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Sommario. — Caratteristiche generali della Libia. — Bontà del clima. — Scarsità di acque correnti e piovane; mezzi per trattenerle. — Insegnamenti che ci fornisce la colonizzazione degli antichi Romani. — Adattamento degl’Italiani alla colonizzazione dell’Africa settentrionale. — Emigrazione da dirigersi verso la Libia. — La guerra e la pace.
Non è mia intenzione di estendermi più oltre su questo argomento. Mi è parso però opportuno, nel momento attuale, di far precedere, alla nuova edizione italiana dell’importante opera del Rohlfs, alcune considerazioni generali sulla Libia, esposte in modo imparziale, tenendo conto di quanto sin qui si è fatto e studiato da altri, e della mia propria esperienza sui luoghi e nei rapporti con tante persone. Ripetendo ciò che ho già detto, la conquista della Libia vale la spesa dei mezzi che v’impieghiamo; non è una delle migliori parti dell’Africa, è anzi la meno fruttifera dell’estremo settentrione, ma può essere portata in condizioni migliori, quando la sua colonizzazione proceda con oculatezza.
Ad eccezione della regione prossima a Tripoli, fra il Gebel ed il Mediterraneo, della Cirenaica e d’una modesta parte della Marmarica, il vastissimo territorio, dei cui sbocchi marittimi ci siamo resi padroni, è parte del Sahara e delle svariate forme del gran deserto ha tutte le caratteristiche — cioè mancanza di larghe zone coltivabili o di popolamento, difetto di acque correnti (non vi sono che pochi ruscelli perenni e scarsi fiumi temporanei, mentre gli altri alvei fluviali, gli Uadi o Uidian degli Arabi, sono a secco, pur avendo spesso acqua nel sottosuolo), non grandi ricchezze minerali (almeno per quel poco che ne sappiamo); è un paese pressochè nuovo per la civiltà e quasi tutto vi è da instaurare, incominciando dagli approdi per mare e dalle strade su terra. Speriamo che la rigenerazione del paese si possa ottenere gradatamente, con prudenza, senza troppa burocrazia e coll’esame attento delle condizioni naturali del paese e degli abitanti e dei loro bisogni.
Un buon coefficiente l’abbiamo nel clima, che è generalmente ottimo — come lo è quello di tutto il Sahara fatta eccezione per limitate zone paludose, malariche, sul litorale ed in alcuni bacini interni (come, ad es., a Murzuk, capoluogo del Fezzân), condizioni di clima che sono rimaste a un dipresso le medesime, checchè si sia detto in contrario 21, sin dall’inizio dell’epoca storica: così abbiamo prove come due millenni or sono facessero ugualmente difetto le acque correnti e fossero scarse le piogge, al che i Romani, che possedevano pure la Libia, avevano rimediato colla costruzione di argini e dighe, cisterne e pozzi per trattenere le acque piovane, opere mirabili per solidità di costruzione, di cui si scorgono ancora molti e duraturi avanzi, che in parte sarebbero utilizzabili. E come i Romani avevano intensificato la loro colonizzazione nelle anzidette più fruttifere regioni dalla Tripolitania propria e della Cirenaica, nonchè nelle oasi, così anche a noi converrà seguire, a misura che le circostanze lo permetteranno, le loro orme; del resto è provato che di tutte le stirpi europee, l’italiana è la più adatta per acclimatarsi nell’Africa settentrionale, come lo provano i molti connazionali stabilitisi nell’Algeria e nella Tunisia e nell’Egitto, ove sono fonte di ricchezza pei terreni che lavorano o per le industrie alle quali si applicano, formando la maggioranza dell’elemento europeo in quei paesi.
Naturalmente sarà impossibile deviare per intero la corrente migratoria italiana dall’America e portarla verso la Libia, ove i nostri emigranti, anche a pace compiuta, non troverebbero forse i medesimi elementi di prosperità e proporzionate aree di popolamento; però verso i nostri nuovi possessi si potrebbero ad ogni modo far convergere quegli emigranti che prima si portavano nella Tunisia ed in ispecie nei domini turchi europei ed asiatici. Oltre alla popolazione esistente, la Tripolitania propria e la Cirenaica sarebbero forse atte ad accogliere ancora altri abitanti, passando dall’attuale densità di forse 8 a 10 abitanti per chilometro quadrato a quella di 30 a 40, che corrisponde alla più scarsa densità delle provincie italiane; il che però non si potrebbe ottenere, anche nelle migliori condizioni di sicurezza del paese, che in un lasso di tempo abbastanza lungo, il rigurgito della nostra popolazione non potendo per ora farsi con grande intensità verso le oasi litoranee, il cui numero di abitanti è già assai grande rispetto alla loro limitata area.
La nostra presa di possesso ha sventato i pericoli che sarebbero derivati per la nostra posizione nel Mediterraneo, qualora anche quei millenovecento chilometri di coste della Libia fossero stati accaparrati da altre potenze, come la Francia, la Gran Brettagna o fors’anco la Germania. Ad ogni modo, la guerra che dura già da dieci mesi (all’epoca in cui scriviamo) ha dimostrato ch’essa non è quell’impresa facile, che molti sognavano, nè che gli abitanti della Libia ci attendessero per aprirci le braccia come liberatori del dominio turco; si tratta di una vera guerra coloniale, che può presentare più d’una incognita. A noi non tocca di domandare la pace, ma soltanto di custodire così bene le frontiere del paese, che il contrabbando di guerra abbia presto a cessare, con danno dei nostri nemici, particolarmente dei turchi: quando questi, che tengono deste le popolazioni africane contro di noi, non potranno più essere riforniti nè di uomini, nè di munizioni di guerra, nè di denaro, dovranno a poco a poco cedere il campo, diradandosi anche le loro file in causa delle continue sconfitte che loro infliggono le nostre truppe.
Sarebbe poi necessario che la nostra azione verso altre plaghe del dominio turco, non africane, s’intensificasse maggiormente: allora forse le altre grandi potenze, quelle alla cui reciproca rivalità deve ancora soltanto la Turchia la sua esistenza, potranno indurre od obbligherranno la Sublime Porta di venire a patti con noi, per impedire danni maggiori al commercio internazionale.