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LA LIBIA ITALIANA IN GENERALE (Tripolitania e Cirenaica in largo senso) II. La guerra italo-turca e sue caratteristiche. |
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II. La guerra italo-turca e sue caratteristiche.
Sommario. — Poca feracità della Libia, in generale. — Diritti dell’Italia sulla Libia, rispetto alle altre potenze. — L’annessione della Libia al Regno d’Italia, sanzionata dai due rami del Parlamento. — Criteri dell’azione militare italiana nella Libia: imperfetta conoscenza, nelle autorità dirigenti, del carattere degli abitanti, della forza di resistenza dei Turchi, della cartografia del paese da conquistare. — La nostra azione navale nell’Egeo. — Il contrabbando di guerra alle frontiere della Tunisia e dell’Egitto. — Presenti conquiste litoranee: il nostro futuro dominio nell’interno.
La Libia, per quanto sinora ne conosciamo, è certamente la regione dell’Africa nord, limitata dal Mediterraneo, meno ferace e suscettibile di miglioramento economico, mancante di buoni approdi, scarsa di larghi spazi coltivati e di ricchezze minerarie; è forse per ciò che attirò più tardi delle altre l’attenzione delle potenze europee, lasciando che, prima di essa, gli stati vassalli della Turchia, Algeria e Tunisia, cadessero nelle mani della Francia e l’Egitto sotto il protettorato (chiamiamolo pure così) della Gran Brettagna, lo stato indipendente del Marocco essendo conteso tra Francia e Spagna. Per accordi internazionali e quale compenso al nostro paese per non aver intralciato le anzidette conquiste ed intromissioni dirette di potenze più oculate, la Tripolitania venne considerata come posta nella sfera d’influenza italiana od almeno all’Italia, era da molti Stati riconosciuto una specie di diritto di prelazione pel caso in cui quella parte d’Africa dovesse mutare nell’ordinamento politico od amministrativo.
Gl’ingiusti trattamenti ed i soprusi ai quali gli Italiani specialmente vennero fatti segno negli ultimi lustri persuasero finalmente il nostro Governo ad intervenire nella Tripolitania, ove avremmo già dovuto impiantarci sin da quando la Tunisia fu perduta per insipienza dei nostri reggitori: la nostra posizione nel Mediterraneo c’imponeva di non permettere che un’altra nazione occupasse quelle residue plaghe della Libia, ove gli antichi Romani avevano stampato così grandi orme della civiltà. E ciò sarebbe certamente accaduto, a scadenza più o meno breve, se la nostra azione militare, pei punti principali della costa, non si fosse svolta in modo improvviso e se, ad onta della conquista ed occupazione definitiva di così poco territorio, non fosse stato emesso il decreto d’annessione, accolto con entusiasmo da tutta la nazione e sanzionato poi con slancio mirabile dai due rami di Parlamento.
Non è qui il caso di entrare nel merito delle nostre operazioni militari, sia nella Libia, come nel l’Egeo, tanto più che non sono a nostra disposizione tutt’i documenti che vi si riferiscono, nè passiamo prevedere quando la guerra sarà finita e quali conseguenze finali essa arrecherà: pur plaudendo al valore delle nostre truppe di terra e di mare, all’eroismo di quanti versarono il loro sangue per la grandezza della patria, alla fusione di tutti gl’Italiani in un solo partito, quello della fede nella bandiera nazionale, ci tocca mostrare il nostro rincrescimento che i capi della grande impresa non abbiano avuto un’idea più esatta di quanto si era fatto per la conoscenza geografica, ed in ispecie cartografica, dei paesi africani ove dovevano cimentarsi le nostre armi, dei popoli che li abitano. Inoltre coloro che prepararono la spedizione non avevano letto — o almeno non letto con profitto — le opere principali che trattavano della Tripolitania, non possedevano un giusto concetto del carattere, della psicologia delle popolazioni che l’Italia sperava di annettersi quasi senza colpo ferire. L’opera stessa del Rohlfs, alla cui seconda edizione italiana queste nostre pagine servono di proemio, quel volume così denso di notizie, di riflessioni, frutto dell’esperienza acquistatasi dall’illustre esploratore in quasi cinque lustri di contatto coll’Africa, non doveva essere stata letta, nè nell’edizione tedesca, nè nella prima italiana, altrimenti coloro che erano al comando delle nostre truppe non avrebbero fatto tanta fidanza sul carattere dei popoli della Libia, che hanno per lo più conservato quelle attitudini alla malvagità, alla malafede e ladroneccio, che già loro riconobbero gli antichi, da Erodoto a Tacito, a Plinio, che sperimentarono Cornelio Balbo ed altri conquistatori diciannove secoli prima di noi.
Le operazioni guerresche hanno altresì dimostrato che il nemico che abbiamo di fronte non è senza valore, e che la sua organizzazione militare non è poi così difettosa come generalmente si crede: ignoriamo esattamente quale sia il numero dei Turchi combattenti nella Libia, e degli Arabi indigeni da essi assoldati o costretti alla pugna; è un fatto però che tali forze nemiche, certamente minori come effettivo delle nostre, non sono mai dome e ci dànno continue molestie, preparandoci numerose sorprese, obbligandoci a tenere sul piede di guerra numerose truppe di terra e di mare, con grave dispendio e, ciò che più monta, con continuo spargimento di tanto sangue generoso. Se la nostra azione nell’Egeo s’intensificherà di più e se le altre Potenze, ingelosite dai nostri successi in quegli altri paraggi, non s’intrometteranno per obbligare la Turchia a venire a patti con noi — ciò che non dovremmo certamente accettare che col riconoscimento della nostra completa sovranità della Libia — la nostra azione militare nella Libia continuerà ad essere una guerra coloniale, di quelle guerre che tante altre nazioni colonizzatrici ben conoscono.
Una diminuzione della resistenza turca s’incomincia ad ottenere coll’occupazione effettiva di luoghi della Tripolitania confinanti colla Tunisia, dalla quale si faceva così largo contrabbando di guerra a profitto dei nostri nemici; quando la sorveglianza alle due frontiere, la tunisina e l’egiziana, avrà assunto il vero carattere che deve avere — e che io consigliai ripetutamente — allora soltanto potrà poco a poco consumarsi la forza di resistenza dei Turchi, ai quali sarà precluso, tanto dal mare come dalla terra, ogni rifornimento di uomini, di materiale guerresco, di viveri, di denaro.
A pace conclusa, rimarrà poi sempre ancora il grave problema di stabilire il nostro dominio nell’interno e di istaurare un’êra di sicurezza per la vita degl’individui e per l’ incolumità delle vie di comunicazione, il che non potrà farsi che gradatamente rendendosi bene edotti delle condizioni sociali dei paesi annessi. Allora soltanto quella corrente migratoria od espansione degl’Italiani nella Libia — sognata da tante persone — potrà aver luogo, ma credo, pur troppo, non sarà tale da soddisfare tutti coloro che si lasciarono ingannare da tanti miraggi messi imprudentemente in vista per giustificare, anche dal lato economico, l’impresa attuale, che, secondo me, è già pienamente giustificata dal punto di vista della nostra posizione politica nel Mediterraneo.