia, e dicevano che «quantunque non fossero uomini di affari potevano firmare il loro nome»: con questo parevano credere che ogni uomo ragionevole dovesse esserne contento.
Novembre 18. - Andai col mio ospite alla sua estancia o podere all’Arroyo di San Giovanni. La sera facemmo una cavalcata intorno al podere; si componeva di due leghe e mezzo quadrate, ed era situato in quello che vien detto rincon, vale a dire un lato aveva di fronte il Plata, gli altri due erano difesi da corsi d’acqua non guadabili. Vi era un buonissimo porto per piccoli bastimenti, e grande copia di legname piccolo, ciò che ha molto valore come provvista di combustibile per Buenos-Ayres. Io era ansioso di sapere il valore di un così bel podere. Vi erano tre mila capi di bestiame, e ne avrebbe potuto mantenere tre o quattro volte tanti. Vi erano ottocento cavalle, centocinquanta cavalli mansueti, e seicento pecore. Eravi molta copia d’acqua e di pietra calcare, una casa rustica, eccellenti recinti o corrals, ed un orto con peschi. Per tutto questo gli erano stati offerti 50.000 franchi, ed egli ne voleva solo di più 12.000, e probabilmente l’avrebbe venduta per meno. Il disturbo principale in un podere, è quello di fare andare il bestiame due volte alla settimana in un punto centrale, onde renderlo mansueto e contarlo. Quest’ultima operazione sembrerebbe difficile, dove ci sono dieci o quindicimila teste insieme. Si compie secondo il principio che il bestiame, invariabilmente si separa da sè in piccoli branchi da quaranta a cento. Ogni branco si riconosce per alcuni pochi animali che hanno un segno particolare, ed il suo numero è noto. Cosicchè, quando se ne perde uno sopra diecimila, si vede questa perdita dall’essere esso mancante in uno dei piccoli strupi o tropillas. Durante una notte burrascosa, tutto il bestiame si confuse insieme; ma il mattino dopo, le tropillas si separarono come prima. Per cui ogni animale deve conoscere il suo compagno in mezzo a diecimila altri.
Incontrai due volte in questa provincia alcuni buoi di una curiosissima razza detta Nâta o Niata. Sembrano esternamente avere quasi la stessa affinità coll’altro bestiame, come ha il cane mastino cogli altri cani. La loro fronte è brevissima e larga, colla punta nasale rivolta in su, ed il labbro superiore molto allo indietro; la mascella inferiore sporge oltre la superiore, ed ha una curva corrispondente all’insù; quindi i loro denti sono sempre scoperti. Le narici sono collocate in alto e molto aperte; gli occhi sporgono all’infuori. Quando camminano portano il capo basso sopra un corto collo, e le loro zampe posteriori, sono alquanto più lunghe delle anteriori, che non sogliano essere. I loro denti scoperti, il capo corto, le narici rivolte in su, danno loro un aspetto semi fiducioso, semi provocante, quanto si può immaginare ridicolo.
Dopo il mio ritorno, ho ottenuto il cranio di uno di questi animali, per la gentilezza del mio amico il capitano Sulivan R. N.; questo cranio ora si trova nelle collezioni del collegio dei chirurghi53. Don F. Muniz di Luxan, ha raccolto cortesemente per me tutte le informazioni che ha potuto avere intorno a questa razza. Dalla sua relazione appare che circa ottanta o novant’anni fa questi animali fossero rari e tenuti come curiosità a Buenos-Ayres. Si crede generalmente che questa razza abbia avuto origine fra gli Indiani al Sud del Plata; e che presso di essi fosse comunissima. Anche oggi, quelli allevati nelle provincie presso il Plata svelano la loro origine meno incivilita, essendo più fieri del bestiame comune, ed abbandonando la femmina il suo primo piccolo, quando è visitata o disturbata troppo sovente. È un fatto singolare che una struttura quasi simile alla anormale54 come quella della razza niata, caratterizza, secondo quello che mi ha riferito il dottor Falconer, quel grosso ruminante estinto dell’India, che si chiama il Sivatherium. La razza è purissima; ed un toro ed una vacca niata, producono invariabilmente vitelli niata. Un toro niata con una vacca comune, o l’incrociamento opposto, producono prole munita di caratteri intermedii, ma quelli della razza niata sono più spiccati: secondo il signor Muniz, vi sono prove evidenti, contrarie alla credenza comune degli agricoltori in casi analoghi, che la vacca niata quando è incrociata con un toro comune, trasmette le sue particolarità più fortemente che non il toro niata quando viene incrociato con una vacca comune. Quando l’erba è abbastanza alta, il bestiame niata mangia colla lingua e col palato come le bovine comuni; ma durante le grandi siccità, quando muoiono tanti animali, quelli della razza niata soffrono maggiormente, e sarebbero distrutti se non fossero accuditi; perchè il bestiame comune, come i cavalli, può mantenersi in vita brucando colle labbra sui rami degli alberi e nei canneti; i niata non possono far questo tanto bene perchè le loro labbra non si congiungono, e quindi si è osservato che muoiono prima del bestiame comune. Questo fatto mi ha colpito come una buona prova delle difficoltà che abbiamo a giudicare dai costumi ordinari della vita, in quali circostanze, che si presentano solo a lunghi intervalli, si possa determinare lo scarseggiare o la estinzione di una specie.
Novembre 19. - Dopo aver passata la valle di Las Vacas, passammo la notte nella casa di un americano del nord, che lavorava in un forno da calce, sull’Arroyo di Las Vivoras. Al mattino andammo a cavallo fino ad un promontorio che sporge sulle sponde del fiume, e che si chiama Punta Gorda. Lungo il cammino cercammo di trovare un giaguaro. Eranvi molte traccie fresche; e visitammo gli alberi sui quali si dice che esso aguzzi gli artigli; ma non si riuscì a disturbarne alcuno. Da questo punto il Rio Uraguay presentava ai nostri occhi una maestosa distesa di acque. Per la chiarezza e rapidità della sua corrente, il suo aspetto era molto superiore a quello del Parana suo vicino. Sulla riva opposta, parecchi bracci di quest’ultimo fiume si versavano nell’Uraguay. Siccome splendeva il sole si potevano scorgere distintamente i due colori delle acque.
A sera continuammo la nostra strada verso Mercedes sul Rio Negro. Domandammo il permesso di passare la notte in un podere al quale eravamo arrivati. Era un grande possedimento di dieci leghe quadrate, e il proprietario è uno dei più ricchi possidenti del paese. Suo nipote ne aveva il governo e presso di lui vi era un capitano dell’armata che pochi giorni prima era fuggito da Buenos-Ayres. Considerata la loro posizione sociale i loro discorsi erano assai divertenti. Al solito mostravano una illimitata meraviglia della rotondità del globo, e non potevano quasi credere che un buco fatto nella terra sufficentemente profondo, verrebbe a riuscire dall’altra parte. Tuttavia avevano sentito parlare di un paese, ove vi erano sei mesi di luce e sei mesi di buio, e dove gli abitanti eran altissimi e sottilissimi. Erano molto curiosi di conoscere il prezzo e la condizione delle bovine e dei cavalli in Inghilterra. Avendo udito che non prendevamo il nostro bestiame col lazo, esclamarono «Ah! dunque adoperate soltanto le bolas»; l’idea di un paese con recinti era al tutto nuova per essi. Finalmente il capitano mi disse, che aveva da farmi una domanda e che mi sarebbe stato molto grato se avessi voluto rispondergli con piena veracità. Tremai pensando quanto profondamente scientifica doveva essere questa domanda: ed era «Se le signore di Buenos-Ayres non erano le più belle del mondo». Io risposi come un rinnegato: «Precisamente così». Egli soggiunse «Io ho un’altra domanda, le signore in qualche altra parte del mondo portano pettini così alti?» Io con grande solennità gli assicurai di no. Questo fece loro un grandissimo piacere. Il capitano esclamò: «Vedete! un uomo che ha visitato mezzo mondo dice che questo è il caso; noi lo abbiamo sempre creduto, ma ora ne siamo certi». Il mio eccellente giudizio intorno a pettini ed alla bellezza, mi procurò il più ospitaliero ricevimento; il capitano mi obbligò a prendere il suo letto, ed egli dormì sul suo recado.
Novembre 21. - Siamo partiti all’alba ed abbiamo viaggiato lentamente tutto il giorno. La natura geologica di questa parte della provincia, differisce dal resto, e rassomiglia strettamente a quella dei Pampas. Quindi vi sono grandi tratti di cardi selvatici: invero tutto il paese si può chiamare un’ampia distesa di queste piante; due specie crescono separatamente, ogni pianta accanto alla propria specie. Il cardo comune giunge alla schiena del cavallo, ma il cardo dei Pampas supera sovente la testa del cavaliere. Scostarsi solo di un metro dalla strada è al tutto impossibile, e la strada stessa è in parte, e talora al tutto rinchiusa. Naturalmente non vi è pascolo; se il bestiame o i cavalli penetrano in quelle boscaglie, sono affatto perduti. Quindi è molto rischioso trasportare il bestiame in questa stagione dell’anno; perchè quando sono abbastanza spossati per affrontare i cardi, vi si precipitano dentro e non si possono più vedere. In questi distretti vi sono pochissimi poderi, e quei pochi che vi sono stanno nel contorno di umide vallate, dove per fortuna non possono vivere queste piante invaditrici. Siccome la notte era giunta prima che fossimo arrivati alla metà della giornata passammo la notte in una miserabile capanna, abitata da poverissima gente. La somma cortesia, sebbene un po’ formale, dei nostri ospiti, considerata la loro condizione, era al tutto piacevole.
Novembre 22. - Siamo arrivati ad un podere sul Berquelo che appartiene ad un cortesissimo inglese, pel quale io avevo una lettera di raccomandazione, del mio amico il signor Lumb. Dimorai colà tre giorni. Un mattino andai a cavallo col mio ospite, alla Sierra del Pedro Flaco, circa venti miglia risalendo il Rio Negro. Quasi tutto il paese era coperto di un’erba bella ma grossolana, che giungeva al ventre dei cavalli; tuttavia vi erano molte leghe quadrate senza un sol capo di bestiame. La provincia di Banda Oriental, se fosse bene fornita, potrebbe allevare un numero sterminato di animali; oggi l’esportazione annuale del cuoio da Montevideo sale a trecento mila capi; e il consumo del paese, per lo sciupìo che se ne fa, è notevolissimo. Un proprietario mi disse, che egli doveva mandare il bestiame per lungo tragitto fino ad uno stabilimento ove gli animali venivano salati, e quelli che erano troppo stanchi venivano spesso uccisi e scuoiati; ma che non aveva mai potuto persuadere i Gauchos a mangiarli, per cui bisognava ogni sera macellare un altro animale per la cena! La vista del Rio Negro dalla Sierra, era più pittoresca di qualunque altra che io avessi veduto in questa provincia. Il fiume largo, profondo e rapido, serpeggiava al piede di un dirupo roccioso; una zona di boschi seguiva il suo corso, e l’orizzonte terminava nelle lontane ondulazioni della pianura erbosa.
Quando mi trovava in questo sito, sentii parlare parecchie volte della Sierra de las Cuentas; collina distante molte miglia al nord. Questo nome vuol dire collina di perle. Mi venne assicurato che si trovavano colà moltissimi ciottolini rotondi di varii colori, ognuno dei quali aveva un piccolo foro cilindrico. Anticamente gli Indiani li raccoglievano onde farne vezzi e smaniglie, gusto, secondo me, comune a tutte le nazioni selvaggie come alle più civili. Io non sapeva che cosa pensare di questa storia, ma avendone parlato al dott. Andrea Smith, al capo di Buona Speranza, mi disse che si rammentava di aver trovato sulla costa Sud-Est dell’Africa, a circa cento miglia dal fiume di S. Giovanni alcuni cristallini di quarzo, cogli spigoli arrotondati dall’attrito, mescolati con ciottoli della spiaggia del mare. Ogni cristallo aveva il diametro di circa un centimetro ed una lunghezza di due o tre centimetri. Molti avevano un canaletto che si estendeva da un’estremità all’altra; perfettamente cilindrico, e di una mole sufficente per lasciar passare un grosso filo o una sottile corda da violino. Il loro colore era rosso o bianco fosco. Gli indigeni conoscevano questa struttura nei cristalli. Io ho parlato di queste circostanze perchè siccome non si conosce ora nessun corpo cristallizzato che abbia questa forma può venir in animo a qualche futuro viaggiatore di investigare la vera natura di cosifatte pietre.
Nei giorni che passai in quel podere mi divertii molto con quello che udii e vidi dei cani da pastore del paese55. Quando si va intorno a cavallo, si suole incontrare una grossa greggia di pecore custodita da uno o due cani, alla distanza di alcune miglia da ogni abitazione e da ogni uomo. Sovente io faceva le meraviglie intorno ad una amicizia così potente. Il metodo di educazione consiste nel separare il cagnolino, quando è giovanissimo, dalla madre, ed avvezzarlo ai suoi futuri compagni. Si tiene ferma una pecora tre o quattro volte al giorno, perchè l’animaletto possa poppare e gli si fa un covo di lana nel recinto delle pecore; non si lascia avere più nessuna relazione con altri cani, o coi bambini della famiglia. Inoltre il cagnolino viene generalmente castrato; cosicchè, quando è adulto non può guari avere nessun sentimento in comune cogli animali della sua specie. Educato in tal modo non desidera di abbandonare il greggie, e precisamente come un altro cane difenderà l’uomo suo padrone, questo difenderà le pecore. È curioso osservare quando si va vicino a un greggie, come il cane immediatamente viene avanti abbaiando, e le pecore tutte gli si stringono dietro, come intorno all’ariete più vecchio. Questi cani imparano anche agevolmente a condurre a casa il greggie ad una data ora della sera. L’inconveniente più grave che hanno, si è il trastullarsi quando sono giovani colle pecore; perchè nei loro giuochi fanno talora galoppare quei poveri animali senza misericordia.
Il cane da pastore entra in casa ogni giorno per avere un po’ di carne, e quando l’ha ottenuta fugge via come se si vergognasse di sè stesso. In questi casi i cani casalinghi sono molto dispotici, ed il più piccolo di essi aggredisce ed insegue l’estraneo. Appena però quest’ultimo ha raggiunto il gregge, egli si volge indietro e comincia ad abbaiare, ed allora tutti i cani casalinghi se la danno in fretta a gambe. Nello stesso modo un branco intero di cani selvatici affamati, raramente oserà aggredire un gregge (e alcuni mi hanno detto che ciò non succede mai) custodito anche da un solo di questi fedeli pastori. Questo fatto mi sembra un caso curioso della pieghevolezza delle affezioni del cane; e tuttavia sia esso selvatico od educato, ha un senso di rispetto e di timore per quelli che compiono il loro istinto di associazione. Perchè noi non possiamo comprendere da quale pricipio i cani selvatici siano fatti fuggire da un solo col suo gregge tranne che essi considerino, per qualche confusa nozione, che quell’uno in tal modo associato acquista forza come se fosse in compagnia della propria specie. Federico Cuvier ha osservato, che tutti gli animali che si addomesticano facilmente, considerano l’uomo come un membro della loro propria società, e quindi compiono il loro istinto di associazione. Nel caso sopra riferito il cane da pastore considera le pecore come suoi confratelli e così acquista fiducia; e i cani selvatici, sebbene sappiano che le pecore individualmente non siano cani, ma sono buone da mangiare, tuttavia aderiscono in parte a questo modo di vedere quando stanno in gregge con un cane da pastore alla loro testa.
Una sera un domidor (domatore di cavalli), venne onde domare alcuni puledri. Descriverò qui gli stadii di preparazione, perchè credo non siano stati mai menzionati da altri viaggiatori. Un branco di puledri selvatici è fatto entrare nel corral, o grande recinto di palizzate, e se ne chiude la porta. Supporremo che un uomo solo abbia da impadronirsi e montare un cavallo, il quale non ha mai sentito nè briglia nè sella. Io credo che tranne per un Gaucho, questo sarebbe al tutto impraticabile. Il Gaucho fa uscir dal branco un puledro già cresciuto e mentre l’animale corre intorno allo steccato, gli lancia il lazo in modo da prendergli le zampe anteriori. All’istante il cavallo si rovescia con un forte urto, e mentre si dibatte sul terreno, il Gaucho tenendo stretto il lazo, fa un circolo tanto da impadronirsi di una delle zampe posteriori, proprio sotto la barbetta, e lo riporta stretto alle due zampe anteriori; allora egli rallenta il lazo in modo che le tre siano legate insieme. Si siede poi sul collo del cavallo e gli attacca una forte briglia, senza aver un freno alla mascella inferiore; questo fa passando una stretta striscia di cuoio fra gli occhi fino alla fine delle reni, e parecchie volte intorno alla mascella ed alla lingua. Le due zampe anteriori sono ora tenute strettamente insieme con una forte striscia di cuoio, legata da un nodo scorsoio. Il lazo che ravvolge le tre zampe insieme, viene allora rallentato, ed il cavallo si alza con difficoltà. Il Gaucho allora tenendo forte la briglia attaccata alla mascella inferiore, conduce il cavallo fuori del recinto. Se un altro uomo assiste all’operazione (altrimenti la fatica è molto maggiore), egli tiene la testa del cavallo, mentre l’altro gli mette gli arnesi e la sella, che attacca con cinghie. Durante questa operazione, il cavallo per lo spavento e la meraviglia di sentirsi così legato intorno al ventre, si getta ripetutamente sul terreno, e non si rialza finchè non è battuto. Alla fine quando la sella è messa, il povero animale non può quasi respirare dal timore, ed è bianco dalla spuma e dal sudore. L’uomo allora si prepara a montarlo stringendo fortemente la staffa, affinchè il cavallo non perda l’equilibrio, e nel momento in cui slancia la gamba sul dorso dell’animale, scioglie il nodo scorsoio che lega le zampe anteriori, e l’animale è libero. Alcuni domatori sciolgono il nodo mentre l’animale è sdraiato sul terreno, e già a cavallo lo fanno alzare in piedi sotto di loro. Il cavallo, pazzo di terrore, spicca alcuni sbalzi violenti, poi parte al galoppo; quando è al tutto sfinito, l’uomo pazientemente lo riporta al corral, ove giunge riscaldato e mezzo morto; allora il povero animale è lasciato libero. Quei cavalli che non prendono subito il galoppo; ma che si gettano ostinatamente a terra, sono molto difficili da addestrare. Questo metodo è sommamente pericoloso, ma in due o tre prove il cavallo è domato. Tuttavia non è che dopo parecchie settimane che l’animale si può cavalcare con un morso di ferro, ed un freno solido, perchè deve imparare ad associare la volontà del suo cavaliere col tocco delle redini, prima che possa servire una briglia più perfetta.
Gli animali in questi paesi sono tanto abbondanti, che l’umanità e l’interesse proprio non vanno uniti; perciò temo che la prima sia quasi ignota. Un giorno mentre cavalcava nei Pampas con un rispettabilissimo Estanciero, il mio cavallo essendo stanco restava indietro. L’uomo spesso mi diceva di spronarlo. Quando io gli diceva che io non aveva cuore, perchè il cavallo era stanchissimo, egli esclamava: «Perchè no? - Non ci badate - Spronatelo - il cavallo è mio». Mi ci volle una certa difficoltà a fargli capire che io non adoperava gli sproni per amore del cavallo e non per amor suo. Egli con uno sguardo tutto meravigliato, esclamò: «Ah! Don Carlos, que cosa!». Evidentemente quell’idea non gli era passata mai per la testa. I Gauchos sono conosciutissimi per essere eccellenti cavalieri. L’idea di cader da cavallo, qualunque cosa faccia quest’ultimo, non passa mai loro per la mente. Secondo la loro opinione un buon cavaliere è un uomo che sa domare un puledro selvaggio, o che, quando il cavallo cade, scende di sella sui proprii piedi, o sa compiere altre cosifatte gesta. Ho sentito parlare di un uomo che scommetteva di gettar giù il suo cavallo venti volte ed egli rimaner ritto diciannove. Mi ricordo di aver veduto un Gaucho che cavalcava un cavallo molto restìo, il quale per tre volte di seguito si rizzò tanto alto da cadere violentemente all’indietro. L’uomo cavalcava con meravigliosa freddezza e spiava il momento acconcio per scender giù, non un momento prima, nè uno dopo del tempo giusto; ed appena il cavallo era di nuovo in piedi, l’uomo gli balzava sul dorso, ed alla fine partirono di galoppo. Il Gaucho non sembra mai esercitare nessuna forza muscolare. Un giorno io stava osservando un buon cavaliere, mentre galoppavamo rapidamente, e pensava fra me «certo se il cavallo fa un salto, tu che sembri così non curante sulla tua sella devi cadere». In quel momento uno struzzo maschio sbucò fuori proprio sotto il naso del cavallo; il giovane puledro spiccò un salto da parte come un cervo; ma tutto quello che si sarebbe potuto dire dell’uomo era che egli si era scosso e spaventato col suo cavallo.
Nel Chilì e nel Perù si accudisce molto di più la bocca del cavallo che non nella Plata, e questo evidentemente è una conseguenza della natura più intricata del paese. Nel Chilì un cavallo non è tenuto per veramente domato, finchè non si possa farlo fermare di botto, quando è in piena carriera, sopra un punto particolare - per esempio, sopra un mantello steso sul terreno; oppure slanciarlo contro un muro e farlo alzare e sgraffiarne la superficie cogli zoccoli. Ho veduto un animale pieno di spirito, il quale guidato soltanto con due dita, prese il galoppo attraverso un cortile, e fu fatto girare intorno allo steccato di una veranda, con grande speditezza, ma conservando sempre la stessa distanza, tantochè il cavaliere tenendo il braccio steso, sfregò per tutto il tempo il suo dito contro lo steccato. Poi facendo un volteggio in ara, coll’altro braccio steso nello stesso modo, egli ricominciò a correre con meravigliosa forza nella direzione opposta.
Un cavallo cosifatto è ben domato, e quantunque questo possa parere a prima vista inutile, non lo è per nulla. Non si fa che quello che ogni giorno vuol essere fatto con perfezione. Quando un toro selvatico è inseguito e preso col lazo, si mette talora a galoppare in giro, ed il cavallo spaventato del grande sforzo, se non è ben domato non si metterà subito a girare come il perno di una ruota. In conseguenza di ciò molti uomini sono stati uccisi, perchè se il lazo si avvolge per caso intorno al corpo di un uomo, esso viene all’istante, per la forza dei due opposti animali, quasi tagliato in due. Per lo stesso principio non si fanno grandi corse, e queste sono della lunghezza di due o trecento metri, volendo avere cavalli che facciano uno slancio veloce. I cavalli da corsa non sono ammaestrati soltanto per toccare coi loro zoccoli una linea, ma per portare tutti quattro i piedi insieme, onde al primo sbalzo mettere in giuoco la piena azione delle parti posteriori. Mi fu raccontato al Chilì un aneddoto, che credo vero; esso presenta un buon esempio dell’uso di un animale ben domato. Un rispettabile signore incontrò, un giorno, mentre era a cavallo, due uomini, uno dei quali montava un cavallo che quel signore sapeva essergli stato rubato. Egli lo accusò di questo; essi risposero sguainando la sciabola ed inseguendolo. L’uomo, sul suo buono e veloce cavallo si tenne sempre a poca distanza da loro; mentre egli passava accanto ad un fitto cespuglio, cominciò a correre intorno a questo e mise il suo cavallo dietro a questo riparo. Gli inseguitori furono obbligati a slanciarsi da una e dall’altra parte. Allora sbucando fuori repentinamente, proprio dietro di essi, immerse il suo coltello nel dorso di uno degli uomini, ferì l’altro, ricuperò il suo cavallo dal ladro moribondo, e se ne andò a casa. Per queste gesta ippiche sono necessarie due cose: un freno molto forte, come quello dei Mammalucchi, la forza del quale, sebbene adoperata di rado, è notissima al cavallo; grandi sproni spuntati che possono essere adoperati talora come un semplice tocco, talora come un istrumento dolorosissimo. Comprendo che gli sproni inglesi, i quali pungono la pelle al menomo tocco, sarebbero impossibili da adoperare con un cavallo domato al modo del Sud America.
In un podere presso Las Vacas un gran numero di cavalle vengono uccise ogni settimana per la loro pelle, sebbene questa non valga più di cinque dollari di carta, o dodici franchi e mezzo l’una. Sembra dapprima strano che valga la spesa di uccidere tante cavalle per un prezzo così minimo; ma siccome in questo paese è tenuto come cosa ridicola domare o cavalcare una cavalla, esse non hanno altro valore tranne che per la loro riproduzione. L’unica cosa in cui vidi adoperare cavalle era per levare il grano dalla spiga; perciò erano fatte girare in un recinto circolare ove i covoni sono distesi. L’uomo incaricato di macellare le cavalle era celebre per la sua destrezza nel maneggiare il lazo. Allogatosi alla distanza di dodici metri dall’ingresso del recinto, egli aveva messo pegno che avrebbe preso le zampe di ogni animale senza mancarne uno, mentre gli passava di corsa vicino. Vi era un altro uomo, il quale diceva che egli sarebbe entrato nel corral a piedi, avrebbe preso una cavalla, le avrebbe legate le zampe anteriori insieme, l’avrebbe tirata fuori, gettata a terra, uccisa, squoiata, e preparata la pelle per seccare (quest’ultima faccenda è molto noiosa); ed egli si impegnava a compiere tutte queste operazioni sopra ventidue animali in un sol giorno. Oppure ne avrebbe ucciso e squoiato cinquanta nello stesso tempo. Questo sarebbe stato un compito prodigioso, perchè viene considerato come una buona giornata di lavoro lo spelare e preparare le pelli di quindici o sedici animali.
Novembre 26. - Al mio ritorno mi avviai in linea retta per Montevideo. Avendo sentito parlare di alcune ossa gigantesche che si trovavano in un podere vicino al Sarandi, piccolo fiume che entra nel Rio Negro, partii a cavallo accompagnato dal mio ospite, e comperai pel valore di 8 franchi la testa del Toxodon56. Quando fu trovata era al tutto perfetta; ma i fanciulli le fecero saltar via alcuni denti coi sassi, e poi fecero della testa un bersaglio. Per fortuna trovai un dente perfetto, che si adattava benissimo ad uno degli alveoli di questo cranio, e questo dente era sepolto solo sulle sponde del Rio Tercero, alla distanza di circa cento ottanta miglia da questo luogo. Trovai avanzi di questo straordinario animale in due altri luoghi, per cui anticamente deve essere stato comune. Trovai qui pure alcuni grandi pezzi dell’armatura di un animale gigantesco simile all’armadillo, e parte della grossa testa di un Mylodon. Le ossa di questa testa erano tanto fresche che contenevano, secondo l’analisi del signor T. Reeks, sette per cento di materia animale, e quando venivano collocate in una lampada a spirito, bruciavano con una piccola fiamma. Il numero degli avanzi incassati nel grande estuario depositato che forma i Pampas e copre le roccie di granito della Banda Oriental, deve essere straordinariamente grande. Credo che tirando una linea retta in qualunque direzione attraverso i Pampas verrebbero tagliati alcuni scheletri od alcune ossa. Oltre queste che trovai nelle mie brevi escursioni, sentii parlare di molte altre, e l’origine di nomi come questi: «La sorgente dell’animale; La collina del gigante», è ovvia. Altre volte udii parlare della proprietà meravigliosa di certi fiumi, che avevan il potere di mutare le ossa piccole in grandi; oppure, come alcuni asserivano, le ossa stesse crescevano in essi. Per quanto io possa supporre, nessuno di questi animali è perito, come si credeva anticamente, nelle paludi o nei letti melmosi dei fiumi del terreno presente, ma le loro ossa sono state messe allo scoperto dai corsi d’acqua che attraversano il deposito subacqueo nel quale erano incassati in origine. Possiamo concludere che tutta l’area dei Pampas è un vasto sepolcreto di questi estinti quadrupedi giganteschi.
Nel meriggio del 28 arrivammo a Montevideo, essendo stati due giorni e mezzo in strada. Per tutto quel tratto il paese aveva un carattere molto uniforme, essendo alcune parti alquanto più rocciose e montuose che non presso il Plata. Non lungi da Montevideo attraversammo il villaggio di Las Pietras, così nominato per alcuni grossi massi rotondi di sienite. Il suo aspetto era piuttosto grazioso. In questo paese alcuni alberi di fichi intorno ad un gruppo di case ed un luogo trenta metri più alto del livello generale, deve essere sempre considerato come pittoresco.
Durante gli ultimi sei mesi ebbi l’opportunità di studiare alcun poco il carattere degli abitanti di quelle provincie. I Gauchos, o contadini, sono molto superiori a quelli che dimorano nelle città. Il Gaucho è invariabilmente più cortese, più educato, più ospitale; non ho mai incontrato un caso di inospitalità o di scortesia. Egli è modesto, rispetta se stesso e il paese, ma nello stesso tempo è ardito e spiritoso. D’altra parte si commettono molti furti e molti omicidii; l’uso di portar sempre il coltello è la causa principale di questi ultimi. È penoso sentire quante vite umane si perdono in dispute insignificanti. Nel combattimento, ogni avversario cerca di segnar l’altro nel volto ferendolo sul naso o negli occhi, come spesso è dimostrato da profonde e orribili cicatrici. I furti sono una conseguenza naturale dell’uso comune di giuocare, di bere molto e della somma indolenza. A Mercedes domandai a due uomini perchè non lavorassero. Uno mi rispose con somma gravità che i giorni erano troppo lunghi; l’altro che egli era troppo povero. Il numero dei cavalli e l’abbondanza del cibo sono la distruzione di ogni industria. Inoltre vi sono moltissimi giorni festivi; poi nulla può riuscire se non è cominciato quando la luna cresce, per cui metà del mese si perde per queste due cagioni.
La polizia e la giustizia sono al tutto insufficienti. Se un uomo povero commette un omicidio ed è preso, sarà messo in prigione e forse fucilato; ma se è ricco ed ha amici, può essere tranquillo che non incontrerà nessuna pena. È cosa curiosa che gli abitanti più rispettabili del paese aiutano l’assassino a fuggire. Sembrano credere che l’individuo pecchi contro il Governo e non contro le persone. Un viaggiatore non ha altra protezione che le sue armi da fuoco, e l’uso costante di portarle è l’unico ostacolo a più frequenti ruberie.
Il carattere delle classi più alte e più educate che dimorano nelle città, partecipa, ma forse in un grado minore, delle buone qualità del Gaucho, ma temo sia macchiato di molti vizii di cui quello va immune. La sensualità, lo scherno di ogni religione, la più grossolana corruzione non sono al tutto insoliti. Quasi ogni funzionario pubblico può essere comperato. Il capo dell’ufficio postale vendeva franchi governativi falsificati. Il governatore ed il primo ministro si accordano apertamente per saccheggiare lo Stato. La giustizia, quando il denaro entra in giuoco, non esiste più. Conosco un inglese, il quale, andò dal primo giudice cui disse, che non conoscendo gli usi del paese tremava entrando nella stanza, e gli disse: «Signore, vengo ad offrirvi duecento dollari (di carta del valore di circa 125 franchi), se volete far arrestare prima di un certo tempo un uomo che mi ha truffato. So che questo è contro la legge, ma il mio avvocato (e lo nominò), mi ha raccomandato di fare questo passo!» Il primo giudice aderì e sorridendo lo ringraziò, e l’uomo prima di notte era in prigione. Con questa assoluta mancanza di principii nella maggior parte dei governanti, col paese pieno di ufficiali turbolenti e mal pagati, il popolo spera tuttavia che una forma democratica di governo possa riuscire! Penetrando per la prima volta nella società di questi paesi due o tre particolarità colpiscono come singolarmente notevoli. I modi cortesi e dignitosi che s’incontrano in ogni classe, il buon gusto delle donne nei loro abbigliamenti, e l’uguaglianza di tutte le classi. Al Rio Colorado alcuni piccoli bottegai solevano pranzare col generale Rosas. Il figlio di un maggiore a Bahia Blanca si guadagnava la vita facendo carte per sigaritos, e si offerse per accompagnarmi, come guida o servitore, a Buenos Ayres, ma suo padre non acconsentì per timore del pericolo. Molti ufficiali dell’armata non sanno nè leggere nè scrivere, tuttavia stanno nella società come uguali agli altri. In Entre Rios, la Sala non è composta che di sei deputati. Uno di essi aveva una botteguccia, ed evidentemente non si credeva degradato per questo. Tuttavia ciò è naturale in un paese nuovo, nondimeno la mancanza di gentiluomini di professione, sembra ad un inglese alquanto strana.
Quando si parla di queste regioni, il modo in cui sono state allevate dalla loro snaturata madre, la Spagna, deve essere sempre presente alla mente. Nel complesso forse, si deve dare maggior lode per quello che è stato fatto, che non biasimo per quello che manca ancora.. È impossibile porre in dubbio che l’estrema libertà di questi paesi non debba infine produrre buoni effetti. Il modo stesso con cui sono generalmente tollerate le religioni straniere, l’attenzione che si porta ai mezzi di educazione, la libertà della stampa, le agevolezze offerte a tutti i forestieri, e specialmente, mi sia permesso di aggiungere, ad ognuno che professi le più piccole pretese alla scienza, debbono essere ricordate con gratitudine, da coloro che hanno visitato le provincie spagnuole del Sud America.
Dicembre 6. - La Beagle salpò dal Rio Plata, per non entrar più mai nelle sue acque fangose. Eravamo diretti a Porto Desiderio, sulla costa della Patagonia. Prima di procedere più oltre, metterò insieme qui alcune poche osservazioni fatte in mare.
Parecchie volte quando la nave aveva oltrepassato di alcune miglia la foce del Plata, ed altre volte quando era verso le coste del nord della Patagonia, noi siamo stati circondati da insetti. Una sera mentre eravamo a circa dieci miglia dal golfo di S. Blas, un gran numero di farfalle in branchi innumerevoli si estendeva fin dove l’occhio poteva giungere. Anche con l’aiuto del cannocchiale non era possibile vedere uno spazio libero dalle farfalle. I marinai esclamavano: «nevica farfalle», ed infatti questo era ciò che sembrava. Vi si trova più di una specie, ma la maggior parte apparteneva ad una specie molto simile, ma non identica, alla comune Colias edusa d’Inghilterra. Alcune farfalle notturne e alcuni imenotteri accompagnavano quelle farfalle; ed un bel coleottero (Calosoma) volava in mezzo al branco. Si conoscono altri casi in cui questo coleottero è stato preso in alto mare; e questo è ancor più notevole, che la maggior parte dei carabidi raramente o mai spiccano il volo. Il giorno era stato bello e tranquillo, come pure quello antecedente, con un po’ di venticello leggiero e variabile. Quindi non si può supporre che gli insetti fossero stati spinti dal vento dalla terra, ma dobbiamo conchiudere che avevano preso il volo spontaneamente. Dapprima questi grandi branchi di Colias sembravano somministrare un esempio come quelli che si menzionano delle migrazioni di un’altra farfalla, la Vanessa cardui: ma la presenza di altri insetti, rende il caso distinto, ed anche meglio intelligibile. Prima del tramonto si levò una forte brezza dal nord, che deve aver prodotto la morte di centinaia di migliaia di farfalle ed altri insetti.
Un’altra volta, mentre mi trovava a diciassette miglia dal Capo Corrientes, aveva gettato una rete per prendere animali pelagici. Avendola tirata su, vi trovai dentro con mia grande sorpresa, un gran numero di coleotteri, e quantunque in alto mare, non parevano aver sofferto dall’acqua salata. Perdetti alcuni degli esemplari, ma quelli che conservai appartenevano ai generi, Colymbetes, Hydroporus, Hydrobius, (due specie) Notaphus, Cynucus, Adimonia e Scarabœus. Dapprima credetti che questi insetti fossero stati spinti dal vento dalla spiaggia, ma avendo riflettuto che delle otto specie quattro erano acquatiche, e due altre in parte tali, mi sembrò più probabile che fossero venuti nel mare galleggiando sopra una piccola corrente che scaturisce da un lago presso il Capo Corrientes. In ogni modo è una circostanza molto interessante trovare insetti vivi natanti in alto mare, a diciassette miglia dal punto di terra più vicino: vi sono molte relazioni di insetti stati spinti dal vento dalle spiagge della Patagonia. Il capitano Cook ha osservato questo fatto, come pure il capitano King nella Adventure. Probabilmente la causa di questo fatto è dovuta alla mancanza di ricovero, tanto di alberi come di colline, cosicchè un insetto, librato sulle sue ali, può venire facilmente spinto dal vento di terra in alto mare. Il caso più notevole che io conosca di un insetto stato preso lungi dalla terra, è quello di un grosso grillo (Acrydium), che volò a bordo, quando la Beagle era sopravento delle isole del Capo Verde, e quando il punto di terra più vicina, non direttamente opposto ai venti regolari, era il Capo Blanco sulla costa d’Africa, lontano 370 miglia57.
In parecchie occasioni, quando la Beagle si trovava nella foce del Plata, gli attrezzi della nave erano stati coperti colla ragnatela del ragno dal filo Santa Maria. Un giorno (primo novembre 1832) osservai particolarmente questo fatto. Il tempo era stato bello e sereno, e nel mattino si vedevano nell’aria brani di ragnatela in fiocchi, come nei giorni d’autunno in Inghilterra. La nave era distante dalla terra sessanta miglia nella direzione di una costante sebbene leggiera brezza. Un gran numero di piccoli ragni lunghi circa due millimetri e mezzo, di color rosso bruno, stavano attaccati alle ragnatele. Ve ne saranno state, credo, alcune migliaia sul bastimento. Quando il piccolo ragno veniva a toccare l’attrezzo, era sempre allogato sopra un filo solo e non sulla massa fioccosa. Quest’ultima pareva esser sola prodotta dallo sviluppo dei singoli fili. I ragni erano tutti di una specie, ma dei due sessi insieme coi piccoli, questi ultimi si distinguevano per la loro mole più piccola e pel loro colore più sbiadito. Non starò qui a dar la descrizione di questo ragno, ma dirò solo che non mi sembra dover essere compreso in nessuno dei generi di Latreille. Il piccolo areonauta, appena arrivava a bordo era attivissimo, correva intorno, talora si lasciava cadere, e poi risaliva sullo stesso filo; talora si affaccendava a fare una piccola ed irregolare rete negli angoli fra le funi. Correva agevolmente sulla superfice dell’acqua. Disturbato sollevava le sue zampe anteriori in atto di attenzione. Appena arrivato pareva aver molta sete, e colle mascelle spalancate beveva avidamente le goccie d’acqua; questa stessa circostanza è stata osservata da Strack; non sarà questa una conseguenza dell’avere l’insettino attraversata una atmosfera asciutta e rarefatta? La sua provvista di ragnatele sembra inesauribile. Mentre stava osservandone alcuno sospeso ad un filo, notai parecchie volte, che il più lieve soffio d’aria li portava lontani fuori della vista in linea orizzontale. Un’altra volta (il 25), in circostanze simili, osservai ripetutamente la stessa specie di piccolo ragno, tanto quando era caduto o si era trascinato sopra qualche piccola eminenza, alzare il suo addome, mandar fuori un filo, e poi andarsene orizzontalmente, ma con una rapidità al tutto incredibile. Mi è parso di vedere che il ragno, prima di compiere le operazioni preparatorie suddette, riuniva le sue zampe insieme, con fili delicatissimi, ma non sono sicuro dell’esattezza di questa osservazione.
Un giorno a Santa Fè, ebbi una migliore occasione per osservare fatti simili. Un ragno della lunghezza di circa sette millimetri, e che nell’aspetto generale rassomigliava ad un Citigrado (quindi al tutto differente dal ragno dal filo Santa Maria) mentre stava sulla cima di un palo, mandò fuori dalle sue trafile quattro o cinque fili. Questi mentre brillavano al sole, potevano essere paragonati a raggi di luce divergenti, tuttavia non erano diritti ma ondulati come fili di seta spinti dal vento. Erano lunghi più di un metro, e divergevano dagli orifizi in direzione ascendente. Il ragno allora abbandonò il palo ed in breve lo perdetti di vista. La giornata era calda ed in apparenza tranquilla; tuttavia in tali circostanze, l’atmosfera non può essere mai tanto quieta da non atterrare un oggetto così delicato come il filo di un ragno. Se durante una calda giornata, noi guardiamo all’ombra un oggetto posto sopra una panca, o sotto un piano livellato ad un punto lontano dal paesaggio, l’effetto di una corrente ascendente di aria riscaldata è quasi sempre evidente; queste correnti ascendenti, come è stato osservato, sono parimente dimostrate dal salire che fanno le bolle di sapone, che non si solleverebbero in una stanza chiusa. Quindi credo molto difficile comprendere il salire che fanno i sottilissimi fili, che escono dalle trafile del ragno, ed in seguito l’ascensione del ragno stesso; la divergenza dei fili, è stata spiegata in parte, credo dal signor Murray, per la loro simile condizione elettrica. La circostanza, che ragni della stessa specie, ma di sessi e di età differenti, sono stati trovati in parecchie occasioni alla distanza di molte leghe dalla terra attaccati in gran numero ai fili, rende probabile che l’uso di viaggiare attraverso l’aria sia tanto caratteristico di questa tribù, quanto quello di tuffarsi lo è dell’Argyroneta. Possiamo quindi respingere la supposizione di Latreille, che il ragno dal filo Santa Maria deve la sua origine indifferentemente ai piccoli di parecchi generi di ragni; quantunque come abbiamo veduto, i giovani di altri ragni siano forniti della facoltà di compiere viaggi aerei58.
Durante i nostri differenti viaggi al Sud del Plata, rimorchiai spesso a poppa una rete fatta di stamigna, e presi così molti animali curiosi. Vi erano molti generi di crostacei strani e non ancor descritti. Uno, il quale per qualche rispetto è affine ai Notopoda (ossia quei granchi che hanno le zampe posteriori collocate quasi sul dorso, onde potere aderire alla parte inferiore degli scogli), è notevolissimo per la struttura delle sue zampe posteriori. La penultima articolazione invece di terminare in un semplice uncino, finisce con tre appendici arricciate di lunghezza disuguale, la più lunga uguaglia quasi l’intera zampa. Questi uncini sono sottilissimi, e sono a mo’ di sega con finissimi denti diretti allo indentro; le loro estremità incurvate sono piatte, e su questa parte stanno cinque minutissime ventose che sembrano operare nello stesso modo delle ventose dalle braccia della seppia. Siccome l’animale vive in alto mare, e manca probabilmente di luogo per riposare, suppongo che questa bella anomalissima struttura, sia acconcia per tenerlo attaccato agli animali marini galleggianti.
Nell’acqua profonda, lungi dalla terra, il numero delle creature viventi è sommamente scarso; al sud di 35° di latitudine, non sono mai riescito a prendere che alcune beroe, e poche specie di piccoli crostacei entomostracei. Nell’acqua poco profonda, alla distanza di poche miglia dalla costa, sono numerose molte specie di crostacei ed alcuni altri animali, ma solo durante la notte. Fra le latitudini 56° e 57° sud del Capo Horn, la rete venne tirata a bordo parecchie volte, tuttavia non portò su mai nulla, tranne alcuni pochi individui di due minutissime specie di entomostracei. Tuttavia le balene e le foche, le procellarie e le diomedee sono molto abbondanti in questa parte dell’Oceano. È sempre stato un mistero per me di che cosa possano vivere le diomedee che stanno tanto lontane dalla spiaggia; suppongo che, come il Condoro, possano digiunare a lungo, e che un buon pasto del carcame di una balena imputridita basti per un tempo lungo. Le parti centrali ed intertropicali dell’Atlantico, brulicano di pteropodi, crostacei e raggiati coi loro divoratori i pesci volanti, e di nuovo coi loro divoratori le palamite e le albicore; suppongo che i numerosi animali pelagici inferiori si nutrano di infusorii, i quali dalle ricerche di Ehrenberg si sa ora che abbondano nell’alto mare; ma di che cosa vivono questi infusorii nella limpida acqua azzurra?
Mentre si viaggiava un po’ al sud del Plata in una notte molto buia, il mare ci presentò uno spettacolo meraviglioso e bellissimo. Soffiava una forte brezza ed ogni parte della superfice, che durante il giorno era spuma, ora splendeva di una pallida luce. La nave spingeva innanzi a sè due flutti di fosforo liquido, e nel suo solco era seguita da uno strascico lattiginoso. Fin dove giungeva l’occhio la cresta di ogni onda era brillante ed il firmamento sopra l’orizzonte, per lo splendore riflesso di queste livide fiamme, non era così interamente oscuro come la volta del cielo.
Mentre ci avanzavamo verso il sud, il mare era di rado fosforescente; e varcato il Capo Horn, non mi ricordo di averlo veduto così più di una volta, ed allora era tutt’altro che splendido. Questo fatto ha probabilmente una stretta relazione colla scarsità di esseri organici in quella parte del mare. Dopo lo scritto elaborato59 di Ehrenberg, intorno alla fosforescenza del mare, è quasi superfluo che io faccia qualche osservazione su questo argomento. Posso tuttavia soggiungere, che i medesimi brani e particelle irregolari della materia gelatinosa descritta da Ehrenberg, sembrano essere tanto nell’emisfero meridionale, quanto nel settentrionale, la causa comune di questo fenomeno. Le particelle erano tanto minute da passare attraverso le maglie di un velo sottilissimo, tuttavia molte erano distintamente visibili ad occhio nudo. L’acqua messa in un vaso ed agitata, mandava scintille, ma una piccola porzione sopra un vetro da oriuolo era appena luminosa. Ehrenberg afferma che queste particelle conservano tutte una certa dose di irritabilità. Le mie osservazioni, di cui alcune erano fatte direttamente appena attinta l’acqua, davano un risultato diverso. Posso anche dire che avendo adoperato la rete durante la notte, ed avendola lasciata divenire in parte asciutta, dodici ore dopo la presi per adoperarla nuovamente, e ne trovai tutta la superfice scintillante come quando l’aveva prima tratta dall’acqua. Non sembra probabile in questo caso che le particelle abbiano potuto rimanere tanto tempo vive. Una volta avendo tenuta una medusa del genere Dianoea finchè fu morta, l’acqua nella quale era collocata divenne luminosa. Quando le onde brillano di splendide scintille verdi, credo che questo sia generalmente dovuto a minuti crostacei. Ma non vi può esser dubbio che un gran numero di altri animali pelagici siano fosforescenti quando sono in vita.
In due occasioni io aveva osservato il mare luminoso a notevoli profondità sotto la superfice. Presso la foce del Plata alcuni spazi circolari ed ovali, del diametro di due a quattro metri, e con profili definiti, brillavano di una luce costante ma pallida; mentre l’acqua circostante mandava solo poche scintille. Si sarebbe detto il riflesso della luna o di qualche corpo luminoso, perchè gli orli erano sinuosi per le ondulazioni della superfice. Il bastimento che pescava quattro metri, passò sopra quegli spazi senza disturbarli. Perciò noi dobbiamo supporre che alcuni animali si fossero riuniti assieme ad una profondità maggiore di quella a cui giungeva il bastimento.
Presso Fernando Noronha il mare mandava luce a sprazzi, pareva come se un grosso pesce si fosse rapidamente mosso in mezzo ad un fluido luminoso. I marinai attribuivano questo fatto a quella cagione; tuttavia in quel tempo io conservava alcuni dubbi per la frequenza e rapidità degli sprazzi di luce. Ho già osservato che questo fenomeno è molto più comune nelle regioni calde che non nelle fredde; e talora mi è venuto il pensiero che l’alterazione nella condizione elettrica dell’atmosfera fosse molto favorevole a produrre questo fatto. Certamente io credo che il mare è molto più luminoso dopo alcuni giorni di tempo più tranquillo del solito, durante il quale brulica di varii animali. Osservando che l’acqua carica di particelle gelatinose è in uno stato impuro, e che l’aspetto luminoso in tutti i casi comuni è prodotto dall’agitazione del fluido in contatto dell’atmosfera, sono indotto a credere che la fosforescenza sia l’effetto della scomposizione delle particelle organiche, processo mercè il quale (si sarebbe quasi tentati di chiamarlo una sorta di respirazione), il mare si purifica.
Dicembre 23. - Siamo giunti a Porto Desiderio, collocato nel 47° di latitudine sulla costa della Patagonia. Questo seno entra nella terra con un giro di circa venti miglia, ed una larghezza irregolare. La Beagle gettò l’àncora poche miglia dopo l’ingresso, in faccia alle rovine di un antico stabilimento spagnuolo.
La stessa sera scesi a terra. Il primo sbarcare in un nuovo paese è molto interessante, e specialmente quando, come in questo caso, tutto l’aspetto porta l’impronta di un carattere individuale e spiccato. All’altezza di sessanta o novanta metri, sopra alcuni massi di porfido si estende una vasta pianura la quale è veramente caratteristica della Patagonia. La superfice è al tutto livellata, e si compone di masse tondeggianti miste ad una terra bianchiccia. Qua e là crescono alcuni ciuffi d’erba bruna, e ancor più rari sorgono alcuni bassi cespugli spinosi. Il tempo è asciutto e piacevole, e il bellissimo cielo azzurro di rado viene oscurato. Quando alcuno si trova nel mezzo di una di queste pianure deserte, e guarda verso l’interno, l’occhio è generalmente limitato dal rialzo di un’altra pianura, alquanto più alta, ma egualmente livellata e brulla; ed in ogni altra direzione l’orizzonte non si distingue pel tremulo miraggio che sembra sollevarsi dalla superfice riscaldata.
In un paese cosiffatto il destino dello stabilimento spagnuolo fu in breve deciso; l’asciuttezza del clima durante la maggior parte dell’anno, e le frequenti aggressioni degli Indiani erranti, obbligarono i coloni ad abbandonare le loro case a metà fabbricate. Tuttavia, lo stile in cui furono cominciate mostra la mano potente e liberale dell’antica Spagna. Il risultamento di tutti i tentativi fatti per colonizzare questa parte dell’America al Sud del 41° di latitudine sono stati infelici. Il Porto della Fame esprime col suo nome i lunghi e grandi patimenti di parecchie centinaia di povera gente, di cui rimase superstite un uomo solo per raccontare le loro miserie. Al golfo di San Giuseppe sulla costa della Patagonia, venne fondato un piccolo stabilimento; ma una domenica gli Indiani aggredirono e massacrarono tutta la gente, tranne due uomini che rimasero prigionieri per molti anni. A Rio Negro parlai con uno di questi uomini ora vecchissimo.
La zoologia della Patagonia è tanto limitata quanto la sua flora60. Sulle aride pianure si vedevano alcuni pochi coleotteri neri (Heteromera), strascinarsi lentamente intorno, e di tratto in tratto una lucertola passava velocemente da un lato all’altro. Di uccelli abbiamo tre avvoltoi, e nelle valli alcune poche cincie ed insettivori. Un ibis (Theristicus melanops - specie che è detta incontrarsi nel centro dell’Africa), non è raro nelle parti più deserte: trovai nel suo stomaco grilli, cicale, lucertoline, ed anche scorpioni61. In un certo tempo dell’anno questi uccelli vanno in branchi, in un altro tempo a paia: il loro grido è forte e singolare, come il nitrito del guanaco.
Il guanaco o Lama selvatico, è il quadrupede caratteristico delle pianure della Patagonia; esso è nell’America del Sud il rappresentante del camello d’Oriente. È un animale elegante allo stato di natura, con collo lungo e svelto e zampe sottili. È comunissimo in tutte le parti temperate del continente, e si estende al sud fino alle isole presso il Capo Horn. Vive generalmente in piccoli branchi da sei a trenta individui ognuno; ma sulle sponde di Santa Cruz ne abbiamo veduto un branco che ne doveva contenere almeno cinquecento.
Sono generalmente selvatici e molto cauti. Il signor Stokes mi disse di aver veduto un giorno col canocchiale un branco di questi animali che erano stati evidentemente spaventati, e correvano via velocemente, quantunque fossero tanto lontani che egli non poteva vederli ad occhio nudo. Il cacciatore spesso si accorge della loro presenza udendo molto lontano il loro particolare nitrito di allarme. Se allora egli guarda attentamente, vedrà forse il branco allineato sul pendio di qualche lontana collina. Facendosi più vicino si odono ancora alcuni pochi gridi, ed essi corrono con passo apparentemente lento, ma in realtà veloce, lungo qualche stretto sentierino verso una vicina collina. Tuttavia se per un caso egli incontra ad un tratto un animale isolato, o parecchi insieme, generalmente rimangono immobili e lo guardano fisso, poi forse corrono per qualche metro, si voltano e lo guardano nuovamente. Qual’è la cagione di questa loro diversa timidezza? Scambiano forse da lontano l’uomo col puma, loro principale nemico? Oppure la curiosità vince la timidezza? Quello che è certo si è che sono curiosi; perchè se una persona sdraiata per terra prende strani atteggiamenti, come per esempio alzar le gambe in aria, essi si accostano quasi sempre pian piano per osservarla. Questo era un artifizio ripetutamente praticato dai nostri cacciatori con buon esito, ed aveva inoltre il vantaggio di lasciar fare parecchi colpi, i quali tutti erano considerati come parte del giuoco. Sui monti della Terra del Fuoco ho veduto più di una volta un guanaco, il quale essendo accostato non solo nitriva e gridava, ma s’impennava e saltava nel modo più ridicolo, apparentemente in atto di sfida. Questi animali vengono agevolmente addomesticati, e ne ho veduto alcuni in questo stato nella Patagonia settentrionale presso una casa, senza nessun legame. In questo stato sono fierissimi, ed aggrediscono prontamente un uomo, dandogli un colpo di dietro colle due ginocchia. Si afferma che il motivo di queste aggressioni sia la gelosia per le loro femmine. Tuttavia il guanaco selvatico non ha idea di difesa; basta un cane a tener fermo uno di quei grossi animali finchè giunga il cacciatore. In molti dei loro costumi somigliano alle pecore di un greggie. Così quando veggono avvicinarsi uomini a cavallo da varie parti rimangono subito sgomentati, e non sanno più da che parte fuggire. Questo agevola grandemente il metodo di caccia indiano, perchè così sono facilmente spinti in un punto centrale e subito circondati.
I guanachi vanno volentieri nell’acqua: parecchie volte a Porto Valdes furono veduti nuotare da un’isola all’altra. Byron nel suo viaggio, dice di averli veduti bere l’acqua salata. Alcuni dei nostri ufficiali videro parimente un branco il quale da quanto pareva stava bevendo l’acqua salmastra di una salina presso Capo Blanco. Mi figuro che in varie parti del paese, se essi non bevessero acqua salata, non ne beverebbero affatto. Nel meriggio sovente si rotolano nella polvere entro piccole cavità. I maschi combattono insieme; un giorno me ne passarono due proprio accanto, i quali nitrivano e cercavano di mordersi tra loro; e parecchi che furono uccisi avevano la pelle profondamente solcata da cicatrici. Sembra che talora alcuni branchi vadano in esplorazione; a Bahia Blanca, ove, a trenta miglia dalla costa, questi animali sono sommamente rari, vidi un giorno le traccie di trenta o quaranta che erano venuti in linea retta fino ad un seno di acqua salata melmosa. Essi allora debbono essersi accorti della vicinanza del mare, perchè si erano voltati colla regolarità della cavalleria, ed erano tornati indietro, in linea retta come quella in cui erano venuti. I guanachi hanno un costume particolare che a me è al tutto inesplicabile; cioè, che durante varii giorni depongono i loro escrementi nello stesso mucchio. Vidi uno di questi mucchi che aveva il diametro di due metri e mezzo, ed era composto di gran copia di escrementi. Questa abitudine, secondo il signor A. d’Orbigny, è comune a tutte le specie del genere, ed è utilissima per gli Indiani del Però, i quali adoperano gli escrementi per combustibile, e sono così liberati dalla noia di doverli andare a raccogliere.
Il guanaco sembra avere certi luoghi prediletti per andare a morire. Sulle sponde del Santa Cruz, in alcuni spazi circoscritti che in generale sono boscheggiati e prossimi al fiume, il terreno era presentemente tutto biancheggiante di ossa. In uno di questi punti contai da dieci a venti crani. Esaminai attentamente quelle ossa; esse non sembravano, come alcune sparse da me vedute, rosicate o rotte, come quando vengono ammucchiate dalle fiere. Nella maggior parte dei casi gli animali debbono essersi trascinati prima di morire in mezzo a quei boschetti. Il signor Bynoe mi ha detto che in un viaggio precedente egli aveva osservato lo stesso fatto sulle sponde del Rio Gallegos. Non comprendo affatto la ragione di questo, ma posso dire che i guanachi feriti a Santa Cruz si avviavano invariabilmente verso il fiume. A San Jago, nelle isole del Capo Verde, mi ricordo di aver veduto in un burrone un angolo remoto di esso coperto di ossa di capra: allora dicemmo che era il cimitero di tutte le capre dell’isola. Faccio menzione di questi fatti poco importanti, perchè in certi casi possono spiegare la presenza di un gran numero di ossa intatte in una caverna, o sepolte entro massi alluviali, e parimente perchè certi animali siano più comunemente sepolti nei depositi di sedimento che non altri.
Un giorno la scialuppa fu mandata sotto il comando del signor Chaffers con tre giorni di provvigioni ad esaminare la parte superiore del porto. Al mattino andammo in cerca di alcuni luoghi per far provvista d’acqua menzionati in una vecchia carta spagnuola. Trovammo un seno in fondo al quale vi era un bel ruscello (il primo ch’io abbia veduto) di acqua salmastra. Qui la marea ci obbligò ad aspettare parecchie ore, e in questo intervallo feci alcune miglia a piedi nell’interno. La pianura, al solito, era composta di ghiaia mista a terreno che all’aspetto pareva creta, ma di natura molto differente. Per la friabilità di questi materiali era scavata in varii burroni. Non vi era un albero, e tranne il guanaco che stava sulla cima di un colle, attenta sentinella del suo branco, non v’era quasi un animale od un uccello. Tutto era silenzio e desolazione. Tuttavia all’aspetto di quelle scene, senza la vicinanza di un oggetto brillante, si prova vivacissimo un indefinito ma forte sentimento di piacere. Uno domandò da quanti secoli la pianura era in questo stato, e quanti ancora avrebbe così dovuto durare:
Niuno risponder sa - tutto un deserto
Ora ci appare, ed un linguaggio arcano
A sera veleggiammo per poche miglia più avanti, poi si piantarono le tende per la notte. Nel mezzo del giorno susseguente la scialuppa era arenata, e per la poca profondità dell’acqua non potemmo andare avanti. Avendo trovato l’acqua dolce, il signor Chaffers prese la barchetta e risalì per altre due o tre miglia, dove questa pure arenò, ma in un fiume d’acqua dolce. L’acqua era melmosa, e sebbene il fiume fosse piuttosto piccolo, sarebbe difficile spiegarne l’origine altrimenti che dalle nevi che si sciolgono nelle Cordigliere. Nel luogo ove ponemmo il nostro bivacco eravamo circondati da scoscesi dirupi, diritte punte di porfido. Non credo di aver mai veduto un luogo che sembrasse più segregato dal resto del mondo di quel roccioso crepaccio in mezzo alla vasta pianura.
Il giorno dopo il nostro ritorno all’ancoraggio alcuni ufficiali ed io andammo a saccheggiare un’antica tomba indiana che io aveva trovata sulla cima di una vicina collina. Due immense pietre, che pesavano probabilmente almeno due tonnellate, erano state poste proprio di faccia ad uno spigolo di roccia alto circa un metro e ottanta cent. In fondo alla tomba sulla dura roccia v’era uno strato di terra profondo circa trenta centimetri, che deve essere stato portato colà dalla pianura sottostante. Sopra di esso vi era un selciato di sassi appiattiti, sui quali stavano ammucchiati altri sassi, tanto da riempire lo spazio tra l’orlo della roccia e i due grandi massi. Per render più completa la tomba, gli Indiani avevano pensato di staccare dallo spigolo un grosso frammento, e gettarlo sul mucchio tanto da posare sui due massi. Facemmo saltare con una mina la tomba nei due lati, ma non ci fu dato di rinvenire nè reliquie nè ossa. Queste ultime probabilmente erano da lungo tempo distrutte (nel qual caso la tomba doveva essere sommamente antica), perchè in un altro luogo io trovai alcuni mucchi più piccoli, sotto i quali si potevano distinguere ancora alcuni pochissimi frammenti sminuzzati per avere appartenuto all’uomo. Falconer asserisce che un Indiano è sotterrato nel luogo dove muore, ma che in seguito le sue ossa vengono accuratamente raccolte e portate, a meno che la distanza non sia troppo grande, per essere deposte presso la spiaggia del mare. Si può comprendere questa usanza pensando che prima della introduzione dei cavalli, questi Indiani devono aver condotto la stessa vita degli abitanti della Terra del Fuoco dei nostri tempi, e quindi devono aver dimorato generalmente in prossimità del mare. Il pregiudizio comune di essere sepolti dove dormono i propri antenati avrà fatto che gli Indiani girovaghi dei nostri tempi portino la parte meno caduca dei loro morti agli antichi cimiteri della costa.
Gennaio 9, 1834. - Prima di notte le Beagle gettò l’àncora nel bello e spazioso porto di San Giuliano, collocato a circa cento e dieci miglia al sud di Porto Desiderio. Rimanemmo colà otto giorni. Il paese è quasi uguale a quello di Porto Desiderio, forse ancor più sterile. Un giorno una brigata accompagnò il capitano Fitz Roy in un lungo giro intorno alla punta del porto. Rimanemmo undici ore senza assaggiare una goccia d’acqua, ed alcuni della brigata erano al tutto sfiniti. Dalla cima di una collina (allora ben chiamata collina della sete), si vedeva un bel lago, e due della brigata andarono colà per mostrare con segni concertati se fosse acqua dolce. Quale non fu la nostra delusione trovando che era una discesa di sale bianco come la neve cristallizzato in grandi cubi! Attribuimmo la nostra gran sete alla asciuttezza dell’atmosfera; ma, qualunque fosse la causa, fummo ben contenti la sera di tornarcene alle nostre barche. Quantunque non avessimo potuto trovare, in tutto il nostro giro neppure una goccia d’acqua dolce, tuttavia ve ne deve essere in qualche parte; perchè per un caso singolare trovai alla superficie dell’acqua salata presso la punta del golfo un Colymbetes non al tutto morto, che doveva vivere in qualche stagno non molto lontano. Tre altri insetti (una Cincindela, simile alla Hybrida, una Cymindis ed un Harpalus, che tutti vivono nelle pozzanghere melmose, prodotte dagli allagamenti del mare), ed un altro trovato morto sulla pianura, compiono la lista dei coleotteri. Una grossa mosca (Tabanus) era numerosissima, e ci tormentava colla sua dolorosa puntura. La mosca comune, che è tanto noiosa nelle stradicciole d’Inghilterra, appartiene a questo stesso genere. Eravamo qui, come succede frequentemente nel caso delle zanzare, molto imbarazzati a spiegare come vivano questi insetti, e del sangue di quali animali si nutrano comunemente? Il guanaco è quasi il solo quadrupede dal sangue caldo, e si trova in numero troppo piccolo, comparato alla quantità delle mosche.
La geologia della Patagonia è interessante. Al contrario dell’Europa, dove le formazioni terziarie sembrano essersi accumulate in golfi, qui abbiamo per centinaia di miglia di costa un grande deposito, che racchiude molte conchiglie terziarie, tutte, da quanto pare, estinte. La conchiglia più comune è una massiccia e gigantesca ostrica, talvolta del diametro di trenta centimetri. Questi strati sono coperti da altri di una pietra particolare bianca e dolce, che racchiude molto gesso e rassomiglia alla creta, ma che è realmente della natura della pietra pomice. È dessa notevolmente singolare per essere composta, almeno per una decima parte del volume, di infusorii: il professore Ehrenberg vi ha già trovato dentro trenta forme organiche. Questo strato si estende per 500 miglia lungo la costa, e probabilmente ad una distanza ancor più grande. Al Porto San Giuliano la sua spessezza è più di 240 metri! Questi strati bianchi sono ovunque coperti di una massa di ghiaia, che forma probabilmente uno dei più grandi giacimenti di selce che vi siano al mondo; esso certamente si estende dalla vicinanza del Rio Colorado a 600 o 700 miglia marine al sud; a Santa Cruz (fiume un po’ al sud di San Giuliano), giunge fino al piede delle Cordigliere; a mezza strada risalendo il fiume, la sua spessezza supera i 60 metri; probabilmente esso si estende in ogni parte fino a questa grande catena, dalla quale i ciottoli bene arrotondati di porfido sono derivati; possiamo calcolare la sua larghezza a 200 miglia, e la media della spessezza a 15 metri. Se questo grande giacimento di ciottoli, senza comprendere il fango necessariamente venuto dal loro attrito, fosse ammucchiato in una massa, formerebbe una grande catena di monti! Quando noi consideriamo che tutti questi ciottoli, innumerevoli come i granelli di sabbia del deserto, hanno avuto origine dal lento cadere delle masse di roccia sulle antiche coste marine e sulla sponda dei fiumi; e che questi frammenti sono stati spezzati in pezzi più piccoli, ognuno dei quali è stato lentamente rotolato, arrotondato e trasportato lontano, la mente rimane stupita pensando al lungo corso di anni assolutamente necessario per questo. Però tutta questa ghiaia è stata trasportata e fatta probabilmente rotonda dopo che sono stati deposti gli strati bianchi, e in conseguenza è molto più lontana dai letti i più inferiori entro i quali si trovano le conchiglie terziarie.
Ogni cosa in questo continente meridionale è stata fatta in grande; il terreno dal Rio Plata alla Terra del Fuoco, una distanza di 1200 miglia, è stato sollevato in massa (e nella Patagonia all’altezza di 90 a 120 metri), durante il periodo delle conchiglie marine ora esistenti. Le antiche e scoperte conchiglie rimaste sulla superficie della pianura sollevata conservano ancora in parte i loro colori. Il movimento di sollevazione è stato interrotto da almeno otto lunghi periodi di riposo, durante i quali il mare invadeva di nuovo la terra scavandola profondamente e formando nei successivi livelli le lunghe file di dirupi o rialzi che separano le differenti pianure, mentre si sollevano come scalini una dietro l’altra. Il movimento sollevatorio e la forza scavatrice del mare durante i periodi di riposo, furono pari sopra lunghi tratti di costa; perchè io era meravigliato trovando che le pianure a scalinate stanno ad altezze quasi corrispondenti con punti molto lontani. La pianura più bassa è alta 27 metri; e la più alta sulla quale salii presso la costa è alta 285 metri; e di questa rimangono solo gli avanzi nella forma di piatte colline coperte di ghiaia. La pianura superiore del Santa Cruz sale all’altezza di 90 metri al piede delle Cordigliere. Ho già detto che entro il periodo delle conchiglie marine esistenti, la Patagonia si è sollevata da 90 a 120 metri: posso aggiungere che durante il periodo in cui i ghiacci trasportavano massi sulla pianura superiore di Santa Cruz il sollevamento è stato almeno di 450 metri. Nè la Patagonia è stata mutata da soli sollevamenti; le conchiglie terziarie estinte che si trovano dal porto San Giuliano a Santa Cruz non possono aver vissuto, secondo il prof. E. Forbes, in una profondità maggiore di 12 a 75 metri; ma esse ora sono coperte da uno strato depositato dal mare della spessezza di 240 a 300 metri; quindi il letto del mare sul quale vivevano un tempo queste conchiglie deve essersi abbassato di alcune centinaia di metri, onde abbia potuto compiersi l’accumulamento degli strati soprastanti. Quale storia di mutamenti geologici svela la costa semplicemente costrutta della Patagonia!
A Porto San Giuliano63, entro certo fango rosso che ricopre la ghiaia sulla pianura alta 27 metri, trovai un mezzo scheletro della Macrauchenia Patachonica, notevole quadrupede, grosso quanto un camello. Appartiene alla stessa divisione dei Pachidermi col Rinoceronte, il Tapiro, il Paleoterio; ma nella struttura delle ossa del suo lungo collo rivela una stretta affinità col camello, o piuttosto col Guanaco ed il Lama. Dal fatto che si trovano conchiglie marine recenti in due delle pianure più alte a scalinate, che debbono essere state modellate e sollevate prima che il fango in cui era sepolta la Macrauchenia fosse depositato, è certo che questo curioso quadrupede viveva molto dopo che il mare fu popolato dalle sue conchiglie presenti. Dapprima io fui molto sorpreso dal fatto che un grosso quadrupede abbia potuto vivere così recentemente, nella latitudine di 49°, 15’, in queste desolate pianure sassose colla loro stentata vegetazione; ma l’affinità della Macrauchenia col guanaco, che abita ora regioni sterilissime, risolve in parte questa difficoltà.
L’affinità, sebbene lontana, tra la Macrauchenia ed il Guanaco, tra il Toxodon ed il Capibara - l’affinità ancor più stretta fra i tanti sdentati estinti ed i viventi tardigradi, formichieri ed armadilli, ora così grandemente caratteristici della zoologia del Sud America - e l’affinità ancor più stretta fra le specie fossili e viventi di Ctenomys ed Hydrochærus, sono fatti interessantissimi. Questa affinità è dimostrata meravigliosamente - tanto meravigliosamente quanto quella fra gli animali Marsupiali fossili ed estinti dell’Australia - dalla grande collezione portata ultimamente in Europa dalle caverne del Brasile dai sigg. Lund e Clausen. In questa collezione vi sono specie estinte di tutti i trentadue generi, eccetto quattro dei quadrupedi terrestri che abitano ora le provincie in cui si trovano queste caverne, e le specie estinte sono molto più numerose che non quelle viventi oggi; vi sono fossili formichieri, armadilli, tapiri, pecari, guanachi, opossum tutti fossili, ed un gran numero di rosicanti del nord America, di scimmie e di altri animali. Questa meravigliosa affinità nello stesso continente fra i morti ed i vivi spargerà, senza dubbio, in seguito maggior luce sull’aspetto degli esseri organici del nostro globo e la loro scomparsa da esso, che non qualunque altra classe di fatti.
È impossibile pensare al mutamento seguito nel continente americano senza provare la più profonda meraviglia. Anticamente esso deve aver brulicato di enormi mostri, ora non troviamo che pigmei, se si comparano colle razze affini antecedenti. Se Buffon avesse conosciuto i giganteschi animali simili al tardigrado ed all’armadillo, ed i perduti Pachidermi, egli avrebbe potuto dire con maggior verità che la forza creatrice aveva perduto in America il suo potere, piuttostochè dire che essa non aveva mai avuto grande vigore. La maggior parte, se non tutti questi quadrupedi estinti vivevano in un periodo recente, ed erano contemporanei della maggior parte delle conchiglie marine viventi. Dal tempo in cui vivevano non può esser seguito nessun grande mutamento nella forma del terreno. Che cosa dunque può avere distrutto tante specie o interi generi? La mente dapprima è irresistibilmente indotta a credere a qualche grande catastrofe; ma per distruggere in tal modo animali tanto grandi che piccoli, nella Patagonia meridionale, nel Brasile, nelle Cordigliere del Perù, nel Nord America sino allo stretto di Behring, noi dobbiamo scuotere tutta l’ossatura del globo. Inoltre l’esame della geologia del Plata e della Patagonia induce a credere che tutti i profili del terreno risultano da mutamenti lenti e graduati. Dal carattere dei fossili in Europa, in Asia, in Australia e nell’America settentrionale e meridionale, sembra che le condizioni che favoriscono la vita dei quadrupedi più grossi fossero estese per tutto il mondo; quali fossero queste condizioni nessuno finora ha saputo trovare. Non può essere stato neppure un mutamento di temperatura quello che abbia nello stesso tempo distrutto gli abitanti delle latitudini tropicali temperate ed antiche nelle due parti del globo. Sappiamo positivamente dal signor Lyell che nel Nord America i grossi quadrupedi vivevano dopo quel periodo in cui i massi erratici erano portati in latitudini ove oggi non giungono mai i ghiacci; da varie cagioni indirette ma concludenti possiamo esser certi che nell’emisfero meridionale anche la Macrauchenia viveva molto dopo il periodo in cui i ghiacci trasportavano i massi erratici. Potrebbe l’uomo dopo la sua prima invasione nell’America del Sud aver distrutto, come è stato supposto, i pesanti Megaterii e gli altri sdentati? Dobbiamo almeno cercare qualche altra causa per la distruzione del piccolo tucotuco a Bahia Blanca, e di molti topi fossili ed altri piccoli quadrupedi del Brasile. Nessuno supporrà che una siccità anche più terribile di quelle che sono causa di tante perdite nelle provincie del Plata, avrebbe potuto distruggere ogni individuo ed ogni specie dalla Patagonia meridionale allo stretto di Behring. Che cosa diremo dell’estinzione del cavallo? Queste pianure che sono state poi percorse da migliaia e centinaia di migliaia di discendenti della razza introdotta dagli spagnuoli, hanno forse mancato di pascoli? Le specie introdotte dopo hanno esse consumato il cibo delle razze antecedenti? Possiamo noi credere che il Capibara abbia preso il cibo del Toxodon, il Guanaco quello della Macrauchenia, i piccoli sdentati viventi quello dei numerosi loro giganteschi prototipi? Certo nessun fatto nella lunga storia del mondo è tanto notevole quanto le vaste e ripetute distruzioni dei suoi abitanti.
Nondimeno se noi consideriamo questo argomento da un altro punto di vista, ci sembrerà meno incerto. Noi non teniamo sempre presente alla mente la profonda ignoranza in cui siamo delle condizioni di vita di ogni animale; nè ci ricordiamo sempre che un qualche ostacolo impedisce costantemente il troppo rapido accrescimento di ogni essere organizzato lasciato allo stato della natura. In media la provvista del cibo rimane costante; tuttavia la tendenza di ogni animale a crescere colla propagazione è geometrica; ed i suoi effetti sorprendenti non sono stati in nessun luogo più meravigliosamente dimostrati, come nel caso degli animali europei che si sono rinselvatichiti in America durante gli ultimi secoli. Ogni animale allo stato di natura si riproduce regolarmente; tuttavia in una specie da lungo tempo stabilita ogni grande accrescimento di numero è evidentemente impossibile, e deve essere arrestato in qualche modo. Tuttavia raramente possiamo dire con certezza di una data specie, a qual periodo di vita o a qual periodo dell’anno segua, se quest’ostacolo abbia luogo solo a lunghi intervalli, o anche quale sia la vera natura di questo ostacolo. Da ciò probabilmente segue che proviamo pochissima sorpresa, vedendo due specie strettamente affini nei costumi essere una rara e l’altra abbondante nello stesso distretto, ovvero anche, che una si trovi numerosa in un distretto, ed un’altra, che compie lo stesso ufficio nella economia della natura, abbondi in una regione vicina che differisce pochissimo nelle sue condizioni. Se ci viene domandato come questo segua si risponde immediatamente che deriva da qualche lieve differenza nel clima, nel cibo, o nel numero dei nemici; tuttavia quanto raramente, se pur mai, possiamo segnare la causa precisa e il modo di azione dell’ostacolo! Perciò siamo indotti a concludere che certe cause quasi sempre al tutto inapprezzabili da noi, determinano se una data specie sarà in numero abbondante o scarso.
Nei casi ove noi possiamo segnare l’estinzione prodotta dall’uomo di una specie, sia entro una vasta od una limitata cerchia sappiamo che essa diviene sempre più rara finchè sia perduta; sarebbe difficile segnare una qualche esatta distinzione64 fra una specie distrutta dall’uomo o dall’accrescimento dei suoi naturali nemici. L’evidenza della scarsità che precede l’estinzione è più notevole negli stati terziari successivi, come è stato notato da parecchi insigni osservatori; è stato sovente veduto che una conchiglia molto comune in uno stato terziario sia ora rarissima, e sia stata per lungo tempo anche creduta estinta. Se dunque, come appare probabile, le specie cominciano a divenir rare e poi si estinguono, - se il troppo rapido accrescimento di ogni specie, anche fra le più favorite, è certamente arrestato, come dobbiamo riconoscere, sebbene sia difficile dire come e quando - e se noi vediamo senza la più piccola sorpresa, sebbene non possiamo conoscerne la vera ragione, una specie abbondante ed un’altra strettamente affine rara nello stesso distretto, - perchè proveremo noi tanta meraviglia di ciò, che lo scarseggiare faccia ancora un passo e giunga all’estinzione? Un’azione che procedesse intorno a noi, fosse anche appena apprezzabile, potrebbe certamente essere spinta un po’ più avanti senza eccitare la nostra osservazione. Chi proverebbe molta sorpresa udendo che il Megalonyx era anticamente raro a petto del Megatherium, o che una delle scimmie fossili era poco numerosa a petto di una delle scimmie viventi? E tuttavia in questa comparativa scarsità noi abbiamo la più chiara prova delle condizioni meno favorevoli alla loro esistenza. Ammettere che le specie divengono generalmente rare prima di estinguersi - non sentir sorpresa della comparativa scarsità di una specie rispetto ad un’altra, e tuttavia attribuire a qualche agente straordinario l’estinzione di una specie e maravigliarsene grandemente, mi sembra lo stesso come ammettere che la malattia nell’individuo è il preludio della morte - non sorprendersi della malattia - ma quando l’ammalato muore meravigliarsi, e credere che sia morto violentemente.