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Che la poesia prenda forme diverse in tempi diversi e tra diverse genti è noto a chiunque abbia con la storia delle umane lettere alcuna benchè piccola dimestichezza; ma ch'essa debba di necessità far così non è da tutti riconosciuto egualmente. E pero furono in ogni tempo, e son tuttavia alcuni, benchè oggimai piuttosto singolari che scarsi, i quali, invaghitisi di una qualche particolare forma di arte, e non intendendone altra, cercarono e cercano, o con legarsi in iscuole e in oligarchie, o con bandir leggi fatte da loro, di fissare il gusto una volta per sempre, e di metter ritegno a quel mutar naturale che altro non è che un degenerare a lor giudizio. Opera incresciosa e vanissima tra quante se ne compion quaggiù! imperocchè non è autorità di leggi che possa a lungo andare far violenza alla natura, i cui moti tanto irrompono più violenti quanto più forte han trovato il contrasto. La poesia nacque un gran pezzo prima dei trattati di arte poetica, e così come nasce senza l'aiuto loro, senza l'aiuto loro del pari, ed anzi lor malgrado, cresce, muta, si svolge. Da Aristotile in poi le poetiche infinite che si sono scritte non han fatto un solo vero poeta, ma non son nemmeno riuscite ad impedire che il nuovo crescesse sul vecchio e contro il vecchio; e coloro che faticosamente, nella solitudine di uno studiolo, facendosi sordi alle voci della moltitudine mobile e viva, le compilarono, si videro ben presto soverchiati da una marea di pensiero crescente, che sdegnoso di ritegno e di governo, cercava e trovava da sè le sue vie. Gli è, o signori, che la poesia muta di condizione e di carattere, non per amor del capriccio, che nelle cose della storia suole avere assai più picciola parte che non si creda da molti, ma sì bene perchè muta perpetuamente dentro di noi, non pure il modo d'intendere, e di sentire, e di giudicare, ma il modo ancora onde le varie energie dell'anima nostra si equilibrano e si contemperano le une con le altre. La storia dello spirito umano è la storia di un dilibramento continuo e irresistibile, ed e' sarebbe pur strana cosa che mentre di questo dilibrarsi si veggon gli effetti in tutte le operazioni e in tutte le appartenenze del viver nostro, nei reggimenti, nelle religioni, nella scienza, nel costume, nel linguaggio medesimo, la sola poesia che nasce dalla più mobile e fluida delle nostre facoltà, che tesse il melodioso suo canto delle più intime voci dell'anima nostra, dovesse rimaner fissa e come cristallizzata in una forma dogmatica. Se non che la poesia si fa d'interni e non d'esterni processi, viene da dentro, non viene da fuori. E s'ella muta di continuo, ciò fa perchè di continuo muta lo spirito poetico, o vogliam dire quel particolar modo d'intuire, di sentire e di giudicare che si genera dallo incontrarsi e dal compenetrarsi della fantasia nostra con le immagini delle cose, con i fatti della natura e dell'uomo, co' proprii pensieri e sentimenti nostri, e pel quale, a canto al pensiero logico viene a formarsi in noi come un'altra qualità di pensiero, a canto all'anima razionale come un'altr'anima non meno degna, nè meno possente. Qual maraviglia se mutata la causa muti ancora l'effetto, se alteratosi quello spirito si veggano i segni poi della sua alterazione anche nelle cose ch'egli opera? E però la poesia è mutevole non solo nella sostanza e nell'indole e nei procedimenti, ma ancora nello esterno apparato della forma, la quale sempre, quando non le si faccia forza, segue, variamente specificandosi, le nuove inflessioni del pensiero; e chi volesse vederne un notevole esempio basterebbe, senza andar più là, che alquanto studiasse la storia del verso alessandrino francese, o dell'endecasillabo italiano, dove vedrebbe la disposizione delle cesure, la economia dei gruppi sillabici, tutta la interiore membratura del verso, e la distribuzione di quegli spiriti vocali che si chiamano accenti, e l'attagliatura (mi si passi il vocabolo) del pensiero al metro che lo regge minutamente e delicatamente alterarsi sotto l'azione di un nuovo sentimento poetico, e tutta la forma insomma cercar di comporsi co' moti interiori dell'anima nostra in una specie di armonico libramento.
Come dunque ciascuna età, od anzi ciascun secolo, ha un proprio spirito politico e un proprio spirito religioso, così ha similmente un proprio spirito poetico. Ebbe il suo l'antichità, ebbe il suo il medio evo, e noi del pari abbiamo il nostro; e il nostro di questo presente secolo non è quello del secolo scorso, e quello non sarà del venturo; e dentro a questo secolo medesimo, così com'è di parecchi anni ancora lontano dal compimento, si possono vedere alcune tendenze nascere e prender vigore, e altre sfiacchirsi e morire, e altre trasformarsi, e qui e colà già mostrarsi gli accenni di novissime cose che si vengon formando. Se non che e' bisogna avvertire che i tempi corron precipitosi, che mai non si vide questa fiumana turbolenta delle umane cose volgersi più rumorosa e più rapida, che mai non si vider com'ora le idee disfrenate rincorrersi e sovrammontarsi, e che però la poesia, con dover seguire questi moti, non ha più agio nè via di stabilmente configurarsi, di prender fermi e certi caratteri, ma disordinatamente d'una in altra forma si travolge, e mareggia come la nostra coscienza che non trova, e per più altro tempo non troverà, se non ingannano i segni, il letto in cui tranquilla si adagi. Quanto siam lontani, o signori, da' tempi luminosi della greca, primitiva poesia! quale abisso separa il mondo nostro dal mondo del vecchio Omero! Guardate in quella immortale Iliade come l'onda poetica si spiana potente e ordinata; come puramente, essa riflette l'immagine della terra e del cielo, degli uomini e degli Dei! Un'interna commozione s'impossessa degli animi nostri a quel solenne spettacolo, imperocchè, in verità, non fu veduta più mai nel mondo un'adeguazione così ampia del pensiero poetico alla realtà della vita, e una così armonica e viva fusione delle interiori energie dello spirito con gli obietti della natura esteriore. Ben altro spettacolo ci addimostra la divina commedia dell'Alighieri! Qui la primitiva armonia della umana natura è profondamente sconvolta; l'azion del poema e il pensiero che la muove si agitano e si travagliano faticosamente sotto l'attrazione dell'infinitamente remoto e dello inconcepibile: voi sentite che nelle coscienze umane una qualche cosa è entrata che n'ha sfiancate le compagini antiche, che i terribili ed immortali problemi che avevan preoccupata, senza turbarla però, la coscienza della umanità bambina, sono stati profondamente e dolorosamente rimossi; e voi sentite fremere in ogni verso del poeta cristiano il terrore ineffabile dell'eterno e dell'infinito. Questa dislocazione, se così mi lasciate dire, e questo tormento del pensiero poetico, diventan ben più visibili e più profondi nella poesia dei giorni nostri, ed io credo che sia da cercarne la cagione recondita in un dissidio irreconciliabile ed in una lotta fra la intuizione scientifica, o come dicono positiva delle cose, e la intuizione ideale e poetica. Avrem noi a dolercene, o avrem noi a dire per questo che la poesia antica, così come sgorga da più ricche e da più vergini fonti, sia anche più perfetta e maggiore della nostra? Sarebbe puerile il rimpianto e fallace il giudizio; imperocchè, non è superfluo il ripeterlo, la poesia in tanto è poesia in quanto risponde al sentimento poetico nostro, in quanto rappresenta in modo pieno ed efficace quella parte d’idealità che in un dato momento è negli spiriti nostri, in quanto è con noi e con la vita nostra in immediata, facile ed intima corrispondenza: e però non vi sarà mai nel mondo un'assoluta poesia, e discutere della superiorità dell'antica per rispetto alla moderna, o della moderna per rispetto all'antica, sarà sempre opera di pedanti. Avviene delle poesie ciò che avviene delle religioni, sebbene con qualche diversità di grado, giacchè nel pensiero poetico v'è più di uniformità e di universalità fra gli uomini, che non nel pensiero religioso. Quando una religione cessa d'essere in intima e viva corrispondenza col sentimento interiore, quand'essa non risponde più all'inquieto interrogar della ragione e della coscienza, lo spirito la sorpassa e va più oltre ad adagiarsi in un'altra fede. In cotal modo noi passammo dal paganesimo alla fede cristiana. La religione così sorpassata può durare a vivere per un altro gran tratto di tempo, ma ella allora non è più propriamente una religione, non è più, cioè a dire, quella viva idea, quello spontaneo e forte sentimento che lega in noi la parte più umile di nostra natura alla più degna e sublime, che lega noi all'infinito fuor di noi, ma si tramuta in un vacuo formalismo, o si petrifica in un rigido sistema di dogmi; e se può tuttavia con la maestà e con la vastità dell'aspetto indur maraviglia, non commove, non agita e non solleva più. Così in qualche parte avviene della poesia, e dico in qualche parte soltanto, poichè l'umano che sempre vi tiene il più gran luogo, rimane intelligibile in ogni tempo. Se non che non v'illudete. Quando voi vi sentite commover dentro alla lettura dell'Iliade non crediate che sia tutta emozione poetica quella, imperocchè veramente non è tale se non in parte. Vi commove la poesia del libro, ma vi commovono anche più altre cose che non sono nel libro, e che spontanee, senza che voi ve ne accorgiate nemmeno, vi nascon nell'animo: la lieve e natural turbazione che genera in voi lo spettacolo di quella età tanto remota dalla nostra; il pensiero che di quel clamoroso passato non è rimasta altra voce nel mondo se non quella oramai che in una morta favella vi suona nell'attonito orecchio; un sentimento pauroso e strano di voi medesimi, vivi e presenti, che dopo tanto volger di secoli e tante morte generazioni, vi fate specchiar nell'anima quei lontanissimi casi; la trepidazione continua che si genera nel vostro intelletto dalla minuta dissonanza che è tra le idee che per la lettura vi si suscitan dentro e (lasciatemi usar di un concetto e di una denominazione ormai famigliari ai psicologi) e i gruppi delle idee appercettive; tutti questi pensieri e tutti questi sentimenti concorrono, quando non vi si aggiunga ancora l'interesse letterario e scientifico, a produrre in voi quell'indimenticabile commovimento. Del quale se voi potrete, con qualche sforzo, sceverar gli elementi, vedrete, non senza maraviglia, che la poesia propria del libro vi ha assai più picciola parte che prima forse voi non foste inclinati a credere. Gli è che ora in poesia noi abbiamo un altro spirito, o usiamo un altro linguaggio.
Certo la poesia ha molto perduto della estensione antica; ma quanto ell'ha perduto in amplitudine, tanto, per compenso, ha guadagnato in acuità; ed egli era mestieri che così si mutasse perchè gli animi nostri indurati nel lungo uso della riflessione potessero ancora esserne penetrati. Son molti che vedendo questa diminuzione e questo addensamento dubitano non sia giunta ormai l'ora che ponga termine alla vita di quest'arte, antichissima avvivatrice e consolatrice degli animi umani; e par loro ch'ella faccia quel medesimo che negli organismi animali fanno il sangue e gli spiriti, che, in sul passo della morte si raccolgono, al cuore. Ma non parmi che sia buona ragione a questo dubbio nè posso indurmi a credere che la poesia s'apparecchi a morire in quella appunto che tutta la viene penetrando un maraviglioso spirito di novità, in quella ch'essa così potentemente agita e sconvolge gli spiriti nostri. Chi è tra voi che non porti profondi nella coscienza i solchi del verbo d'un Goethe, d'un Byron e d'un Leopardi? Gli è vero; la poesia s'è ritratta dalla vita, e lo spirito della scienza pari ad una crescente marea la vien tutto intorno premendo; ma ella si raccoglie, come in una cittadella nel cuore, e rincacciata da una parte dalla ragione, rientra dall'altra, e in novo connubio si associa alle idee ed alla speculazione, e colora di sè i grandi e immortali problemi dello spirito. E poichè io sono entrato in questo argomento, e poichè si fa oggidì un gran discorrere della guerra che lo spirito scientifico muove allo spirito poetico, e da molti si dubita che questo non abbia finalmente a rimaner sopraffatto, lasciate che alquanto io mi fermi, a fare alcune considerazioni. Certo in principio, e in tesi generale, la scienza nuoce alla poesia. Quando noi ci siam formati nello spirito la nozione scientifica di una cosa, non possiamo più senza ripugnanza riceverne la nozion poetica; così vuole la propria natura dell'anima nostra, dove le rappresentazioni contrastanti tendono a sopraffarsi reciprocamente e a sopprimersi. Ora la poesia vive in gran parte di mistero: ella ha bisogno d'una certa oscurità e di una certa dubbiezza, perchè la fantasia non si esercita liberamente se non sulle cose dubbie ed oscure; ell'ha bisogno del mito, perchè nel mito integra idealmente e fantasticamente le cose, e perchè senza integrazione ideale e fantastica non v'è poesia. Voi sentite che io accenno qui al vizio fondamentale di quello che oggi si chiama il realismo. Quando una cosa è divenuta troppo chiara, quando la nozione che noi ne abbiamo è divenuta troppo precisa, la poesia naturalmente se ne allontana; e poichè la scienza ha per iscopo appunto di render le cose chiare e le nozioni precise, voi vedete che tra la scienza e la poesia è un originale antagonismo e una viva guerra e continua. Se non che non è guerra così cruda e mortale come generalmente si stima. Le vaste e grandi idee sono spesso di lor natura poetiche, e però son poetiche molte tra le grandi verità della scienza. Inoltre un oggetto perfettamente chiarito dalla scienza, se cessa d'essere poetico per sè stesso, può tuttavia entrare in una qualche relazione poetica, e rimaner pertanto nel dominio della poesia. Reco un esempio. Gli è gran tempo che gli uomini non veggon più nella luna la vergine Diana, la cacciatrice dall'arco d'argento, e son più e più anni trascorsi che la scienza ce l'ha mostrata agli sguardi nudo e squallido pianeta, privo d'aria e di vita, cenere e scoria di un mondo combusto. E pur non di meno la poesia non l'ha abbandonata ancora questa sua dolce amica, nè l'abbandonerà per altro tempo parecchio. Certo, presa in sè, la nozione mitica e antica era più poetica della positiva e moderna; ma pur tuttavia anco questa è atta a produrre in noi quella commozione che la poesia intende a produrre, quando noi ci facciamo a paragonare quel morto pianeta a questo vivo in cui abbiamo stanza, e a cui serbano i tempi la medesima sorte; quando vivamente ci rappresentiamo allo spirito il contrasto di quella luce serena, di quella luce alla cui idea noi irresistibilmente colleghiamo l'idea della vita, e di quell'eterno e mortale silenzio; quando poniamo in intima relazione gli aspetti e le qualità di esso con le vicende della vita nostra, con la dubbiezza di noi medesimi, con tutta quella fantasmagoria di sentimenti figurati, che, senza posa, com'ombre, passano e ripassano sullo specchio della nostra coscienza. Finalmente ei non bisogna dimenticare che la scienza per ogni problema che risolve un altro ne suscita, e che la fantasia, la quale usa correrle innanzi si trova sempre a fronte uno spazioso e libero campo.
Della poesia nostra presente, come di ogni altra poesia, due sono gli obietti: l'uomo e la natura; e di questi due obietti, sebbene nello spirito scientifico sia qualche tendenza alla confusione, non s'è mai fatto un così profondo discernimento com'ora. Gli è che in nessun tempo nemmeno gli uomini ebbero più viva coscienza di sè medesimi, e che mai questo eterno problema dell'esser nostro non fu scrutato sì addentro e con sì febbrile insistenza. Più d'una volta abbiamo veduto lo scrutatore dare indietro esterrefatto alla vista degli abissi che gli si aprivan dinanzi; più d'una volta abbiamo veduto l'uomo farsi Gorgone a sè medesimo. E la poesia s'inspirò di queste indagini e di questi terrori, e nacquero al mondo le figure di Amleto, di Fausto e di Manfredo. Notate una curiosa diversità che corre da tempi a tempi. Man mano che l'uomo afferma ed accresce la potestà sua sulla natura, man mano che gl'inciviliti costumi si sostituiscono ai barbari, che le relazioni fra uomo e uomo e fra gente e gente si fan più gioconde e amichevoli, man mano insomma che la guerra ed il travaglio spariscono dall'arena della vita esteriore, cresce, quasi a compenso, il dissidio dentro di noi, e la pace par che sia sbandita per sempre dagli animi nostri turbati e sconvolti per tanto incorrere d'idee repugnanti e d'inconciliabili affetti. Prendete due termini estremi: paragonate Achille ad Amleto. L'uno tutto azione di fuori, l'altro tutto azione di dentro; l'uno tutto conseguente e immediato, l'altro che continuamente si frange nella burrasca della propria coscienza; l'uno fatto tutto d'un pezzo, l'altro formato, se così mi lasciate dire, di un infinito numero di cicli e di epicicli imposti gli uni sugli altri; l'uno è un eroe, l'altro è un pensatore e un fantastico. La poesia, ho detto, è un immediato efflusso dell'anima nostra; qual maraviglia dunque s'ella, che già si compiacque di narrare le pugne della vita esteriore, quando l'anima umana era tutta riversata di fuori, si compiace di narrare ora, poichè la coscienza s'è come accentrata, queste pugne silenziose e intestine? Se con tanta cura e tanta sollecitudine raccoglie tutte le voci più secrete dell'anima nostra? Se con tanto amore si ravvolge per i mille intricatissimi aggiramenti della nostra coscienza, dove, popolo vario e affaccendato, s'urtano e si riurtano fantasmi infiniti d'ogni generazione? Ella cantò l'angelico e il satanico della nostra natura, e si fermò, interrogatrice ostinata, davanti a quell'ultime porte chiuse di essa, dove sguardo curioso non è potuto ancor penetrare. E creò strane e spaventose figure d'uomini, sfingi viventi, la cui anima è come uno spiraglio aperto nell'infinito, e in cui, non senza raccapriccio, ognuno, per qualche parte, si specchia. Dopo molti anni passati, io non posso ancora senza terrore rappresentarmi quel Lara del Byron, che a tarda notte passeggia insonne e solitario, nelle lunghe logge vetriate del suo castello. Di marmo è il suo volto; i suoi passi cadono in misurata cadenza sul pavimento; dentro immani pensieri gli arrapinano l'anima, a' quali non può dar forma il comune linguaggio degli uomini.
A questa poesia fu dato il nome di psicologica, e voi vedete com'essa ha penetrato il romanzo ed il dramma. Amleto, Fausto, Werther, Manfredo, Rolla, Armando, e finalmente il Nerone dell'Hamerling son sue creazioni, e non sarebbe studio gettato quello di chi prendesse a confrontar tra loro queste bieche e dolorose figure per vedere che cosa sia in esse di comune, che ne fa quasi una sola famiglia, e che cosa siavi in pari tempo di personale e di diverso. Tutte rappresentano da una qualche parte la lotta intestina della coscienza e del pensiero. Amleto è il primo della serie, e, per anticipazione mirabile, precede di gran tratto tutti gli altri. Egli rappresenta il dissidio della ragione e del sentimento, e il travaglio d'un'anima che presa in mezzo da contrarie potenze smarrisce la facoltà del volere, di cui si generan l'opere; la ragione è per giunta scissa in lui dal contrasto della vita con l'idealità morale, dell'idea del bene che troviam nella nostra coscienza, col fatto del male che, ad ogni passo, troviamo nel mondo. Di qui quel suo angoscioso rampollar di pensieri sopra pensieri. Fausto è tutt'altro: egli rappresenta il travaglio che nasce dalla inadeguabile sproporzione ch'è in noi fra il desiderio da una parte e la potenza di soddisfarlo dall'altra; fra il desiderio che non conosce termini di spazio, nè di tempo, nè di natura, e il potere che così angustamente è limitato dalla condizione del nostro viver terreno. Egli consunse la vita nello studio non per altro che per arrivare a conoscere un giorno tutta la profondità della sua ignoranza; egli ha potenza di proporsi il formidabile problema delle cose, e non ha potenza di sollevar nemmeno un lembo del fitto vel che lo copre; egli si sente dentro una divina facoltà di volere, e questo volere, per sè stesso, non vale a muovere un fuscellino da terra. Un beveraggio infernale gli ridà la giovinezza, quella giovinezza dalla cui condizione, prima ancor che con gli anni, ei s'era con lo spirito allontanato. Fausto stanco e disilluso torna sulla sua via, dov'altra stanchezza ed altre disillusioni lo attendono; così ciascuno di noi, dopo aver corso un tratto questa carriera dolorosa della vita, dopo aver con angoscia e con sudore superata la via che conduce allo scopo, dopo essersi lungamente apparecchiato a godere un premio che non verrà, si volge disiosamente agli anni fuggiti, e con la fantasia, non potendo altrimenti, si ritorna bambino.
Werther rappresenta la lotta fra la passione e il dovere, e in questa lotta egli stesso soccombe, non già l'una o l'altra delle potenze contrastanti. In Manfredo troviamo il rimorso, e il dissidio della coscienza e della fantasia; in Rolla il dissidio che nasce dalla impotenza di coordinarsi a nessuna interna od esterna legge. Armando è lo sfacelo di tutte le virtù dello spirito; Nerone il trascorrer disordinato di uno spirito in cui l'una dopo l'altra tutte le potenze divengon predominanti, e che non riesce a fermarsi in nessuno stabile equilibrio. Nerone è l'eroe dell'uggia e del fastidio, morbo perniciosissimo di questi tempi: il poeta nello sceglierlo a protagonista, dice di volerci cantare un poema della sazietà e della soprassazietà. E' dice una cosa che molti scrittori di romanzi e di drammi fanno tuttodì, senz'altrimenti avvertirne i lettori od il pubblico. Più d'una voce s'è alzata contro la tendenza che i letterati hanno universalmente oggimai a cercare nel trambusto delle violente e snaturate passioni, nei travolgimenti e nelle gazzarre del vizio, nell'amaro tripudio della colpa, gli argomenti che valgano a scuotere e ad agitare le neghittose anime nostre, e più e più libri mostruosi vedeste nascere, frutto di così fatta tendenza, ai quali ne giova che non manchi almeno la esecrazion degli onesti. Ma la colpa s'ha ella a dar tutta ai loro autori? Non è ella anco nostra in gran parte? Sono i libri come le piante che si nutron degli elementi che trovano nella terra, e un pessimo libro che si legga è sempre l'opra di molti, sebbene un solo v'apponga il nome. Se non che mal s'avviserebbe chi dalla sconcezza e dalla ferita di una letteratura troppo corrente a questi giorni volesse trarre argomento a giudicare del costume e della pubblica morale. Il libro sconcio e il libro tristo non son fatti veramente il più delle volte per dar pascolo adatto e gradevole ad anime disoneste o maligne, ma bensì per iscuotere in qualche modo anime intorpidite e indurate, e questo può recare qualche scusa così a coloro che li scrivono come a color che li leggono.
L'altro obietto della poesia è la natura, la natura a cui le necessità del viver nostro indissolubilmente ci legano e a cui noi più ci leghiamo, con riversar su di lei continuamente i pensieri e i sentimenti nostri. Si suol dire che noi moderni abbiamo della natura un più vivo ed intimo sentimento che non avessero gli antichi, e di questo più vivo ed intimo sentimento si suol fare anche un carattere distintivo fra molti altri della nostra poesia per rispetto alla poesia dell'antichità. Che v'ha egli di vero in questa opinione, e in che termini s'ha ella da contenere? Imperocchè se alcuno volesse dire che gli antichi non fossero capaci di commozione allo spettacolo delle cose naturali, e' farebbe un giudizio evidentemente falso ed assurdo. Basta aprire i volumi di que' primi poeti per vedere anzi con qual mirabile perspicuità si specchiassero negli animi loro gli aspetti varii della natura esteriore, quai sentimenti vi destasse la vista del cielo azzurro o stellato, degli alti e superbi monti, dell'orride, nereggianti selve, dei fiumi spumosi e veloci, del mar vasto e mutevole. Omero, a quel modo stesso che alla persona d'Achille aggiunge l'epiteto di piè veloce, e quel di tonante a Giove, con che riesce a rappresentare il nume e l'eroe in un momento della loro azione, o in un atteggiamento di lor figura che sono essenzialmente caratteristici e, starei per dire, iconici, così anche dà a ciascuna cosa naturale un principale epiteto, che n'è la nota più perspicua, e che serba e significa, quasi in figura di conio, l'impressione ch'essa fece nell'anima del poeta. Se non che questa capacità di ricevere dentro di sè le immagini delle cose esteriori, e di provarne alcun piacevole o doloroso commovimento, è ben lontano ancora da quella complessa ed intima affezione dell'anima nostra che noi addimandiamo sentimento della natura; ed egli è pur vero che gli antichi non la potevano avere in quella forma che l'abbiamo noi. La fantasia antica è essenzialmente antropomorfita. La coscienza de' popoli è ne' principii di loro istoria in quella condizione di avviluppamento ch'è proprio di poi della coscienza del bambino, il quale più e più tempo sta, che, sebbene operi e viva come individuo, pur non ancora ha chiaro e preciso sentimento di sè medesimo. Gli uomini storicamente bambini non bene dapprima distinguon sè stessi dal circostante mondo, ma in più maniere fantastiche, o credono d'avere in sè alcuna parte di quelle cose e di quelle potenze, d'onde poi nasce la illusione della magia, illusione in principio tutta psichica e interna, e non opera di ciurmadori; o credono che l'esser loro si protenda e si spanda sulle cose esteriori, con le quali vengono ad aver per tal modo una viva cognazione ed un'intima comunanza. E di qui nasce quella ingenua fede, di cui innumerevoli tracce si trovano ancora nelle fiabe e nelle leggende dagli antichissimi tempi giunte insino a noi, di connessioni vitali fra persone umane e cose naturali; e voi sentite ancora a narrare di donzelle la cui vita è per misteriosi nessi legata alla vita di un fiore, e di guerrieri la cui fortuna è intimamente congiunta a quella di una quercia o di un faggio perduto in fondo a qualche solitaria foresta, e di anime d'uomini chiuse nel sasso, ecc. ecc. Poscia l'uomo disimpegnandosi da questa complessa e confusa intuizione, perviene ad un primo grado di sceveramento, obiettivizza il mondo e subbiettivizza sè stesso (non badate, vi prego, alla barbarie di questi vocaboli), si separa individualmente dalla natura, ma riman genericamente confuso con essa, e in ogni oggetto naturale pone una anima umana, e di ogni naturale energia fa una umana energia. Gli è così che l'acqua si popola di Nereidi e di Naiadi, che il sole diventa Apollo, che la luna diventa Diana, che le amadriadi si chiudono, dilicate e leggiadre captive, sotto la rozza scorza, degli alberi, che un fiore raccoglie lo spirito di Narciso, che negli echi delle valli profonde vive l'immortale lamento di una ninfa infelice. E a questo modo nasce il politeismo, vaga e leggiera religione delle antichissime genti, dove l'uomo, la natura e il nume si sposano in ingenuo e fantastico connubio, dove forme s'aggiungono a forme per generazion viva e incessante; religione senza misteri, nel proprio senso della parola, religione nata dal libero espandersi dello spirito umano sulla natura esteriore, dal libero suo compenetrarsi con essa. Se non che, o signori, quando la natura sia fatta antropomorfa, lo spirito umano, che in ognuno degli aspetti di lei crede in qualche modo di riconoscer sè stesso, non può più averne un proprio e peculiar sentimento, ma ne riceve presso a poco quella impressione medesima ch'e' suol ricevere dallo spettacolo del mondo umano. E però con ragione si dice che gli antichi non ebbero della natura quel sentimento che noi ne abbiamo. Or qual è desso propriamente? Che cosa proviamo noi quando in aperta campagna, o dall'alto di un colle, assistiam pensierosi e raccolti allo spettacolo del tramonto? Una secreta mestizia ci riempie l'animo, e un lieve, recondito terrore della imminente oscurità. Noi guardiamo le nubi infiammate dai raggi del sole morente, e la pianura su cui lunghe si stendono l'ombre, e gli alberi e le rupi, e ci pare che con tutte queste cose l'anima nostra si stringa in misterioso colloquio, e che tutte in alcuno strano linguaggio di figurazioni e di accenni ne dican qualcosa. Che cosa? Ci pare a volte d'intendere, ma le son fuggevoli intellezioni che svaniscono a guisa di nebbia. L'anima nostra è inclinata a mettere in quegli obietti un'anima simile a lei, ma la estraneità degli aspetti la respinge indietro, e la respinge la nozion scientifica. Ora ci par d'essere a quelle cose vicini, ora che una infinita distanza ci separi da loro, e da questo alternarsi delle attrazioni e delle repulse nasce in noi una leggiera angoscia ed un leggiero stupore che sono cagione del nostro commovimento, e che il poeta ha significati in quel grido:
Vivi
tu, vivi, santa
Natura? vivi, e il dissueto orecchio
Della materna voce il suono accoglie?
Quale e quanta diversità è tra questo sentimento nostro, e quello che ispiravan le cose della natura a un San Francesco d'Assisi! È noto a tutti quell'inno, quanto rozzo tanto mirabile, in cui egli, concependo nella fervorosa fantasia una fratellanza di tutti gli esseri in Dio creatore, chiama fratelli il sole, il vento ed il fuoco, e sorelle la luna, le stelle, l'acqua, la terra, la morte medesima.
Dall'essersi un nuovo sentimento della natura formato nell'animo dei moderni è venuto che l'arte della pittura s'è arricchita di un genere poco dagli antichi curato, la pittura di paese, e che tanta parte nella poesia dei giorni nostri ha la descrizione delle cose naturali. E questa descrizione è di varie maniere, e fatta con varii connettimenti del naturale e dell'umano, secondo che si può vedere nel Lamartine e nel Leopardi, in Vittore Hugo e nel Longfellow, sino a che poi perviene a quel grado di fantastica obiettività in cui s'attribuiscono alle cose della natura alcune qualità dell'uomo, senza però metterle con l'uomo in relazione immediata: e di quest'ultima forma è celebre esempio quella brevissima poesia dell'Heine dove è rappresentato un pino, che coperto di neve, costretto nel ghiaccio, sotto la notte di un ciel boreale, sogna di una verde palma, che in remote regioni, sotto al caldo sole de' tropici, voluttuosamente si dondola al vento. Infiniti esempii potrei recare di grandi o di commoventi bellezze poetiche da questo o da quel poeta create col mettere a riscontro, o in fantastica relazione, l'uomo e la natura, ma mi terrò pago di mostrarvene un esempio soltanto, in una breve poesia del Longfellow, Lo spuntare del giorno, egregiamente tradotta dal chiaro professore Messedaglia:
Fuor del grembo del mare un vento uscío;
– Cedi, ei disse alla nebbia: il posto è mio. –
Diè un saluto a' navigli: – O marinai,
Vele all'aure; la notte è scorsa omai. –
Passò sovra le terre, e lunge, intorno,
Ei gridò: – Vi destate, è presso il giorno. –
Susurrando sen corse alla foresta:
– Spiega la pompa di tue chiome a festa. –
Toccò all'augel le sonnacchiose piume:
– Svegliati e canta, com'è tuo costume. –
– E tu, gallo, che stai sul casolare,
Orsù, leva il tuo grido: il raggio appare. –
Vòlto alla messe, mormorò: – T'inchina,
E saluta il venir della mattina. –
Romoreggiò dell'alta torre in cima:
– E tu scotiti, o squilla, e l'ora intima. –
Dei morti sospirò sulla dimora:
– Pace: per voi non è il momento ancora! –
Dove il contrasto tra quel mattutino ravvivarsi della natura e la pace profonda di coloro per cui non è ancor giunto il momento, produce nell'anima un'impressione ineffabile.
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