IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText | Cerca |
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
CAPITOLO III
Sommario. — Posizione di Tripoli. — Lettere di raccomandazione del Re dei Belgi, di lord Salisbury, del governo Italiano, della Società geografica francese. — Il viaggiatore pone la spedizione sotto l’egida del consolato italiano. — Elogio del console italiano, marchese di Goyzueta. La signora Rossi, vedova del console generale austriaco, pone una delle sue ville a disposizione del viaggiatore e dei suoi compagni. — Visita al governatore Ssabri Pascià. — Il camminare adagio ed il non far nulla sono indizî di nobiltà. — Molti indigeni si offrono di prender parte alla spedizione. — Le garanzie da loro presentate non hanno alcun valore. — Aumento di tutti i prezzi anche in Africa. — Una visita di missionari francesi. — Inutili tentativi di conversione tra i maomettani e gli ebrei. — I missionari romani sono quelli che meglio riescono. — I regali dell’Imperatore di Germania non sono ancora giunti. — Ne viene notizia quando la spedizione era già partita da Sokna. — Arrivo ad Ain Zara.
È una sensazione tutta speciale il visitare di nuovo una città che non si è più veduta da dieci anni e la quale non si credeva di mai più rivedere. Una folla di pensieri ci si affacciano alla mente: vive ancora il tale od il tal altro? Esiste ancora l’abitazione dove tu andasti ad albergare? Come sarai accolto? ecc. E tanto più quando si tratta di una città così isolata dal resto del mondo, come Tripoli, ove nel 1878 mancava il telegrafo, il più grande e più importante mezzo di comunicazione che colleghi ora il mondo intiero. Io non aveva perciò potuto dare alcun avviso del giorno del mio arrivo e non vi era nulla di pronto.
La posizione di Tripoli non è priva di bellezza. Quando si arriva dall’alto mare, la prima cosa che corra agli occhi verso il sud è il Gebel, il quale sorge dai flutti apparentemente come una lunga catena di monti. Subito dopo ecco apparire le alte mura della città, di una candidezza abbagliante, cinte intorno intorno di un magnifico bosco di palme. Coll’avvicinarsi la catena si abbassa di nuovo al disotto dell’orizzonte; i contorni della città si dilucidano; i singoli forti caduti in rovina si distinguono più chiaramente; i minareti, più svelti di quelli dell’Africa occidentale, si slanciano in aria, e tosto giace la città nettamente delineata dinanzi ai nostri sguardi.
Quantunque ora, dopochè l’esportazione dello sparto («halfa») ha preso un così grande sviluppo, che ogni settimana vengono in media parecchi vapori a gettar l'ancora dinanzi a Tripoli, il loro arrivo non sia più considerato come un avvenimento straordinario, pure la comparsa del vapore postale pone sempre tutta la città in movimento. E la cosa è naturalissima. Ciascuno aspetta le sue lettere, i suoi giornali, i suoi amici, e tutti si gettano in istrada per correre a salutare il battello.
Io avevo lettere di raccomandazione dalla più parte dei governi per i loro rappresentanti in Tripoli, cosicchè poteva far conto di esser da loro ricevuto amichevolmente. A sir Drummond Hay, come mi fu detto in seguito, giunse collo stesso corriere una lettera di lord Salisbury, nella quale raccomandava caldamente al console generale britannico di porgere assistenza alla spedizione della Società africana tedesca. Pel console belga, il vecchio sig. Gagliuffi, avevo lettera di raccomandazione del presidente dell’«Association internationale», S. M. il re dei Belgi, una simile pel console generale olandese, sig. dott. Testa, un’altra del governo italiano pel console italiano, marchese de Goyzueta, e la società geografica di Parigi aveva collo stesso scopo indirizzato una lettera al sig. de la Porte, console generale francese. Io potevo perciò scegliere. Ma nessuno di questi signori era stato prevenuto.
Nel grande imbarazzo in cui mi trovavo, dopo aver ben ponderato ogni cosa, mi recai personalmente dal signor de Goyzueta per pregarlo di porre la spedizione tedesca sotto la protezione italiana, e di questa decisione non ebbi a lagnarmi. E non solo ufficialmente, come capo della spedizione, sono tenuto a ringraziare mille volte il sig. de Goyzueta per l’abnegazione e l’intelligenza di cui ha dato prove nel difendere gli interessi della spedizione africana tedesca. A quell’epoca il sig. de Goyzueta e sua moglie erano di tutti i consoli quelli che mostravano aver più amore per le ricerche scientifiche; io non ho che a ricordare con qual disinteresse prestarono assistenza al nostro von Bary, ora defunto. E persino al di là della tomba durarono le cure di questi amabili e delicati personaggi pel nostro compatriota.
Il giorno dopo la sig. vedova Rossi, il marito della quale era stato console austriaco ed avea altre volte reso a me ed a Nachtigal importanti servigi, pose a nostra disposizione una delle sue ville e potemmo così presto stabilirci in una grandiosa palazzina, nascosta nel mezzo di un giardino presso lo Scìarr el-Sciott, strada maestra attraverso lo Mscia (ovvero il bosco di palme che circonda la città) 36. La villa Rossi si componeva di diversi edifici aggruppati intorno ad un giardino pieno di quanti bellissimi alberi e fiori nascono sotto i climi dei tropici e del settentrione: trovammo così modo di alloggiare anche il nostro seguito e collocare tutto il bagaglio.
Io feci subito la mia visita ufficiale al governatore, S. E. Ssabri-Pascià, e ad alcuni degli impiegati superiori turchi, ed in questa occasione mi accorsi che il generalissimo delle truppe sapeva alcune parole tedesche, essendo stato a Vienna all’I. e R. Scuola di Guerra. Ancora della vecchia scuola, non avea acquistato la sveltezza ed il far decisivo e soldatesco dell’uomo d’arme; quando veniva dalla sua abitazione al consolato, impiegava per questa passeggiata, che un europeo senza troppo affrettarsi farebbe forse in cinque minuti, almeno venti minuti. Attorniato da una folla di servi e di aiutanti, dei quali uno portava il cibuc, l’altro il narghileh, il terzo la borsa del tabacco, ecc., procedeva solennemente con inimitabile lentezza e grandezza.
Del resto neanche noi, quando ci recavamo dai consoli europei, potevamo evitare del tutto questo passo da funerale. I cavassi, o guardie italiane, che ci precedevano e ci seguivano, accostumati ad andare adagio, non sanno cambiar metro: non sarebbe «dignitoso» se si andasse in fretta; parrebbe come se si avessero affari, come se si volesse lavorare. In Turchia un uomo che si rispetta non deve lavorare, nè avere affari da sbrigare. La massima che il lavorare è una vergogna ha sempre colà lo stesso valore. Un paragrafo che, secondo il vecchio testamento, comprende in sè uno dei più severi castighi: guadagnerete il vostro pane col sudore della vostra fronte, ha anche oggi in Oriente tutta la sua importanza; lavorare ed essere punito sono anche al giorno d’oggi sinonimi tra i popoli orientali.
I primi giorni andarono naturalmente perduti in dimostrazioni reciproche di onoranza, le quali però non possono neppure evitarsi, poichè alle visite segue la restituzione delle visite, e siccome durante queste cerimonie si usa inevitabilmente di bere il caffè e sorbire delle limonate o dei sorbetti, questo viavai, per quanto sia piccolo il numero delle case da visitarsi, dura sempre alcuni giorni, giacchè, per comparire cortese, le visite debbono essere lunghissime.
Subito dopo s’incominciò a dar opera sul serio all’ordinamento della spedizione e, sebbene mi avessero già scritto che era assai difficile il procurarsi degli uomini, vennero ad offrirsene tanti che avrei potuto formare dei reggimenti intieri. Vennero sopratutto dei negri affrancati, i quali mi avrebbero volentieri accompagnato per nulla. Io mi lasciai però persuadere ad assoldare quelli soltanto che presentavano una certa garanzia; ma cos’è infine la garanzia degli indigeni appartenenti alla classe operaia? Io sono persuaso che avrei tratto dai primi venuti, e specialmente dai Negri che desideravano tornare in patria, molto maggior vantaggio che non da quei Tripolitani che offrivano come «Daman» o garanzia, l’uno il papà, l’altro il fratello o l’amico e che, quando io dovetti poi scacciarli, preferirono di marcire in prigione per anni, ma non fu possibile persuaderli a restituire i denari. Un arabo, un turco, un maomettano si lascia piuttosto chiudere in prigione a pane ed acqua nel più orrido buco, prima che acconsenta a tirar fuori anche solo dieci talleri. Solo rimedio efficace in questo caso sono le bastonate.
La compra dei cammelli fu anche fatta con buona riuscita e, se potei ottenere degli animali eccellenti, lo debbo in primo luogo al consolato italiano. Il sig. de Goyzueta avea incaricato dell’acquisto un certo Smaui, un giovane intelligente, il cui padre era «protetto» italiano, perchè un europeo vien frodato dai Beduini colla massima impudenza. Nonostante, dovetti pagarli a prezzi elevati — circa 95 Mahbub, ossia 383 fr. l’uno — molto più del consueto; ma nelle cose com’erano, non v’era nulla a cambiare.
Gli aumenti dei prezzi hanno dappertutto avuto luogo e l’avranno anche sempre. Ciò è legge naturale. I bei tempi in cui si aveva ogni cosa a buon mercato non torneranno mai, perchè in generale non hanno mai esistito. Nell’epoca infatti che noi rimpiangiamo come del massimo buon mercato, si lagnavano già egualmente del caro dei prezzi, come ora facciamo noi, e dopo cento anni od anche prima si dirà, facendo atti di stupore e di meraviglia, che nel 1880 si comperava il pane e la carne ad un prezzo della metà più basso. Del resto, questo rincarimento non avviene soltanto nei paesi in via di progresso od in quelli che trovansi in diretti rapporti cogli stati inciviliti, ma anche nelle regioni che giacciono affatto isolate dal gran movimento mondiale e non hanno nulla a che fare col nostro commercio.
Intanto pareva che avessimo attaccato la fortuna al nostro carro. Le comunicazioni coll’Uadai erano pienamente ristabilite. Le carovane andavano e venivano direttamente per la via del Borgu, mentre, del resto, anche la via di Kufra sembrava assai frequentata. Vero è però che a Tripoli non si poteva saper nulla di positivo e tutti gli sforzi per mettere insieme una carovana, colla quale si potesse far questo viaggio direttamente partendo da Tripoli, non menavano ad alcun risultato per la pusillanimità degli intraprenditori o dei loro schiavi. E la pusillanimità non era superata che dalla falsità di questi scrocconi.
Il tempo per noi scorreva assai rapidamente. Io, in verità, ne perdeva una gran parte, dovendo per lo più recarmi due volte al giorno in città per l’arruolamento degli uomini e l’acquisto dei cammelli, dei viveri e di cento altre cose. La nostra villa era situata a più di mezza lega dalla città. E nonostante la lontananza, le visite non mancavano quasi mai nelle ore pomeridiane o durante la sera.
All’epoca della nostra permanenza in Tripoli giunse anche una compagnia di missionari francesi della Chiesa romana, ma si teneva avvolta nel più profondo mistero. Certo i missionari non predicarono mai con prospero evento ai maomettani ed agli ebrei, nè ebbero miglior fortuna cogli Abissini. Si dovrebbe perciò rinunciare intieramente a questi tentativi di conversione. La missione romana in Tripoli non ha mai fatto un proselite tra i maomettani. L’islamismo e la Chiesa romana si amano come il fuoco e l’acqua. Là l’odio il più accanito per le immagini, qui la più spudorata iconolatria. E se anche avviene qualche volta che un maomettano, p. es., durante il suo soggiorno in un porto, in un ospedale europeo o per altre simili circostanze si faccia battezzare, il buon successo si deve il più delle volte al denaro e dopo qualche tempo il neofita rinnega nuovamente la religione della croce. Non fece già così a suo tempo Leone Africano? Non si dimentichi neppure che anche oggi il maomettano che rinnega la sua fede è reo di morte, come se ne ebbe esempio ultimamente in Costantinopoli.
Ai negri bisognerebbe mandare soltanto dei missionari romani. I predicatori evangelici non vengono con loro a capo di nulla. Se l’evangelizzatore romano può far ben comprendere ai neri abitatori dell’assoluto continente che l’immagine variopinta di questo o di quel santo è altrettanto efficace quanto quell’orrido mostro di legno, che gli vien posto a confronto come un santo del paese, egli ha già con ciò ottenuto un buon risultato, mentre al predicatore evangelico non riuscirà mai di spiegare ai fanciulli cresposi il mistero della Trinità, che le più volte egli stesso non comprende. Ha forse Stanley ottenuto qualche cosa spiegando al re Mtesa la natura degli angeli? Studiò egli forse i 37 volumi che la principessa Wittgenstein, residente in Roma, scrisse su questo argomento, ossia sull’essenza degli angeli?
Parecchie volte prendemmo parte in città a grandi riunioni ed una volta ci recammo persino ad un concerto, il primo forse dopo la fondazione di Tripoli, che ebbe un successo artistico fenomenale ed uno anche pecuniario per l’intraprenditore. Gli strumenti erano pochini: un pianoforte di natura piuttosto dubbia, un violino ed un flauto. Si suonò della buona musica da ballo e delle arie. Quando però i suonatori attaccarono con amorosa energia il Bacio di Arditi, i Tripolitani furono rapiti d’ammirazione, ed il pezzo dovette essere ripetuto. Nè i trattenimenti mancavano di varietà. Così, al principio di dicembre, la festa del Bairam diede moto a tutta la popolazione. Anche Tripoli s’ingentilisce, almeno esternamente, e vi si trovano già al giorno d’oggi delle vetture, quantunque meschini cassoni, e delle carrette per trasportare lo sparto alla spiaggia. Al giorno del Bairam ne approfittarono i giovani maomettani, e vi si sedettero sopra a dozzine per fare una scarrozzata lungo la riva del mare.
Finalmente tutto era pronto pel viaggio, anche due carrette, che io aveva fatto venire da Malta ed Eckart di Apolda avea rese servibili pel nostro scopo. E così nulla più si opponeva alla nostra partenza. Solo i donativi non erano ancora giunti, causa la poca precisione dell’indirizzo: la notizia del rinvenimento delle casse che le contenevano ci giunse quando eravamo già a Sokna, anzi avevamo già oltrepassato l’oasi. Queste casse perciò viaggiarono sempre a qualche distanza dietro di noi, finchè ci raggiunsero finalmente in Augila. Che ciò venne a costare una somma rilevante è evidente. Per questa trascurataggine, il prezzo dei donativi si accrebbe almeno del doppio.
Avendo così terminato i nostri preparativi, facemmo per prova ai 30 di novembre un’escursione sino al «Deserto», che è il nome dato dai Tripolitani alla zona di dune che circonda il bosco di palme Mscia. Mia moglie venne ad accompagnarci in vettura, perchè in Tripoli si può andare in vettura dappertutto, quand’anche non vi siano strade regolari. Sacrificammo il solito montone, vale a dire fu comprato dal pastore, ucciso, arrostito sulle bracie e quindi immediatamente divorato.
Ai 18 decembre 1878 lasciammo finalmente la nostra villa ospitale, che noi avevamo preso ad amare, sebbene fosse assai semplicemente arredata — noi dormivamo sui nostri letti da campo ed adopravamo le nostre proprie sedie e le nostre tavole. — Passammo quivi sei settimane nel più completo accordo e durante questo tempo la villa era divenuta quasi il centro della vita sociale della città, giacchè si può dire che non passava giorno senza che ricevessimo visite. Ma noi non volevamo sciupare inutilmente neppure un momento di tempo e, quando l'ultimo battello giunto da Malta ci tolse ogni scusa per procrastinare, caricammo i cammelli e ci avviammo verso Ain Zara, situato al sud di Tripoli e noto a tutti i viaggiatori che di qui si recano nell’interno. Quivi avevamo stabilito di stare accampati per alcuni giorni.