Carlo Darwin
Diario di un naturalista giramondo

CAPITOLO XII.   CHILI’ CENTRALE.

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

CAPITOLO XII.

 

CHILICENTRALE.

 

Valparaiso - Escursione al piede delle Ande - Struttura del terreno - Ascensione al monte Campana di Quillota - Massi sparsi di diorite - Valli immense - Miniere - Condizione dei minatori - Santiago - Bagni caldi di Cauquenes - Miniere d’oro - Mulini per macinare - Ciottoli forati - Costumi del puma - Il Turco ed il Tapacolo - Uccelli mosca.

 

Luglio 23. - La notte scorsa la Beagle ha gettato l’àncora nel golfo di Valparaiso, principale porto di mare del Chilì. Al mattino seguente ogni cosa appariva incantevole. Dopo la Terra del Fuoco, il clima ci sembrava deliziosissimo - l’atmosfera era tanto asciutta, ed il cielo così sereno ed azzurro col sole splendidissimo che tutta la natura pareva scintillare di vita. Dall’ancoraggio la vista era graziosissima. La città è fabbricata al piede di una catena di colline, alte circa 480 metri e piuttosto scoscese. Per la sua posizione si compone di una strada lunga e tortuosa che corre parallela alla spiaggia, ed in ogni parte ove scende un burrone, le case stanno ammucchiate sulle due rive di esso. Le colline tondeggianti, protette solo in parte da una meschina vegetazione, hanno innumerevoli piccole escavazioni che lasciano vedere un terreno singolarmente rosso. Per questo e per le case basse ed imbiancate, coi tetti coperti di tegole, quella veduta mi ricordò Santa Cruz in Teneriffa. In una direzione nord-est si vede in lontananza qualche bel tratto delle Ande: ma quei monti sembrano molto più maestosi quando si osservano dalle circostanti colline; la grande distanza si può allora meglio riconoscere. Il vulcano di Aconcagua è particolarmente grandioso. Questa massa grossa ed irregolarmente conica ha una elevazione maggiore di quella del Chimborazo; perchè, dalle misure fatte dagli ufficiali della Beagle, la sua altezza non è minore di 6900 metri. Tuttavia, le Cordigliere, vedute da quel punto, debbono la maggior parte della loro bellezza all’atmosfera, attraverso la quale son vedute. Quando il sole tramontava nel Pacifico, era meraviglioso vedere quanto spiccati apparissero i profili frastagliati di esse, mentre le tinte e le ombre erano svariatissime e delicatissime.

Ebbi la buona ventura di trovare qui stabilito il signor Riccardo Corfield, antico mio compagno di scuola ed amico, cui sono gratissimo per la bontà e cortesia con cui mi ospitò piacevolissimamente durante il tempo nel quale la Beagle si fermò al Chilì. Il contorno immediato di Valparaiso non è molto produttivo pel naturalista. Durante la lunga estate il vento soffia continuamente da mezzogiorno ed un po’ da terra, per cui non piove mai; durante i tre mesi, d’inverno, però, la pioggia è assai abbondante. In conseguenza la vegetazione è scarsissima; tranne in qualche profonda valle, non vi sono alberi, e solo un po’ d’erbetta e qualche arbusto sparso qua e rivestono le parti meno scoscese delle colline. Quando si pensa che alla distanza di 350 miglia al sud, questo versante delle Ande è al tutto nascosto da una impenetrabile foresta, il contrasto è notevolissimo. Feci lunghe passeggiate mentre raccoglieva oggetti di storia naturale. Il paese è molto piacevole per cosiffatti esercizi. Vi sono molti bellissimi fiori; e, come segue in quasi tutti i climi asciutti, le piante ed i cespugli hanno profumi forti e particolari - anche i nostri vestimenti sfregandovisi contro, divengono odorosi. Non poteva a meno di meravigliarmi trovando che la giornata susseguente era bella come quella di prima. Quale differenza può fare il clima nel godimento della vita! Quanto diverse sono le sensazioni che si provano quando si hanno sott’occhio nere montagne ravvolte per metà di nuvole, e quando si veggono altre catene di monti attraverso la luce azzurra di una bella giornata! Per un po’ di tempo le prime possono parere sublimi; le altre sono tutte giocondità e vita felice.

 

Agosto 14. - Preparai una escursione a cavallo onde studiare la geologia delle falde delle Ande, che solo in quel tempo dell’anno sono libere dalle nevi invernali. Il primo giorno di viaggio fu verso il nord lungo la costa del mare. Caduta la notte giungemmo alla Hacienda di Quintero, podere che anticamente apparteneva a lord Cochrane. Il mio scopo andando colà era di vedere grandi strati di conchiglie, che stanno alcuni metri sul livello del mare, e vengono bruciati per farne calce. Le prove del sollevamento di tutta questa linea della costa non sono dubbie; all’altezza di un centinaio circa di metri s’incontrano vecchie conchiglie in gran numero, e ne trovai alcune a 400 metri. Questi nicchi talora si trovano sparsi sulla superfice, talora sono incorporati in una terra vegetale color rosso nero. Fui molto sorpreso di trovare che sotto il microscopio, questa terra vegetale era vera melma marina, piena di particelle di corpi organici.

 

Agosto 15. - Tornammo per la valle di Quillota. Il paese è sommamente piacevole; tale che avrebbe meritato il nome di pastorale: grandi prati verdi, separati da piccole valli con ruscelletti e capanne, da noi supposte appartenere ai pastori, sparse sui fianchi della collina. Fummo obbligati ad attraversare la cima del Chilicauquen. Alle sue falde vi sono molti begli alberi sempre verdi, ma questi fiorivano solo nei burroni ove scorreva l’acqua. Chiunque abbia veduto soltanto il paese presso Valparaiso, non può credere che vi siano tanti luoghi così pittoreschi, nel Chilì. Quando fummo giunti sul ciglio della Sierra, la valle Quillota si distendeva proprio ai nostri piedi. La prospettiva era di una notevole bellezza artificiale. La valle è larghissima e al tutto piana, quindi in ogni parte viene agevolmente irrigata. I piccoli giardini quadrati sono coperti di aranci e di olivi, e di ogni sorta di vegetali. Da ogni lato sorgono nude montagne, e per questo contrasto la valle pezzata appare più bella. Chi diede il nome di Valparaiso (la valle del Paradiso) deve aver pensato a Quillota. Continuammo il nostro cammino fino alla Hacienda di San Isidro, collocata al piede del monte Campana.

Il Chilì, se si guarda sulla carta geografica è una stretta striscia di terra fra le Cordigliere ed il Pacifico; e questa striscia è essa pure attraversata da parecchie catene di monti, che in questa parte corrono parallele alla grande catena. Fra queste catene esterne e quella più grande delle Cordigliere, si estende molto avanti verso il sud, una serie di bacini piani, che comunicano generalmente fra loro per mezzo di stretti passaggi; in questi bacini stanno le città principali, come San Felipe, Sant’Jago, San Fernando. Questi bacini o pianure, unitamente alle valli piane e trasversali (come quelle di Quillota) che li congiungono alla costa, sono senza dubbio il letto di antichi bracci di mare e profondi golfi, come quelli che oggi s’intrecciano in ogni parte della Terra del Fuoco e della costa occidentale. Il Chilì deve avere anticamente rassomigliato a quest’ultimo paese nella configurazione della sua terra e delle sue acque. La somiglianza ci fu per caso dimostrata con maggiore evidenza da un banco di nebbia, che coperse come un mantello, tutte le parti più basse del paese; il vapore bianco che saliva a spira nei burroni, rappresentava benissimo i piccoli seni ed i golfi; ed una cima solitaria spuntando fuori qua e , mostrava che anticamente era un’isoletta. Il contrasto di queste valli e di questi bacini piani coi monti irregolari, dava al paesaggio un carattere che era per me nuovo ed interessantissimo.

Per la naturale inclinazione di queste pianure verso il mare, esse sono molto agevolmente irrigate, ed in conseguenza fertilissime. Senza questo processo la terra non produrrebbe quasi nulla, perchè durante tutta l’estate il cielo è sereno. I monti e le colline sono sparsi di cespugli ed alberi bassi, e, tolti questi, la vegetazione è scarsissima. Ogni proprietario della valle possiede un pezzo di terra in collina, ove il suo bestiame semi-selvatico, molto numeroso, trova pascolo sufficiente. Una volta all’anno vi è un grande rodeo, quando tutto il bestiame vien condotto in pianura contato, e marcato, ed un certo numero separato acciocchè impingui nei prati irrigati. Si coltiva in grandi tratti il frumento e molto grano turco; tuttavia una specie di fava forma la parte principale del nutrimento per quasi tutti gli agricoltori. Gli orti producono in grande abbondanza pesche, fichi ed uva. Con tutti questi vantaggi, gli abitanti del paese dovrebbero essere molto più prosperosi di quello che non sono.

 

Agosto 16. - Il maggiordomo della Hacienda ebbe la cortesia di darmi una guida e due cavalli freschi; ed al mattino partimmo per salire il monte Campana, che è alto due mila metri circa. I sentieri erano cattivissimi, ma tanto la geologia quanto il paesaggio mi compensarono ampiamente del disagio. A sera giungemmo ad una fontana detta Agua del Guanaco, collocata a grande altezza. Questo deve essere un nome bene antico, perchè sono trascorsi moltissimi anni dacchè un guanaco bevette le sue acque. Durante la salita osservai che sul versante settentrionale non crescevano che piccoli cespugli, mentre sul pendio meridionale vi era un bambù alto quattro metri e mezzo. In alcuni luoghi crescevano palmeti, e fui sorpreso di vederne uno ad un’altezza non minore di 1350 metri. Queste palme sono, per la loro famiglia, alberi ben brutti. Il loro tronco è molto grande, e di forma curiosa, essendo più grosso nel mezzo che non alla base ed alla cima. In alcune parti del Chilì sono numerosissime e molto stimate per una specie di melassa che si estrae dalla loro linfa. In un podere presso Petorca, vollero contarle, ma non vi riuscirono dopo averne contate parecchie centinaia di migliaia. Ogni anno, sul principio di primavera, in agosto, ne vengono tagliate moltissime, e quando il tronco è sul terreno, ne vien reciso il ciuffo di foglie. Allora la linfa comincia immediatamente a scaturire dalla parte superiore, e continua così per alcuni mesi; tuttavia è necessario che ogni mattina le venga tagliata una fetta sottile, per mettere allo scoperto una nuova superficie. Un buon albero può dare 450 litri e tutto questo deve essere stato contenuto nei vasi del tronco apparentemente secco. Si dice che la linfa scorre molto più presto nei giorni in cui il sole è molto ardente, e che è pure assolutamente necessario badar bene, gettando giù l’albero, di farlo cadere colla punta rivolta verso la cima della collina; perchè se cade allo ingiù, non esce quasi punto linfa; quantunque in tal caso si sarebbe creduto che l’azione verrebbe agevolata e non impedita dalla forza di gravità. La linfa viene concentrata bollendo, allora si chiama melassa, alla quale rassomiglia moltissimo nel sapore.

Togliemmo la sella, presso la fontana, ai nostri cavalli e ci preparammo a passare colà la notte. La sera era bella e l’atmosfera tanto chiara, che gli alberi delle navi ancorate nel golfo di Valparaiso, quantunque lontane non meno di ventisei miglia geografiche, si potevano distinguere chiaramente come tanti piccoli fili neri. Una nave che girava la punta colle vele spiegate sembrava una brillante macchia bianca. Anson, nel suo viaggio, mostra molta sorpresa perchè le sue navi furono viste mentre erano tanto lontano dalla costa; ma egli non considerava l’altezza della terra e la grande trasparenza dell’aria.

Il tramonto fu splendido; le valli erano oscure mentre le cime nevose delle Ande conservavano ancora una tinta rosea. Quando fu notte facemmo fuoco sotto un piccolo steccato di bambù, ed avendo fatto friggere il nostro charqui (o fette di bue secco), preso il nostro matè, ci trovammo al tutto riconfortati. V’era in questa vita all’aria aperta un incanto indefinibile. La sera era quieta e silenziosa; si udiva solo di tratto in tratto il rumore sibilante della viscaccia dei monti, ed il debole grido di un succiacapre. Oltre questi, pochi uccelli od anche insetti frequentano questi monti asciutti e riarsi.

 

Agosto 17. - Al mattino ci arrampicammo sopra uno scosceso masso di diorite che corona la cima. Questa roccia, come segue di frequente, era sparsa e rotta in grossi pezzi angolari. Osservai però una circostanza notevole, ed è, che molte superfici presentavano molti segni di recente azione - sembrava che alcune fossero state rotte il giorno prima, mentre in altre i licheni cominciavano a mostrarsi o vi crescevano da lungo tempo. Rimasi tanto persuaso che questo fatto fosse dovuto a frequenti terremoti, che mi sentiva spinto ad allontanarmi da quei massi isolati. Siccome in un fatto di questa natura si può molto facilmente cadere in errore, io dubitai della sua verità finchè non feci l’ascensione del monte Wellington, nella Terra di Diemen, ove non seguono mai terremoti, e colà vidi la cima del monte composta parimente di frammenti rotti e sparsi, ma tutti avevano l’aspetto di essere stati migliaia d’anni fa gettati nel luogo ove stanno oggi.

Passammo il giorno sulla cima del monte, ed io non provai mai più dopo quella, una gioia che le si potesse paragonare. Il Chilì, limitato dalle Ande e dal Pacifico, si vedeva come sopra una carta geografica. La delizia di quel paesaggio in stesso bellissimo, era accresciuta dalle numerose riflessioni che si presentano alla mente alla vista della catena dei monti Campana e delle altre minori parallele, e della larga valle di Quillota che direttamente li divide. Chi non può pensare alla forza che ha sollevato questi monti, ed al fatto ancora più grande, agli innumerevoli secoli cioè, che sono stati necessari per aver spaccato, tolto via e livellato interi massi di questi monti? È bene in tal caso, ricordare i vasti strati di ciottoli e di sedimenti della Patagonia, i quali, se fossero ammucchiati sulle Cordigliere, ne crescerebbero l’altezza di migliaia di metri. Quando mi trovava in quel paese, io pensava con meraviglia in qual modo una catena di monti avesse potuto somministrare tali massi senza essere al tutto distrutta. Non dobbiamo ora cessare di meravigliarci e mettere in dubbio che il tempo colla sua onnipotenza possa ridurre i monti - anche le gigantesche Cordigliere - in ciottoli e fango.

L’aspetto delle Ande era differente da quello che io mi attendeva. La linea più bassa delle nevi era naturalmente orizzontale, e le cime della catena sembravano al tutto parallele a questa linea delle nevi. Solo a lunghi intervalli, un gruppo di punte, o un semplice cono, mostravano il luogo ove un tempo era stato o esisteva un vulcano. Quindi la catena sembrava un grande e saldo muro con qua e una torre, facendo così una perfettissima cinta al paese.

Quasi ogni parte della collina era stata scavata per cercare miniere d’oro; l’avidità per questa ricerca non ha lasciato quasi un punto del Chilì senza un esame. Passai la sera come la precedente, ciarlando intorno al fuoco coi miei due compagni. I Guasos del Chilì, che corrispondono ai Gauchos dei Pampas, ne sono tuttavia ben diversi. Il Chilì è il più civile dei due paesi, e per conseguenza gli abitanti hanno perduto gran parte del loro carattere individuale. Le distinzioni di classe sono molto più fortemente segnate; il Guaso non considera per nulla ogni uomo come suo eguale; ed io fui molto sorpreso trovando che ai miei compagni non piaceva di mangiare con me nello stesso tempo. Questo sentimento di disuguaglianza è una conseguenza necessaria dell’esistenza di un’aristocrazia del danaro. Si dice che alcuni dei più grandi proprietari posseggono da 125.000 a 250.000 lire all’anno; questa disuguaglianza di ricchezze non credo che s’incontri in nessuno dei paesi di allevatori di bestiame all’est delle Ande. Un viaggiatore non incontra qui quella illimitata ospitalità che rifiuta ogni pagamento, ma che viene accettata senza scrupoli. Quasi ogni casa del Chilì vi accoglierà per una notte, ma l’indomani mattina sarà necessario dare una mancia; anche un uomo ricco accetterà due o tre scellini. Il Gaucho, quantunque possa essere un assassino è un gentiluomo; il Guaso per alcuni rispetti ne è migliore, ma nello stesso tempo è un uomo volgare e grossolano. Questi due uomini, sebbene per molti riguardi abbiano le stesse occupazioni, hanno costumi affatto differenti; e le particolarità di ognuno sono universali nei loro rispettivi paesi. Il Gaucho sembra far parte del suo cavallo e disdegna qualunque esercizio tranne quello che fa cavalcando; il Guaso può esser preso a giornata a lavorare nei campi. Il primo vive interamente di cibo animale; il secondo quasi tutto di vegetale. Non vediamo qui gli stivali bianchi, i larghi calzoni ed il chilipa scarlatto; il pittoresco abbigliamento dei Pampas. Qui i calzoni grossolani sono protetti da cattivi gambali neri e verdi. Tuttavia il pouncho è comune ad entrambi. L’orgoglio principale del Guaso sta negli sproni che sono assurdamente grandi. Ne misurai uno che aveva 15 centimetri di diametro nella rotella, la quale essa stessa conteneva oltre a trenta punte. Le staffe sono nella stessa proporzione, perchè son fatte di un pezzo di legno quadrato, scolpito, incavato, che pesa da un chilogrammo e mezzo e due chilogrammi. Il Guaso è forse più destro nell’adoperare il lazo; ma, per la natura del paese non conosce l’uso delle bolas.

 

Agosto 18. - Scendemmo il monte e passammo in mezzo ad alcuni bei luoghi con ruscelletti ed alti alberi. Avendo dormito alla stessa hacienda di prima, continuammo per i due giorni susseguenti a risalire la valle ed attraversammo Quillota, che è piuttosto una collezione di giardini vivai che non una città. Gli orti erano belli, e presentavano una massa di fiori di pesco. Vidi pure in un luogo o due la palma dattifera; è un albero maestosissimo, e mi figuro che un boschetto di essi nei loro nativi deserti di Asia o d’Africa debba essere stupendo. Passammo pure San Felipe, graziosa e scomposta città simile a Quillota. La valle in questa parte si allarga in uno di quei grandi golfi o pianure che giungono al piede delle Cordigliere, dei quali si è detto formare una parte tanto curiosa del paesaggio del Chilì. La sera giungemmo alle miniere di Jajuel, situate in un burrone al fianco della grande catena. Mi fermai colà cinque giorni. Il mio ospite, sopraintendente della miniera, era un astuto, ma piuttosto ignorante minatore inglese della Cornovaglia. Aveva sposato una spagnola e non si proponeva di tornare in patria, ma la sua ammirazione per le miniere del suo paese rimaneva illimitata. Fra le altre domande che mi fece, vi era questa: «Ora che Giorgio Rex è morto, quanti membri della famiglia Rex rimangono ancora? » Questo Rex deve essere certamente un parente del grande autore Finis, che scrisse tutti i libri!

Queste miniere sono di rame, ed il minerale vien tutto spedito con navi a Swansea, per essere fuso. Quindi le miniere hanno un aspetto singolarmente tranquillo, se si paragonano a quelle dell’Inghilterra; qui ne fumo fornaci, grandi macchine a vapore disturbano la solitudine dei monti circostanti.

Il Governo del Chilì o meglio la legge antica spagnuola, incoraggia con ogni mezzo la ricerca delle miniere. Lo scopritore può sfruttare una miniera sopra ogni terreno pagando sei franchi e venticinque centesimi, e prima di aver pagato questo può scavare anche nel giardino di un altro per venti giorni.

È ora ben noto che il metodo chiliano per scavare miniere è quello che costa meno. Il mio ospite dice che i due principali miglioramenti introdotti dai forestieri sono stati, prima di tutto, quello di ridurre con cotture preparatorie, le piriti del rame - le quali, essendo comuni nella Cornovaglia, faceano meravigliare i minatori inglesi quando arrivavano, vedendo che venivano gettate via come inutili: in secondo luogo, battendo e lavando la scoria delle antiche fornaci - con questo processo si ricuperavano in grande abbondanza particelle di metallo. Ho veduto presentemente molte mule che portavano alla costa un carico di queste ceneri per essere trasportate in Inghilterra. Ma il primo fatto è il più curioso. I minatori chiliani erano tanto convinti che le piriti di rame non contenevano nessuna particella di quel minerale, che burlavano gli Inglesi per la loro ignoranza; questi alla loro volta li burlavano e compravano le loro più ricche vene per pochi dollari. È un fatto ben curioso che, in un paese ove le miniere sono state sfruttate grandemente per varii anni, un processo tanto semplice quanto quello di riscaldare dolcemente il minerale onde espellerne lo zolfo prima di fonderlo non sia mai stato scoperto. Qualche miglioramento è stato pure introdotto in alcune delle semplici macchine; ma anche oggi l’acqua è tolta da qualche miniera da uomini che la portano su entro borse di cuoio!

I manovali lavorano molto duramente. Hanno poco tempo per mangiare e durante l’estate e l’inverno cominciano quando fa giorno e lasciano il lavoro a notte. Sono pagati venticinque franchi al mese e si loro da mangiare. La colazione consiste in sedici fichi e due piccoli pani; il pranzo di fave bollite, la cena di frumento arrostito. Di rado mangiano carne, perchè con trecento franchi all’anno debbono vestirsi e mantenere le loro famiglie. I minatori che lavorano entro la miniera hanno trentun franco e venticinque centesimi al mese, e vien loro accordato un po’ di charquì. Ma questi uomini escono dalle loro nere abitazioni soltanto ogni quindici giorni od ogni tre settimane.

Durante la fermata che feci qui provai molto piacere nel girare intorno a queste alte montagne. Come era da aspettarsi la geologia ne è interessantissima. Le roccie sparse e rifatte per l’azione del calore, attraversate da innumerevoli argini di diorite, dimostravano che anticamente erano avvenuti molti sconvolgimenti. Il paesaggio era quasi uguale a quello vicino al monte Campana di Quillota - monti nudi ed aridi, sparsi qua e di cespugli dal fogliame intristito. I cactus, o meglio le opunzie sono qui numerosissime. Ne misurai una di forma sferica, la quale, comprese le spine, aveva un metro e novanta centimetri di circonferenza. L’altezza della specie comune, cilindrica, ramificata, è da tre metri e sessanta centimetri a quattro metri e cinquanta centimetri, ed il giro (colle spine) dei rami da novanta centimetri a un metro e venti centimetri.

Una gran nevicata sui monti m’impedì, nei due ultimi giorni di fare altre interessanti escursioni. Cercai di giungere a un lago il quale gli abitanti, credono essere, per qualche ragione incomprensibile, un braccio di mare. Durante una stagione molto asciutta, fu proposto di cercare di scavare un canale da esso per avere acqua, ma il Padre, dopo un consulto, dichiarò che vi era troppo pericolo, perchè tutto il Chilì sarebbe stato inondato, se, come si supponeva generalmente, il lago aveva una comunicazione col Pacifico. Salimmo ad una grande altezza, ma le falde di neve che cadevano c’impedivano di giungere a quel lago meraviglioso, e durammo qualche fatica per ritornarcene. Temevamo di perdere i nostri cavalli, perchè non v’era mezzo di sapere quanto la neve caduta fosse profonda, e gli animali, guidati a mano, potevano muoversi solo a salti. Il cielo nero mostrava che un nuovo uragano di neve stava per sopraggiungere, e fortunatamente avemmo abbastanza tempo per salvarci. Giunti alle falde del monte l’uragano scoppiò, e fu per noi una vera fortuna che ciò non ci avesse colpiti tre ore prima.

 

Agosto 26. - Lasciato Jajuel attraversammo nuovamente il bacino di San Felipe. La giornata era invero degna del Chilì; splendidamente brillante e l’atmosfera al tutto chiara. Il fitto ed uniforme mantello della neve caduta di fresco rendeva la vista del vulcano di Aconcagua e della catena principale veramente stupenda. Eravamo allora avviati a Santiago, capitale del Chilì. Varcato il Cerro del Talguen, si passò la notte ad una piccola osteria. L’oste parlando dello stato del Chilì a petto degli altri paesi, era molto modesto: «Taluni veggono con due occhi, e taluno con uno, ma secondo me, non credo che il Chilì non vegga con nessuno».

 

Agosto 27. Dopo aver varcato molte collinette, scendemmo nella piccola pianura di Guitron. Nei bacini di questo genere che stanno da 300 a 600 metri sul livello del mare, crescono numerosissime due specie di acacie dalle forme intisichite, e vivono molto discoste le une dalle altre. Questi alberi non si incontran mai sulle coste marine, e ciò produce un altro fatto caratteristico del paesaggio di questi bacini. Attraversammo una bassa serie di roccie che separa Guitron dalla grande pianura ove sorge Santiago. La vista era qui al tutto particolare; la superficie livellata, era coperta in alcune parti da boschi di acacie e la città in distanza, limitata orizzontalmente dalla base delle Ande, di cui le cime nevose brillavano ai raggi del sole cadente. Appena gettati gli occhi su quel paesaggio, si mostrava evidente che la pianura rappresentava l’estensione di un antico mare interno. Giunti sulla strada piana, mettemmo al galoppo i nostri cavalli, ed arrivammo in città prima di notte.

Rimasi a Santiago una settimana che impiegai piacevolmente. Al mattino andai a visitare a cavallo vari punti della pianura e la sera pranzava con alcuni negozianti inglesi di cui l’ospitalità in questo paese è notissima. Era per me una sorgente perenne di godimento il salire la collinetta di roccia (Santa Lucia) che sorge nel mezzo della città. Il paesaggio è certamente molto notevole, ma è, lo ripeto, singolarissimo. So che questo medesimo carattere è comune alle città del grande altipiano del Messico. Non ho nulla di particolare da dire sulla città; non è tanto bella tanto grande quanto Buenos Ayres, ma è costrutta secondo lo stesso disegno. Giunsi qui facendo un giro verso il nord; per cui stabilii di tornare a Valparaiso facendo una escursione un po’ più lunga al sud della linea retta.

 

Settembre 5. - Alla metà del giorno giungemmo ad uno dei ponti sospesi fatti di cuoio, che attraversano il Maypu, grande fiume vorticoso a poche leghe al sud di Santiago. Questi ponti sono ben meschini. La strada, che segue la curva delle funi sospese, è fatta di fascetti di rami posti gli uni accanto agli altri. Era pieno di buchi, ed oscillava in modo inquietante, anche pel peso di un uomo che conducesse il suo cavallo. La sera si giunse ad un comodo podere, ove si trovavano varie belle signorine. Esse furono molto scandalizzate sentendo dire che io era entrato in una delle loro chiese per pura curiosità. Esse mi domandarono: «Perchè non vi fate cristiano, mentre la nostra religione è la buona?» Le assicurai che io era una specie di cristiano, ma non mi vollero credere, riferendosi alle mie parole: «Non è vero che i vostri preti, i vostri vescovi prendon moglie?» L’assurdità di un vescovo ammogliato era ciò che le colpiva maggiormente, non sapevano quasi se ridere o inorridire di una tale enormità.

 

Settembre 6. - Continuammo a dirigerci al sud e dormimmo a Rancagua. La strada passava sopra una stretta pianura cinta da un lato da alte colline, e dall’altro dalle Cordigliere. L’indomani girammo la valle del Rio Cachapual, nella quale si trovano i bagni caldi di Cauquenes, celebri da molto tempo per le loro proprietà medicinali. I ponti sospesi nelle parti meno frequentate, vengono generalmente tolti durante l’inverno, quando i fiumi sono bassi. Così avvenne in quella valle, e quindi fummo obbligati ad attraversare a cavallo la corrente. È questa una cosa sgradevole, perchè l’acqua spumeggiante sebbene non profonda, scorre tanto rapidamente sul letto di grossi ciottoli rotondi, che si rimane tanto confusi, da non sapere se il cavallo va innanzi o sta fermo. In estate, quando la neve si scioglie, i torrenti non si possono affatto guadare; la loro forza e violenza diviene allora sommamente grande, come si può chiaramente vedere dai segni che hanno lasciato. La sera giungemmo ai bagni ove dimorammo cinque giorni, rimanendo a casa gli ultimi due costretti a ciò fare da una forte pioggia. Il fabbricato si compone di un quadrato di miserabili capanne, in ognuna delle quali non v’ha che una tavola e una panca. Questi bagni sono collocati in una stretta e profonda valle precisamente al di fuori delle Cordigliere centrali. È un luogo tranquillo, solitario, fornito di molta e selvaggia bellezza.

Le sorgenti minerali di Cauquenes scaturiscono da una linea di dislocazione, che attraversa una massa di roccia stratificata, di cui il complesso svela l’azione del calore. Una notevole quantità di gaz esce continuamente coll’acqua dagli stessi orifizi. Sebbene le sorgenti siano lontane fra loro solo pochi metri, hanno temperature molto differenti, e questo sembra essere l’effetto di una disuguale mescolanza d’acqua fredda; perchè quelle che hanno temperatura più bassa non hanno quasi nessun sapore minerale. Dopo il grande terremoto del 1822 le sorgenti si asciugarono e l’acqua non tornò che quasi un anno dopo. Vennero anche molto alterate dal terremoto del 1835; essendosi la temperatura repentinamente mutata da + 49° a + 32°. Sembra probabile che le acque minerali venendo dal profondo della terra, vengano sempre più disturbate dagli sconvolgimenti sotterranei che non quelle che stanno più presso alla superficie. L’uomo che era impiegato in quei bagni, mi affermò che in estate l’acqua è più calda e più abbondante che non in inverno. Mi sarei spiegato il primo fatto, per la minore mescolanza, durante la stagione asciutta, di acqua fredda; ma il secondo fatto sembra stranissimo e contradditorio. L’aumento periodico durante l’estate, quando non cade mai pioggia, può essere, credo, riferito soltanto allo scioglimento delle nevi; tuttavia i monti coperti di neve durante quella stagione, sono tre o quattro leghe distanti da quelle sorgenti. Non ho alcuna ragione per dubitare della accuratezza del mio informatore, il quale, avendo vissuto sul luogo durante parecchi anni, doveva conoscere bene quel fatto, il quale se è vero è certamente curiosissimo; perchè dobbiamo supporre che l’acqua della neve, essendo condotta attraverso gli strati porosi alle regioni del calore, sia nuovamente respinta alla superficie dalla linea di roccie dislocate ed iniettate di Cauquenes; e la regolarità del fenomeno sembrerebbe dimostrare, che in questo distretto la roccia riscaldata s’incontra ad una profondità non molto grande.

Un giorno io risalii a cavallo la valle sino al punto abitato più lontano. Poco sopra quel punto, il Cachapual si divide in due grandi e spaventosi burroni. Mi arrampicai sopra un monte aguzzo, alto probabilmente più di duemila metri. Qui come per verità in qualunque altro luogo, si presentano scene interessantissime. Si fu da uno di questi burroni, che Pincheira entrò nel Chilì e saccheggiò tutto il paese circostante. È questo lo stesso uomo di cui ho descritto l’aggressione di un podere al Rio Negro. Egli era un meticcio spagnuolo rinnegato, che radunò un gran corpo di Indiani e si stabilì accanto ad un corso d’acqua nei Pampas, luogo cui tutte le truppe mandategli contro non poterono mai scoprire. Da quel punto soleva sbucare, ed attraversando le Cordigliere in passaggi non mai tentati, saccheggiava i poderi, e portava i bestiami al suo segreto ritrovo. Pincheira era un famoso cavalcatore, e faceva agire quelli che aveva intorno a ugualmente bene, perchè uccideva senza scampo chiunque avesse esitato a seguirlo. Si fu contro quest’uomo e contro altre tribù indiane erranti, che Rosas impegnò la guerra di sterminio.

 

Settembre 13. - Lasciati i bagni di Cauquenes, si riprese la strada maestra e si passò la notte al Rio Claro. Da questo luogo andammo alla città di San Fernando. Prima di giungervi, l’ultimo bacino rinchiuso si era allargato in una grande pianura, la quale si estendeva tanto al sud che le più lontane cime nevose delle Ande si vedevano come se spuntassero sull’orizzonte del mare. San Fernando dista quaranta leghe da Santiago; ed era il punto estremo meridionale cui io avevo determinato di toccare, perchè qui ci volgemmo in linea retta verso la costa. Si passò la notte alle miniere d’oro di Yaquil, che sono sfruttate dal signor Nixon, un signore americano, al quale sono riconoscente della cortesia usatami durante i quattro giorni in cui dimorai in casa sua. L’indomani mattina andammo a cavallo alle miniere, che distano di alcune leghe e stanno presso la cima di un’alta collina. Lungo la via avemmo la vista del lago Tagua-tagua, celebre per le sue isole natanti, che sono state descritte dal signor Gay90. Esse sono composte dei rami di varie piante morte intrecciate assieme, e sulla loro superficie altre piante viventi hanno messo radici. La loro forma è generalmente circolare, ed il loro spessore è di un metro e venti centimetri a un metro e ottanta centimetri di cui la maggior parte è immersa nell’acqua. Quando soffia il vento, passano da un lato all’altro del lago, e sovente portano bestiame e cavalli come passeggieri.

Quando fummo giunti alla miniera, fui colpito dall’aspetto pallido di molti fra gli uomini, e mi informai presso il signor Nixon delle loro condizioni. La miniera è profonda 135 metri, ed ogni uomo porta un carico di pietre del peso di circa 100 chilogrammi. Con questo peso egli deve arrampicarsi sulle alternate incavature fatte nei tronchi degli alberi, collocati in una linea a ghirigoro lungo il pozzo. Ogni adolescente da diciotto a venti anni con poco sviluppo muscolare nel corpo (sono al tutto nudi tranne i calzoni) sale con questo grande peso da una profondità quasi uguale. Un uomo robusto non avvezzo a questa fatica, traspira molto profusamente, portando soltanto il proprio corpo. Con questo durissimo lavoro vivono al tutto di fave bollite e di pane. Essi preferirebbero il solo pane; ma i loro padroni, trovando che con questo non possono lavorare abbastanza li trattano come cavalli, fan loro mangiare fave. Sono pagati un po’ più che non alle miniere di Jajuel, avendo da 30 a 34 franchi al mese. Lasciano la miniera solo una volta ogni tre settimane, ed allora stanno due giorni con le loro famiglie. Una delle regole di questa miniera sembra molto dura, ma risponde benissimo agli interessi del padrone. Il solo modo di rubare oro, è quello di nascondere pezzi di minerale, e portarli via quando ne venga l’occasione. Ogni qualvolta il maggiordomo trova un pezzo così nascosto si ritiene il suo valore dal salario di tutti gli uomini, i quali in tal modo, a meno di accordarsi tutti, sono obbligati a spiarsi a vicenda.

Quando il minerale vien portato al mulino, è macinato in polvere impalpabile; il processo di lavatura toglie via tutte le particelle più leggiere, e finalmente l’amalgama riduce la polvere d’oro. La lavatura quando è descritta, sembra cosa semplicissima; ma è bello vedere come l’esatto adattarsi della corrente d’acqua alla gravità specifica dell’oro, separi agevolmente la matrice polverosa dal metallo. La melma che passa dai mulini vien raccolta in pozzanghere, ove depone, e di tanto in tanto vien tirata fuori e gettata in un mucchio comune. Allora comincia l’azione chimica; varie specie di sali si formano sulla superficie e la massa diviene dura. Dopo essere stata lasciata per un anno o due vien rilavata, e produce ancora oro; e questo processo si può ripetere anche sei o sette volte; ma ogni volta l’oro viene in quantità minore, e gli intervalli richiesti (come dicono gli abitanti) per generare il metallo, sono più lunghi. Non vi può esser dubbio che l’azione chimica, già menzionata, liberi ogni volta nuovo oro da qualche combinazione. La scoperta di un metodo per operare questo prima della macinazione crescerebbe senza dubbio di molto il valore dei minerali auriferi. È curioso vedere come le minute particelle d’oro sparse intorno e senza consumarsi, alla fine si accumulano tutte insieme. Poco tempo fa alcuni minatori, essendo senza lavoro, ottennero il permesso di scavare il terreno intorno alla casa ed al mulino: lavarono la terra così raccolta insieme e si procurarono metallo pel valore di trenta dollari doro. Questo è un esatto riscontro di ciò che segue in natura. I monti si spezzano e si consumano e con essi le vene metalliche che contengono. La roccia più dura vien ridotta in melma impalpabile, i metalli comuni si ossidano, ed entrambi sono tolti via; ma l’oro, il platino, ed alcuni pochi altri sono quasi indistruttibili, e pel loro peso, vanno al fondo, e sono lasciati indietro. Dopo che interi monti son passati per questo mulino e sono stati lavati dalla mano della natura, i residui divengono metalliferi e l’uomo crede trar vantaggio dal compiere l’opera della separazione.

Per quanto cattivo appaia il suddetto trattamento dei minatori, essi lo accettano molto volentieri, perchè le condizioni dei contadini sono molto peggiori. Il loro salario è minore e vivono esclusivamente di fave. Questa povertà deve essere principalmente attribuita al sistema quasi feudale che regge la terra; il proprietario accorda un pezzo di terreno al contadino, per fabbricare o per coltivare, ed in ricambio ha l’opera sua, o quella di un parente, per ogni giorno della sua vita senza pagarlo. Finchè un padre non abbia un figlio adulto, che possa col suo lavoro pagare l’obbligo, non vi è nessuno, tranne in giorni eccezionali per lavorare il suo pezzo di terra. Quindi l’estrema povertà è comunissima nelle classi agricole di questo paese.

Vi sono nel contorno alcune antiche rovine indiane, e mi venne mostrata una delle pietre traforate, che Molina dice essere state trovate in molti luoghi in numero notevole. Hanno forma piatta e circolare, diametro di dodici a quattordici centimetri con un buco che passa proprio nel centro. È stato supposto generalmente che fossero adoperate come teste di clava sebbene la loro forma non sembri rispondere a questo scopo. Burchell dice che alcune delle tribù dell’Africa meridionale sradicano le radici, aiutandosi con un bastone appuntito da una parte, di cui la forza ed il peso vengono accresciuti da una pietra rotonda, forata nel mezzo ove viene incastrato strettamente l’altro capo del bastone. Sembra probabile, che gli Indiani del Chilì adoperassero anticamente qualche rozzo stromento di agricoltura di quella sorta.

Un giorno un raccoglitore tedesco di storia naturale chiamato Renous venne a farci una visita, e quasi nello stesso tempo venne pure un vecchio avvocato spagnuolo. Mi divertii molto a sentir la conversazione che ebbe luogo fra loro. Renous parlava lo spagnuolo tanto bene, che il vecchio avvocato lo prese per un chiliano. Renous, volendo parlare di me gli domandò che cosa pensava del re d’Inghilterra che mandava un naturalista nel loro paese, per raccogliere lucertole e scarafaggi e per spaccar pietre. - Il vecchio signore rimase meditabondo per qualche tempo poi disse: - Non va bene - hay un gato encerrado aqui (vi è un gatto chiuso qui). Nessun uomo è tanto ricco per mandar in giro un uomo a raccogliere cosifatte porcherie. Non mi piace. Se uno di noi andasse in Inghilterra a fare queste cose ci manderebbe via subito dal suo paese? » E questo vecchio signore, per la sua professione apparteneva alla classe più istruita e più intelligente! Renous stesso, due o tre anni prima, aveva lasciato in una casa a San Fernando alcuni bruchi, sotto la sorveglianza di una fanciulla, perchè desse loro da mangiare e divenissero farfalle. Questo venne saputo nella città e finalmente consultatisi insieme i Padres ed il governatore, furono d’accordo per dire che doveva essere qualche eresia. In conseguenza quando Renous tornò, venne arrestato.

 

Settembre 19. - Lasciammo Yaquil e si continuò la via lungo la piana valle, simile nella forma, a quella di Quillota, nella quale scorre il Rio Tinderidica. Sebbene distante poche miglia al sud da Santiago, il clima è molto più umido, in conseguenza vi sono bei tratti di pascoli, che non vengono irrigati.

 

Settembre 20. - Seguimmo la stessa valle finchè si allarga in una grande pianura che dal mare va ai monti ovest di Rancagua. In breve cessarono tutti gli alberi e anche gli arboscelli; cosicchè gli abitanti hanno tanta scarsità di legna quanto quelli dei Pampas. Non avendo mai inteso parlare di queste pianure, rimasi molto sorpreso nell’incontrare un così fatto paesaggio nel Chilì. Le pianure appartengono a varie serie di differenti elevazioni e sono attraversate da larghe valli piane, e questi due fatti dimostrano l’azione del mare nel sollevare dolcemente il terreno. Nei dirupi scoscesi che cingono queste valli, sonovi alcune grandi caverne che senza dubbio furono in origine formate dalle onde: una di queste è celebre col nome di Cueva del Obispo, essendo stata anticamente consacrata. Durante il giorno mi sentii molto malato e da quel tempo fino alla fine di ottobre non risanai.

 

Settembre 22. - Continuammo a viaggiare sopra verdi pianure senza un albero. L’indomani si giunse ad una casa presso Navedad, sulla costa del mare, ove un ricco Haciendero ci diede ospitalità. Dimorai colà due giorni consecutivi, e quantunque mi sentissi molto male, cercai di raccogliere dalla formazione terziaria alcune conchiglie marine.

 

Settembre 24. - Il nostro cammino era diretto verso Valparaiso, al quale con molta difficoltà giungemmo il 27, e dovetti rimanere in letto fino alla fine di ottobre. Durante questo tempo fui ospitato dal signor Corfield, al quale non so come esprimere i miei ringraziamenti per la sua cortesia.

Aggiungerò qui poche osservazioni sugli animali del Chilì. Il Puma o leone del Sud-America non è raro. Questo animale ha una cerchia geografica molto estesa; si trova nelle foreste equatoriali, in tutti i deserti della Patagonia ed al sud sino alle umide e fredde latitudini 53° a 54° della Terra del Fuoco. Ho veduto le sue tracce nelle Cordigliere del Chilì centrale, ad un’altezza di 3000 metri. Nella Plata il puma fa preda principalmente di cervi, di struzzi, di viscacce e di altri piccoli quadrupedi; di rado aggredisce bestiame e cavalli, rarissimamente l’uomo. Nel Chilì però, distrugge molti giovani cavalli e bestiame, e questo deriva forse dalla scarsezza di altri quadrupedi: ho sentito pure parlare di due uomini ed una donna uccisi da esso. Si asserisce che il puma uccide sempre la sua preda balzandole sulle spalle e poi tirando indietro il capo di questa con una delle sue zampe, finchè le vertebre si rompano: ho veduto nella Patagonia scheletri di guanachi col collo in tal modo slogato.

Il puma dopo aver mangiato a sazietà, copre il carcame con molti grossi arboscelli, e si sdraia vicino per farvi la guardia. Questa abitudine fa sì che venga frequentemente scoperto; perchè i condori librati nell’aria, scendono di tratto in tratto per partecipare al festino, ed essendo rabbiosamente scacciati, spiccano tutti insieme il volo. Il chiliano guaso allora sa che vi è un leone che vigila la propria preda, si fa correre la notizia, e uomini e cani si affrettano alla caccia. Sir F. Head dice che un Gaucho nei Pampas, alla sola vista di alcuni condori librati nell’aria, esclamava: «Un leone!» Io non ho mai potuto incontrare nessuno che pretendesse di avere così fatta potenza di discernimento. Si asserisce che se un puma è stato una volta scoperto per aver fatto la guardia al carcame, ed è stato allora cacciato, abbandona quest’abitudine, e dopo essersi satollato se ne va lontano. Il puma viene ucciso agevolmente. In aperta campagna vien dapprima impacciato colle bolas, poi preso al laccio, e trascinato per terra finchè sia divenuto insensibile. A Tandel (sud della Plata) mi fu detto che in tre mesi ne venne distrutto in tal modo un centinaio. Nel Chilì vengono generalmente spinti sugli alberi e sugli arboscelli, ed allora si spara loro contro e si fanno uccidere dai cani. I cani adoperati a questa caccia appartengono ad una razza particolare chiamata Leoneros; sono animali deboli, sottili, simili ai bassotti dalle gambe lunghe, ma hanno sin dalla nascita un istinto particolare per quella caccia. Si dice che il puma sia molto scaltro; quando è inseguito ritorna sovente sulla sua prima traccia, e poi facendo un salto da lato aspetta che i cani siano passati oltre. È un animale molto taciturno, che non manda alcun grido neppure quando è ferito, e solo fa udire raramente la sua voce durante la stagione degli amori.

Fra gli uccelli, due specie del genere Pteroptochus (megapodius ed albicollis di Kittlitz) sono forse i più belli. Il primo, chiamato dai Chiliani el Turco, è grosso come un tordo, col quale ha molta affinità; ma le sue zampe sono molto più lunghe, la coda è più breve ed il becco più robusto; il suo colore è rossiccio bruno. Il Turco non è raro. Vive sul terreno nascosto fra i cespugli sparsi sulle asciutte e sterili colline. Colla sua coda dritta e le zampe simili a verghette, si vede di tratto in tratto fuggire da un boschetto in un altro con velocità veramente insolita. Non fa d’uopo di una grande immaginazione per credere che questo uccello si vergogni di stesso e conosca il suo ridicolo aspetto. Al primo vederlo si è tentati di dire: «Oh! qual brutto esemplare impagliato è fuggito da qualche museo ed è tornato in vita!» Non può spiccare il volo senza grandissima fatica, non può correre, ma solo saltellare. I vari gridi sonori che manda quando sta nascosto nei cespugli, sono strani come il suo aspetto. Si dice che fabbrica il suo nido in una profonda cavità nel terreno. Anatomizzai parecchi esemplari; il ventriglio molto muscoloso, conteneva coleotteri, fibre vegetali e ciottoli. Per questo carattere, per la lunghezza delle sue zampe, pei suoi piedi razzolatori, per l’invoglio membranoso delle narici, per le ali brevi ed arcuate, quest’uccello sembra fino ad un certo punto, servire di legame fra i tordi e l’ordine dei gallinacci.

La seconda specie (o P. albicollis) è affine alla prima nella forma generale. Vien chiamata Tapacolo, o copriti il dietro: ed invero quello svergognato uccello merita il suo nome, perchè porta la coda inclinata allo innanzi verso il capo. È comunissimo, e frequenta il piede degli alberi ed i cespugli sparsi sulle nude colline, ove non può quasi esistere nessun altro uccello. Pel suo modo generale di cibarsi, per lo svelto saltar fuori dai boschetti e pel tornarvi dentro, pel suo desiderio di nascondersi, per la poca attitudine al volo e per la nidificazione, esso ha una stretta somiglianza col Turco, ma non è tanto ridicolo. Il Tapacolo è astutissimo; quando vien spaventato da una persona rimane immobile entro un cespuglio, e poi, dopo un certo tempo, si trascina con molta destrezza per fuggire dal lato opposto. È anche un uccello attivo e rumoroso; questi suoi rumori sono varii e stranamente curiosi; alcuni somigliano al tubare delle tortore, altri al mormorio dell’acqua, e molti non si possono affatto descrivere con esempi. I campagnuoli dicono che muta il suo grido cinque volte all’anno - suppongo per qualche mutamento di stagione91.

Sono comuni due tipi di uccelli-mosca; il Trochilus forficatus si trova diffuso in uno spazio di 2500 miglia sulla costa occidentale, dal caldo ed asciutto paese di Lima, alle foreste della Terra del Fuoco, ove si vede svolazzare in mezzo agli uragani di neve. Nell’isola boscheggiata di Chiloe, che ha un clima sommamente umido, quest’uccellino che saltella qua e fra il fogliame sgocciolante, è forse il più abbondante di tutti. Apersi lo stomaco di parecchi individui uccisi in varie parti del continente, ed in tutti gli avanzi di insetti erano tanto numerosi quanto nello stomaco di un rampichino. Quando questa specie emigra in estate verso il sud, è sostituita da un’altra specie che arriva dal nord. Questa seconda specie (Trochilus gigas), è un uccello molto grande per la delicata famiglia a cui appartiene; quando vola il suo aspetto è singolare. Come gli altri del suo genere si muove da un luogo all’altro con una rapidità, che si può paragonare a quella del Syrphus fra gli insetti e della Sphinx fra le farfalle notturne; ma mentre si libra sopra un fiore, batte le ali con movimento lentissimo e potente, al tutto diverso da quello vibratorio comune alla maggior parte della specie che produce un rumore ronzante. Non vidi mai nessun altro uccello, nel quale la forza delle ali sembrasse (come in una farfalla) tanto forte in proporzione del peso del corpo.

Quando si libra sopra un fiore apre e chiude costantemente la coda come un ventaglio ed il corpo rimane in una posizione quasi verticale. Questa azione sembra aiutare e sostenere l’uccello durante i lenti movimenti delle sue ali. Quantunque voli da un fiore all’altro in cerca di nutrimento, il suo stomaco generalmente contiene molti avanzi di insetti, che credo siano molto più oggetto delle sue ricerche che non il nettare. Il canto di questa specie, come quasi di tutta la famiglia è sommamente strillante.





90 Annales des sciences naturelles. Marzo 1833. - Il sig. Gay zelante ed abile naturalista, era allora occupato a studiare ogni ramo di storia naturale in tutto il regno del Chilì.



91 È un fatto notevole che Molina, sebbene descriva lungamente tutti gli uccelli ed altri animali del Chilì, non faccia menzione di questo genere, di cui le specie sono tanto comuni e tanto notevoli pei loro costumi. Era egli forse imbarazzato nel classificarle e credette che il silenzio fosse la cosa più prudente? È un esempio di più della frequente omissione degli autori in quei casi in cui meno si sarebbe potuto aspettare.



«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License