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CHILOE E CONCEZIONE; GRANDE TERREMOTO.
San Carlos - Chiloe - Eruzione dell’Osorno, contemporanea a quella dell’Aconcagua e del Coseguina - Cavalcata a Cucao - Foreste impenetrabili - Valdivia - Indiani - Terremoto - Concezione - Grande terremoto - Boccie screpolate - Aspetto delle città più antiche - Il mare nero e bollente - Direzione delle vibrazioni - Ciottoli volanti per l’aria - Grande ondeggiamento del mare - Sollevamento permanente del terreno - Area dei fenomeni vulcanici - Connessione fra le forze di eruzione e quelle di sollevamento - Cause dei terremoti - Lento sollevamento di catene di monti.
Il 15 gennaio partimmo dal porto di Low, e tre giorni dopo gettammo l’àncora per la seconda volta nel golfo di San Carlos in Chiloe. La notte del 19 il vulcano Osorno era in attività; a mezzanotte la sentinella osservò qualche cosa come una grande stella, che andò gradatamente crescendo in mole fino alle tre del mattino, ed allora presentò un magnifico spettacolo. Coll’aiuto del cannocchiale si vedevano oggetti scuri, i quali nel mezzo del grande bagliore di luce rossa, in costante successione, venivano gettati su e ricadevano. La luce era sufficiente per spargere sul mare un lungo riflesso brillante. Grossi massi di materia liquefatta sembravano essere spinti fuori comunemente dai crateri di questa parte delle Cordigliere. Venni assicurato che quando il Corcovado è in eruzione si veggono grossi massi slanciati in su scoppiare nell’aria, assumendo molte forme fantastiche, come alberi; la loro mole deve essere immensa, perchè si possono distinguere dalla collina che sta dietro a San Carlos, che dista non meno di novantatre miglia dal Corcovado. Al mattino il vulcano era divenuto tranquillo.
Fui molto sorpreso sentendo in seguito che l’Aconcagua nel Chilì, 480 miglia al nord, era in attività in quella stessa notte, ed intesi con molta maggior sorpresa, che la grande eruzione del Coseguina (2700 miglia al nord dell’Aconcagua), accompagnata da un terremoto sentito sopra uno spazio di 100 miglia, aveva avuto luogo a sei ore di distanza da quello stesso tempo. Questa coincidenza è tanto più notevole in quanto che il Coseguina è stato in riposo per ventisei anni; e l’Aconcagua rarissimamente mostra segni di attività. È difficile anche congetturare se questa coincidenza fosse accidentale o mostrasse qualche rapporto sotterraneo. Se il Vesuvio, l’Etna e l’Hecla in Islanda, (tutti e tre relativamente più vicini fra loro, che non le punte corrispondenti nel Sud-America) repentinamente scoppiassero in eruzione nella stessa notte, la coincidenza sarebbe considerata come molto notevole; ma la cosa è molto più notevole in questo caso ove i tre spiragli stanno sulla stessa grande catena di monti, ed ove le vaste pianure lungo l’intera costa orientale, e le conchiglie recenti sollevate per lo spazio di più di duemila miglia sulla costa occidentale, mostrano in qual modo uguale e concorde le forze sollevatrici abbiano operato.
Il capitano Fitz Roy desiderando molto che fossero riconosciute alcune posizioni sulla costa esterna di Chiloe, stabilì che il signor King ed io saremmo andati a cavallo a Castro, e di là attraverso l’isola fino alla Cappella di Cucao, situata sulla costa occidentale. Avendo noleggiato i cavalli ed una guida, partimmo al mattino del 22. Non eravamo molto avanti, quando fummo raggiunti da una donna e due bambini che facevano la stessa strada. Ognuno su questa strada opera come chi si incontra con piacere, e qui si può godere del privilegio tanto raro nel Sud-America, di viaggiare senza armi da fuoco. Dapprima il paese non era che una successione di colline e di valli; più vicino a Castro divenne piano. La strada stessa è ben curiosa; è composta in tutta la sua lunghezza, tranne in alcune pochissime parti, di grosse travi di legno, che quando son larghe, sono messe longitudinalmente, quando sono strette sono collocate trasversalmente. In estate la strada non è molto cattiva; ma l’inverno, quando il legno diviene sdrucciolevole per la pioggia, il viaggiare è sommamente difficile. In quel tempo dell’anno, il terreno d’ambo i lati si muta in una palude, e spesso è allagato; quindi è necessario che le travi longitudinali siano tenute giù da piuoli trasversali, che son piantati nella terra da ogni lato. Questi piuoli rendono pericoloso il cadere da cavallo; perchè la probabilità di battere sopra uno di essi non è piccola. È tuttavia notevole come l’uso abbia ammaestrato i cavalli chilioti. Passando sopra punti cattivi ove le travi si sono scostate, essi saltano da una all’altra, quasi colla stessa sveltezza e sicurezza di un cane. La strada dai due lati è cinta di alti alberi di foresta, colle basi intrecciate insieme da canne. Quando per caso si poteva ottenere una lunga vista di questo viale, esso presentava una scena curiosa di regolarità; la bianca linea delle travi ristringendosi nella prospettiva, veniva nascosta dalla cupa foresta, o terminava in un zig-zag che risaliva qualche scoscesa collina.
Quantunque la distanza da San Carlos a Castro non sia che di dodici leghe in linea retta, la formazione di quella strada deve aver costato molta fatica. Mi fu detto che molte persone avevano anticamente perduta la via, volendo attraversare la foresta. Il primo che vi riuscì fu un indiano, il quale si aperse una via in mezzo alle canne in otto giorni, e giunse a San Carlos; ottenne per ricompensa dal Governo spagnuolo un pezzo di terra. Durante l’estate, molti Indiani girano per le foreste, (ma principalmente nelle regioni più elevate, ove i boschi non sono tanto fitti), in cerca di bestiame selvatico che vive delle foglie delle canne e di altri alberi. Fu uno di questi cacciatori che per caso scoperse, alcuni anni or sono, una nave inglese, che si era naufragata sulla costa esterna. La ciurma cominciava a mancar di provviste, e probabilmente, senza l’aiuto di quell’uomo, essa non avrebbe potuto trovare una via in quei boschi quasi impenetrabili. In ogni modo, un marinaio morì dalla stanchezza durante la marcia. Gl’Indiani in quelle escursioni si dirigono col sole; per cui se il tempo nuvoloso dura un certo tratto, non possono più viaggiare.
La giornata era bella ed i numerosi alberi in piena fioritura profumavano l’aria; tuttavia anche questo bastava appena a dissipare l’effetto della malinconica umidità della foresta. Inoltre, i numerosi tronchi morti, ritti come scheletri, non mancano mai di dare a quei boschi primitivi un carattere di solennità, che manca in quelli dei paesi da lungo tempo inciviliti. Poco dopo il tramonto bivaccammo per la notte. La nostra compagna, che era piuttosto bella, apparteneva ad una delle più rispettabili famiglie di Castro; tuttavia cavalcava da uomo, senza calze nè scarpe. Rimasi sorpreso vedendo l’assoluta mancanza di orgoglio dimostrata da essa e da suo fratello. Portavano con essi il loro cibo, ma durante tutti i nostri pasti sedevano guardando il signor King ed io mentre mangiavamo, finchè vergognosi finimmo per dar da mangiare a tutta la brigata. La notte fu serena, e sdraiati sui nostri letti, godevamo la vista (ed è gioia grandissima) delle numerosissime stelle che illuminavano il buio della foresta.
Gennaio 23. - Ci alzammo di buon mattino e giungemmo nella tranquilla e graziosa città di Castro alle due pomeridiane. Il vecchio governatore era morto dopo la nostra ultima visita, ed un chiliano teneva il suo posto. Avevamo una lettera di raccomandazione per don Pedro, che ci fu sommamente cortese ed ospitaliero, e più disinteressato di quello che segua per solito in questa parte del continente. L’indomani don Pedro ci procurò nuovi cavalli e si offerse di accompagnarci. Continuammo la nostra via verso il sud, seguendo generalmente la costa, passammo attraverso parecchie borgate, ognuna delle quali aveva una grande cappella a mo’ di capanna fatta di legno. A Vilipilli, don Pedro chiese una guida al comandante per condurci a Cucao. Il vecchio signore offerse di venire in persona, ma per un pezzo non poteva persuadersi, che due Inglesi desiderassero realmente di andare in un luogo così scartato come Cucao. Eravamo per tal modo accompagnati dai due più grandi signori del paese, come si scorgeva benissimo dai modi dei poveri Indiani verso di loro. A Chonchi attraversammo l’isola, seguendo sentieri intricati e serpeggianti che talora passavano in mezzo a bellissime foreste, e talora attraversavano tratti di terreno diboscato coperto di grano e di patate. Questo paese ondulato e boscheggiato, ed in parte coltivato, mi ricordava le parti più selvagge d’Inghilterra, e quindi aveva per me un aspetto dei più affascinanti. A Vilinco, che sta sulle sponde del lago di Cucao, erano diboscati solo pochi campi, e tutti gli abitanti sembravano essere Indiani. Questo lago è lungo dodici miglia, e corre in direzione da oriente ad occidente. Per circostanze locali, la brezza marina soffia regolarmente durante il giorno e la notte cade. Questo ha dato origine a strane esagerazioni, perchè il fenomeno, come ci venne descritto a San Carlos, era veramente prodigioso.
La strada di Cucao era tanto cattiva che deliberammo d’imbarcarci in una periagua. Il comandante, nel modo più imperativo, ordinò a sei Indiani di prepararsi a spingerci innanzi senza neppure degnarsi di dir loro se sarebbero stati pagati. La periagua è una strana barca, ma la ciurma era ancor più strana. Non credo che sia possibile raccogliere in una barca insieme sei uomini più brutti di quelli. Tuttavia vogavano molto bene e di buon umore. Gli Indiani mandavano grida, simili piuttosto a quelle di un conduttore di maiali quando fa pascolare le sue bestie. Partimmo con un venticello contrario, ma si giunse a Capella de Cucao prima che fosse tardi. Il paese sui due lati del lago era una foresta non interrotta. Nella stessa periagua dove eravamo noi, fu imbarcata una vacca. Fare entrare un animale così grosso in una barchetta sembrava dapprima molto difficile, ma gli Indiani vi riuscirono in un minuto. Portarono la vacca proprio accanto alla barca, che era stata spinta verso di essa, poi le passarono sotto il ventre due remi, le estremità dei quali riposavano sopra il margine della barca e coll’aiuto di queste leve rovesciarono il povero animale colle gambe all’aria in fondo alla barca, e allora lo legarono con funi. A Cucao trovammo un tugurio disabitato (il quale è la residenza del frate quando viene a visitare la cappella), ove avendo acceso il fuoco si cucinò la nostra cena e ce la passammo molto bene.
Il distretto di Cucao è la sola parte abitata di tutta la costa occidentale di Chiloe. Contiene circa 30 o 40 famiglie indiane che sono sparse per quattro o cinque miglia lungo la spiaggia. Sono molto separati da tutto il resto di Chiloe, non hanno quasi nessun commercio tranne talora un po’ d’olio che ricavano dalle foche. Sono vestiti discretamente bene di stoffe fabbricate da essi ed hanno di che mangiare in abbondanza. Tuttavia sembravano scontenti, quantunque fossero tanto umili da far pena a vedere. Questi sentimenti si debbono, credo, attribuire principalmente al modo aspro ed altiero con cui sono trattati dai loro dominatori. I nostri compagni, quantunque tanto cortesi con noi, trattavano i poveri Indiani piuttosto come schiavi che non come uomini liberi. Ordinavano provvisioni ed adoperavano i loro cavalli senza neppure voler dire il prezzo, e invero senza neppur pagare affatto i proprietari. Al mattino essendo rimasti soli con quella povera gente, ci attirammo la loro benevolenza regalando loro matè e sigari. Un pezzo di zucchero bianco venne diviso fra tutti i presenti e venne assaporato con grandissima curiosità. Gl’Indiani terminavano tutte le loro lamentazioni con queste parole: «questo segue perchè siamo poveri Indiani e non sappiamo nulla; ma questo non seguiva quando avevamo un re».
L’indomani dopo colazione, cavalcammo alcune miglia al nord a Punta Huantamò. La strada scorre per una larghissima spiaggia, sulla quale, anche nelle giornate più belle, si frangono fortemente le onde del mare. Mi venne affermato che dopo un forte uragano, si ode la notte il fragore dei marosi anche a Castro, che dista non meno di ventun miglia marine attraverso un paese montuoso e boscheggiato. Durammo una certa difficoltà per giungere alla mèta in seguito ai cattivissimi sentieri; perchè ogni luogo ombroso del terreno diviene in breve una vera palude. La punta stessa è un’alta collina rocciosa. È coperta da una pianta affine, credo, alla Bromelia, e chiamata dagli abitanti Chepones. Nell’arrampicarci sopra quei tratti le nostre mani furono molto graffiate. Mi divertiva molto la precauzione presa dalla nostra guida indiana, di tirarsi su i calzoni, pensando che erano molto più delicati della sua dura pelle. Questa pianta porta un frutto in forma di carciofo nel quale sta riunito un gran numero di vasi da seme. Questi contengono una polpa dolce, piacevole che qui è molto stimata. Ho veduto nel porto di Low i Chiloti fare Chichi o sidro con questo frutto; tanto è vero che, come osservava Humboldt, l’uomo trova quasi in ogni luogo il mezzo di tirare qualche bevanda dal regno vegetale. I selvaggi della Terra del Fuoco, e credo dell’Australia, non sono tanto avanzati nelle arti.
La costa al nord della Punta Huantamò è sommamente scoscesa e rotta, ed è fronteggiata da molti frangenti, sui quali il mare mugge eternamente. II signor King ed io avevamo voglia di ritornare, se fosse stato possibile, a piedi lungo questa costa, ma anche gl’Indiani ci dissero che ciò era al tutto impraticabile. Ci fecero sapere che alcuni uomini erano andati, passando direttamente pei boschi da Cucao a San Carlos, ma non mai dalla costa. In queste spedizioni, gl’Indiani non si portano seco che un po’ di frumento arrostito, e ne mangiano una piccola parte due volte al giorno.
Gennaio 26. - Tornammo ad imbarcarci nella periagua, attraversammo di nuovo il lago, e poi salimmo sui nostri cavalli Tutta la popolazione di Chiloe trasse partito di questa settimana d’insolito bel tempo per diboscare il terreno col fuoco. Si vedevano per ogni direzione salire al cielo nuvoli di fumo. Quantunque gli abitanti fossero così affaccendati a mettere il fuoco in ogni parte del bosco, tuttavia non vidi un sol incendio che fossero riusciti a rendere un po’ esteso. Si pranzò col nostro amico il comandante, e non si giunse a Castro che a notte fatta. L’indomani mattina partimmo di buonissima ora. Dopo aver viaggiato per un certo tempo, avemmo dalla cresta di una scoscesa collina una bella vista (cosa rarissima su quella strada) della grande foresta. Sull’orizzonte di alberi, il vulcano del Corcovado e quello grande dalla cima piatta al nord sporgevano con orgogliosa prevalenza: neppure un’altra punta di tutta la catena mostrava la cima nevosa. Spero che passerà un gran tempo prima che io possa dimenticare quest’ultimo saluto dato alla vista delle magnifiche Cordigliere in faccia a Chiloe. Passammo la notte a ciel sereno e l’indomani mattina giungemmo a San Carlos. Si giunse in buon punto, perchè prima di sera cominciò a piovere dirottamente.
Febbraio 4. - Partimmo da Chiloe. Durante l’ultima settimana feci parecchie escursioni. Una ebbe per scopo di esaminare un grande giacimento di conchiglie attuali alto 100 metri circa sopra il livello del mare; in mezzo a queste conchiglie crescevano grossi alberi di foresta. Un’altra volta andai a cavallo fino a P. Huechucucuy. Io aveva con me una guida che conosceva troppo bene il paese; non si stancava di indicarmi col suo sterminato nome indiano ogni punta, ogni ruscelletto ed ogni seno. Nello stesso modo come nella Terra del Fuoco, il linguaggio indiano sembra molto bene acconcio per dare un nome ad ogni minimo rilievo di terra. Credo che ognuno sarà stato contento di congedarsi da Chiloe; tuttavia se si potesse dimenticare la malinconica e continua pioggia invernale, Chiloe potrebbe essere un’isola piacevole. Vi è qualche cosa di molto attraente nella semplicità e nella umile cortesia di quei poveri abitanti.
Veleggiammo al nord lungo la spiaggia, ma pel tempo burrascoso non si giunse a Valdivia che la notte dell’8. L’indomani mattina, la barca si diresse alla città che dista circa dieci miglia. Seguimmo il corso del fiume, lasciando indietro di tratto in tratto capanne e pezzi di terreno diboscato dalla non interrotta foresta; e talora incontrando qualche barchetta contenente una famiglia indiana. La città è fabbricata sulle basse sponde del fiume, ed è talmente seppellita in un bosco di meli che le strade non sono altro che sentieri di un orto. Non ho mai veduto in nessun altro paese ove i meli sembrino riuscire così bene come in quella parte umida del Sud-America: sull’orlo delle strade vi erano molti giovani alberi evidentemente nati per seminagione spontanea.
In Chiloe gli abitanti hanno una attitudine meravigliosa per fare un orto. Nella parte più bassa di quasi ogni ramo, sporgono alcuni punti piccoli, conici e bruni; questi sono sempre pronti a mutarsi in radici, come si può vedere talora, ove un po’ di fango sia stato incidentalmente spalmato contro l’albero. Sul principio della primavera si sceglie un ramo grosso come la coscia di un uomo, e vien tagliato precisamente sotto un gruppo di questi punti; tutti i rami più piccoli sono potati, ed allora si pone alla profondità di sessanta centimetri circa nella terra. Nell’estate che segue il tronco getta fuori lunghe gemme, e talora anche porta frutta; me ne fu mostrato uno che aveva portato fino a ventitrè mele, ma questo era considerato come fatto piuttosto raro. Nella terza stagione il tronco si muta (come ho veduto io stesso) in un bell’albero, carico di frutta. Un vecchio presso Valdivia illustrava il suo motto Necessidad es la madre del invencion, dando una relazione di varie cose utili che egli aveva fabbricate colle sue mele. Dopo aver fatto il sidro e parimenti il vino, estraeva dai residui un liquore bianco di buonissimo sapore; con altro processo otteneva una sorta di melassa, o, come egli la chiamava, miele. I suoi bambini ed i maiali vivevano, a quanto pare, in quella stagione dell’anno quasi intieramente del prodotto dell’orto.
Febbraio 11. - Andai con una guida a fare una breve gita a cavallo, nella quale, però, non mi fu dato vedere che pochissimo, tanto della geologia del paese quanto degli abitanti. Non vi è molta terra diboscata intorno a Valdivia; dopo aver attraversato un fiume alla distanza di poche miglia, entrammo in una foresta, e non si incontrò che una miserabile capanna, prima di giungere al luogo ove dovevamo passare la notte. La breve differenza di lat., di 150 miglia, ha dato alla foresta un aspetto nuovo, in paragone di quello di Chiloe. Questo proviene da una lieve differenza nella proporzione delle specie degli alberi. I semprevivi non sembrano esser tanto numerosi; e quindi la foresta ha una tinta più brillante. Come in Chiloe, le parti più basse sono intrecciate da canne; qui pure un’altra specie (somigliante al bambù del Brasile ed alta circa sei metri), cresce in ciuffi e serve di ornamento alle sponde di alcuni corsi di acqua in modo molto grazioso. Si è con questa pianta che gl’Indiani si fanno i loro chuzos, o lunghe lancie appuntite. La casa che doveva servirci di ricovero era così sudicia che preferii dormire fuori; in questi viaggi la prima notte è per solito molto sgradevole, perchè non si è avvezzi al solletico ed al morso delle pulci. Son certo che, al mattino, non v’era uno spazio sulle mie gambe largo come uno scellino, che non avesse il suo piccolo segno rosso, ove la pulce aveva mangiato.
Febbraio 12. - Continuammo a cavalcare in mezzo alla foresta intatta; s’incontrava di tratto in tratto solo un indiano a cavallo, o una fila di belle mule che portavano tavole di pini e frumento dalle pianure meridionali. Nel pomeriggio uno dei cavalli s’inginocchiò; eravamo allora sulla cresta d’una collina dalla quale si dominava una bella vista dei Llanos. La vista di quelle aperte pianure rallegrava molto, dopo essere stati circondati e sepolti in un deserto di alberi. L’uniformità della foresta in breve diviene molto pesante. Quella costa occidentale mi ricordò con piacere le libere, sconfinate pianure della Patagonia; tuttavia, per un vero spirito di contraddizione, non poteva dimenticare quanto sublime fosse il silenzio della foresta.
I Llanos sono le parti più fertili e più fittamente popolate del paese poichè posseggono l’immenso vantaggio di essere quasi al tutto libere di alberi. Prima di lasciare la foresta, attraversammo qualche piccola pianura, intorno alla quale sorgevano alberi isolati, come in un parco inglese; ho spesso notato con mia sorpresa che nelle località ondulate coperte di boschi le parti al tutto piane sono mancanti di alberi. Per la stanchezza del cavallo deliberai di fermarmi alla Missione di Cudico, avendo pel frate di essa una lettera di presentazione. Cudico è una località intermedia fra la foresta ed i Llanos. Vi sono molte buone capanne, con campi di frumento e di patate, i quali appartengono quasi tutti agli Indiani. Le tribù dipendenti da Valdivia sono reducidos y cristianos. Gl’Indiani più al nord verso Arauco ed Imperial sono ancora più selvaggi e non sono convertiti; ma tutti hanno molte comunicazioni cogli Spagnuoli. Il frate mi disse che i cristiani Indiani non amavano molto andare a messa, ma che in altre cose dimostravano rispetto per la religione. La maggior difficoltà era quella di far loro osservare le cerimonie del matrimonio. Gli Indiani selvaggi prendono tante mogli quante ne possono mantenere, ed un cacico ne può avere talora più di dieci; entrando nella sua casa, se ne indovina il numero da quello dei fuochi separati. Ogni moglie vive una settimana per volta col cacico; ma tutte sono impiegate a tessere ponchos ecc., per esso. Essere moglie di un cacico è un onore che tutte le donne indiane desiderano.
Gli uomini di tutte quelle tribù portano un grossolano poncho di lana; quelli al sud di Valdivia vestono un paio di calzoni corti, e quelli del nord una sottana, simile al chilipa dei Gauchos. Tutti hanno i loro capelli chiusi in una reticella rossa, ma non portano altro sul capo. Questi Indiani sono uomini di bella statura; hanno zigomi sporgenti, e nell’aspetto generale somigliano alla grande famiglia americana cui appartengono; ma la loro fisonomia mi parve un tantino differente da quella di qualunque altra tribù da me veduta prima. La loro espressione è generalmente grave, ed anche austera, e possiede molto carattere; questo può passare per una ruvidezza onesta o per una orgogliosa risolutezza. I lunghi capelli neri, le fattezze severe e regolarissime, ed il colore bruno, mi ricordavano alla mente i vecchi ritratti di Giacomo I°. Sulla via non incontrammo alcuno che avesse l’umile cortesia tanto universale a Chiloe. Alcuni pronunziavano i loro mari-mari (buon giorno) brevemente, ma la maggior parte non parevano aver voglia di farci nessun saluto. Questa indipendenza di modi può essere una conseguenza delle loro lunghe guerre e delle ripetute vittorie, che essi soli, fra tutte le tribù di America, hanno riportato sopra gli Spagnuoli.
Passai la sera piacevolmente, ciarlando col frate. Era molto cortese ed ospitale, e venendo da Santiago, aveva cercato di avere qualche piccolo comodo. Essendo un uomo un po’ educato, si lamentava dolorosamente per la assoluta mancanza di società. Senza uno zelo religioso particolare, senza affari o imprese, quanto grandemente vien sciupata la vita di quell’uomo! L’indomani, al ritorno, incontrammo sette Indiani dall’aspetto molto selvaggio, fra i quali alcuni erano cacichi che avevano ricevuto allora dal governo del Chilì il loro piccolo assegnamento annuo per essersi mantenuti fedeli. Erano uomini di bell’aspetto, e cavalcavano uno dietro l’altro, con fisonomie molto buie. Un vecchio cacico, che li guidava era, credo, molto più ubbriaco degli altri, perchè pareva molto più accigliato ed arcigno. Poco dopo questi, due Indiani si unirono a noi; venivano da una missione lontana diretti per Valdivia per qualche faccenda legale. Uno era un vecchio di buon umore, ma di cui il volto pieno di grinze pareva piuttosto quello di una vecchia donna che di un uomo. Io donava loro spesso alcuni sigari, e sebbene li accettassero subito, ed anche fossero riconoscenti per questo tuttavia non volevano quasi ringraziarmi. Un indiano chiota si sarebbe levato il cappello, ed avrebbe detto Dios le page! Il viaggio era molto noioso, tanto per le cattive strade, quanto pel numero di grandi alberi caduti, per cui bisognava saltare sopra di essi o scansarli, facendo lunghi giri. Dormimmo in istrada, e l’indomani mattina si giunse a Valdivia, ove continuai la strada a bordo.
Pochi giorni dopo attraversai il golfo con una brigata di ufficiali e si sbarcò presso il forte di Niebla. Il fabbricato era molto rovinato, ed i carri dei cannoni al tutto imputriditi. Il sig. Wickham osservava all’ufficiale comandante, che sarebbe bastato una scarica per farli andare tutti in pezzi. Il poveretto cercando di parer disinvolto, rispose gravemente: «No, son certo, signore, che ne sosterrebbero due!» Gli Spagnuoli debbono avere avuto l’intenzione di rendere quella posizione inespugnabile. Nel mezzo della corte vi è ora un monticello di calcestruzzo che supera in durezza la roccia sulla quale è collocato. Era stato portato dal Chilì ed aveva costato 7000 dollari. Essendo scoppiata la rivoluzione, non venne adoperato per nulla, e quindi rimane ora come monumento della passata grandezza della Spagna.
Io doveva andare ad una casa lontana circa un miglio e mezzo, ma la mia guida mi disse che era impossibile penetrare nel bosco in linea retta. Mi offerse, però di condurmi, seguendo oscure traccie di bestiame, per la via più breve: tuttavia la gita non durò meno di tre ore! Quest’uomo era impiegato a cacciare il bestiame smarrito; nondimeno per quanto conoscesse bene i boschi, poco tempo prima, era rimasto perduto, per due giorni interi, senza aver nulla di che mangiare. Questi fatti possono dare una giusta idea dello stato impraticabile delle foreste di quel paese. Mi venne in mente questa domanda - quanto tempo rimane la traccia di un albero caduto? Quell’uomo me ne mostrò uno che una brigata di realisti fuggiaschi aveva gettato giù quattordici anni fa; e prendendo questo per base di calcolo, credo che un tronco del diametro di quarantacinque centimetri in trent’anni si muterebbe in un mucchio di terra.
Febbraio 20. - Questo giorno è stato memorabile negli annali della Valdivia, pel più terribile terremoto che sia mai stato udito dai più vecchi del paese. Mi trovava per caso sulla spiaggia e mi era sdraiato nel bosco per riposarmi. Il terremoto venne all’improvviso e durò due minuti, ma il tempo sembrò molto più lungo. L’ondeggiamento del terreno era sensibilissimo. Le oscillazioni parvero al mio compagno ed a me venire dall’oriente, mentre altri credettero che venissero dal sud ovest; questo dimostra quanto sia difficile talora riconoscere la direzione delle vibrazioni. Non si durava fatica a rimanere in piedi, ma il movimento mi faceva venire le vertigini; somigliava un poco al cullare di un bastimento in mare, non molto agitato, o meglio al muoversi di una persona che scivola sul ghiaccio sottile che si piega sotto il peso del suo corpo.
Un forte terremoto distrugge in una volta tutte le nostre più antiche associazioni; la terra, vero emblema di solidità, si è mossa sotto i nostri piedi come una crosta sottile sopra un fluido; - lo spazio di un secondo ha destato nella mente una strana idea di non sicurezza, che parecchie ore di riflessione non avrebbero prodotto. Nella foresta, mentre il vento scuoteva alberi, io sentiva solo tremare la terra, ma non vidi nessun altro effetto. Il capitano Fitz Roy ed alcuni ufficiali si trovavano in città durante la scossa, e colà la scena colpiva ancor maggiormente; perchè sebbene le case essendo di legno, non cadessero, erano tuttavia scosse violentemente, ed il legname scricchiolava e si sfregava insieme. La popolazione usciva all’aperto tutta sgomentata. Sono tutte queste cose che producono quel grande terrore del terremoto, provato da tutti quelli che hanno veduto e sentito i suoi effetti. Entro la foresta era uno spettacolo interessantissimo, ma non tanto terribile. Le maree vennero curiosamente alterate. La grande scossa ebbe luogo durante la bassa marea, ed una vecchia che era sulla spiaggia mi disse, che l’acqua saliva molto rapidamente, ma non in grandi onde, fino al punto dell’alta marea, e poi colla stessa rapidità tornava al suo primo livello; ciò che era anche evidente dalla linea di sabbia umida. Questa stessa sorta di rapido, ma tranquillo movimento nella marea, ebbe luogo pochi anni dopo a Chiloe, durante un lieve terremoto, e produsse uno sgomento senza ragione. La sera vi furono altre scosse più deboli, che parvero produrre nel posto correnti complicatissime, ed alcune molto forti.
Marzo 4. - Entrammo nel porto di Concezione. Mentre la nave si avviava all’ancoraggio, sbarcai nell’isola di Quiriquina. Il maggiordomo del podere scese subito giù per narrarmi le terribili notizie del grande terremoto del 20: - «che non v’era più una casa ritta a Concezione od a Taicahuano (il porto); che settanta villaggi erano stati distrutti, e che un grosso maroso aveva quasi spazzato via le ruine di Talcahuano. Di quest’ultimo fatto vidi coi miei occhi prove abbondanti - mentre tutta la costa era sparsa di travi e di mobiglie come se vi fossero naufragate mille navi. Oltre un gran numero di seggiole, di tavole, di scanzie, ecc., vi erano tetti di capanne, stati portati via quasi per intero. I magazzini delle merci di Talcahuano si erano spalancati, e grossi sacchi di cotone, di yerba e di altre merci di valore erano seminati sulla spiaggia. Durante il mio giro intorno all’isola, osservai numerosi pezzi di roccia, che dalle produzioni marine, ad essi aderenti, dovevano essere stati da poco tempo sepolti nell’acqua profonda, ed erano stati portati in alto sulla spiaggia; uno di questi era lungo un metro e ottanta centimetri, largo novanta, e spesso sessanta.
L’isola stessa dimostra chiaramente l’azione prepotente del terremoto, come la spiaggia dimostra quella del susseguente grande maremoto. Il terreno aveva in molte parti fessure in direzione nord e sud, cagionate forse dall’abbassamento delle coste scoscese e parallele di quella stretta isola. Alcuni degli spacchi che erano vicini agli scogli avevano un metro di larghezza. Molti massi enormi sono già caduti sulla spiaggia, e gli abitanti credono che quando comincieranno le pioggie, seguiranno frane ancor maggiori. L’effetto della vibrazione sulla dura roccia primaria, che compone le fondamenta dell’isola, era ancor più curioso; le parti superficiali di alcuni stretti rialzi erano al tutto scheggiati come se fossero saltati in aria per opera della polvere. Questo effetto, reso ancor più evidente dalle recenti spaccature e dal terreno spostato, doveva essere limitato alla superficie, perchè altrimenti non esisterebbe un solo masso di roccia solida in tutto il Chilì; nè questo è improbabile, perchè si sa che la superficie di un corpo vibrante è alterata differentemente dalla parte centrale. Si è, forse, per questa stessa ragione, che i terremoti non cagionano quei terribili rivolgimenti che seguono entro le profonde miniere come si potrebbe aspettare. Credo che questo sconvolgimento abbia avuto maggior effetto nel diminuire la mole dell’isola di Quiriquina, che non il solito su e giù del mare e del tempo durante tutto lo spazio di un secolo.
L’indomani sbarcai a Talcahuano, e dopo andai a cavallo fino a Concezione. Le due città presentavano lo spettacolo più tremendo e più interessante che io mi abbia mai veduto. Ad una persona che le aveva vedute prima, avranno forse fatto maggiore impressione; perchè le rovine erano tanto mescolate insieme, e tutta la scena aveva tanto poco l’aspetto di un luogo abitabile, che non era guari possibile immaginare la sua primiera condizione. Il terremoto cominciò alle undici e mezzo antimeridiane. Se fosse seguìto nel mezzo della notte, il maggior numero degli abitanti (che in questa provincia salgono a molte migliaia) sarebbero periti, invece ne sono morti appena cento; in ogni modo, l’uso invariabile di fuggire all’aperto al primo tremar della terra, fu quello che li salvò. In Concezione ogni casa, o fila di case, stavano ritte come un mucchio od una fila di rovine; ma in Talcahuano, per effetto del grande maremoto non si poteva distinguere altro che uno straterello di mattoni, di tegole, di legnami, con un muro diroccato che sorgeva qua e là. Perciò Concezione, quantunque non tanto compiutamente desolata, era una vista più terribile, e se posso esprimermi così, più pittoresca. La prima scossa fu molto improvvisa. Il maggiordomo a Quiriquina mi disse, che se ne accorse per essere stato gettato per terra col cavallo che montava. Essendosi alzato tornò a cadere. Mi disse pure che alcune vacche le quali stavano ritte sulla spiaggia scoscesa dell’isola, precipitarono nel mare. Il maremoto cagionò la perdita di molto bestiame; in una isola bassa, presso l’entrata del golfo, settanta animali vennero tutti spazzati via dall’acqua e affogati. Si crede generalmente che questo sia stato il più terribile terremoto che si ricordi nel Chilì; ma siccome i terremoti molto forti non vengono che a lunghi intervalli, questo non si può agevolmente sapere; nè credo invero che un terremoto più forte avrebbe prodotto maggior danno, perchè qui la rovina fu ora completa. Un numero sterminato di piccole scosse seguì il grande terremoto, e durante i primi dodici giorni se ne contarono non meno di trecento.
Dopo aver veduto Concezione, non posso capire in qual modo quasi tutti i suoi abitanti si siano salvati senza danno. In molte parti le case caddero all’infuori; formando così nel mezzo delle strade piccoli monticelli di rottami e scorie. Il signor Rouse, console inglese, ci disse che egli asciolveva quando la prima scossa lo avvertì di fuggire. Era giunto appena alla metà del cortile, allorchè un lato della sua casa cadde rumorosamente. Egli conservò tanto sangue freddo da pensare, che se fosse riuscito a salire sulla cima di quella parte che era già caduta, sarebbe stato salvo. Non potendo pel vacillare del terreno stare ritto, si strascinò carpone; ed appena era salito sulla piccola eminenza, l’altra parte della casa cadde, ed i grandi travi si ruppero proprio vicino alla sua testa. Cogli occhi accecati e la bocca soffocata da una nuvola di polvere che offuscava il cielo, riuscì ad uscire nella strada. Siccome una scossa teneva dietro ad un’altra scossa, coll’intervallo di pochi minuti, nessuno osava accostarsi alle sparse rovine, e nessuno sapeva se per avventura i suoi più cari amici o parenti stessero morendo per mancanza di aiuto. Quelli che avevano salvato qualche po’ di roba dovevano custodirla costantemente, perchè i ladri brulicavano, e ad ogni movimento del terreno, con una mano si battevano il petto sclamando: misericordia! e coll’altra cercavano qualche cosa nelle rovine. I tetti di paglia caddero sui fuochi accesi, e le fiamme scoppiarono da tutte le parti. Centinaia di persone si vedevano in piena rovina, e pochi avevano i mezzi per provvedersi il cibo anche per una giornata.
I terremoti bastano da soli a distruggere la prosperità di un paese. Se sotto l’Inghilterra le forze sotterranee ora inerti esercitassero quella potenza, che certissimamente debbono avere esercitato nelle epoche geologiche, quanto sarebbero mutate le condizioni del paese! Che cosa diverrebbero le case maestose, le città fittamente costrutte, le grandi officine, gli eleganti edifici pubblici, e privati? Se il nuovo periodo di sconvolgimento cominciasse per la prima volta con qualche gran terremoto nel cuor della notte, quale terribile strage ne seguirebbe! L’Inghilterra fallirebbe interamente; tutte le carte, tutte le memorie, tutte le relazioni sarebbero da quel momento perdute. Il Governo non potendo più riscuotere le tasse e non potendo mantenere la sua autorità, la mano della violenza e della rapina rimarrebbero senza freno. In ogni grande città seguirebbe la carestia, la peste e la morte le farebbero corteggio.
Poco tempo dopo la scossa, si vide lontano tre o quattro miglia una grande onda, che si accostava nel mezzo del golfo con un profilo liscio; ma lungo la spiaggia rovesciò capanne ed alberi, mentre s’innoltrava con forza irresistibile. All’ingresso del golfo ruppe in una terribile linea di bianchi frangenti, che salirono all’altezza di circa otto metri in linea verticale sopra il punto più alto della marea. La loro forza deve essere stata prodigiosa; perchè nella fortezza un cannone col suo carro, stimato del peso di quattro tonnellate, fu spinto avanti circa 5 metri. Uno schooner venne lanciato tra le rovine a 200 metri circa dalla riva. La prima onda fu seguita da due altre, che ritirandosi portarono via grandissima copia di oggetti natanti. In una parte del golfo, una nave venne spinta in alto a secco sulla spiaggia, fu portata via, poi di nuovo respinta sulla spiaggia e nuovamente trascinata via. In un’altra parte, due grosse navi ancorate vicine l’una all’altra furono fatte girare sopra se stesse, e le loro gomene si ravvolsero con tre giri intorno ad ognuna, sebbene fossero ancorate alla profondità di 100 metri, in pochi minuti furono a secco. La grande onda dovette aver viaggiato lentamente, perchè gli abitanti di Talcahuano ebbero il tempo di fuggire sui colli dietro, la città; ed alcuni marinai si spinsero in alto mare, affidandosi con buon esito alla loro barca, che sarebbe venuta sicuramente sull’onda, qualora questa l’avesse raggiunta prima di essersi rotta. Una vecchia con un fanciullo di quattro o cinque anni, corse in una barca, ma non vi era nessuno per spingerla fuori coi remi, in conseguenza la barca venne rotta in due contro un’àncora; la vecchia si affogò, ma il fanciullo fu ritrovato dopo alcune ore attaccato ai pezzi della barca. Pozzanghere di acqua salata si scorgevano ancora in mezzo alle rovine delle case, ed i bambini, che stavano facendo barchette cogli avanzi dei tavolini e delle seggiole, parevano tanto felici quanto i loro genitori erano desolati. Era tuttavia sommamente interessante osservare, quanto più attivo ed allegro tutto sembrava di quello che si sarebbe potuto aspettare. Si notava con molta verità, che siccome la distruzione era generale, nessun individuo era più umiliato di un altro, o poteva sospettare i propri amici di freddezza - che è il più doloroso effetto della perdita degli averi. Il signor Rouse, ed una grande comitiva che egli aveva per sua bontà preso sotto la sua protezione, vissero per la prima settimana in un giardino sotto piante di mele. Dapprima erano allegri come se fossero stati ad un pic-nic; ma la dirotta pioggia che cadde poco dopo, diede loro molto disturbo, perchè non avevano affatto da ricoverarsi. Nella bellissima relazione del capitano Fitz Roy intorno al terremoto, si dice che due esplosioni, una simile ad una colonna di fumo ed un’altra come il soffio di una grossa balena, furono vedute nel golfo. L’acqua pure sembrava in ebollizione in ogni parte; ed essa «divenne nera ed esalò uno sgradevolissimo odore di zolfo». Queste ultime circostanze furono osservate nel golfo di Valparaiso durante il terremoto del 1822; possono essere attribuite, credo, allo sconvolgersi della melma nel fondo del mare ove si trova molta materia organica in scomposizione. Nel golfo di Callao, durante un giorno di calma, osservai che mentre una nave tirava sù la gomena dal fondo, il suo corso era segnato da una fila di bollicine. La gente bassa di Talcahuano credette che il terremoto fosse stato cagionato da qualche vecchia indiana, che due anni or sono essendo stata offesa chiuse il vulcano di Antuco. Questa sciocca credenza è curiosa, perchè dimostra che l’esperienza ha insegnato loro ad osservare, che esiste un rapporto fra l’azione soppressa dei vulcani ed il vacillare del terreno. Era necessario applicare la magia al punto in cui mancava loro la cognizione della causa e dell’effetto; e questo fu la chiusura dello spiraglio del vulcano. Questa credenza è tanto più singolare in questo caso particolare, perchè, secondo il capitano Fitz Roy, vi è ragione per credere che Antuco sia oggi alterato.
La città di Concezione era fabbricata secondo lo stile consueto spagnuolo, con tutte le strade che corrono ad angolo retto l’una contro l’altra; una serie diretta S.-O. per ovest, e l’altra serie N.-O. per nord. I muri della prima serie resistettero certamente meglio di quelli dell’ultima, quasi tutte le murature furono atterrate verso nord-est. Questi due fatti concordano pienamente coll’idea generale, che le ondulazioni erano venute da sud-ovest; nel quale quartiere si udirono rumori sotterranei; perchè è evidente che i muri che andavano da S.-O. e quelli da N.-E. che presentavano le loro estremità al punto dal quale venivano le ondulazioni, dovevano essere molto meno soggetti a cadere che non quelli che andavano da N.-O. e da S.-E., i quali in tutta la loro lunghezza sono stati nello stesso tempo spinti fuori della perpendicolare; perchè le ondulazioni venendo da S.-O., debbono essersi estese in direzione N.-O. e S.-E., mentre passavano sotto le fondamenta. Questo si può vedere ponendo alcuni libri ritti sopra un tappeto, e poi, secondo il metodo proposto da Michell, imitando le ondulazioni del terremoto, si troverà che cadono più o meno prontamente, secondochè la loro direzione coincide più o meno colla linea delle ondulazioni. Gli spacchi del terreno generalmente, sebbene non uniformemente, si estendevano in una direzione S.-E. e N.-O., e quindi corrispondevano alle linee di ondulazione o di flessione principale. Tenendo a mente tutti questi fatti, che tanto chiaramente indicano la direzione S.-O., come sede principale dello sconvolgimento, è un fatto interessantissimo, che l’isola di Santa Maria situata in quella località, venisse, durante il generale sollevamento del terreno, alzata quasi tre volte di più di qualunque altra parte della costa.
La resistenza differente presentata dalle mura, secondo la loro direzione, fu bene dimostrata nel caso della Cattedrale. Il lato che stava di faccia al N.-E., presentava un grande mucchio di rovine, nel mezzo delle quali le imposte delle porte e masse di legnami stavano sopra, come galleggianti in una corrente. Taluni dei massi angolari di muratura erano di grandi dimensioni; ed essi erano rotolati ad una gran distanza sulla piazza, come frammenti di roccia alla base di qualche alta montagna. Le pareti (in direzione S.-O. e N.-E), sebbene molto rovinate, tuttavia erano ancora in piedi; ma i grandi pilastri (ad angolo retto con esse, e quindi paralleli alle mura che erano cadute) erano in molti casi atterrati, come con uno strumento, e rovesciati per terra. Alcuni ornamenti quadrati sulla cima di questi stessi muri, erano stati smossi dal terremoto in una posizione diagonale. Un fatto consimile venne osservato dopo un terremoto a Valparaiso, in Calabria, ed in altri luoghi, compreso anche in qualche antico tempio greco96. Questo spostamento in giro sembra dapprima indicare un movimento vorticoso sotto ogni punto in tal modo scosso; ma questo è sommamente improbabile. Non sarà esso cagionato piuttosto da una tendenza che ha ogni pietra a mettersi in qualche posizione particolare, rispetto alle linee di vibrazione in un modo somigliante fino a un certo punto alle spille messe sopra un foglio di carta che venga poi scosso? Parlando generalmente, gli archivolti delle porte o delle finestre sostennero la scossa molto meglio che non qualunque altra parte dei fabbricati. Nondimeno, un povero vecchio infermo, che soleva, durante le piccole scosse, trascinarsi fino a un certo archivolto, quella volta rimase schiacciato.
Non tenterò di descrivere un po’ particolareggiatamente l’aspetto di Concezione, perchè sento che è al tutto impossibile esprimere le varie impressioni da me provate. Parecchi ufficiali la visitarono prima di me, ma le loro più forti espressioni non hanno potuto dare una idea precisa di quello spettacolo di desolazione. È una cosa dolorosa ed umiliante vedere opere, che hanno costato all’uomo tanto tempo e tanta fatica, crollare in un minuto; tuttavia, la compassione per gli abitanti veniva quasi subito dissipata, per la sorpresa di vedere prodotto in un solo istante uno stato di cose che siamo avvezzi ad attribuire ad una successione di secoli. Secondo me, non abbiamo veduto, dopo aver lasciata l’Inghilterra, nessuna cosa tanto profondamente interessante.
In quasi ogni grande terremoto, le acque vicine al mare si dice siano agitatissime. Lo sconvolgimento sembra generalmente, come nel caso di Concezione, essere stato di due sorta: primo, al momento della scossa, l’acqua gonfia e sale con un movimento dolce sulla spiaggia, e poi si ritira tranquillamente; in secondo luogo, un po’ di tempo dopo, tutta la massa del mare si ritira dalla costa, e poi ritorna in marosi dotati di una forza onnipotente. Il primo movimento sembra essere una conseguenza immediata del terremoto che altera un fluido in modo diverso da un solido, per cui i loro rispettivi livelli sono lievemente disturbati; ma il secondo caso è un fenomeno molto più importante. Durante moltissimi terremoti, e specialmente quelli della costa occidentale dell’America, è certo che il primo grande movimento delle acque è stato un indietreggiamento. Alcuni autori hanno cercato di spiegare questo fatto, supponendo che l’acqua conserva il suo livello, mentre la terra oscilla sussultoriamente; ma certo l’acqua prossima alla terra, anche in una costa piuttosto scoscesa, deve partecipare del movimento del fondo; inoltre come avverte il signor Lyell, simili movimenti del mare o maremoti hanno avuto luogo in isole molto distanti dal punto principale dello sconvolgimento, come fu il caso per Juan Fernandez durante questo terremoto, e per Madera durante il famoso terremoto di Lisbona. Suppongo (ma quest’argomento è molto buio), che un’onda, comunque sia stata prodotta, prima porta l’acqua alla spiaggia, sulla quale si avanza per frangersi: ho osservato che questo segue colle piccole onde fatte dalle palette delle ruote di un piroscafo. È singolare che mentre Talcahuano e Callao (presso Lima), entrambi situati alla punta di grandi golfi poco profondi, hanno sofferto durante ogni forte terremoto dai maremoti, Valparaiso che sta proprio sulla riva di una acqua molto profonda, non è mai stato rovesciato, sebbene abbia sovente sofferto grandissime scosse. Pel fatto che il maremoto non tien dietro immediatamente al terremoto, ma viene talora dopo un intervallo di quasi una mezza ora, e da ciò che certe isole lontane vengono parimente disturbate come le coste vicine alla sede del movimento, sembra che l’onda sorga prima nell’alto mare, e siccome questo fatto è generale, così la cagione deve essere generale; credo che si debba considerare la direzione ove le acque meno sconvolte del profondo oceano raggiungono l’acqua più vicina alla costa, che ha partecipato ai movimenti della terra, come il luogo ove il maremoto si è prima generato; parimente può anche sembrare che la grande onda sia più grande o più piccola, secondo l’estensione di acqua poco profonda che è stata agitata col fondo sul quale stava.
L’effetto più notevole di questo terremoto fu il sollevamento permanente della terra; sarebbe più giusto forse dire che questo ne fu la causa. Non vi può esser dubbio che la terra intorno al golfo di Concezione si sia sollevata di sessanta a novanta centimetri; ma merita nota, che per avere il maremoto obliterato le antiche linee dell’azione delle maree sulle sponde sabbiose inclinate, non ho potuto scoprire la prova di questo fatto, se non dalla concorde testimonianza degli abitanti, i quali mi hanno assicurato che una piccola secca rocciosa, ora scoperta, era prima sommersa nell’acqua. All’isola di Santa Maria (trenta miglia circa lontana) il sollevamento fu ancor più grande; sopra una parte il capitano Fitz Roy trovò strati di mitili imputriditi che aderivano ancora alle roccie, tre metri circa sopra il segno dell’alta marea: gli abitanti andavano prima sotto acqua durante la bassa marea a raccogliere quelle conchiglie. Il sollevamento di questa provincia è particolarmente interessante, per essere stato il teatro di parecchi altri violenti terremoti, e pel gran numero di conchiglie marine sparse sulla terra, all’altezza certa di 180, e credo di 300 metri. A Valparaiso come ho osservato, simili conchiglie si trovano all’altezza di 360 metri; non è guari possibile supporre che questa grande altezza siasi ottenuta per successivi piccoli sollevamenti, come quelli che accompagnarono o cagionarono il terremoto di questo anno, e parimente da un insensibile e lento sollevamento, che certamente procede in alcune parti di quella costa.
L’isola di Juan Fernandez, 360 miglia al N.-E., venne nel tempo del grande terremoto del 20, violentemente scossa, tanto che gli alberi sbattevano gli uni contro gli altri, ed un vulcano scoppiò sotto l’acqua, proprio vicino alla spiaggia; questi fatti sono notevoli perchè quell’isola, durante il terremoto del 1751 fu allora anche più violentemente scossa che non altri luoghi ad una distanza uguale da Concezione, e questo sembra dimostrare qualche sotterranea relazione fra questi due punti. Chiloe, 340 miglia circa al sud di Concezione, sembra essere stata scossa più fortemente che non il distretto intermedio di Valdivia, ove il vulcano di Vilarica fu ora alterato, mentre nelle Cordigliere in faccia a Chiloe, due dei vulcani scoppiarono nello stesso momento in una violenta azione. Questi due vulcani, ed alcuni altri vicini, continuarono lungamente in eruzione, e dieci mesi dopo furono di nuovo alterati da un terremoto a Concezione. Alcuni uomini, che spaccavano legna presso la base di uno di quei vulcani, non sentirono la scossa del 20, quantunque tutta la provincia circostante oscillasse; in questo caso vediamo una eruzione scemare, e prendere il posto del terremoto, come sarebbe accaduto a Concezione, secondo la credenza della bassa gente, se il vulcano di Antuco non fosse stato chiuso per magìa. Due anni e nove mesi dopo, Valdivia e Chiloe furono nuovamente scosse, più violentemente che non il 20, ed una isola nell’arcipelago Chonos si alzò permanentemente più di due metri e quaranta centimetri. Per dare un’idea più chiara della media di quei fenomeni, supporremo (come nei caso dei ghiacciai) che essi abbiano avuto luogo a distanze corrispondenti in Europa; in tal caso la terra del mar del Nord fino al Mediterraneo sarebbe stata violentemente scossa, e nel medesimo tempo, un gran tratto della costa orientale dell’Inghilterra si sarebbe sollevato permanentemente, con alcune altre isole vicine - una serie di vulcani sarebbero entrati in attività sulla costa dell’Olanda, ed una eruzione avrebbe avuto luogo nel fondo del mare, presso la punta settentrionale dell’Irlanda - ed infine gli antichi crateri dell’Alvernia, di Cantal e del Mont d’Or, avrebbero ognuno mandato al cielo una nera colonna di fumo, e sarebbero rimasti lungamente in piena attività. Due anni e nove mesi dopo, la Francia, dal centro fino al canale dell’Inghilterra, sarebbe stata desolata da un terremoto, ed un’isola permanente sarebbe comparsa nel Mediterraneo.
Lo spazio dal disotto del quale il giorno 20 la materia vulcanica venne gettata fuori, è lungo 720 miglia in una linea, e 400 miglia in un’altra linea ad angolo retto colla prima; quindi, secondo ogni probabilità, un lago sotterraneo di lava è qui sparso, che ha un’area quasi grande il doppio del Mar Nero. Dal modo intimo e complicato in cui si dimostrò essere in relazione le forze sollevatrici ed eruttive durante questa serie di fenomeni, possiamo conchiudere con certezza che le forze che sollevano con piccole scosse i continenti e quelle che in periodi successivi spingon fuori materia vulcanica da orifizi aperti, sono identiche. Per molte ragioni, credo che le frequenti scosse della terra in quella linea di costa sono cagionate dallo spezzarsi degli strati, necessariamente conseguenti alla tensione della terra quando è sollevata, ed alla loro iniezione per via delle rocce fluidificate. Questo spezzamento e questa iniezione, dovrebbero formare, se fossero ripetute abbastanza spesso (e sappiamo che i terremoti alterano ripetutamente la stessa area nel medesimo momento), una catena di colline - e l’isola lineare di Santa Maria, che si era alzata di tre volte l’altezza del circostante paese, sembra andar soggetta a questo processo. Credo che l’asse solida di un monte, differisca nel suo modo di formazione da una collina vulcanica, solo in ciò che la roccia fusa è stata ripetutamente iniettata, invece di essere stata ripetutamente spinta fuori. Inoltre, io credo che sia impossibile spiegare la struttura delle grandi catene di monti, come quella delle Cordigliere, ove gli strati, che coprivano l’asse iniettato di roccia plutonica, sono stati spinti sui loro orli lungo parecchie linee parallele e vicine di sollevamento, tranne che supponendo che la roccia dell’asse sia stata ripetutamente iniettata, dopo intervalli sufficientemente lunghi per permettere alle parti superiori o creste di raffreddarsi e solidificarsi, perchè se gli strati fossero stati spinti nelle loro presenti posizioni altamente inclinate, verticali, ed anche inverse, con un solo colpo, le viscere stesse della terra sarebbero uscite fuori, ed invece di vedere assi di monti scoscesi di roccia solidificata sotto una grande pressione, diluvi di lava sarebbero scaturiti da innumerevoli punti sopra ogni linea di elevazione97.