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La pace nella morte, nella vita il trambusto e il dolore! Antica sentenza che sulle labbra del poeta orientale suonò con istrane parole: Meglio seduto che in piedi, meglio sdraiato che seduto, e meglio che sdraiato morto (Saadi). In ogni tempo, e sotto ogni plaga di cielo fu necessitosa e infelice la umana condizione, ma ond'è che i moderni n'hanno un sentimento più angoscioso e più amaro che non avesser gli antichi? Onde nasce in noi questo sconforto e quest'uggia della vita, quando la vita si vantaggia dei benefizii dell'incivilito costume, quando più fioriscono le utili industrie e le scienze trionfatrici della natura? Voi sentite come piena di lamento suona a questi dì la poesia, come le carte s'empion d'amaritudine. Gli è questo un vezzo, una foga di tempi imbizzarriti? Per qualche parte, io non nego che sia, ma quando il verso, ch'è la espirazione dell'anima, suona così disperato e lugubre, e' bisogna pur dire che nell'anime nostre una grande e profonda tristezza sia entrata. Il come e il perchè non mi è lecito ora d'andar rintracciando, ma gli è certo che l'umanità procedente più cose perde, cammin facendo, a cui non possono dar compenso adeguato, le molte più che viene acquistando, e ch'ella man mano che prende di sè più chiara coscienza, si sbaldanzisce e s'attrista come il fanciullo quando diventa uomo. E veramente credo che i sogni coloriti e leggiadri ond'eran piene le fantasie degli antichissimi padri nostri, ponendosi tra l'aspra realtà delle cose e le lor persone, come, starei per dire, una borra molle che alcuna parte copriva di quell'asprezza, dovessero allenire alquanto la vita, alquanto attenuar dovessero lo scontro violento de' casi e di tanto alleggerire e giocondare gli animi; dove noi, da gran pezza disillusi e fatti scienti del vero, da qual sia parte che ci volgiamo, troviamci sempre di fronte alla cruda, rigida, inesorabile necessità delle cose, nelle quali con tutta la violenza di questo viver nostro turbinoso e rapace andiamo a dar di cozzo ed a frangerci. Così dunque, noi, mentre abbiam di noi stessi acquistato più chiara coscienza, e quindi più propria e spiccata persona, abbiamo acquistato ancora una più retta cognizione delle necessità nostre, alle quali l'uom naturale e fantastico crede di potersi facilmente sottrarre (e qui nel credere è il beneficio) o con propria potenza, o con aiuti di virtù misteriose; e da questo contrasto del tendere a maggior libertà e del sentire più intera la schiavitù si genera negli animi nostri una vena inesauribile di amarezza. Ma una vena ancora di profonda e di sentita poesia; e poichè gli è il proprio della poesia di dare alle cose che la possan ricevere alcuna fantastica soavità e alcuna gentilezza, così noi veggiam nascere dentro di lei quello strano sentimento della voluttà del dolore, pel quale l'anima nostra trova non so che misterioso compiacimento a sentirsi stemperare in vaghe e confuse melanconie, a sentirsi convellere da sformati e incalzanti pensieri, a farsi spettatrice dei proprii interiori travagli. Notate particolar condizione di questo nuovo dolore; esso è a un tempo stesso e sentito e pensato. Gli antichi sentivano il dolore, noi moderni e lo sentiamo e lo pensiamo. Entrato così nel dominio della riflessione, il sentimento acquista alcuni caratteri del pensiero, e tende all'infinito: di qui in parte quello che fu già notato essere un principalissimo carattere della poesia de' tempi nostri, la tendenza all'infinito e al trascendente. Un altro carattere non meno importante, e di cui è qui il luogo di far menzione, si è l'intellettualismo, pel qual nome si vuol significare un certo abito dello spirito di far passare per lo intelletto e pel discorso della ragione tutti i fatti della vita interiore. Per quest'abito non più impressioni schiette e immediate, non più sentimenti semplici e di prima effusione, ma impressioni variamente elaborate e come tradotte nei processi della riflessione, sentimenti rinvolti nelle idee e compenetrati con esse. Gli è questo un vizio? una stortura del gusto? A chi delle cose guardi solo la superficie, e' parrà di poter dire facilmente e sicuramente così, ma chi vada più al fondo e chi tenga conto delle relazioni e delle necessità delle cose, s'appagherà di dire che tale è la condizione dello spirito umano in questi tempi presenti, e che non si possono senza parvificazione e senza errore chiamar vizii e storture le grandi variazioni della storia dell'umanità.
Questo sentimento del dolore è da spiriti diversi diversamente manifestato; e chi lo significa in forma di fastidio o di disperazione, e con espresso lamento; chi, tacendo di sè, lo dà a conoscere con lo studio ch'ei pone a narrare e a descrivere la sciagura o l'errore; chi lo mostra con voltarsi desiosamente indietro e con rimpiangere la condizione de' tempi andati. Confrontate l'uno con l'altro il Byron, il Leopardi, Alfredo de Musset, lo Shelley, l'Heine, per non discorrere di parecchi viventi, nostri e forestieri, e vedrete come in ciascuno questo sentimento del dolore prenda suo proprio e particolar carattere, aspro e pugnente nell'uno, pien d'un'amara rassegnazione nell'altro, disdegnoso e derisorio nel terzo. Fermatevi a paragonare più da presso, per esempio, il Byron ed il Leopardi. Spiriti di tempra quanto mai si possa diversa, eglino son travagliati dal medesimo male, la melanconia del secolo. Ma l'uno avendolo ricevuto da fuori, ne riversa fuori tutta l'amaritudine, obiettivizza il suo sentimento, e trascorrendo per le cose della creazione, riguardatore disdegnoso e imperterrito, fa cader sopr'esse le grandi ombre del suo pensiero, e le forza a prendere aspetto da lui; l'altro, a cui quel male fu nativo e congenito, non ha altro sentimento diretto salvo quello del proprio dolore, traverso il quale, passando, mal suo grado, e quasi senza ch'e' il sappia, le immagini delle cose gli si alterano e gli si disformano. E però la poesia del Byron è molto più varia e più ricca di temi che quella del Leopardi non sia. Dal cruccio di Caino all'orrore del carcere di Chillon, da Sardanapalo a Napoleone, essa si spande sempre nuova d'intonazioni e di aspetti per tutta la distesa de' tempi, e copre tutto il mondo della storia, e tutte suscita le voci delle cose naturali ed umane. Con mirabile fluidità passa dall'epica alla lirica, dalla lirica alla drammatica, e percorrendo tutti i toni dei sentimenti umani, freme di sdegno, sospira d'amore, piange, compiange e deride. La lira del Leopardi, per contrario, non ha che una nota, la nota del dolore; ma questa così profonda, così intensa, così incalzante che tale non l'hanno udita, nè forse l'udranno mai più gli orecchi umani. E il dolore è non solamente il principio della sua poesia, ma il principio ancora della sua filosofia. Le cose per tanto gli divengono intelligibili per quanto gli pare che si conformino alla legge del dolore ferrea ed universale; e però egli non intende l'opera della civiltà, che agli occhi suoi altro non è che un vano e puerile travaglio, e volendola considerare dal solo punto di veduta dell'eudemonismo, non intende quanto sia grande e maraviglioso questo secolare lavoro dell'uomo, che disdegnandosi quasi della sua condizion di creatura operata, si sforza di rifarsi in qualche modo con le mani sue proprie, e d'essere in qualche parte il proprio generatore. L'altre creature, il bruto e la pianta, s'appagano del modo come natura li fece, del posto ch'ella loro assegnò; l'uomo non se n'appaga, ma si trasforma, n'esce con trionfali fatiche, e s'afferma a sua volta operatore e creatore. In, questa tracotanza e in questo orgoglio addimostra l'uomo la sua eccellenza e la sua nobiltà.
Come questo sentimento del dolore, procedendo oltre, e poi consumandosi nel proprio tormento e nella propria amarezza, possa risolversi in una specie di attonita pace, in una tranquillità stemperata e figurata come di sogni fuggenti, in alcun che di simile, a quel nirvana, a cui, là, sulle rive del Gange, anela il meditabondo seguace del Budda, lo stesso Leopardi ve ne può porgere esempio. E lasciate che a tal proposito io vi ripeta que' pochi versi a cui egli pose titolo l'Infinito:
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa
siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e
mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio;
E il naufragar m'è dolce in questo mare.
E quegli altri più notevoli ancora della Vita Solitaria:
Talor m'assido in
solitaria parte,
Sovra un rialto, al margine d'un lago
Di taciturne piante incoronato.
Ivi, quando il
meriggio, in ciel si volve,
La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
Ed erba o foglia non si crolla al vento;
E non onda incresparsi, e non cicala
Strider, nè batter penna augello in ramo,
Nè farfalla ronzar, nè voce o moto
Da presso nè da lungi odi nè vedi.
Tien quelle rive altissima quiete;
Ond'io quasi me stesso e il mondo obbío
Sedendo immoto; e già mi par che sciolte
Giaccian le membra mie, nè spirto o senso
Più le commova, e lor quiete antica
Co' silenzi del loco si confonda.
Tali essendo, quali io mi sono argomentato di venir mostrando, i caratteri della poesia a' giorni nostri, non poteva fare che de' generi poetici uno non ve ne fosse più degli altri acconcio a riceverlo. Lo spirito poetico nostro è essenzialmente subbiettivo, e questa è la ragione perchè la musica, di tutte le arti la più subbiettiva, ed anche sino a un certo punto la più perfetta, per l'intima fusione del contenuto e della forma, ricevette in questo tempo sì mirabili e nuovi ampliamenti. Ora il genere lirico era, come ognun vede, il più proprio e il più acconcio a ricevere dentro di sè uno spirito così fatto. Più e più volte voi avrete udito mover lamento a taluni di questa presente preponderanza della lirica, e lagnarsi dello abbandono in cui l'epica giace, e dire che una sì fatta condizione di cose è chiaro argomento di poetica decadenza. Decadenza? e perchè? S'ei dicessero mutazione, direbbero cosa più giusta e più vera. Certo, fin che sia per durare questo stato presente degli spiriti, il mondo non vedrà più nascere nessuna grande epopea; più non si ripeterà il canto d'Omero, nè avran nuovi compagni i cicli epici del medio evo. Ma non per questo s'ha da accusar d'impotenza lo spirito moderno; le sue forze son anzi cresciute, e a convincersene basta vedere com'esso sia fatto capace d'intendere le cose per tempi e per carattere più remote; ma son mutati i suoi intendimenti, ma egli ha preso per rispetto alle cose una situazione nuova. L'epica è la poesia de' tempi primitivi e di barbarie, de’ popoli giovani, o rinascenti, dopo alcun grande smarrimento, a vita novella. Però voi trovate l'epopea nei primordii della nostra storia, e poi novamente nel medio evo, quando gli uomini di una gran parte di mondo ricominciano in qualche maniera la vita daccapo. In que' tempi di rozza semplicità, e di schietto ed ingenuo vivere, la coscienza umana è tutta vòlta alle cose esteriori, di cui con vivacità nativa e mirabile riceve le immagini e le impressioni; mentre i fatti della vita interiore non vi si riflettono se non in modo confuso e superficiale. Il canto poetico piglia naturalmente allora la forma della narrazione, e l'epopea nasce, l'epopea dove trovate il cielo e la terra, le cose naturali e le umane, gli eroi e i loro fatti, ma dove quella che da noi moderni si chiama l’analisi psicologica dell'uomo, non ha se non pochissima parte. Guardate come nelle epopee di origine popolare e spontanea son descritti gl'interiori movimenti dell'anima: il poeta ne mostra i segni esteriori e visibili, un pallor subitano, un aggrottar di ciglio, un atto della persona, e dice del suo eroe come lo sdegno l'agiti, o la pietà lo vinca, e come in quell'aspetto il sentimento si figuri e si manifesti; ma non va più addentro, ma non iscopre l'operar minuto dei pensieri e degli affetti nella sede lor propria, ma non sospetta nemmeno quell'arte mirabile de' moderni, e di cui ora forse alcun poco si abusa, di metter l'anime sotto gli occhi, e di mostrar come palpitin dentro, e come si movano. E ho detto nelle epopee di origine popolare e spontanea, perchè nelle artefatte e letterarie già di quell'arte si comincia a scoprir qualche principio, come, per esempio, nella Eneide, e principalmente nel bellissimo episodio di Didone. La lirica, dunque, che nasce come immediata effusione dell'animo, è la natural forma della nostra poesia, e che tale sia veramente, ve lo dimostra, nonchè altro, lo sterminato numero di poeti lirici, e molti eccellenti, che noi abbiamo avuto in questo secolo, e fra tutte le diversissime genti d'Europa. Se non che ella non solamente si è allargata nell'uso, ma si è allargata ancora nella significazione, e ha detto cose a cui prima d'ora non aveva pensato lo spirito umano. Dalla lirica di Pindaro e di Orazio a quella del Byron e dell'Heine qual differenza, e che accrescimenti! E chi sa che questa forma non sia sola destinata a sopravvivere delle tre che conobber gli antichi? Imperocchè anche la tragedia è morta, ed è giusto che sia, dappoichè il tragico s'è dileguato dalla nostra vita; e l'altre forme del dramma voi vedete che si son tanto accostate alla triviale realtà, che la poesia non ha più che fare con esse, come non ha più che fare col romanzo comune.
Un altro lamento voi udrete far di frequente sopra le condizioni in cui è venuta quella che più propriamente, si chiama arte dello scrivere. La forma è poco curata oggidì; le lingue si adulterano e si corrompono, lo stile si stempera in una disordinata e negligente esposizione, e i principii di libertà e di democrazia che movono tutta quanta ormai la vita pubblica, par ch'abbiano invaso lo stesso vocabolario e la stessa grammatica. Il guasto è visibile e grave in tutti ormai i paesi d'Europa, ma esso è per avventura maggiore appo noi, che, entrati di recente in un periodo di vita nuova, cerchiamo di appropriarci affrettatamente, e non senza qualche disordine, l'opre e il pensiero delle nazioni che di qualche tratto ci sorpassarono nelle vie della civiltà. Se non che ad un guasto sì fatto non s'arreca rimedio con mettere insieme vocabolarii di voci o barbare o errate, nè con dettar leggi e metter regole al dire e allo scrivere, nè con proporre esempii e modelli; imperocchè la forma non è un integumento o una veste del pensiero, che si possa mettere, levare o mutare, ma è la configurazione sua naturale, e nasce ad un parto con esso; e lo stile, prima d'essere delle parole e delle frasi, è delle idee. Ora lo scrivere sciamannato dei giorni nostri non è frutto soltanto di negligenza, ma nasce ancora necessariamente dalle particolari condizioni del pensiero ne' tempi presenti. Prendete ad esaminare, per un esempio, una ottava dell'Ariosto, e sia questa:
La stanza quadra e spazïosa pare
Una devota e venerabil chiesa,
Che su colonne alabastrine e rare
Con bella architettura era sospesa;
Sorgea nel mezzo un ben locato altare,
Ch'avea dinanzi una lampada accesa,
E questa di splendente e chiaro foco
Rendea gran lume all'uno e all'altro loco.
Voi rimanete maravigliati della regolarità architettonica della sua struttura, dell'equilibrio e della simmetria di tutte le sue parti. Quegli otto versi tutti interi e puliti si rizzano come otto colonne di duro e lucente marmo, e l'intera strofa vi si spiega dinanzi come il portico di un tempio greco. Voi sentite in quei versi quadrarsi la stanza, stendersi i palchi e posar sui pilastri. Se vi fate a considerar più da presso i due primi voi vi osserverete una simmetrica e figurata disposizione dei soggetti e dei predicati; nel primo verso un soggetto e due predicati, nel secondo due predicati e un soggetto; per cotal modo la forma regolare e simmetrica della chiesa si disegna nella strofa che la descrive. Qui la forma è congenita all'idea, e ne vien fuori un tutto armonico d'incomparabile bellezza. Se un moderno avesse avuto a descrivere in una strofa l'istesso obietto v'è a tener per sicuro che, anche se pari all'Ariosto nell'arte della versificazione, e' non l'avrebbe fatto a quel modo. Un moderno non riesce più a profondarsi così nell'obietto della descrizione, chè i moti dell'animo suo vi si smarriscano dentro; egli avrebbe rotta la naturale figurazione e dell'oggetto e della strofa per metterne le singole parti e i singoli momenti in qualche relazione più intima e più significativa con le sue idee e coi suoi sentimenti. La descrizione lirica si distingue dalla descrizione epica per un singolare processo di elezione: essa riordina gli elementi della realtà obiettiva in una configurazione affettiva ed interna, e li dispone secondo che li vien traendo fuori una secreta affinità coi moti dell'anima nostra. La coscienza è troppo agitata e troppo turbata in noi, perchè il pensiero prima, e poscia la parola, ne possano sgorgare in forma elegante e corretta. Il periodo ci si spezza sotto la penna, come nella mente ci si spezza il pensiero per alcun moto improvviso, per alcun subitano ricorrimento d'idee. Un pensier tormentato ed instabile non può più trovar luogo negli incorniciati e scompartiti schemi del vecchio stile rettorico. E però voi vedete, come si tenda a scrivere ormai per simbolismi e per formole; come il periodo si frange, e si sminuzza, e diventa quasi un puro segno ideografico. Basterà ch'io vi citi a questo proposito l'esempio di un grande scrittore vivente, Vittore Hugo. A questo male, ripeto, non si ripara co' precetti della grammatica, nè con quelli della retorica: il male vien dal fondo dello spirito nostro, e dal fondo similmente egli è mestieri che venga il rimedio. Lasciate a' tempi far l'opera loro: forse da qui a non molto lo spirito umano di bel nuovo si adagerà nel riconoscimento e nella quiete di alcune idee universali e sostentatrici; e cesseranno allora questi vacillamenti nostri, e racquisteremo la serenità perduta, e il pensiero poetico naturalmente genererà e il linguaggio e lo stile. Sì, o signori, il pensiero poetico, il quale non è morto, come pare a taluni, ma penetra ed agita dentro questi tempi laboriosi, ma vive in ciascuno di noi, e vivrà, credo, per sin che l'uomo si senta diverso dalle cose della natura, e in lotta con esse,
e insin
che il sole
Risplenderà sulle sciagure umane.
La poesia non muore nel mondo; essa passa di generazione in generazione, e d'una in un'altra età, allargandosi e restringendosi, ma non muore; muta forma, e tempra e carattere, ma non muore; pari a quella fiaccola immortale della vita, che di mano in mano si trasmettono le vergini alate della favola.
Signori, a ben giudicare dello spirito dei tempi passati egli è d'uopo avere alcuna chiara nozione dello spirito de' tempi proprii; e gli è per ciò che io v'ho intrattenuti di questo argomento. Ho io mestieri di dirvi ora che una profonda emozione mi occupa l'anima nel salire questa cattedra, dove tanti illustri mi precedettero? Come potrò io farmi non indegno continuatore dell'opere loro? come potrò io supplire a quella dell'uomo insigne che regge di presente le cose della Pubblica Istruzione nel nostro paese? E dico nostro, o signori, perchè questa Italia è anche mia, ed io non avrei ardito di prendere tale ufficio, se non fossi più italiano che il mio nome non suona, se tutto anzi non fossi italiano, per lingua, per studii, per affetti. Io ebbi appena tempo di conoscere l'uomo onorando per virtù e per dottrina, che la morte ha pur testè rapito a questo Ateneo, e a voi, o giovani studiosi. Non ci si contenda il giusto e doveroso compianto, ma rendiamogli più degno tributo con imitarne gli esempii. Questo onore si compete ai partiti; noi superstiti serriamo le file, come buoni soldati in sul campo, e continuiamo, ciascuno per la parte nostra, e secondo che ci aiutan le forze, l'opera grande e misteriosa della umanità.
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