Gerhard Rohlfs
Tripolitania

LA LIBIA ITALIANA IN GENERALE (Tripolitania e Cirenaica in largo senso)

III. Il valore economico della Tripolitania.

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III. Il valore economico della Tripolitania.

Sommario. — Estensione del Sahara. — La Tripolitania propriamente detta, ove alligna l’ulivo. — La Cirenaica, parte più amena e fertile della Berberia. — Le steppe desertiche e la regione Sirtica. — Le oasi, loro area e produttività. — Proporzione dei terreni fertili o suscettibili di coltura e del deserto nella Libia. — Giacimenti minerali. — Miniere di zolfo, saline, soda carbonata. — Supposti banchi di fosfato. — Materiali da costruzione. — Geologia della Libia. — Le sabbie litoranee dal punto di vista agrario.

Rimanendo in questo argomento della valutazione della parte della Libia suscettibile di coltura o di produzione agricola, di sfruttamento minerario, di commercio, riprodurrò in gran parte quanto avevo scritto otto mesi prima nel mio citato lavoro «il valore della Tripolitania». Le cose dette allora non hanno subito molti mutamenti, giacchè, a mio parere, la presa di possesso effettivo per parte nostra, per ora così limitata, non ha portato alcun nuovo elemento essenziale per la conoscenza delle regioni interne.

Circa un trentennio fa, occupandomi in modo speciale del Sahara 8, non mi peritavo di estenderlo sino alla base meridionale dell'Atlante ed al Mediterraneo dalla Piccola Sirte o golfo di Gabes alla valle del Nilo, escludendo soltanto l’altopiano della Cirenaica o di Barca, ma includendovi tutto il rimanente della Tripolitania in largo senso. Da quel tempo le mie idee si sono di poco modificate, inclinando ora soltanto ad escludere ancora dal Gran Deserto quella parte della Tripolitania propriamente detta ove alligna con intensità l’olivo, sia o no coltivato con cura, cioè il versante mediterraneo ad oriente di Misrata, compreso il margine dell’altopiano interno, sino a circa 32° 10' latit. N., margine costituito dai monti Nefûsa, Ghuriân, Tarhûna 9 e loro propaggini più orientali. L’estensione di tale territorio si può valutare a circa 37.000 chilometri quadrati, coll’avvertenza però che appena la metà sembra per ora suscettibile di coltura, giacchè larghi tratti litoranei sono occupati da sabbie ed altri spazi interni costituiti da calcari nudi e senz’acqua, le une e gli altri dando spesso al paese l'apparenza di un deserto seminato di oasi. Aggiungiamo che in tale territorio l'ulivo non è la sola pianta di reddito, ma forse rende ancor più di esso la palma dattilifera, e vi sono pur il fico, il pesco, il melagrano, il mandorlo, come vi allignano cereali, agrumi, ortaggi, cotone, lino, canape, tabacco, ricino, ed in genere tutte le produzioni dell’opposta riva mediterraneaaggiungendovi lo sparto od alfa (stipa tenacissirna), «bechna» degli indigeni, graminacea che forma oggetto di notevole esportazione.

Dalla sponda opposta della Gran Sirte si protende verso oriente la Cirenaica, in forma di altopiano di circa 400 metri di elevazione media: può dirsi quasi un’isola montuosa, circondata per tre lati dal mare, verso il quale scende con pareti piuttosto scoscese, mentre a sud degrada verso le steppe desertiche pianeggianti per mezzo di scalee o terrazzi. A detta di tutti, per la fertilità del suolo, la varietà dei prodotti, è la parte più amena e fertile della Berberia, avendo comuni molti caratteri colla Sicilia. Il suo aspetto verdeggiante, dovuto alle verdi praterie ed alle foreste di conifere, ha bene meritato alla sua parte più elevata il nome, datogli dagli Arabi, di Gebel el-Achdar, cioè «Monte Verde». Come appendice della Cirenaica possiamo aggiungere una striscia litoranea (di circa 40 chilometri di larghezza) dell’altopiano della Marmarica, caratterizzata dall’abbondanza dei pascoli e dall’allevamento del bestiame, quantunque non vi manchino i cereali. Secondo i miei calcoli planimetrici, l’area coltivata o passibile di coltura, per la Cirenaica e la Marmarica, può giungere a circa 26.000 chilometri quadrati, a un dipresso come la superficie della Sicilia, o al massimo a 36.000 chilometri quadrati, accludendovi altre terre più magre, ma ancora suscettibili di produzioni agricole meno attive.

Escluse queste propaggini nordiche, che hanno per lo più clima e flora del tipo mediterraneo 10, il rimanente della Tripolitania in largo senso si deve ascrivere al Sahara, distinguendovi però le steppe desertiche, gli altopiani aridi e petrosi (siano Hammada o Sserir) e le dune di sabbie mobili, con interruzioni di paludi o stagni salsi, di oasi fertili, di pozzi o sorgenti.

La regione Sirtica, compresa tra la costa importuosa e malsana della Gran Sirte ed un ciglio montano o catena a circa 250 chilometri a sud, detta Gebel es-Soda od Harugi-Assôd (cioè Montagne Nere) è quasi per metà una steppa desertica, pianeggiante, pressochè improduttiva, salvo al piede degli anzidetti monti, ove giacciono parecchie oasi, fra cui Giofra, Zella, Abu Naim e, più presso al litorale, Bu-Ngeim (la quale ultima, amministrativamente, appartiene al Fezzân). La zona delle steppe sahariane si prolunga ai due lati della Sirte, verso oriente dal 30° grado parallelo nord sino agli anzidetti altopiani fertili della Cirenaica e Marmarica, ad occidente tra l’Uadi Semsen ed il Gebel di Tripoli, protraendosi verso nord-ovest sino alla Tunisia. L’area totale di queste steppe nordiche del gran deserto è da me calcolata ad oltre 310.000 chilom. q., cifra che può salire a circa 330.000 chilom. q., quando v’includiamo la metà dell’anzidetta zona mediterranea di Tripoli, cioè quella parte che per ora è improduttiva.

Fra le zone produttive debbono poi calcolarsi le oasi, diverse per estensione e feracità, nelle quali sono curate specialmente le palme datterifere, che sono assai redditizie, in quei luoghi ove il sottosuolo è ricco di acqua. Del resto, praticando dei pozzi artesiani, che hanno fatto così buona prova nelle oasi dell’Algeria e della Tunisia, si potrebbero migliorare assai le condizioni delle oasi tripoline od anche eventualmente moltiplicarle 11.

I calcoli planimetrici istituiti per valutare l’area di tali oasi danno dei risultati incerti, e ad ogni modo debbono accettarsi con beneficio d’inventario, per difetto di rilevamenti topografici esatti ed anche perchè gran parte della Tripolitania e dipendenze è ancora inesplorata; si può dire che l’estimo della superficie delle oasi diminuisce a misura che si adoperano carte a grandi scale: ciò che sembra un paradosso, corrisponde invece alla realtà, giacchè i segni convenzionali usati per rappresentare le oasi sono quasi i medesimi per le carte a grande ed a piccola scala, per modo che un’oasi di pochi chilometri quadrati di superficie figura sulle carte usuali della Tripolitania (a scale che variano, in genere, da 1:2.000.000 ad 1:10.000.000) come se avesse in realtà un’area dieci o venti volte maggiore e la vicinanza di più oasi, figurata sulle carte a piccola scala, l'apparenza di una estesa regione fertile, contrariamente al vero. Le oasi più grandi, come il gruppo di Kufra, Giofra, Murzuk, Ghat, Tegerri, Ghadames ed altre, non consistono soltanto di terreno fertile, ma hanno pure larghi spazi aridi ed improduttivi: per es. nell’oasi di Giofra (capoluogo Sokna), su 2000 chilom. q. di superficie appena la ventesima parte può dirsi terreno coltivabile, secondo il Rohlfs 12.

Mettendo innanzi una cifra di 30.000 chilom. q. per l’area del terreno produttivo di tutte le oasi della Tripolitania e dipendenze 13, credo ancora di largheggiare; anzi sarei piuttosto propenso ad adottare la metà di quel valore, ben inteso facendo astrazione dalla Cirenaica e Marmarica e dall’altra zona mediterranea adiacente a Tripoli già menzionate.

Per tal modo, riassumendo quanto sono andato dicendo su questo argomento d’interesse vitale per la nostra nuova colonia, opinerei, in base alle attuali cognizioni, che soltanto 1/30 della sua area totale potesse dirsi terreno fertile (a un dipresso come la Sicilia e la Sardegna prese assieme), ed un altro trentesimo sia atto a produrre, quando vi s’introduca coltura razionale; e che la maggior parte della Tripolitania sia deserto improduttivo, diviso tra steppe desertiche e sabbie mobili, ove s’incontrano talvolta magri pascoli, e deserto petroso e ciottoloso, spesso di desolante uniformità e di difficile percorso 14.

Un altro cespite di ricchezza relativa dev’essere dato dai giacimenti minerali; ma le osservazioni fatte sinora da veri specialisti concernono regioni troppo limitate, perchè se ne possa dedurre qualche cosa di realmente positivo. Intanto è accertato che la regione Sirtica ha dovizia di zolfo, come lo prova anche lo stesso nome di Giun el-Kebrit (cioè «Golfo dello zolfo») dato dagli Arabi alla Gran Sirte; i giacimenti s’incontrano tanto sul litorale come nell’interno, specialmente dal lato orientale; come è detto nel capitolo VIII della presente opera, lo Stecker visitò appunto (nel marzo 1879) presso Abu Naim delle miniere di zolfo, che sembrano importanti.

Ancora nella Sirtica, ma poi specialmente nella zona litoranea adiacente alla Tunisia e nel Gebel di Tripoli si parla di ricchi banchi di fosfati 15, quantunque anche su ciò manchino dati positivi atti a persuaderci che l’importanza di essi sia paragonabile a quelli della vicina colonia francese. Un esempio della prudenza da adoperarsi nell'accogliere informazioni di tale ordine di fatti lo abbiamo nel recente viaggio del noto geologo francese Pervinquière, il quale, studiando il tracciato della nuova frontiera fra Tripolitania e Tunisia, trovò che i famosi depositi di nitrati di Zar, sul cui sfruttamento si erano fondate tante speranze, consistevano semplicemente in gesso con una miscela di cristalli di calcite.

Le saline di Bengasi potranno dare un reddito maggiore 16 quando siano bene organizzate, altre si potranno sfruttare in diversi punti della costa, e si parla pure di giacimenti di salgemma.

Notevole anche la quantità di soda carbonata (natron) nei laghetti salmastri della Sirte interna e del Fezzân. Quanto ai giacimenti di ferro, piombo, zinco, stagno, antimonio, oro e argento e pietre preziose di cui taluno ha voluto parlare, aspetteremo a discorrerne quando se ne saranno raccolti ed esaminati dei campioni. Ed a coloro che si confortano in quelle idee, dicendo che gli antichi facevano commercio di oro, argento e pietre preziose nella Cirenaica, rispondiamo che quelle materie potevano provenire da paesi posti più a mezzogiorno, donde erano trasportati attraverso al gran deserto per mezzo delle carovane.

Le formazioni prevalentemente cretacee della Tripolitania propria 17 e della zona montuosa della Cirenaica, come pure le arenarie del Barca, in generale devono fornire buoni materiali da costruzioni, anzi dalle cave di Gargaresh, situate a 7 chilometri verso occidente da Tripoli, si estraggono già dei materiali abbondanti, che servono per lavori che si stanno attuando pel miglioramento del porto medesimo di Tripoli. Ed è pure probabile che in quelle regioni calcaree s’incontrino anche di quelle cave di marmi africani, che servirono alle decorazioni di molti monumenti e palazzi dell’antica Roma. Del resto la geologia di quella vasta regione dell’Africa è per ora appena iniziata, sapendosi soltanto che vi s’incontrano anche altre formazioni e cioè: le alluvioni quaternarie sul litorale, e nelle regioni interne quei terreni sahariani di formazione recente, del quaternario antico o piuttosto pliocene, occupanti quasi la metà della superficie del Sahara e che il Rolland (ed io con esso) nega siano di origine marina; le formazioni vulcaniche pure recenti, come i vulcani spenti a crateri, ancora ben conservati e formanti coni isolati e vette nel Gebel attorno a Tripoli (monti Nefûsa, Ghuriân, Tarhûna), i basalti, le lave, le rocce pirogene della lunga catena del Gebel es-Soda (continuata dall’Harugi-Assôd), che per la sua origine ignea ha meritato appunto il suo nome di Montagna Nera; e più a mezzogiorno terreni devoniani (negli Hammada e Tassili), graniti, gneiss, micascisti e forse anche rocce arcaiche. I terreni terziari formano in prevalenza i bassopiani del Barca e quegli altri che si estendono verso oriente sino all’Egitto.

Riguardo alle sabbie della zona litoranea della Tripolitania propria ed al cosidetto «deserto» attorno a Tripoli, è d’uopo osservare, dal punto di vista agrario, come solo forse in minima parte esse siano di origine marina, mentre invece sono in maggior parte suscettibili di coltura, giacchè, irrigate e coltivate, possono divenire fertilissime, contenendo tutti gli elementi necessari alla vita della pianta, cioè una proporzione notevole di calcare. Come fa osservare fra gli altri, il Vinassa de Regny 18, l’oasi tripolina e le piccole oasi vicine ad essa, alcune delle quali nate da pochi anni per merito di intelligenti agricoltori, sono dei lembi di Sicilia trasportati in Africa: le sabbie, in apparenza desolate, si prestano al più piccolo sforzo di coltivazione, quando non manchi l’acqua necessaria; questa, in generale, vi è relativamente abbondante. Anche abbastanza facile è la difesa degli agricoltori contro la duna mobile, potendo neutralizzarla per mezzo di murelli, perpendicolari alla direzione del vento, che si costruiscono semplicemente con sabbia impastata di acqua, ottenendo in breve tempo un crostone assai solido. Naturalmente ove sono dune assai elevate, non sarebbe impresa utile, facile, lo spianamento e la coltivazione, ed esse dovrebbero semplicemente essere rimboschite. I parecchi agronomi che visitarono di recente i punti della costa della Libia occupati dalle nostre armi, concordano nel ritenere, che i terreni esaminati abbiano composizione chimica adatta anche per colture intese; ma ciò non contrasta affatto colle idee da me espresse in addietro intorno al valore della Tripolitania e qui ribadite, giacchè i terreni in discorso sono compresi in quelle medesime aree da me dichiarate passibili di coltura o già in parte coltivate, mentre sarebbe grave errore voler estendere tale concetto a tutta la Libia, la quale in maggior parte è costituita da regioni disadatte alla cultura e che tali erano pur state riconosciute dagli antichi Romani — come ne fanno fede le descrizioni e le notizie lasciateci dagli autori antichi.

 





8              Prof. Guido Cora, Il Sahara, appunti e considerazioni di geografia fisica (Roma, 1882, estr. dal «Bollett. d. Soc. Geog. Ital.»); Il vero SaharaNuova Antologia», 1 novembre 1881).



9              Debbo però avvertire che l’ulivo alligna pure in altri luoghi della Tripolitania, come ad es. nell’oasi dei Beni Ulid e di Misda (nel bacino dell’Uadi Sofegin, un po’ più a sud della regione tripolina di maggior coltura), ed in quella di Tessâua, nel Fezzân, a 50 chilometri verso ovest da Murzuk.



10             Mentre tutti concordano nel ritenere che la flora ed il clima della Cirenaica siano del tipo mediterraneo, molti autori ritengono invece che ciò non si possa dire per la regione adiacente a Tripoli, in ispecie riguardo alla flora



11             Non bisogna però illudersi che in qualsiasi luogo della Libia si possano raggiungere facilmente le acque artesiane praticando perforazioni nel suolo e neppure che l’acqua che si rinviene sia sempre potabile od adatta a certe irrigazioni. La perforazione eseguita nel 1910 nell’oasi di Tripoli dalla ditta Leclercq et C.le di Tunisi, abbandonata a 217 metri di profondità senza raggiungere l’acqua, e quella in pari data eseguita a Bengasi pel Conto del Banco di Roma, interrotta per lo stesso motivo, ci ammaestrano come in alcuni luoghi dei nostri nuovi possessi i pozzi artesiani debbano avere parecchie centinaia di metri di profondità per raggiungere strati acquiferi, ed ancora alcune volte si rinvengono acque poco o punto utilizzabili a cagione della loro ricchezza in sali di magnesio.



12             V. Capitolo VII della relazione del Rohlfs, nel presente volume.



13             Nella mia citata memoria «Il valore della Tripolitania», avevo messo innanzi la cifra di 20.000 chilometri q. per l’area del terreno produttivo di tutte le oasi della Tripolitania; ha creduto bene di aumentarla sino a 30.000, considerando che Kufra comprende parecchie oasi, ove la vegetazione, secondo Rohlfs e Stecker occupa una vasta superficie — quantunque la parte realmente esplorata dai due viaggiatori sia ben poca rispetto a quella inesplorata



14             Nella sua relazione, Il vilayet di Tripoli di Barberia nell’anno 1902 Bollettino del Ministero degli affari Esteri », novembre 1904), A. MEDANA, già R. Console generale in Tripoli, sulla superficie di circa 971.560 Km. q. da lui accettata pel vilaiet, assegnava 388.620 Km. q. all’area suscettibile di coltivazione; la parte realmente coltivata di questa la faceva risalire a Km. q. 58.293. Menziono queste cifre a titolo di curiosità, soltanto perché riportate in molte pubblicazioni recenti, non perché riconosca loro un valore effettivo: il Medana non cita le fonti di cui si è servito, egli, che io sappia, non ha eseguito esplorazioni considerevoli in quelle regioni, perciò quei suoi dati non possono accettarsi alla leggera, pur riconoscendo che nella sua relazione vi sono delle notizie assai pregevoli



15             Il primo forse a segnalare la presenza di fosfati nella Tripolitania, come continuazione di quelli della Tunisia, sarebbe stato il Rohlfs, in un rapporto riservato (da Francoforte s. M., 18 luglio 1894) indirizzato a Francesco Crispi, per tramite del cap. M. Camperio, rapporto pubblicato nel settembre 1911 dalla «Ragione» e riprodotto da altri fogli. Senza fermarmi sul valore di quel documento, la cui completa autenticità fu messa da taluni in dubbio, aggiungerò che notizie più specifiche intorno ai fosfati furono date dal prof. Paolo Vinassa de Regny (in una intervista col «Giornale d’italia») e dal dott. Salvatore Giannò (in un rapporto indirizzato alla Società di Esplorazioni Geografiche e Commerciali di Milano, e pubblicato nell’«Esplorazione commerciale» dell’ottobre 1911, ma venuto in luce prima nel «Giornale di Sicilia»). Entrambi furono in missione in Tripolitania nel 1902, meditandosi già in quell’anno un’occupazione militare del paese: il Vinassa rivendica a stesso la prima segnalazione di quei fosfati ed il Giannò osserva che la formazione dei medesimi risale all’eocene inferiore, trovandosi dei banchi fosfatici tanto nel litorale ad ovest di Tripoli, come più al sud nel Gebel, e quindi avrebbero sempre spessore superiore ad un metro ed in condizioni stratigrafiche assai semplici. Anche le poche notizie pubblicate dai giornali quotidiani intorno ai risultati della missione mineralogica Sanfilippo Sforza, inviata nell’interno della Tripolitania dal Banco di Roma (e tuttora prigioniera dei Turchi, in seguito alla guerra) accennano all’esistenza di ricchi depositi di fosfati, che si estenderebbero per diecine e diecine di chilometri (!?) — quantunque poi il conte Michele Sforza (in un suo rapporto preliminare da Misrata, 10 luglio 1911) aggiunga di aver «poco potuto accertare», causa le grandi contrarietà che hanno sempre accompagnato la missione per opera dell’ufficiale turco messo a capo della scorta.

                   È quindi probabile che esistano in quei luoghi dei fosfati utilizzabili: per giudicare però della loro entità, attenderemo che quegli egregi esploratori ci abbiano fornito in proposito notizie tecniche più circostanziate



16             Le saline di Bengasi davano sin qui un reddito annuo medio di L. 650.000 circa.



17             Lo Sforza nel citato documento scrive che «la formazione del Gebel tripolino appartiene generalmente all’epoca terziaria, come quella del sud tunisino; ha la stessa origine sedimentare, vi si riscontrano in generale gli stessi caratteri, con sviluppo maggiore e più completo di depositi lagunari miocenici». Ciò è in opposizione con quanto osservò l’ing. delle miniere francese G. Rolland, il quale, nelle sue esplorazioni geologiche, idrologiche e meteorologiche nel Sahara, nel 1880 ed anni seguenti, constatò che le regioni montuose adiacenti a Tripoli, e così pure l’Hammada el-Homra (cioè lo Hammada rosso) più a sud (terribile altopiano deserto petroso), appartengono all’epoca secondaria, cioè al cretaceo medio nei monti Tarhûna e al cretaceo superiore nei Ghuriân e Nefâsa, pur notandovi vulcani spenti a crateri nei Ghuriân medesimi. Le osservazioni del Rolland collimano con quelle precedenti dei maggiori esploratori della Tripolitania, come Barth, Overweg, Duveyrier, Rohlfs, Nachtigal e altri. Anche il Vinassa de Regny, nella zona litoranea da lui visitata, tra Lebda e Tripoli, non potè rinvenire terreni terziari.



18             Nella Tripolitania settentrionaleBollettino d. Soc. Geogr. Ital.», ottobre 1905, pp. 767-768).



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