Gerhard Rohlfs
Tripolitania

CAPITOLO I Introduzione e preparativi pel viaggio.

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CAPITOLO I

Introduzione e preparativi pel viaggio.

Sommario: Il compito affidato al viaggiatore dalla «Società africana in Germania». — Vantaggi del penetrare dal settentrione. — Il cammello come mezzo di trasporto. — Il Sahara considerato dal punto di vista igienico. — Un firmano del sultano eleva il viaggiatore alla dignità di Bei. — Una lettera di raccomandazione di Nachtigal al sultano dell’Uadai, tradotta in arabo dal dott. Wetzstein in Berlino. — Devono i viaggiatori, che partono per lontane spedizioni, essere inviati alla spicciolata o più insieme? — Devono condurre seco dei servi europei o no? — Il Dott. Stecker, membro scientifico della spedizione. — Leopoldo di Csillagh, che accompagnava la spedizione a proprie spese, muore per via tornando a Tripoli. — Franz Eckart, di Apolda, e Carlo Hubmer, di Graz, prestano aiuto personale. — Approvvigionamenti: istrumenti, medicine, armi, tende, cantine, viveri, sopratutto cipolle, ecc. — Calzatura. — Copertura del capo.

Nell’autunno dell’ anno 1878 fui incaricato dalla presidenza dalla Società africana tedesca 22 di penetrare in Africa dal settentrione, essendomi dato per compito «l’esplorazione della parte settentrionale del bacino del Congo e del territorio adiacente, sopratutto lo spartiacque dello Sciari e dell’Ogoue, e quello di questi due fiumi rispetto al Congo». Questo fu designato come il territorio da esplorarsi e perciò la spedizione doveva muovere da Tripoli ed avanzarsi di preferenza per la via di Kufra.

Non si può negare che molte buone ragioni potevano addursi contro la scelta del settentrione come punto di partenza, cioè la lontananza dall’oggetto dell’esplorazione e specialmente la brutalità ed il fanatismo delle popolazioni maomettane, che bisognava attraversare. Non è infatti da porsi in dubbio che il fanatismo religioso è in Africa per lo meno altrettanto pericoloso pel viaggiatore, quanto il mortifero clima di certe regioni. Dei molti che caddero vittime del fanatismo religioso, cito soltanto Hornemann, Röntgen, Vogel e Maurizio von Beurmann. Gl’inglesi e i francesi hanno egualmente un numeroso contingente di martiri. Questo odio religioso è proprio, però, soltanto dei monoteisti semitici e perciò trovasi anche nell’Africa settentrionale tra i popoli maomettani e persino presso gli stessi Abissini, quantunque cristiani. I limiti dell’odio religioso contro coloro che non dividono le loro convinzioni si estendono dal nord sino a circa di lat. nord. I negri politeisti non si sono mai avversi ai viaggiatori per motivi religiosi e molto meno per questa ragione hanno attentato alla loro vita. Quindi la lunghezza della via e l’inimicizia degl’indigeni istigata dal fanatismo erano le circostanze, che, muovendo dal settentrione, esponevano il viaggiatore a maggiori pericoli.

Dall’altro lato il muovere dal Mediterraneo presentava molti vantaggi che non erano da disprezzarsi. Le comunicazioni colla presidenza della Società Africana e colla patria tutta potevano mantenersi aperte per lungo tempo; e, se non fosse per la disgraziata negligenza del governo turco imperante, da Tripoli si sarebbe potuto comunicare direttamente con Berlino per mezzo del telegrafo, e da Sokna, p. e., mandar notizie alla capitale dell’impero tedesco in 5 giorni. E Sokna è situata alla distanza di circa 500 chil. da Tripoli. Nel 1868 Tripoli comunicava telegraficamente con l’Europa: nel 1878 il telegrafo non esisteva più. Una cosa simile può accadere soltanto nei paesi governati dagli Efendi turchi, dove invece di progredire, si torna indietro nella barbarie 23.

Ma, fatta astrazione di ciò, Tripoli ha sempre mezzi migliori e più celeri di comunicazione coll'Europa di quello che le coste lontane di Loango e di Angola. Io stesso aveva già visitato Tripoli tre volte: nel 1864, allorchè, valicato il Grande Atlante, tra Fes e Mikenes, tornai a Tripoli sul Mediterraneo per la via di Tafilet e Tuat; nel 1865 allorchè, partendo di qui, traversai l’Africa, e nel 1868 quando, muovendo di qui nuovamente, intrapresi il mio viaggio della Cirenaica. Ero perciò perfettamente pratico dei luoghi.

Un altro vantaggio assai importante è però quello che in nessun punto dell’Africa si trovano mezzi di trasporto così buoni, come sulla costa settentrionale 24. Quivi il cammello è come fatto a posta pel viaggiatore, e chi è persuaso dell’importanza dei mezzi di trasporto per farsi strada nell’interno del continente, deve ammettere che l’esistenza di un veicolo così opportuno è già da sola una ragione sufficiente per fissare il punto di partenza al settentrione. Oltracciò, quando il viaggiatore ha attraversato felicemente il Sahara su cammello, troverà in tutta l’Africa centrale settentrionale degli animali da soma così perfetti ed a prezzi così bassi, come forse in nessun’altra parte del mondo. È vero che il cammello deve poi essere abbandonato senz’altro: dopo aver attraversato il Sahara, diviene ad un tratto affatto inservibile, ed il foraggio stesso nel mezzogiorno non è adatto per rinvigorire lo sfinito animale. Al contrario, il cibo ed il clima umido e caldo tendono ad accelerare ancor più la sua fine precoce. L’unico mezzo per salvarlo si è il rinviarlo immantinenti in un Hattieh settentrionale nel Sahara o al di del deserto. Per lo più si trascura di farlo, o non si pensa a rimandare subito indietro il cammello scarico; in poche parole l’animale è perduto. Se invece si ha ricorso agli asini od ai muli ed il viaggiatore od il mercante indigeno proveniente da una delle città dell’Africa settentrionale ha la fortuna di vendere per pochi talleri 25 il suo animale da soma, ne ha sempre maggior vantaggio di quello che se avesse noleggiato un cammello, senza por mente che trovasi sulla soglia dell’opulenta Africa centrale, dove ha la scelta a vilissimo prezzo di bestie da soma d’ogni specie per proseguire il viaggio.

Vi è poi un’altra circostanza degna di considerazione, che fa pendere la bilancia in favore del settentrione come punto di partenza, ed è che il viaggiatore, sopratutto quello che non ha ancora imparato a conoscere le malizie del clima africano, vi si assuefà traversando il deserto. Non solo egli si dispone in questa guisa alle più alte temperature, ma corrobora il corpo, esponendolo ai cambiamenti repentini del caldo e del freddo, del gelo e dell’afa, poichè, quando il viaggiatore avrà fatto una volta il triste esperimento del freddo del Sahara, troverà bene il modo di premunirsi dagli effetti delle fresche notti. Del resto però l’aria secca e satura di ozono del Sahara esercita la più benefica influenza sulla costituzione del viaggiatore. La siccità non è affatto dannosa al corpo; la pelle, al contrario, trovasi continuamente in uno stato di attività energica e salutare, la traspirazione non avendo mai luogo all’improvviso, perchè la perdita degli umori attraverso la pelle avviene a poco a poco e quasi senza accorgersene. I reni però hanno il tempo di ristabilirsi e sarebbe forse argomento di studio per i medici l’accertare se il Sahara, che vien raccomandato ora ripetutamente come luogo di provata salubrità per i tisici, non potrebbe esserlo anche per coloro che soffrono di certe malattie dei reni. Ed allorchè il viaggiatore si accorge che la sua salute corre pericolo nelle oasi per la più parte assai malsane, sarà facile per lui di togliersi a queste pericolose influenze, che minacciano la sua vita, rifugiandosi sul salubre altipiano del Sahara. Il clima del Sahara è infatti il più salubre del mondo.

Se il viaggiatore non vuole irritarsi per le continue soperchierie e disillusioni, deve innanzi tutto, quando pone il piede sul suolo africano, rinunziare alle sue idee di «fede» e «punto d’onore» rispetto agli indigeni, e nel numero di questi può senza rimorso comprendere per tale riguardo anche gli Osmanli. L’alto funzionario turco non trova nulla di disonesto nel mancare alla propria parola ed alle promesse le più sacrosante. E ritiene che ciò sia permesso non solo verso i suoi correligionari, ma anche e con maggior ragione verso chi professa una religione diversa. Per quanto gli alti funzionari turchi siano ingentiliti e raffazzonati dalla più moderna educazione parigina, serbano sempre in fondo al loro cuore un angolo pieno di astio contro i cristiani.

Se il viaggiatore possiede un cosidetto Firman alì, cioè un documento firmato di propria mano dal sultano, trovasi con esso munito delle più ampie facoltà. Altre volte un firmano simile era facile ad ottenersi; presentemente però la Sublime Porta non lo accorda che a malincuore. Basta ricordare le difficoltà senza fine che Schliemann ebbe a superare, prima di averne uno per le sue ricerche archeologiche, e quelle che vennero opposte ad Homann pei suoi scavi di Pergamo.

Se si riassume quindi ogni cosa: facilità dei trasporti, migliore acclimatazione, ecc., si dovrà ammettere che il settentrione come punto di partenza, specialmente se si tratta di scopi puramente scientifici, presenta non piccoli vantaggi. A mia richiesta l’ambasciatore di Germania presso la Sublime Porta, conte Hatzfeldt, era riuscito ad ottenere pel mio divisamento un Firman alì, il quale non era propriamente che una rinnovazione ed una conferma di quello che il sultano mi aveva accordato nel 1865, quando partii da Tripoli pel mio viaggio nell’interno dell’Africa.

Il Firmano così si esprimeva, tradotto in italiano:

«L’Ambasciata di S. M. l’Imperatore di Germania e Re di Prussia presso la mia Porta della felicità ci ha informati mediante lettera ufficiale che Mustafà-Bei 26, uno dei più illustri sudditi tedeschi, ha in animo d’intraprendere un viaggio attraverso l’Africa e ci ha pregati di munirlo d’un firmano imperiale.

T’invitiamo perciò, Governatore generale della Tripolitania, a dare ospitalità al soprannominato Mustafà-Bei, non appena porrà il piede durante il suo viaggio sulle terre che stanno sotto la tua giurisdizione, ed a rendergli gli onori che gli si competono. Tu dovrai procurargli il mangiare ed il bere, e porre a sua disposizione le cavalcature di cui avrà bisogno contro pagamento. Se egli lo desidera, tu dovrai farlo scortare da un numero sufficiente di uomini armati e prendere le misure necessarie acciò egli viaggi con perfetta sicurezza. A questo scopo ho spedito il presente firmano imperiale. Opera in conformità del suo eccelso contenuto.

Scrivo l’8.° giorno del mese Silkade, 1295 27.

Firma del Sultano»

L’ambasciata tedesca non si contentò di ciò, anzi il conte Hatzfeldt mi fece scrivere da Safvet-Pascia una commendatizia privata pel Governatore generale della Tripolitania.

Siccome i due scritti erano in perfetto ordine, almeno non portavano alcun segno segreto visibile 28 ed erano anche mozzati in un angolo e muniti del misterioso segno, mi sentii sollevato da ogni timore a questo riguardo, ed in verità debbo confessare sin d’ora che tutti i funzionari turchi hanno fatto del loro meglio, per facilitare la mia missione nel limite delle loro forze.

Anche la Società africana non avea lasciato nulla intentato per agevolarmi il più possibile la via al conseguimento del mio scopo. Il presidente della Società non solo mi procurò da S. M. l’Imperatore dei ricchi doni, ma anche delle commendatizie affettuosissime pel sultano dell’Uadai, a cui quei doni erano destinati, per dimostrargli la gratitudine del nostro Imperatore, in conseguenza dell’ospitalità accordata al nostro compatriota Nachtigal.

La lettera del dott. Nachtigal al sultano dell’Uadai fu tradotta in arabo a Berlino dal celebre orientalista dott. Wetzstein e così bene ed in così perfetto accordo collo spirito dell’arabo elastico del Corano, che destò lo stupore e l’ammirazione degli scrittori indigeni, quando loro io la mostrai. Essi dichiararono francamente e senza invidia che oggigiorno niuno in Tripolitania sarebbe capace di compilare uno scritto simile.

Tutti questi preparativi lasciavano sperare che l’impresa riuscisse a bene. Nulla infatti si era trascurato per poter prevederne il buon esito con un certo grado di sicurezza. Ma, disgraziatamente, in Africa tutto dipende dal caso o piuttosto da avvenimenti che si possono ben porre a calcolo in anticipazione, ma si spera sempre di poter schivare, o si crede troppo volentieri che non accadranno.

Si è molto discusso e questionato se sia da preferirsi, nell’organizzare un viaggio di scoperta, l’affidarne l’esecuzione ad un solo individuo od a più e la Società tedesca africana decise in massima per l’invio di viaggiatori isolati. E pure nello stato dei nostri odierni rapporti non è così che dovrebbe essere. Io non fui in grado però di fare accettare la mia opinione. Vero è che, non senza buone ragioni, alla mia particolare esperienza del 1873-74 nel Deserto Libico, dove tra i membri della spedizione regnarono sempre le migliori intelligenze, contrapponevano i rapporti passati tra Denham, Clapperton e Oudney, e così nella spedizione Richardson-Barth-Overweg, ed in quelle polari di Payer e Weyprecht, Koldewey, ecc. Ma, se anche l’armonia tra i membri di quelle spedizioni fu turbata da suoni discordi, la causa principale si fu che non si erano fissati prima con sufficiente precisione i limiti dei rapporti dei singoli membri fra di loro.

Coloro che parteggiano per le spedizioni composte di più individui opineranno naturalmente, che il capo della spedizione deve esercitare una innegabile autorità sui suoi compagni e deve essere più di loro avanzato negli anni, che bisogna por mente, innanzi tutto, acciò i membri della spedizione siano ben educati. Qui sta infatti il gran segreto. Non ogni scienziato è abbastanza ingentilito e molto meno si può sostenere che ogni scienziato abbia ricevuto una buona educazione. Bisogna poi porre in prima linea la massima di non permettere che la famigliarità tra i componenti la spedizione diventi soverchia. Giorgio Schweinfurth, che ha viaggiato solo ed in compagnia, considera come un mezzo eccellente per mantenere la buona armonia, quello di parlar coi compagni il meno possibile, cammin facendo. Ed ha senza dubbio ragione.

È stata anche discussa la questione se sia o no opportuno di condur seco dei servi europei nei viaggi destinati alla scoperta di nuovi paesi. Nachtigal, il quale avea fatto tristi esperienze col suo Giuseppe Valpreda 29, diede voto contrario. Io, per me, posso dire che nella spedizione di Abissinia, nella quale ero servito da un francese, ed in quella da Tripoli ad Alessandria, in cui mi feci accompagnare da un tedesco, e così anche nella spedizione libica, in cui gl’individui che la componevano aveano tutti il loro servo tedesco, il risultato fu dappertutto soddisfacente. Non è infatti più aggradevole l’esser servito da un europeo, il quale ha nozioni affatto diverse della nettezza, di quello che un indigeno, per quanto pulito esso sia; col quale, se accada che sia alquanto istruito, si possono scambiare delle idee sensate, mentre la più parte degli indigeni in Africa rassomigliano ai bambini nelle manifestazioni del loro animo? Sì, persino i popoli che sono costantemente in relazione colle nazioni europee, come i Turchi, gli Arabi ed i Berberi, hanno una maniera di pensare del tutto diversa, perchè le loro opinioni religiose e la loro intiera semicultura sono radicalmente dissimili dalle europee 30.

La cosa che mi stava più a cuore si era di avere con me un abile compagno scientifico, e lo trovai tosto nel giovane scienziato dott. Antonio Stecker, di Jungbunzlau in Boemia, caldamente raccomandatomi dalla presidenza della Società africana tedesca. Il sig. Stecker non era propriamente che un esperto zoologo ed uno specialista in detta qualità: prima però della nostra partenza aveva avuto tempo bastante per famigliarizzarsi cogli strumenti astronomici, sotto la direzione del dott. Zenker in Berlino, superiore nella teoria come lo era a tutta prova nella pratica, cosicchè durante il viaggio potè anche occuparsi di questa parte dei lavori che ci toccava eseguire. Il sig. Leopoldo von Csillagh, di Graz, si unì spontaneamente ed a proprie spese alla spedizione col consenso della Società africana. Disgraziatamente — essendosi diviso in Sokna dai compagnisoccombette, nel tornare da Rhadames a Tripoli, ai disagi delle lunghe marce. Il sig. Leopoldo von Csillagh, giovine di robustissima costituzione, che avea già viaggiato molto ed avea visitato gli Stati Uniti di America, sembrava ben disposto per resistere alle asprezze africane. Egli però evidentemente avea troppo confidato nella robustezza delle sue membra, senza riflettere che nei grandi sforzi solo coll’aiuto di scelti e sostanziosi alimenti si può mantenere intatto l’equilibrio nella costituzione del corpo umano.

Due giovani tedeschi, Francesco Eckart, di Apolda, e Carlo Hubmer, di Graz, fabbro il primo ed oriuolaio il secondo, si unirono alla spedizione come assistenti personali.

Quanto a strumenti, avevamo preso con noi 31: un barometro a mercurio, quattro aneroidi (di Secretan ed uno di Casella), un numero sufficiente di termometri, naturalmente tutti centigradi, e tra essi alcuni di Bodin, di Parigi; bussole di diverse costruzioni, una bussola prismatica con orizzonte artificiale, un cannocchiale Dollond, delle lenti, delle misure metriche, pieghevoli ed a nastro; parecchi psicrometri ed un termometro ad ebullizione con altri di ricambio; diverse scatole di ozonometri, che potevano durare almeno per tre anni; un «Perambulator» (ch’io stesso avea già regalato alla Società africana), il quale però questa volta si dimostrò egualmente inutile, come lo era stato nella spedizione libica del 1873-74, e finalmente un pedometro, che fu anche abbandonato, come di niuna utilità. Se a questi oggetti scientifici si aggiungono una mezza dozzina di torchi di ferro per le piante, parecchi quintali di carta da erbari, materiali da scrivere, libri, ecc., avremo enumerato una buona parte di ciò che prendemmo con noi come giovevole per lo scopo del nostro viaggio.

Quasi tutti gli strumenti fecero buona prova, ad eccezione del barometro a mercurio, che dovemmo abbandonare sin dalle prime marce. I tubi di ricambio, che avevamo ordinati, non erano giunti e, non avendone che uno solo, avemmo la sfortuna di vederlo andare a pezzi, malgrado la massima cura usata nel trasporto dell’istrumento. Non si mancò già di previdenza, giacchè le persone a cui l’istrumento era affidato non aveano ad occuparsi d’altro e ricevevano un soprappiù di paga. Coll’alto grado di perfezione che hanno raggiunto oggigiorno gli aneroidi, si dovrebbe nei viaggi di scoperta, in cui ogni giorno si può dar di cozzo in ostacoli impreveduti, desistere affatto dall’uso dei barometri a mercurio. Specialmente quando si ha a disposizione un aneroide già esperimentato, col quale esercitare un controllo reciproco, si dovrebbero adoperare quegli strumenti, così soggetti a rompersi malgrado tutte le cure, soltanto nelle stazioni od in quei viaggi nei quali non si è esposti a costanti casualità.

L’igrometro di Mason, chiamato anche psicrometro semplicemente, diede risultati assai soddisfacenti; non così però gl’igrometri a capello di Saussure, perchè la polvere vi si attacca troppo facilmente. Vengono poscia i termometri a massima ed a minima, tanto quelli orizzontali di Secretan, di Parigi, quanto quelli detti di Rutherford, i quali sono assai comodi, ma non raggiungono il pregio dei termometri inglesi a massima ed a minima, che pendono perpendicolarmente e le cui asticelle di ferro possono regolarsi per mezzo d’una calamita. Dobbiamo l’acquisto di questi strumenti al sig. Rosenbusch, di Malta, il quale così spesso si è reso benemerito dell’equipaggiamento dei viaggiatori tedeschi. I cronometri erano uno di Bader e Kutter di Stoccarda e gli altri due di Thiele in Berlino.

La bussola prismatica fornita dal dott. Stecker fu anche trovata eccellente: sarebbe però stato meglio un sestante semplice, come a buon diritto opina Güssfeldt, il quale, come viaggiatore esperimentato specialmente in questo ramo, all’opposto di Kaltbrunner, sconsiglia l’uso dei teodoliti. Ed io credo che Güssfeldt ha pienamente ragione. Come si caverebbe uno d’impaccio in molti casi, quando avesse a traportare un simile strumento, anche ridotto alle più piccole dimensioni? È strano che Kaltbrunner nel suo «Manuel du voyageur» non fa nemmeno cenno del sestante. E tace anche dell’igrometro, quantunque ogni viaggiatore dovrebbe esserne provvisto, specialmente se lascia a casa il barometro a mercurio, che si guasta così facilmente 32.

Il resto degli oggetti fu acquistato a Berlino ed a Malta. A Berlino non si ha la fortuna di trovar tutto riunito in un solo magazzino, come nei «Docs de campement», Boulevard des Capucines, a Parigi. E nemmeno in Londra, dove vi sono grandissimi fondaci di articoli da viaggio, riesce il viaggiatore diretto all’Africa settentrionale a procurarsi esattamente quello che desidera. Possessori da lunghi anni delle due grandi colonie di Algeri e del Senegal, i Francesi furono in grado di raccogliere nozioni sufficienti riguardo al suolo, al clima, ai bisogni, in una parola su tutto ciò di cui deve munirsi il viaggiatore, recandosi nell’Africa settentrionale. E cosa vi è di più piacevole del potere, appena giunti, provvedersi in poche ore tutto quello di cui si ha bisogno, mentre altri viaggiatori in Germania vi sciupano spesso intorno dei mesi, per avere alla fine degli oggetti che non corrispondono allo scopo? Infatti chi ha in Germania esperienza in cose simili? Contrariamente all’opinione del sig. Kaltbrunner, il quale pone come «règle générale» che «il faut bien se garder d’emporter avec soi ce quon peut se procurer tout aussi bien à destination ou au port de débarquement», io vorrei raccomandare a tutti i viaggiatori di compiere il loro equipaggiamento piuttosto in Europa, a loro agio, che su lido straniero. Se si trattasse di fare un viaggio in America, in Asia od in Australia, allora il sig. Kaltbrunner potrebbe forse aver ragione, perchè a Nuova York e a Rio de Janeiro, a Melbourne e Sydney, a Calcutta e Scianghai si può avere ogni cosa, come nelle nostre grandi città ed a prezzi quasi eguali. E pure io consiglierei sempre, ai viaggiatori che si propongono questi continenti a scopo dei loro studi, di acquistare in Europa diversi oggetti, per es. gli strumenti. Il viaggiatore non ne soffrirà punto disagio. Se il bagaglio non è voluminoso, può disporre egli stesso; se poi i colli sono molti, li consegna ad uno speditore, che avrà cura di farglieli avere a destinazione. In ogni caso, col portarsi il proprio bagaglio da casa, sfugge al dispiacere di trovarsi delle volte in serio imbarazzo. Nel mio ultimo viaggio, p. es., tenevo per fermo che avrei potuto procurarmi le casse per l’acqua a Valetta. Per la spedizione libica le aveva fatte preparare in Germania, in Apolda. Perchè non avrei potuto provvederle anche in Malta? Evitava così il lungo trasporto, quantunque, a dir la verità, non me ne fossi nemmeno accorto l’ultima volta nello spedire ad Alessandria, per Trieste colla via ferrata e quindi coi vapori del Lloyd, 500 di dette casse. Del resto io non credevo di dover porre in dubbio che nel porto inglese di Malta avrei avuto le casse della stessa buona qualità, come in Germania, Gli inglesi vanno rinomati pei lavori di ferro e, come porto franco, tutto a mio giudizio, avrebbe in Valetta dovuto essere a buon mercato. Quale però non fu la mia disillusione! Il fabbro più discreto in Malta chiese per un sola cassa tre lire sterline ed il più indiscreto persino cinque. A pensare che in Germania non sarebbero forse costate di più in talleri! Spaventato dal prezzo, mi astenni dal portar meco delle casse di ferro, il che però mi fu causa d’indescrivibili dispiaceri.

Io ho creduto di dover parlare a lungo dei preparativi del viaggio, perchè nulla contribuisce di più al buon esito del medesimo, come una buona organizzazione spinta sino ai più minuti particolari. Fanno parte di essa prima di tutto anche i medicinali, le armi, i viveri e tutto ciò che si richiede pel benessere del viaggiatore. Come si è già accennato, si trovano nei «Docs de campement», in Parigi, tende di ogni specie e grandezza ed anche fatte espressamente per l’Africa. Esse sono fornite di tutto, hanno un letto pieghevole, tavolini di diverse grandezze, tra i quali ognuno può scegliere quel che più gli conviene, sedie e, d’ordinario, per ciascuna tenda due «cantines», ossia casse di legno rivestite di tela incatramata e guarnite di ferro, con catene e ganci dello stesso metallo, assicurati alla parete posteriore per poterle appendere due a due cavalcioni d’un mulo o d’un cammello. Una di queste cantine contiene una cucina completa con posate per sei persone, tutto di ferro e di latta: coltelli, forchette, tazze, candelieri, mulinello, nulla manca, ed ogni oggetto è lavorato bene e duraturo. L’altra cantina vuota per riporci il bagaglio del viaggiatore e le provviste per la cucina. Quanto ai rimanenti oggetti, come casse, tinozze, materassi di gomma elastica e vestimenta, il viaggiatore può anche quivi procurarseli tutti nello spazio di un’ora, dal più semplice «nécessaire» alla tenda la più splendidamente arredata.

Le nostre armi, meno alcune, erano carabine Mauser, acquistate a Berlino, e diedero risultati eccellenti. Durante il soggiorno nel deserto bisogna però aver cura di non ungere l’arme con olio, giacchè altrimenti la polvere mista coll’olio penetra nel meccanismo e lo rovina completamente. Trovai anche assai buoni i fucili da caccia e le rivoltelle Lefaucheux, meno però un fucile Winchester a ripetizione, comprato a Parigi, e perciò lo relegai subito nel numero dei donativi come oggetto di niuna utilità per noi.

Le medicine provenivano naturalmente dalla Germania e consistevano, in primo luogo, in una discreta qualità di chinino (500 grammi), oppio, morfina, acetato di piombo, solfato di zinco, idrojoduro di potassa, etere solforico, tartaro stibiato, solfato di magnesia, ipecacuana ed alcuni rimedi semplici. Non mancavano neanche fascie, filacce, aghi, bisturi, lancette, una bilancia coi pesi rispettivi, ed il tutto era chiuso in una cassa solidamente costruita, da portarsi a mano in caso di bisogno. Del chinino però la cassa non ne conteneva che 50 grammi; il resto era distribuito in modo che ogni membro della spedizione ne avesse una parte nella propria valigia.

E qui non bisogna tacere d’un mezzo eccellente per conservare la salute in Africa, quantunque non sia propriamente una medicina, ed è l’uso frequente delle cipolle. Enrico Barth è il primo a farne menzione, come di cosa assai vantaggiosa per la costituzione in questo continente, dove spessissimo bisogna adattarsi a non mangiare legumi freschi per settimane intiere. Del resto non bisogna esser troppo schifiltoso circa gli alimenti e sopratutto al più presto possibile bisogna familiarizzarsi coi cibi degl’indigeni. È vero che nello stadio attuale della conservazione dei viveri si può portar seco quel che si vuole a prezzi discretissimi e gustare per anni ed anni le solite vivande europee. Ma può avvenire il caso che il viaggiatore venga improvvisamente derubato di tutto il suo avere, o che lo perda per un accidente qualunque, cosicchè si trovi ridotto a ciò che offre il paese e gli indigeni sono usi di mangiare. E questo, a dir vero, non è gran cosa; anzi, in parecchie regioni di Africa e presso parecchie tribù, è tale che s’inclinerebbe a credere avere essi appena ora imparato l’arte del cucinare.

Nulla è più dannoso e più ridicolo per un esploratore quanto l’immaginarsi di poter vivere come a casa propria; il credere, perchè era solito di pranzare a mezzogiorno, che debba essere anche così in viaggio; il pretendere, perché certe vivande erano cucinate ad un modo nel proprio paese, che lo siano egualmente in avvenire. La ferrea necessità gli insegnerà bentosto che in un viaggio d’esplorazione ogni cosa è diversa da quel che egli si figurava, e che i calcoli più sicuri e le migliori ipotesi perdono ogni valore ed ogni fondamento. Se egli si fosse invece mostrato indifferente nella questione del vitto, in così triviale, avrebbe risparmiato dei dispiaceri a ed agli altri, ed i dispiaceri cagionano spesso delle malattie, sebbene si goda alle volte d’una florida salute.

Anche alla questione dell’abbigliamento non bisogna dar troppa importanza; si abbia solo per regola di non trascurare di portar seco degli abiti pesanti, anche nella parte più calda del continente africano, il deserto di Sahara. Se fa caldo, naturalmente, si tolgono via, finché nelle ore più bollenti del giorno si rimane semplicemente colla lunga camicia bianca di cotone. Tutti sanno però già da tempo, che, se anche nel nord dell’Africa, p. es. in Algeri, Tunisi, Tripoli e persino nella valle del Nilo, non gela quasi mai, invece nel Sahara, aperto durante i mesi invernali, i geli notturni hanno luogo con una sorprendente regolarità. Quindi, prima di tutto, soprabiti pesanti e grandi coperte di lana. Alcuni hanno voluto sostenere, e fra gli altri G. Schweinfurth, notissimo viaggiatore, che le tende siano inutili. È vero che nelle lunghe marce spesso passano dei giorni senza che si abbia occasione di drizzare le tende, perchè nel Sahara le notti umide sono rare e molto meno si ha a temere di essere sorpresi dalla pioggia; ed una volta messo il piede nelle terre nel Sudan, dove s’incontrano dei villaggi, allora la tenda è senza dubbio soverchia. Ma chi, di coloro che hanno viaggiato nel Sahara, non ha provato il conforto di un riparo dai cocenti raggi del sole durante il Ghilen 33, o quando le circostanze costringono il viaggiatore ad accampare all’aperto in un’oasi, o quando nella zona antisudanese è sorpreso da una pioggia tropicale? In tutti questi casi non si può a meno di sentire il beneficio di una tenda.

Una questione importante si è quella della calzatura. Si potrebbe alle volte fare a meno intieramente di portar seco delle scarpe o degli stivali, se vi fossero europei capaci di camminare a piedi nudi come gli indigeni in Africa; ma tra i viaggiatori difficilmente ve ne ha di quelli usi dall’infanzia a camminare a piè nudi, e quando taluni viaggiatori, per dar maggior risalto alle loro gesta già per abbastanza amplificate, sostengono di aver camminato a piè nudi per settimane intere, ciò mi ha tutta l’aria di una guasconata. Anch’io sono stato educato piuttosto ruvidamente, ma da giovane ho sempre portato scarpe, ed è probabile che la più parte dei viaggiatori le abbiano portate egualmente. L’uso però continuo delle calze e delle scarpe rende il piede e la pianta del piede così delicati, che non è possibile di marciare a piè nudi sopra un terreno sassoso o coperto di quelle erbe spinose che crescono dappertutto nell’Africa centrale, senza empirli di piaghe sin dalle prime ore. Nel mio primo viaggio, sofferente ancora, dopo un assalto repentino, in conseguenza delle aperte ferite, provai a continuare la strada sui sandali, ma anche ciò fu impossibile, perchè dopo breve tempo le corregge che trattenevano i sandali avevano già rotto la pelle delle dita del piede. Pel deserto si possono intanto raccomandare, come assai acconcie, le pantofole gialle degl’indigeni, a cui gli europei si assuefano facilmente e la cui utilità in quelle regioni è testificata dall’essere le medesime la calzatura ordinaria di milioni d’indigeni. E se il marciare in pantofole senza calze si può chiamare andare a piè nudi, allora il mio compagno, dott. Stecker, ed io abbiamo anche compiuto a piè nudi la più gran parte dell’ultima spedizione.

La copertura del capo ha poscia una speciale importanza. Gli indigeni seguono due sistemi, uno direttamente in opposizione dell’altro. Mentre tanto tra i negri quanto tra gli arabi s’incontrano tribù ed individui, i quali, nonostante l’ardore del sole, espongono il cranio raso liscio ai raggi roventi che lo saettano a perpendicolo, ve ne sono altri che cercano con ogni cura di difendere il capo dalle conseguenze di un’esposizione diretta ai raggi solari, avvolgendolo in ampie pezzuole od in turbanti spesso lunghi 20 m. e larghi 1 m. e cacciandovi sopra un pesante cappello di paglia a larghe falde. Ambedue i sistemi non sono fatti per gli europei. A pochi riuscirà, come al pittore Zander, che era ministro della guerra del re Teodoro di Abissinia, d’indurirsi a tal punto da poter esporre nuda, senza danno, al sole africano, la sua calvizie artificiale o naturale, pochi troveranno piacevole di portar sul capo, come faceva il maggior Laing, la lista di tela, se non pesante certo assai incomoda, di un interminabile turbante. Ancor meno appropriato è il fez, che è il copricapo ordinario degli abitanti dell’Africa settentrionale lungo il Mediterraneo, perché non protegge gli occhi dall’azione del sole. La copertura del capo che più si confà agli Europei si è quell’elmo indiano, che gl’Inglesi hanno adottato da lungo tempo pei reggimenti che trovansi sotto i tropici, il quale non solo ripara il capo egregiamente dai raggi del sole, ma per mezzo di una doppia fodera fa si che l’aria possa circolare liberamente al di sopra del capo. Bisogna infatti aver cura che la testa sia mantenuta costantemente fredda, ed io credo che durante le ore più calde del giorno le misure di precauzione non saranno mai troppe, cosicchè sarà cosa assai opportuna il bagnarla spesso coll’acqua più fredda che riuscirà di trovare.

Per ciò che concerne i viveri, non bisogna mai fare assegnamento di trovar qualche cosa nei paesi in cui ci rechiamo, e quindi dobbiamo prender con noi tutto quel che possiamo, e, se è fattibile, il doppio di ciò che, secondo il nostro giudizio, ci farà bisogno. Non si trascuri soprattutto di provvedersi di una gran quantità di caffè, , acido tartarico 34 e zucchero. I due ultimi articoli sono il miglior lenitivo e l’acido tartarico può inoltre, concentrato e mescolato con acqua, tener luogo di aceto. Il latte condensato, il burro preservato in scatole, e tutte le conserve di carne, specialmente l’estratto di carne Liebig, oggigiorno non devono mai esser dimenticati nel fare i preparativi di una spedizione; il voler raccomandare l’economia al viaggiatore a questo riguardo, si è fargli un cattivo servizio.

Giacchè non si può negare, che, dopo l’invenzione del chinino e dopochè il viaggiatore è stato posto in grado di portarsi con i cibi europei ad un prezzo proporzionatamente assai modico, il pericolo delle perniciose influenze del clima è grandemente scemato, il viaggiatore non deve dare ascolto alle opinioni di coloro, i quali sostengono che nelle regioni tropicali e subtropicali vi sia meno bisogno di cibarsi di carne che nel nostro clima. Ciò può esser vero per quelli che dimorano stabilmente o per lungo tempo, in un punto di quelle zone, ma mai per i viaggiatori che sono in marcia l'intiero giorno e debbono resistere a grandi disagi. Essi faranno bene se avranno cura di riacquistare e di mantenere le forze perdute mediante cibi sostanziosi. Come un mezzo eccellente per questo scopo, possiamo raccomandare il «corned beef», una specie di carne salata importata dall’America. In mancanza di carne, si cerchi almeno di aggiungere alla farina, al riso ed altri simili viveri, tanto grasso, sotto forma di olio o burro, quanto basti per accrescere la forza nutritiva di quelle vivande. I legumi, come piselli, lenticchie, fagiuoli, sono facili a trasportarsi e non dovrebbero perciò mai scarseggiare.

 





22             La Società Africana in Germania (Afrikanische Gesellschaft in Deutschland) venne fondata a Berlino nell’aprile 1875 per opera di tutte le società geografiche tedesche, col compito speciale dell’esplorazione dell’Africa centrale meridionale.



23             Il cavo sottomarino Tripoli-Malta venne ripristinato molti anni più tardi e funzionò di poi regolarmente, perchè sotto la sorveglianza degl’Inglesi.  G. C.



24             Al tempo in cui il Rohlfs scriveva così non esistevano ancora le ferrovie e strade carreggiabili di penetrazione da molti punti delle altre coste verso l’interno del continente nero.  G. C.



25             Quando si parla di talleri, s’intendono sempre quelli austriaci di Maria Teresa, che valgono 4 marchi, ossia 5 franchi



26             Nell’anno 1865 mi venne accordato dal sultano Abdul Aziz il titolo di Bei; pregevolissimo nell’impero turco, quando emana direttamente dal sultano. Bei ha il significato di principe e corrisponde alla parola Beg. Se poi il titolo, come spesso accade, viene concesso dai governatori, p. e. dal Vali di Tripoli, non ha in Turchia alcun valore reale.



27             Corrisponde al 3 novembre 1878.



28             Tutti gli scritti arabi, turchi e persiani portano in testa un segno misterioso qualsiasi, per lo più una lettera, del cui significato in gran parte nemmeno gli stessi scrittori sanno dar ragione. L’uso di mozzare uno qualunque degli angoli d’uno scritto, il più delle volte quello superiore a destra, è foriero di fortuna. Spesso però le lettere portano dei segni coi quali si avvertono le persone a cui sono indirizzate di far il contrario di quel che loro viene raccomandato.



29             Giuseppe Valpreda, di Asti, incaricato della cucina e dell’economia domestica, poco soddisfatto del suo ufficio, mentre avrebbe voluto elevarsi allo stesso livello del suo padrone, abbracciò la religione maomettana e giunto a Kuka abbandonò il dott. Nachtigal, accasandosi nel Bornu (v. G. Nachtigal, Sahara und Sudan, Vol. I, Berlin 1879, pp. 631- 632 — e Cosmos di Guido Cora, Vol. VIII, 1884-85, n. 6, p. 187).   G. C. 



30             Io condivido l’opinione del compianto Rohlfs, avendone fatto esperienza nel mio primo viaggio in Oriente ed in Africa, ove ebbi a mio servizio un pugliese, già capo barcaiuolo a Brindisi, delle cui attenzioni fui assai contento.  G. C. 



31             Sfortunatamente, non posso indicare esattamente la provenienza degli istrumenti, ogni indicazione a questo riguardo essendo andata perduta.



32             Ho creduto necessario di conservare tutta la parte del testo che riguarda l'equipaggiamento scientifico e materiale dei viaggiatori, perchè le istruzioni date da un esploratore così sperimentato e autorevole come il Rohlfs possono essere sempre utili anche a persone non novelline nell’arte di viaggiare bene e con profitto.

                Per quanto concerne gli strumenti scientifici, io stesso, per molte esperienze personali, nei miei viaggi di esplorazione e persino in escursioni di montagna, ho potuto accertare quanto il Rohlfs esprime rispetto all’uso di buoni e provati aneroidi. Avendo avuto più volte da impartire istruzioni ad esploratori, non destinati a far lunghe stazioni in determinati luoghi, ma piuttosto a percorrere grandi distanze in tempo breve, sconsigliai anch’io, come il Güssfeldt, l’uso dei teodoliti: pur riconoscendo l’utilità di un sestante semplice, per la misura di angoli, consiglio sempre di portare inoltre, in viaggi ed escursioni, una buona bussola prismatica tascabile, che ha poi il vantaggio di occupare poco posto.   G. C. 



33             Ghilen è passare il tempo più caldo del giorno drizzando le tende.



34             L’acido tartarico è molto meno costoso dell’acido citrico e serve altrettanto bene per lo stesso scopo.



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