Gerhard Rohlfs
Tripolitania

CAPITOLO IV Riflessioni su Tripoli e la Tripolitania .

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CAPITOLO IV

Riflessioni su Tripoli e la Tripolitania 37.

Sommario. — Tripoli una fortezza capace di essere ristaurata. — L’aspetto della città, propriamente detta, sempre il medesimo, malgrado l’aumento considerevole nella navigazione. — Caffè, carrette, vetture, asini, muli, sellai, armaiuoli. — Guarnizioni costose dei fucili. — I Funduk, ossia magazzini pel grano e lo sparto. — Zona di diffusione dello sparto. — Aumento considerevole nell’esportazione dello sparto e conseguente miglioramento delle condizioni della città. La relazione di Nachtigal sulle ricchezze delle regioni da lui percorse eccita il Khedive di Egitto a combattere ed annettere il Dar For. — Il sultano dell’Uadai, sgomentato, intercetta le comunicazioni tra il suo paese e l’Egitto con un cordone militare. — Quindi aumento per vie appartate del traffico verso Tripoli e maggior floridezza della città. Si elude l’ordinanza che proibisce l’esportazione delle armi dall’Egitto all’Uadai. — L’essere ad ognuno permesso di portar armi secondo gli usi arabo-turchi, cagione di continui allarmi. — Tra gli articoli di esportazione a Tripoli, malgrado ogni proibizione, anche schiavi. — L’aumento degli schiavi, una conseguenza dell’abuso predominante nei paesi barbaro-orientali di farsi gloria di un gran numero di servi. — Maomettanismo, schiavitù, poligamia sono idee inseparabili. — Il quartiere dei negri. — Il bosco di palme Mscia. — Il rapido abbassarsi della costa della Tripolitania verso la Gran Sirte. — Anche la Tripolitania si adatta per una emigrazione Europea. — Le grandi pianure non perfettamente nude della Tripolitania favoriscono l’allevamento degli struzzi. — Lo struzzo non è propriamente un animale del deserto. — Allevamento artificiale dello struzzo in Algeria e nella Colonia del Capo di Buona Speranza. — Si è riusciti a portare le uova a maturità coll’incubazione artificiale. — Non sarebbe forse la landa di Luneburgo adatta per l’allevamento degli struzzi?

Tripoli, dopo la mia ultima visita, ha preso un grande slancio tanto nel numero degli abitanti quanto nello sviluppo dell’industria e del commercio. La città propriamente detta non si può estendere, essendo cinta di mura interrotte a dati intervalli da bastioni. Oltracciò, le porte si chiudono durante la notte, come se si fosse in continuo stato di guerra. Tripoli ha conservato l’aria di fortezza, sebbene le mura siano tutt’altro che salde. Una batteria da campo qualunque basterebbe per abbatterle. La loro conservazione però non cessa di essere importante, perchè serve di linea doganale, e di salvaguardia in caso di ribellioni e di tumulti, i quali, sebbene per lo più repressi tosto dal governo turco, pure possono nell’interno della città divenire molesti. Alle porte si trova perciò costantemente un numeroso corpo di guardia.

Si deve perciò essere grandemente meravigliati che il governo non faccia nulla per migliorare il porto. O piuttosto, domando scusa! non lo si deve essere, perché già trattasi di governo turco. Il porto è in verità come formato intieramente, specie dagli scogli, che dal così detto forte spagnuolo sporgono dentro mare. Basterebbe riempire gli spazi vuoti, innalzare gli scogli con un muro, approfondare il porto, costruire una gettata e tutto sarebbe fatto. È questa forse una richiesta fuor di luogo, una pretensione troppo elevata, troppo costosa? Se si addizionano le somme che vanno perdute nei gorghi del mare pel naufragio dei bastimenti, si rimane stupefatti che i sudditti delle nazioni che trafficano maggiormente con Tripoli non si siano già da lungo tempo occupati della faccenda.

Ad onta del raddoppiato movimento del porto di Tripoli, l’aspetto della città propriamente detta era presso a poco il medesimo. Le strade erano illuminate, ma del resto piene di fango e di polvere come per lo innanzi, e le vie del Bazar avevano egualmente, poco su poco giù, la stessa fisionomia, all’infuori di una maggior varietà nelle merci europee, specialmente di porcellana e di vetro. Se si eccettuano le rinnovazioni europee, in Tripoli non si sono fabbricate case nuove; è sorto però alla parte dello Mscia, dinanzi delle porte della città, un sobborgo nuovo di pianta, che è già ora il centro della vita mercantile, colla speranza di divenire nello stretto senso della parola, una vera città nuova.

Uscendo dalla ben guardata Babel-Behar, s’incontra prima di tutto un’intiera fila di caffè arabi, più o meno bene arredati, con un ampio terrazzino per ciascuno, dove sono disposte sedie, panche e tavole. Dalla mattina alla sera stanno quivi coccoloni o siedono dei maomettani e degli ebrei riccamente vestiti e spessissimo anche dei Tripolitani europei. Si fuma il narghileh o delle sigarette, giacchè il cibuk ora è quasi di moda in Turchia. Anche l’uso del narghileh va via via perdendosi, ed il tempo non è lontano in cui non si vedrà più altro all’infuori delle sigarette, che putono orrendamente ed insudiciano le dita, il cui contenuto, dice Liebig (riferendosi specialmente al tabacco turco), rassomiglia all’acquavite di pessima qualità.

Qui è anche la stazione dei mezzi di trasporto tripolitani. Una ricca fila di carrette a due ruote tirate da cavalli o da muli aspetta l’avventore per portar lo sparto alla spiaggia. Un po’ più vicino veggonsi disposte le vetture, ossia quegli orribili veicoli che Tripoli ha ereditato da Malta, dove erano stati messi fuori corso. Ed in luogo separato anche il mezzo più nazionale di locomozione: muli ed asini grandi e piccoli. Anche oggi l’indigeno si serve per le sue gite quasi esclusivamente dell’asino, e gli europei egualmente cavalcano volentieri gli animali dalle lunghe orecchie.

Si va piè oltre, e si arriva ad una strada piena da cima a fondo di ricamatori su cuoio e di armaiuoli. Queste due industrie hanno preso in Tripoli un grande sviluppo. Le canne e gli acciarini sono fabbricati in Europa, le casse però e le guarnizioni sono lavoro del paese. Ogni indigeno, che sia povero o ricco, vecchio o giovane, deve una volta entrare in possesso di un lungo archibuso, e Tripoli si è posta in grado in modo speciale di supplire a questo ramo d’industria. Agli archibusi però è collegata strettamente l’industria del cuoio e soprattutto il ricamo su cuoio. Il fucile deve naturalmente essere munito d’una cinghia, fatta di marocchino rosso, il quale per l'uomo più meschino deve essere almeno almeno ricamato di seta rossa, per i ricchi però di argento e di oro. Chi possiede un archibuso vuole anche avere un cinturino di cuoio, al quale si appendono il sacchetto delle palle, la sacca della polvere e la cartucciera, tutti più o meno riccamente lavorati. Qui si fanno anche le selle pei cavalli e dalle più semplici senza alcun ricamo si sale sino a quelle in cui il cuoio è intieramente coperto di arabeschi d’oro e d’argento; queste ultime si pagano centinaia di talleri.

I più grandiosi stabilimenti giacciono però ancora un po’ più lontano. E sono, oltre ai banchi di commercio, grandi Funduk, o magazzini, per ritirarvi il grano e lo sparto. Se però il commercio del grano in Tripoli dipende sempre dalle influenze della stagione, essendo abbondantissimo dopo un anno piovoso, e scarso dopo un anno meno piovoso, e spesso non facendosi alcun raccolto quando la siccità dura a lungo, l’esportazione dello sparto invece aumenta d’anno in anno. Lo sparto non è soggetto affatto, come il grano, alle influenze della stagione, se anche negli anni umidi si può sperare che attecchisca con maggior forza vegetativa. Oltracciò, non viene attaccato dalle cavallette. La zona dello sparto, ossia della «stipa tenacissima», che è quella che più s’adatta per la fabbricazione della carta, si estende nella Tripolitania dalla frontiera tunisina sin quasi al 17° di long. orientale di Greenwich, mentre verso il sud oltrepassa appena il 30° di lat. sett. Lo sparto vien trasportato quasi esclusivamente in Inghilterra.

Se si considera però con quale rapidità sia cresciuta l’esportazione dello sparto, vi è motivo di rallegrarsi che gl’indigeni abbiano dal bel principio scoperto quali tesori possedessero in questa pianta e come soltanto mediante una razionale coltivazione potessero mantenersi queste ricchezze — e perciò tagliano lo sparto invece di sradicarlo.

Gli abitanti della campagne portano lo sparto sul dorso dei cammelli a Tripoli, dove viene comperato da agenti di case inglesi a prezzo ora più basso ora più alto. Cento e più carichi vengono quindi immagazzinati nei grandi cortili di quei fondaci ed assoggettati ad una prima operazione, che è quella di scegliere gli steli freschi ed abbastanza lunghi, che sono i soli servibili e scartare quelli secchi, uniti alle radici o guasti in altro modo. Si pone in ultimo lo sparto sotto un torchio, e, legatolo con lamine di ferro, s’imbarca come si fa delle balle di cotone.

Allo sparto deve Tripoli principalmente il suo rinascimento, ma non esclusivamente.

Coloro che hanno studiato attentamente la storia delle scoperte in Africa si ricorderanno che Nachtigal, quando nel 1873, dopo aver compiuto il suo viaggio all’Uadai, tornò in Europa pel For, Kordofan e l’Egitto, trovandosi al Cairo fece al Khedive un quadro seducente della fertilità e delle ricchezze delle regioni da lui percorse. In conseguenza di ciò il Khedive portò la guerra nel For e, vincitore fortunato, fece incorporare il paese ai suoi Stati.

Sbigottito da queste violenze, il sultano dell’Uadai diede subito ordine di intercettare ogni comunicazione coll’Egitto e si isolò dal Dar For e dall’Egitto, ponendo un cordone militare ai confini. Ogni comunicazione, anche per viaggiatori isolati, era interrotta. Le merci però dovevano in qualche sito trovare il loro efflusso, e di qui nacque dopo il 1873 il continuo ed attivo traffico colla Tripolitania, cosicchè il rifiorire del commercio nella Reggenza sta in diretto rapporto col viaggio del nostro compatriotta Nachtigal e coll’annessione del Dar For. Oltracciò, anche il sultano attuale dell’Uadai ha, come sembra, molto interesse a far rivivere il commercio. Egli mandò già parecchie carovane al settentrione e persino in Egitto, le quali però dovettero prendere la via per Kufra e Siuah. Il sultano dell’Uadai trae tutte le sue armi dall’Egitto, quantunque il governo di questo paese abbia appunto da quella parte emanato i più severi ordini per impedire l’esportazione delle armi. Ma chi non saprebbe eludere una legge turca od egiziana, o dov’è l’impiegato turco che non presterebbe egli stesso volentieri la mano per farsi beffe della legge, specialmente in Turchia dove tutto è sempre in guerra ed in armi? Una delle più grandi e prime cagioni dei continui tumulti negli Stati turchi, fra i quali comprendiamo anche l’Egitto, deve cercarsi, oltrechè nella religione, nella circostanza, che ad ogni vagabondo è permesso di portar armi. Noi non arriviamo perciò a comprendere come il governo francese continui a permettere agli Arabi delle sue provincie di conservare le loro armi da fuoco, secondo il costume turco-arabo. Per quanto essi possono non essere così malvagi, bisognerebbe pure riflettere che un’arma da fuoco nelle mani di un fanatico è una spada di Damocle per la vita di un francese. Perchè i Francesi non disarmano gl’indigeni? Un indovinello psicologico che nessuno può sciogliere! Lo stesso accade nell’impero degli Osmanli. Non vi è sito che non sia sempre in rivoluzione: ora qua ora scoppia apertamente una sedizione contro la signoria turca; quand’anche queste lotte vengano soffocate, ne nascerà sempre un’altra più tardi, prima perchè ai sudditi si lasciano i mezzi, ossia le armi, nelle mani e poi perchè è sempre lo stesso governo scioperato ed indolente. La Turchia vuol essere uno Stato incivilito, ma l’incivilmento non è mica possibile dove tutto il popolo è armato sino ai denti.

Io so bene che presso i maomettani, gli Arabi e i Turchi è un uso tradizionale, consacrato dal tempo: l’uomo libero non deve comparire che in armi, e solo il diritto di portarle lo distingue dagli schiavi e dalle donne. Presso i popoli europei vi era altre volte lo stesso uso, ma tosto si accorsero che non è fecondo di buoni risultati il permettere che ognuno vada armato a sua voglia; perciò negli stati europei, per arrivare al grado d’incivilimento, al quale si trovano presentemente, uniformandosi ai veri principii del cristianesimo, hanno scartato leggi e comandamenti in molto maggior numero di quel che i maomettani possano immaginare o molti che professano religioni cristiane siano disposti ad ammettere 38.

Nulla però disturba tanto le arti ed il commercio quanto le piccole ostilità e la poca sicurezza che sono la conseguenza di capricci e sfoghi tirannici, dai quali gli antichi reggenti dall’Uadai si lasciavano volentieri trasportare. Ma, come ho fatto osservare, dal 1873 in poi le cose a questo riguardo sono radicalmente cambiate.

Così anche dopo il 1873 si allestì per prova una carovana 39 composta di circa 250 cammelli, i quali si recarono all’Uadai con merci che valevano circa 250,000 fr. e riportarono di laggiù denti di elefante e penne di struzzo (probabilmente anche schiavi), dai quali si ritrasse una somma di 925,000 fr. Alcuni anni dopo la carovana numerava già 800 cammelli ed il valore delle merci che portavano sul dorso saliva ad 850,000 fr., e da quel tempo vi è un continuo viavai tra l’Uadai e la Tripolitania.

Come articoli d’esportazione per gli Europei non si hanno in vista che le penne, l’avorio, la cera ed in seconda linea un po’ di polvere d’oro ed alcune altre bagattelle: per gl’indigeni però vi è anche la tratta dei negri dal centro dell’Africa, che è sempre un articolo non disprezzabile 40.

Dopo essere stato testimonio oculare di sole due carovane che menavano schiavi con loro, giunte in Augila dall’Uadai, io calcolo in ogni caso il numero degli schiavi condotti dal Sudan nella Tripolitania a 1000-1200 all’anno, la più parte fanciulli. Il più di essi rimane nella Reggenza; ma molti sono spediti pel Mediterraneo, a Costantinopoli e nelle rimanenti provincie turche, senza che il governo turco cerchi d’impedirlo e senza che i consoli europei possano opporvisi.

È uso inveterato in tutti i paesi barbareschi che ogni singolo individuo, se ne ha i mezzi, abbia intorno di un numero maggiore di persone destinate a servirlo, di quello che negli stati inciviliti. Il motivo di ciò si è in parte la minore attitudine di una persona rozza ed incolta, a compiere da sola diversi uffici, parte il falso orgoglio o piuttosto la fastosa vanità, il lusso di poter far mostra di moltissimi servi o schiavi. Gli stessi Europei che dimorano negli stati orientali-barbareschi non possono o, meglio, non osano esimersi da un tale assurdo concetto della situazione. Un ricco europeo od anche un console ha perciò almeno sei servi a sua disposizione: due o tre cavassi, un cuoco, un cameriere, un palafreniere. E questo è il numero più ristretto, nel quale non è neppure compreso l’inevitabile Babgì, il portiere. Se l’europeo è ammogliato od ha il titolo di console generale, il numero dei servi si raddoppia facilmente senza poter scoprire un motivo qualunque, perchè non si abbia a licenziare questo o quello, come quinta ruota del carro.

Presso i Turchi e gli Arabi di molta considerazione, questo numero aumenta in una proporzione affatto diversa. Naturalmente da tempo immemorabile e sino a quest’ora sono stati abituati ad acquistare i loro servi ai pubblici incanti, pagando una somma proporzionalmente piccola una volta tanto, a non spender molto per vestirli e nutrirli, e a badare soltanto che facciano il loro dovere nella misura più ampia possibile. Non si parla mai di riscatto: se non che i padroni benigni fanno loro dei piccoli doni in denaro, mentre i disumani danno persino a nolo i loro servi o schiavi, o li fanno lavorare per denaro, quando essi stessi non ne abbisognano. Un bei, un pascià, un ricco efendi, un indigeno benestante mantiene spesse volte circa trenta servi o schiavi. Uno ha l’incarico di fare il caffè, un altro di servirlo; v’è chi porta il bacile di ottone, e chi viene col mendil, colla tovaglia; v’è chi reca sopra un piatto un bicchier d’acqua e chi ha il grave ufficio di porgere uno stuzzicadenti; chi ha il compito di nettare e riempire il narghileh, un altro di accenderlo. Insomma, il lettore può scorgere da questi cenni che, mentre da noi un solo adempie questi uffici, in Oriente invece il lavoro è diviso tra molti, in parte perchè il servo è meno intelligente e fa meno lavoro. Da ciò ne segue che quando un turco od arabo di considerazione si reca a bordo di un battello a vapore, non importa se di provenienza turca od europea ed il console, inorridito dal seguito di 20 o 30 negri, vuole opporsi alla loro partenza, il proprietario gli fa osservare: «questi non sono mica schiavi, non sarà mai che io tradisca le leggi del nostro sultano; i negri e le negre che mi accompagnano sono i miei servi». Se occorre, lo si fa giurare, ma il giuramento di fronte ad un cristiano si presta facilmente con una «reservatio mentalis», anzi con una certa gioia maligna, e la faccenda rimane così decisa a tal segno che i negri vengono condotti da un vapore inglese od altro a Costantinopoli attraverso il Mediterraneo e quivi venduti. Questi fatti sono noti a tutti in Bengasi e a Tripoli, e casi simili avvengono anche in Alessandria.

Dove il maomettismo continua ad esistere anche sotto un governo cristiano, dominerà sempre la schiavitù. Finchè i Francesi e gl’Inglesi non hanno la forza o non considerano che valga la spesa di costringere i sudditi maomettani ad osservare le leggi civili, e specialmente a rinunciare alla poligamia, anche la schiavitù perdurerà sempre tra loro. In Algeri, capitale dell’Algeria, una delle più belle e più moderne città del Mediterraneo, regna la poligamia colla massima libertà. La poligamia però è una figliuola della schiavitù, ambedue sono inseparabili l’una dall’altra, come, occorrendo, si può provare dal Vecchio Testamento, nel quale del resto, come nel Corano, l’una l’altra è proibita.

Andando più oltre verso la campagna, e passando dinanzi a quei fenaduk 41 ripieni di sparto, si arriva al quartiere dei negri, che non è diverso da quel che era anni fa. Questo lupanare è il ritrovo di tutti gli esseri dubbii che dimorano in Tripoli. Quivi, giorno e notte, la popolazione nera affrancata canta, giuoca, balla e consuma allegramente una discreta quantità di lakbì (vino di palma) e di acquavite. Al veder quelle capanne rotonde fabbricate di foglie di palma e di paglia, si crederebbe di esser nel centro dell’Africa. E udendo quelle nere figure parlare chi haussa, chi kanuri, chi baghermi od un’altra lingua dei negri, l’illusione diviene anche maggiore. Ma affrettando il passo, giacchè qui, dentro ed intorno al luogo dove sorgono le capanne putisce orrendamente, si entra nel quartiere dell’acquavite propriamente detto.

La più parte sono Maltesi, che mettono qui in pratica le loro cognizioni commerciali. Molte di queste case, tra le quali se ne trovano anche alcune in cui si vendono viveri o mercerie, appartengono, però egualmente a persone del paese. Non si crederebbe come gl’indigeni siano inclinati ad eludere i precetti di Maometto riguardo alle bevande proibite. E siccome i guadagni in Tripoli in conseguenza dell’esportazione dello sparto, sono, dal 1870 in poi, divenuti assai rilevanti, le condizioni di quella parte della città ricordano ora spesse volte quelle di Europa. Avviene cioè che gl’indigeni arrivano a guadagnare circa quattro franchi al giorno, quando vi è molto sparto in città e battelli abbastanza per prenderlo a bordo. Vengono poscia nuovamente dei tempi in cui i guadagni si riducono a nulla. Naturalmente con questa gente il risparmiare non è all’ordine del giorno: la più parte del denaro va a finire dai liquoristi, che in Tripoli raggiungono una cifra considerevole.

Tale è l’aspetto della nuova Tripoli, che ora si prolunga già sino ai palmizi dello Mscia, mentre prima tra questo giardino benedetto dalla natura e la città propriamente detta stendevasi una vasta pianura sabbiosa.

Il numero degli abitanti di Tripoli propria sarà rimasto a un dipresso quello di prima, cioè, circa 18,000 anime. Se poi, come fa la municipalità di Tripoli, vi si include anche la città nuova, allora si può asserire, senza tema di esagerare, che il numero degli abitanti sia doppio 42.

Anche lo Mscia, quel boschetto di palme di Tripoli, ha cangiato di aspetto; non solo perchè la popolazione che abita tra i giardini e dentro i medesimi è cresciuta di numero, ma perchè vi fanno ora pompa anche un «Belvedere», o «Casa di vino», o «Qui si vende birra», il che è una prova dei progressi della popolazione nello studio delle bevande europee.

Un’impresa di grande importanza per Tripoli sarebbe la pronta costruzione di una strada elevata e solida lungo la spiaggia, perchè il mare invadente scalza e trascina via la sponda intiera. Durante il flusso, specialmente quando l’acqua del mare è agitata dal soffio del grecale, non si può più profittare della via lungo la marina per recarsi allo Mscia, in altre parole non vi si può più andare a piedi asciutti.

Comunque si voglia spiegarlo, è un fatto a ogni modo che tutta la costa della Tripolitania sino al sito della Grande Sirte, che maggiormente s’interna dentro terra, va a grado a grado abbassandosi. E con una rapidità che sorprende. Verso il 1850 si poteva ancora andare alla marina a piedi asciutti esternamente alle mura della città, dal porto sino alla Kasbah e di alla spiaggia. Ora ciò è reso impossibile dalle onde del mare che vanno a rompersi contro le mura. Nel 1878 io poteva ancora spingermi a piedi asciutti dalla città sino alla Mscia, meno in casi assai radi di maree straordinariamente alte; nel 1879 invece, anche quando la marea era più bassa, doveva traversare il mare a guado. Io non saprei se vi è altro sito sulla terra, dove si abbia esempio d’un abbassamento così rapido. Sfortunatamente, mancano in Tripoli delle osservazioni precise a questo riguardo comprovate da cifre. Sarebbe perciò a desiderarsi che si dessero istruzioni per fare queste osservazioni avvalorate da cifre, disegnando una scala su una roccia. Soprattutto sarebbe desiderabile una scala corrispondente disegnata sullo scoglio che sorge in mare dinanzi a Tripoli. Ho già in altro luogo fatto rilevare che una gran parte delle costruzioni murali del porto di Leptis Magna trovasi sott’acqua.

Se si eccettuano i Maltesi ed italiani, non si può dire che la Tripolitania abbia un supplemento di popolazione europea molto numeroso. I Maltesi, sudditi Inglesi, tengono per lo più spacci di acquavite e di commestibili, ma si occupano anche con profitto della coltivazione dei giardini nello Mscia. Gl’Italiani che dimorano in Tripoli sono calzolai, sarti, parrucchieri, fabbri, ecc, ed appartengono la maggior parte ad un rispettabile ceto operaio. Tutte le altre nazioni sono rappresentate da singoli individui, che appena meritano considerazione.

E pure Tripoli potrebbe divenire la meta di una emigrazione europea, specialmente per i popoli che dimorano sulle rive del Mediterraneo. Il clima non è punto così caldo, come lo si crede comunemente, ed appartiene a ogni modo ai più salubri di tutta la costa settentrionale dell’Africa. Gli europei meridionali, che conoscono perfettamente il modo di allevare e di conservare gli olivi, i fichi, gli aranci, ecc., non solo trovano qui questa coltivazione, ma anche una grande abbondanza di palme. Nessuno ancora in Tripoli si è occupato della spedizione di datteri scelti, come si fa in Tunisi ed in Algeri. Il suolo della Gefara è adattatissimo per la coltura del cotone e del tabacco.

Più che ogni altra cosa però, vorrei richiamar l’attenzione dei lettori sull’allevamento degli struzzi, che in nessun altro luogo potrebbe dar così buoni risultati, come qui. Le grandi pianure, non affatto ignude, e il clima propizio offrono già da soli dei vantaggi che non possono mai valutarsi abbastanza.

Pochi sapranno forse che il più gran numero delle penne si ritrae dagli stabilimenti per l’allevamento artificiale dagli struzzi. Lo struzzo in istato selvaggio va facendosi sempre più raro. Al nord del Sahara non s’incontrano più che isolati. Lo struzzo propriamente non è un animale del deserto, ma neanche un abitatore dell’Africa centrale, sì bene un uccello delle regioni che precedono il deserto. Sembra che gli struzzi non s’incontrino punto al sud del di lat. settentrionale, al nord del di lat. meridionale (naturalmente questo è un dato approssimativo, ma io non credo che vi siano struzzi al sud del Benue), mentre nelle steppe e nei boschi di mimose, a mezzogiorno del Sahara, vivono ancora a stormi e così anche nelle regioni limitrofe del Kalahari e nei paesi dei Damara, Namaqua e nel Transvaal, dove s’incontrano in grande abbondanza.

L’esportazione delle penne più considerevole si ha al Capo di Buona Speranza ed è anzi in continuo incremento. Dal che ne segue che le penne di struzzo, quantunque il consumo da parte delle signore e dei generali degli eserciti europei sia addirittura enorme, invece di crescere di prezzo, si vendono più a buon mercato.

Sembra che il primo tentativo di allevare gli struzzi artificialmente sia stato fatto in Algeria nel 1859, dal sig. Hardy 43, direttore del giardino d’acclimazione in Algeri, essendosi guadagnato per questo motivo il premio di 2000 fr. destinato dal sig. Chagot in Parigi a chi riuscisse ad allevare gli struzzi in ischiavitù. Qualche tempo dopo anche Demidoff in Firenze, Graelles in Madrid, Suguet in Marsiglia e Bouteille in Grenoble ottennero dei buoni risultati. Nel 1866 il sig. Kinnear fece i primi esperimenti al Capo, ed avendo incominciato con pochi uccelli, ora la Colonia del Capo ne possiede almeno 30000, tutti allevati artificialmente 44.

Al Capo gli struzzi sono abituati a correre qua e liberamente per le vaste possessioni. Il sig. Cudot, che si è occupato dell’allevamento degli struzzi in Algeria, è d’opinione che per un paio basti uno spazio chiuso di 100 m. quad. Ad ogni modo sarà bene di accordare agli struzzi quanto spazio si può, ed in Tripolitania ve n’è più del bisogno. Ma specialmente sarebbe una chiudenda assai a proposito, e non verrebbe del resto a costar molto, perchè potrebbe farsi di pali legati l’uno all’altro con fili di ferro. L’unico allevamento artificiale di struzzi ch’io abbia veduto, trovavasi in Magommeri nel regno di Bornu, dove in uno spazio proporzionatamente ristretto vivevano, cresciuti artificialmente, trenta femmine con un maschio. Gli struzzi mangiano tutto, e si può nutrirli benissimo, in mancanza d’altro, con 10 chil. di fieno ed un chil. di grano al giorno, ed il prodotto netto in penne da un uccello si calcola a 200 fr. all’anno, mentre per l’acquisto di uno struzzo si richiedono 800 a 1000 franchi.

Siccome gli struzzi non covano tutte le uova, quantunque tutti e due, il maschio e la femmina si avvicendino in quest’ufficio, così è cosa di grande importanza che si sia riusciti a portar le uova a maturità mediante covatura artificiale. Secondo «l’Afrique explorée et civilisée», il sig. Douglas di Hilton ha osservato per parecchie stagioni, d’ora in ora, tutti gli stadi della covatura e tenuto conto esatto del grado di calore necessario e dello sviluppo progressivo del pulcino. Durante i primi 18 giorni la temperatura è di 39,85°, mentre nei 14 giorni successivi non è che di 38,70°, ed in seguito di 36,60°. Il risultato ottenuto dal sig. Douglas, coll’apparecchio inventato dal sig. Thiek, fu così favorevole, che da 15 uova aveva quasi regolarmente 14 piccoli struzzi assai robusti. Nel 1876 manteneva più di 300 struzzi, tutti provenienti da cinque paia. I giovani struzzi non divenivano produttivi che al terzo anno.

Essendo dimostrato che gli struzzi anche da noi in Germania nei giardini zoologici fanno le uova, desidererei proporre un quesito, se cioè le pianure del Luneburgo non potrebbero forse servire per l’allevamento degli struzzi in grande scala. Naturalmente bisognerebbe nell’inverno provvedere delle tettoie ben calde. Ma a poco a poco lo struzzo si abituerebbe forse alla nostra atmosfera più fredda, cosicchè dopo centinaia d’anni potrebbe vivere all’aria aperta senza alcun riparo.

 





37             Pur sopprimendo od abbreviando vari periodi di questo capitolo, non mi sono creduto in dovere di alterare le cose dette e le riflessioni fatte dal Rohlfs su Tripoli e la Tripolitania. È positivo che Tripoli si trova ora alquanto mutata rispetto a ciò che era circa cinque lustri fa; ma colla nostra presa di possesso i mutamenti diverranno ancor più radicali, e perciò mi sembra inutile di dare una nuova descrizione della città e dei suoi dintorni. Nell’interno non sono avvenuti certo cambiamenti notevoli, onde l’aspetto dei luoghi come appariva all’esploratore tedesco dev’essere ora un dipresso il medesimo.  G. C.



38             Queste giuste riflessioni del Rohlfs dovrebbero essere meditate dalle nostre autorità che ora governano la Tripolitania. Le insidie, i tradimenti avvenuti a tutto nostro danno nei primi mesi della nostra occupazione, colla perdita dolorosa di tante vite preziose, provano chiaramente come coloro che dirigevano la campagna di conquista, se erano, in genere, abbastanza bene preparati dal lato militare, non avevano letto nulla o nulla imparato intorno al vero carattere, alla psicologia degli arabo-turchi e dei popoli africani.  G. C.



39             Bollettino consolare italiano, Vol. XII, p. IV. 



40             L’annessione dell’Uadai alla Francia ha alquanto nociuto a questo commercio colla Tripolitania, che da ultimo metteva capo di preferenza a Bengasi. L’installazione degli Inglesi nella Nigeria ha stornato verso l’Atlantico una parte del traffico delle carovane da e per Tripoli, come una altra parte si è rivolta verso la Tunisia e l’Egitto, cioè ove esistono strade, ferrovie, porti, tutte cose cui difetta la Tripolitania, che manca pure di sicurezza per le carovane. Il commercio complessivo dell’avorio, delle pelli e delle penne di struzzo della Tripolitania col Sudan, che nel ventennio 1872-1891 si aggirò intorno ai 40 milioni di franchi all’anno, cadde nel 1902-1905 a meno di 5 milioni. Speriamo che la nostra presa di possesso della Tripolitania possa, in un avvenire non troppo lontano, ristabilire, almeno in parte, quelle correnti commerciali, quantunque l’abolizione della tratta dei negri sia destinata, per un certo tempo, a diminuire l’entità delle carovane, che da essa traggono non poco lucro, come a ragione osservava il Rohlfs.  G. C. 



41             Fenaduk è il plurale di funduk, magazzino di merci, anche osteria.



42             Alla vigilia dell’occupazione italiana, la popolazione di Tripoli e sobborghi si valutava da 40.000 a 50.000 abitanti, di cui 10.000 ebrei, 2800 Maltesi, 2000 Negri, 800 Italiani, 200 Greci e altrettanti altri Europei.  G. C.



43             Veggasi anhe Brehm «La Vita degli Animali», traduz. ital., vol. IV, p. 530



44             Cosi scriveva il Rohlfs nel 1881; ma in trent’anni l’allevamento degli struzzi all’estremità meridionale dell’Africa ha continuato la sua parabola ascendente, tanto che nel 1904 si contavano nella Colonia del Capo circa 360.000 struzzi e l’esportazione delle loro penne si sommava a oltre 26 milioni di lire nostre, valore salito nel 1907 sino ad oltre 45 milioni.  G. C. 



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