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CAPITOLO V
Sommario. — Accampamento presso Ain Zara. — La moglie del viaggiatore, che l’avea accompagnato da Weimar a Tripoli, rimase in quest’ultima città. — La zona delle dune. — Lentezza del cammello, come animale da tiro. Dalla pianura ai monti, la vera sponda del Mediterraneo. — Il cammello ritolto dando la caccio al ladro. — Il firmano locale del governatore generale. — La strana lettera del famoso Kaimakam Bu Aiscia dei Beni Ulid. — Ritorno ad Ain Scersciara, residenza del Kaimakam Mustafa Bei. — Un pranzo a casa di Mustafa Bei. — L’amena valle di Ain Scersciara. — Una gita alle ruine di un grandioso mausoleo antico romano. — Mahmud Damadh Pascià dà ordine ad un colonnello di scortare i viaggiatori con 60 uomini a cavallo sino a Sokna. — Descrizione di questa cavalleria e del suo colonnello. — Lo Scich supremo degli Orfella si presenta e protesta contro «le sfacciate calunnie» di Bu Aiscia. — Il viaggiatore ed il sig. von Csillagh a colazione presso lo Scich supremo degli Orfella. — Il viaggiatore passa in rivista le truppe della guarnigione. La dilettevole valle dell’Uadi Beni Ulid. — Bongem, quartiere generale degli Orfella nomadi. — Le numerose greggie di cammelli degli Orfella. — Proprietà dei cammelli. — Il contrasto di un castello turco, fabbricato venti anni fa, ed uno romano, costruito 2000 anni addietro. — I monti Tar con enormi strati di pietrificazioni. — Il colonnello si prepara ad una gara alla corsa con sciupìo di polvere, per dare uno spettacolo alla spedizione ed agli abitanti di Sokna.
In Ain Zara trovammo un sito delizioso, elevato e sano, dove drizzare le nostre tende. La sorgente o piuttosto lo stagno e le varie paludi situate in un avvallamento un po’ più oltre verso il sud e per un tratto coperto di olivi e di palme, formano unite insieme un Uadi, che spicca dai monti dalla parte di S. E. e dopo aver attraversato sotterra quasi l’intiero Gefara, si vede di qui ricomparire tra una catena di paludi e di colli e si getta in mare all’ovest di Tripoli, a pochi passi da un villaggio per nome Sensur. Il nostro campo, composto di cinque grandi tende, avea un aspetto estremamente pittoresco; i recipienti di zinco pel trasporto dell’acqua, le molte casse, i due carri, la schiera numerosa dei servi ed il numero non meno grande di pastori immobili dallo stupore, formavano un quadro pieno d’effetto. E siccome ora per prima ci accorgemmo di ciò che mancava, e bisognava supplirvi, provvedendolo alla città, il via vai tra la città ed il nostro campo, ch’io aveva battezzato campo di Lony, in onore di mia moglie, era continuo. Nel penultimo giorno anche mia moglie passò la notte al campo e si recò quindi al consolato italiano, in casa del marchese de Goyzueta, dove per tutti i dieci mesi della sua dimora in Tripoli s’ebbe in lui e nella sua signora i più fidati amici e la più ospitale accoglienza. Il giorno prima di pormi in viaggio presi commiato da mia moglie in città ed ai 22, giorno della partenza, tutti i consoli vennero a dirci addio ed alle nove ore del mattino ci congedammo per lungo tempo dall’ultimo europeo che era venuto ad accompagnarci per un tratto di strada, il sig. de Goyzueta.
Prendemmo la campagna lenti lenti, dirigendoci verso il sud, attraverso le paludi di Ain Zara e tosto raggiungemmo la zona di sabbia marina che cinge intorno intorno la città di Tripoli. Gli abitanti della città amano di chiamare questa regione brevemente «il deserto», sebbene la striscia di sabbia non abbia nulla che fare coi grandiosi cumuli d’arena del Sahara. Queste dune non sono neppure alte: le più elevate hanno appena l’altezza di 30 a 40 metri e dappertutto, in cima alle medesime e negli intervalli tra l’una e l’altra, germoglia, secondo la varia esposizione del sito, una rigogliosa vegetazione. Queste dune dovrebbero in proporzione essere di data recente, sempre però un prodotto del mare. Anzi, in causa dell’inerzia dell’uomo, l’arena che i venti hanno spinto fuori del mare cresce sempre di estensione. Nel dire di data recente, io vorrei però significare che questo ostacolo esisteva già al tempo dei Romani e forse qualche migliaio d’anni prima. A dire il vero, Tripoli è situata in posizione assai più favorevole di Leptis, ma le dune di sabbia furono sempre un serio impedimento per le carovane che si accingevano a penetrare in città. Oltracciò, Tripoli ha un porto sicuro per le piccole navi, quantunque angusto, fatto dalla natura, mentre a Leptis 45 gli antichi furono costretti a scavarne uno adatto. Nonostante, siccome in Tripoli, oltre all’ostacolo delle dune, vi era anche quello degli alti monti, tutto ciò fece sì che Oea (Tripoli) nell’antichità non potè mai entrare in concorrenza con Leptis Magna. Quando presso questa città fu scavato il porto e furono costruiti i grandiosi moli ed i dock, prese le mosse di qui la grande strada di comunicazione coll’interno 46, senza aver dune da solcare, nè monti da valicare. È degno d’essere notato però che ora, come al margine del Baltico, enormi onde di sabbia si riversano dal mare entro terra sopra e presso Leptis, ed hanno già ricoperto gli edifici e continuano ad avanzarsi verso il sud.
Traversammo nello stesso giorno la zona delle dune, che nella direzione di Tarrahona non è molto larga. Del resto, nel primo giorno facemmo poco cammno. Eravamo partiti alcuni giorni prima di quel che io aveva propriamente stabilito, ma la diserzione tra i miei uomini e le frequenti assenze in Tripoli mi costrinsero a levare il campo di Lony. Aveva spedito innanzi i due carri vuoti al di là delle dune, perchè, sebbene poco profonda, l’arena era sempre un ostacolo troppo grande pei carri carichi. Una volta fuori della sabbia, si entra in una pianura bellissima, in parte rivestita di cespugli, rtem e lotus, in parte riccamente coperta di artemisia ed altre erbe, che offrono uno splendido pascolo. Ma neanche i campi fanno difetto e i sucidi attendamenti degli Arabi a dritta e a sinistra testificano che la popolazione è relativamente assai fitta.
Alla sera del secondo giorno della marcia mi persuasi intanto che l’aver preso con noi i carri tirati dai cammelli era stata una cattiva idea. Si usano, è vero, i cammelli in tutta la Tripolitania come animali da tiro, sopratutto nell’arare, e la sella che loro si pone sul dorso a questo scopo si chiama sella anche in arabo (propriamente Sadul); ma il movimento in avanti è così lento che i cammelli che tirano su 3 chilometri rimangono indietro d’un chilometro appetto di quelli che portano. Siccome ordinariamente, nell’attraversare il deserto, si fanno 30 chil. al giorno, così i cammelli da tiro sarebbero rimasti indietro di 10 chilometri. Il trasporto del resto era estremamente vantaggioso, poichè un cammello attaccato al carro tirava 10 quintali, mentre un cammello carico non ne portava che due. Io aveva commesso l’errore di non prendere con me dei muli per carri: il tentativo allora non sarebbe fallito.
Salimmo il monte o piuttosto la sponda, la vera sponda del Mediterraneo, per lo stesso passo traversato da Barth: l’ascesa di Milrha, e ci accampammo ad un’altezza notevole, per solennizzare la vigilia del Natale. Mentre drizzavamo le tende a costa del Bir Milrha, ci venne fatta, la sera, una lieta sorpresa, la famiglia de Goyzueta avendoci per un messo inviato un ricco dono di ogni specie di squisiti cibi e di bevande. Aspettammo qui alcuni giorni, perchè appunto dopo l’ascesa del passo ci era pervenuta la notizia che i fucili a due canne acquistati dal sig. Rosenbusch in Malta erano arrivati. Spedii perciò Abd Allah Naib, lo sceich dei servi, montato su un cammello, a prenderli.
I nostri cammelli pascolavano intanto sotto la sorveglianza di due o tre servi armati sui monti circostanti, ma appunto nella prima festa del Natale fui avvertito che uno dei migliori animali era stato rubato. Per fortuna, lo stesso giorno, nelle ore della sera, era arrivato il Kaimakan di Ain Scersciara, per farci una visita di più ore. Il suo seguito, che era ben montato, diede la caccia al ladro, che si era gettato da parte tra le macchie, e gli ritolse il cammello.
La catena è composta di pietre calcari, mentre i monti circostanti, che si elevano all’altezza di 500 metri, sono di natura basaltica. Alberi non ne esistono più, essendo stati tutti abbattuti. Invece incomincia qui la regione dello sparto, che pullula tra le pietre, e dovunque trova terreno dove abbarbicarsi, e dappertutto s’incontrano Arabi intenti a tagliare i giunchi.
I fucili vennero, e dopo aver celebrato la festa di San Silvestro, ci riponemmo in cammino al I.° di gennaio senza aspettare nel cuore della notte l’entrata del nuovo anno. Il mattino era nebbioso: nulla di straordinario in questa stagione, specialmente così vicino alla costa e sulle alture. Marciavamo sempre in direzione di S. S. E. ed avevamo preso con noi una guida dalle genti di Tarrahona, che erano accampate a Bir Milrha. Per la prima volta compimmo nella giornata un viaggio regolare, facemmo cioè 30 chilometri. Io mi rallegrava del lodevole portamento dei miei uomini, che marciavano bravamente e giuravano pel loro Dio e la loro fede di essere pronti a dividere con me ogni pericolo. Tante e tante volte si avvicinavano e mi gridavano ad alta voce: «Noi diamo la nostra vita per te!» Ora ringrazio Dio, che non furono posti sul serio alla prova, perchè, all’infuori di due o tre, erano tutti i più solenni poltroni del mondo ed il gendarme officiale del governo, il Kulughli di Tripoli, il vigliacco per eccellenza, come sfortunatamente ebbi in seguito occasione di esperimentare; dall’altro conto era però il più abile aiutante arabo, quantunque nello stesso tempo un gran briccone.
Il Governatore generale della Tripolitania, Sabri Pascià, aveva da prima fatto difficoltà di farmi accompagnare da uno solo zaptié; egli voleva bene accordare una scorta, ma neppur uno dei rappresentanti officiali dell’ordine. Anzi fece persino difficoltà di munirci di un Buiuruldi (un firmano locale per la Reggenza), pretendendo ch’io sottoscrivessi una dichiarazione colla quale io scioglieva il governo da ogni responsabilità nel caso che mi fosse avvenuto alcun che di sinistro nell’interno. Fa meraviglia che non solo Dournaux-Duperré e Jaubert sottoscrivessero una dichiarazione simile, ma anche i missionari francesi, di cui ho parlato più sopra, e per consiglio del console generale francese. Il viceconsole, sig. Ledoux, mi avvertì a tempo. Così facendo io avrei infatto tolto ogni forza al mio firman alì. Il sig. de Goyzueta sostenne con tutto il vigore il mio rifiuto e Sabri Pascia, che era del resto buono e bravo in sommo grado, vedendo ch’io non voleva sottoscrivere il suo scritto, mi diede il Buiuruldi e lo zaptié.
Raggiungemmo così nella migliore disposizione d’animo l’Uadi Mader ed evidentemente un po’ prima la strada maestra, che da Leptis Magna conduce nell’interno ed è seminata non solo di molte ruine di castelli romani, ma anche di numerosi triliti ed altri monumenti preistorici.
Il giorno seguente, partendo di buon’ora e camminando sempre in una regione fresca e coltivabile come quella sin allora percorsa, avevamo appena fatto 10 chil. nella stessa direzione di S. E., quando ecco ci corse agli occhi un messo che venivaci incontro a spron battuto: egli parlò a lungo con alcuni che si trovavano alla testa della nostra carovana, quindi coll’Hagi Ssalem, il nostro zaptié. Poscia, dopo aver con piglio serio bisbigliato tra loro, mi si fecero vicino ed il messo mi consegnò una lettera indirizzata al Dr. Nachtigal, la soprascritta essendo: «Al nostro carissimo amico Edris Efendi, el-Brussiani». La lettera era aperta ed avvertiva di evitare la strada degli Orfella, infestata da malviventi che volevano impadronirsi di me.
Senza curarmi più della lettera, senza fare attenzione alle proteste verbali del latore che alcune centinaia di Orfella tenevano la strada per tenderci un agguato, senza dare ascolto ai lamenti dello zaptié Hagi Ssalem, che mi scongiurava di scioglierlo da ogni responsabilità, ordinai di proseguire la marcia. Quando però mi fui accorto di un chiacchierio poco incoraggiante tra i miei propri uomini e finalmente parecchi altri sopraggiunti in quel momento — forse istruiti dal Kaimakam o dal latore della lettera — ebbero confermato la notizia ed asseverato sul serio, che 200 Orfella ci attendevano sulla strada per mangiarci 47, credetti miglior partito di far alto. Avrei voluto piegare verso ponente per cercar di raggiungere i Beni Ulid, evitando la strada maestra delle carovane, ma dovetti rinunciarvi, perchè i miei uomini dichiararono che neanche là saremmo scampati agli Orfella. E tutto ciò fu poi scoperto non essere altro che menzogna ed inganno!
Ma io non poteva saperlo, e sulle mie genti, ad eccezione dei quattro tedeschi, non v’era a fare assegnamento. Essi avrebbero forse (?) potuto essere utili contro i Negri e i Kafir (miscredenti), mai però contro i loro propri compatrioti e correligionari. Diedi perciò ordine di ritornare indietro, poichè, a mio avviso, non era prudente, col tentare di aprirci la strada combattendo, porre a repentaglio sul bel principio l’esistenza della spedizione.
Valicando l’Uidian Mader e l’Ushtata, ci ritirammo nell’Uadi Tessiua. Nelle vicinanze eranvi parecchi duar dei Tarrhona, cosicchè potevamo qui considerarci sicuri, la tribù dei Tarrhona, per le sue relazioni commerciali, essendo intieramente nelle mani del governo. Ed il giorno dopo continuammo la nostra ritirata per la pianura di Rummt a vista del Gebel Smim el-Barkat e per l’Uadi el-Hoatem, che si scarica nell’Uadi Scersciara, sino al Gasr dello stesso nome, residenza officiale del Kaimakam turco. A grande meraviglia di Mustafa Bei, che avevamo conosciuto a Bir Milrha, giungemmo colà il 3 di gennaio dopo mezzogiorno e ci accampammo sulla sponda sinistra dell’Uadi Scersciara, proprio dirimpetto al Gasr, un’abitazione mezza in rovina, però fabbricata sulle fondamenta di un castello romano.
Naturalmente io aveva già il giorno innanzi spedito un messo a Tripoli per informare il marchese di Goyzueta dell’accaduto e pregarlo di chiedere, sul fondamento del mio firmano, una scorta sino a Sokna.
Dal Kaimakan Mustafa Bei fummo accolti colla massima amorevolezza, e bisogna infatti confermare che l’ospitalità dei turchi merita in generale i più grandi elogi. Subito dopo il nostro arrivo ci diede un pranzo, dove mancavano, è vero, sedie, tavole, coltelli e forchette, ma le vivande apprestateci, che noi mangiammo con lui nello stesso bacino di ottone stagnato, facevano onore al suo gusto e a quello della sua schiava.
La valle, nella quale eravamo accampati, era una delle più amene della Tripolitania. Profondamente scavata, correva con frequenti giri da S.E. a N.E. I pendii, nudi in parte e spogliati della terra, erano però ben ammantati di verde e gl’innumerevoli Bilithi e Trilithi, gli avanzi di mura di castelli e ville romane, rendevano testimonianza di un’antica ben diversa coltura e floridezza. Sopratutto però spiccava la vaghezza di questa valle nella vista dell’acqua corrente, e chi sa quanta sia la penuria, in tutta l’Africa settentrionale, di acqua che scorra sulla superficie del suolo, potrà farsi un’idea del diletto che provavamo udendo il mormorio di questo figlio della patria. E al disopra del castello turco formava il ruscello una delle più meravigliose cascate, della cui bellezza io do una pallida idea, paragonandola alla famosa cascata di Minnehaha nel Minnesota, che Longfellow descrive con tanto entusiasmo. Come erano dolci i sogni all’ombra delle felci di Ain Scersciara!
Naturalmente dovevamo restar qui alcuni giorni sino all’arrivo di una risposta da Tripoli e ciascuno impiegava il tempo secondo le proprie attribuzioni. Io feci così un giorno una gita sino al Gasr Doga, situato alla distanza di circa 10 chil. a nord-est del nostro campo, un notevole avanzo romano che i conquistatori maomettani cangiarono poscia in un castello, dopo aver barbaramente distrutto quanto colle loro forze brutali potevano distruggere.
Il Gasr Doga, un grandioso mausoleo, fabbricato di grosse pietre da taglio, ha, secondo Barth (le mie proprie misure sfortunatamente sono andate perdute), 14,25 m. di lunghezza su 9,40 m. di larghezza. L’edificio, a cui si accedeva per tre gradini, è volto quasi dal nord al sud con 10° di deviazione a ponente. L’entrata, ora murata, guardava verso levante. Al mausoleo di forme colossali, ma affatto proporzionate, dava maggiore armonia una soprastruttura a guisa di tempio, sostenuta da colonne. Sfortunatamente, questa parte suprema dell’edificio è intieramente scomparsa. Ma i numerosi fusti di colonne, i capitelli corinzii, nettamente scolpiti, testificano l’esistenza di questa soprastruttura, se pure le tracce dove le colonne erano conficcate non provano all’evidenza che si tratta semplicemente di un vestibolo, giusta l’opinione di Barth. I due piani ancora esistenti hanno l’altezza di m. 8,65.
A S. E. di questo monumento sepolcrale, degno di un più minuto esame, giace, alla distanza di 2 chil., il vasto campo di ruine di un’intiera città, probabilmente anche del tempo dei Romani. Molte monete ed «intagli antichi» trovati anche presentemente dagl’indigeni confermano affatto questa supposizione, perchè le prime almeno portano per lo più l’immagine di uno degli imperatori romani. Anche qui si scorgono, nelle valli laterali, quelle dighe con cui gli antichi popoli inciviliti trattenevano l’acqua nella stagione delle piogge, per poi adoperarla nella stagione asciutta ad irrigare i loro giardini. I possessori attuali del paese non conoscono nemmeno lo scopo di questi muri trasversali, ma credono che siano state linee di difesa. Ho già fatto cenno dei Cromlechi, dei Bilithi e Trilithi. Questi ultimi s’incontrano in numero incredibile in questa parte di Tripoli. A spiegarne lo scopo, io direi, contrariamente all’opinione di Barth 48, che tanto le due pietre, quanto le tre pietre non erano altro che il contorno di una porta che conduceva ad un edificio, forse ad un sarcofago, forse ad una casa di abitazione, le cui mura, fatte di materiali più cattivi di queste pietre, che opposero resistenza, cedettero e caddero in rovina. — Così fabbricavano, del resto, non solo gli antichi, ma anche noi oggigiorno in tutte le città, in tutti i paesi. Ogni finestra, ogni porta viene sempre murata con materiali che sono molto più resistenti del resto delle mura dell’edificio. E non è vero affatto che le pietre siano collocate così vicine l’una all’altra che si abbia a far forza volendo passarvi per lo mezzo. Invece si passa comodamente in mezzo a tutte, anche a due persone di fronte, e dove sono avvicinate maggiormente l’una all’altra, lo si fece senza dubbio per buone ragioni. Oltracciò, in tutte le pietre trovansi dei buchi per incastrarvi gli arpioni e dappertutto in vicinanza dei «Senam», che è il nome dato dagl’indigeni a queste pietre, si veggono degli avanzi di muraglie. Von Bary era anche della stessa opinione, mentre a pag. 46 del XV rapporto annuale della Società geografica di Lipsia dice a proposito dei Trilithi di questa regione:
«Questi monumenti, composti di tre monoliti, formavano sempre parte integrale di una fabbrica quadrangolare, la quale si compone di piccoli blocchi scarpellati, così disposti che le facce piane siano volte verso l’esterno, giacchè i blocchi non sono sempre intagliati egualmente su tutte le facce. Nella più parte dei casi io trovai sempre tre di quei Senam, ch’io per la forma chiamerò porte, da un lato della fabbrica originale, mentre dal lato opposto si trovavano anche tre porte. In tutte le fabbriche la facciata è volta a ponente; e si riconosce sempre facilmente, perchè tutti i Senam dal lato volto verso l’interno dell’edificio, hanno da uno a quattro intagli per i chiavistelli, sempre di forma quadrata; oltracciò, la facciata del Senam è sempre grezza, mentre tutti gli altri sono sempre spianati, ecc.».
Io credo che basti quel che abbiamo riportato per provare che anche von Bary riteneva che questi Cromlech fossero porte, e per togliere ogni fondamento a quella opinione che nei monumenti megalitici della Tripolitania credeva di scorgere degli altari o altri oggetti.
Finalmente potemmo riprendere la nostra marcia interrotta. Il 6 di gennaio giunse da Tripoli un messo di Mahmud Damsadh Pascià, il quale nel frattempo avea sostituito Ssabri Pascià, al posto di governatore generale. Mahmud Damadh, cognato del Sultano, diede ordine ad un colonnello di cavalleria, che si trovava sulla via di Sokna con 60 cavalli ed avea già raggiunto Bir Milrha, di tornare indietro e scortarci sino a Sokna. Il colonnello venne e rimanemmo intesi che il giorno dopo ci saremmo incontrati in Tessiua per continuare il viaggio di conserva verso il sud.
E ci ponemmo di nuovo in cammino il 7 di gennaio e, come avevano stabilito, c’imbattemmo il giorno seguente colla cavalleria nell’Uadi Tessiua. Era un magnifico spettacolo il veder da lungi caracollare all’orizzonte sui loro piccoli cavalli i cavalieri nei loro abiti e burnussi svolazzanti, coi loro lunghi archibusi, armati ciascuno d’una bajonetta! Ma allorchè gli ebbimo raggiunti, quanto diversa ci apparve la cavalleria, che del resto non apparteneva alle truppe regolari, bensì ai Bascì Bozuk. Ora vedevamo la picciolezza dei cavalli, appena più alti di un grosso asino e così magri che alle ossa dei fianchi della maggior parte di essi avremmo potuto appendere i nostri mantelli. E gli uomini! Alcuni avevano 60 e 70 anni, altri meno di 15, pochissimi dai 20 ai 30, il maggior numero avea oltrepassato i 50 anni. Questa truppa coi suoi cattivi fucili avrebbe dovuto proteggerci! Ma in sostanza le circostanze son tali, che questa banda, la quale agli occhi delle tribù che abitano nei dintorni fa parte dell’esercito regolare turco, è per noi di un’inconcepibile influenza pel prestigio che il sultano stesso gode presso i Musulmani come capo supremo dei credenti. È un fatto però che, invece d’esserne difesi, toccava piuttosto a noi a difenderli. L’Hagi Maussur, tale era il nome del colonnello, il quale però realmente, non era che Basciaghà, aveva una grandissima opinione di sè stesso e la prima sera poco mancò che non venissimo in iscrezio, perchè voleva assolutamente ch’io prendessi quartiere nel mezzo del loro vasto campo, ciò che io rifiutai per diverse ragioni, insistendo a drizzar le mie tende alla distanza di 1000 m.
In due tappe raggiungemmo l’Uadi Dinar, un affluente settentrionale dell’Uadi Beni Ulid, il quale nel suo corso superiore occidentale ha nome Uadi Genueba e quindi si scarica nel Sufegin 49, una delle più grandi fiumare della Tripolitania. Sulle sponde dell’Uadi Dinar, prima e dove sbocca nell’Uadi Sufegin, si scorgono diverse ruine di castelli e di fortezze, parte fabbricati di pietra da taglio ben lavorata, parte di materiali peggiori; ma tutta la strada, a partire da Tessiua, dove sonovi anche delle grandi ruine, viene designata appunto da questi edifici di tempi trascorsi, come la strada maestra che anticamente da Leptis Magna conduceva per Bongem nell’interno. Solo, profittando dell’occasione, vorrei avvertire il lettore a non accettare ad occhi chiusi l’opinione di molti viaggiatori, i quali attribuiscono quelle superbe ruine che giacciono a dritta e sinistra della strada tutte senza distinzione ai Romani come autori e costruttori: due terzi di esse almeno, come si può rilevare esaminandole attentamente, sono dell’epoca della signoria islamitica.
Il giorno seguente venimmo all’Uadi Beni Ulid, tagliato a grande profondità e quasi a perpendicolo, e trovammo in quel momento il fondo della valle affatto asciutto. Eravamo appunto occupati a disporre il nostro campo sopra un’altura nel letto del fiume insieme a quello della scorta, ed ecco il Kaimakan dei Ben Ulid, Hagi Bu Aiscia, ci venne incontro e voleva assolutamente che salissimo sulla sponda destra dell’Uadi, dove potevamo accamparci con maggior sicurezza nel castello od a breve distanza dal medesimo. Nello stesso tempo venne anche lo Scich supremo ereditario degli Orfella, Hagi Matuh Deiki e c’invitò a drizzar le tende in vicinanza del suo villaggio, chiedendo di avere con me un abboccamento particolare. Non sapendo a qual partito appigliarmi, prevalse il consiglio del nostro colonnello, Bu Aiscia avendomi anche fatto osservare che una probabile subitanea inondazione avrebbe posto il campo in grave rischio. Queste riflessioni ed il consiglio del colonnello, che voleva accamparsi in vicinanza della sede del governo, persuase anche me a recarmi lassù, dove piantammo il campo sotto le mura del castello turco.
Mi era appena ritirato nella mia tenda, quando lo Scich dei Sciuch degli Orfella venne a trovarmi e nei termini i più veementi protestò contro le «sfacciate» calunnie di Bu Aiscia. L’intera provincia. era tranquilla e specialmente la strada attraverso Beni Ulid e la loro valle non era stata mai poco sicura; nessuno dei suoi uomini aveva pensato ad agguati. Naturalmente, Bu Aiscia fu altamente meravigliato di vedersi dinanzi non Edris Efendi (il Dott. Nachtigal), ma Mustafa Bei e, malgrado la sua affabilità, malgrado le sue proteste di servitù, io non potevo perdonargli di avermi giuocato questo tiro, mentre egli, dal suo canto, credette bene di rappresentar la sua parte «jusq’au bout». La sera infatti dello stesso giorno mi mandò una lettera nella quale nuovamente mi avvertiva di guardarmi dagli Orfella e mi pregava di rinunciare a spingermi più innanzi verso il sud; nel caso però ch’io persistessi nel mio proposito, di sottoscrivergli una dichiarazione che lo sciogliesse da ogni responsabilità. Io era così indignato di una simile sfacciataggine, che gli rimandai la sua lettera senza rispondere. Per dare però a Bu Aiscia una prova della mia solidarietà cogli Orfella, accettai volentieri di recarmi col sig. von Csillagh a far colazione in casa dell’Hagi Matuh Deiki.
Naturalmente fu invitato dal comandante della guarnigione a passar la rivista ai suoi soldati, ed in tale occasione entrai anche nella sua stanza e provai un vero piacere alla vista della piccola biblioteca (cinque o sei libri), dei pochi fiori dinanzi alla finestra, cioè pomidori e cucuzze, delle tendine di bucato, delle due sedie e della tavola. Da due anni vegetava questo figlio di Stambul in questa solitudine, rileggendo sempre la sua biblioteca, ossia i regolamenti, sperando di giorno in giorno di essere liberato e cambiato e più che tutto aspettando il suo salario, che da 15 mesi, come egli mi diceva, non era stato pagato.
Percorrendo le pianure quasi affatto ignude che si estendono dai monti sino a Beni Ulid, si prova una gradita sorpresa, alla vista del rigoglioso bosco di ulivi dell’Uadi Beni Ulid. Veduta dall’alto, l’intiera valle sembra infatti un mare d’impenetrabile verzura, un tappeto di ligustri. Scendendo abbasso però, tutto si scioglie in giardini isolati, cinti da enormi dighe costruite di grosse pietre e di musi erratici per trattenere l'«humus», quando le acque rovesciano lungo la valle le loro onde devastatrici.
Il fondo della valle ha in questo punto la larghezza di circa un chilometro ed è coperto intieramente di buon terreno. E qui non solo attecchiscono gli olivi, ma anche quasi tutti gli alberi da frutta della Tripolitania, all’infuori della palma, la quale almeno non viene coltivata. Le pareti stesse delle due rive, alte forse 130 a 150 metri, sono ripide e scoscese e mostrano alla base le tracce dell’acqua corrente con impeto. Di natura rocciosa, la pietra principale è la calcarea, mentre il margine superiore è coperto da uno strato di lava bolloso, alto un metro e più, il quale sembra abbia avuto origine da un liquido fluente, raffreddatosi durante il suo corso.
Gli abitanti della valle, Orfella, pretendono dl essere veri Arabi e parlano anche arabo; ma il loro stabile domicilio, la struttura dei loro villaggi, in numero di circa cinquanta 50, alcuni dei nomi di questi villaggi, i nomi stessi degli abitanti giustificano la supposizione che qui si tratti d’una forte mescolanza degli antichi abitatori Berberi cogli Arabi venuti a stabilirvisi in seguito. Gli Orfella hanno fama di ladri ed attaccabrighe, e fatti recenti dimostrano che si danno poco pensiero delle autorità turche. Entro i confini del loro Uadi e della loro provincia però si tengono il più del tempo tranquilli. Il loro stabile domicilio garantisce in ogni caso della loro buona condotta, giacchè i loro villaggi e le loro piantagioni rappresentano sempre un valore considerevole.
I pozzi nella valle sono straordinariamente profondi; quello ch’io ho misurato aveva la profondità di 40 m. e l'acqua contenutavi a 4 ore pom. segnava 25°, mentre la temperatura dell’aria esterna era di 20° C. Rimanemmo un giorno nell’Uadi Beni Ulid. Quando ripartimmo agli 11 di gennaio, non si potè fare a meno della compagnia degli Orfella: lo Scich Deiki volle scortarci almeno per una giornata. Al sud di Beni Ulid s’incontra subito del terreno Hamada, interrotto però di tempo in tempo da piccoli Uidian, che appartengono tutti al Sufegin, oppure si traversano anche dei piccoli avvallamenti, che in primavera si coprono d’ordinario di verde. Questa volta però, sfortunatamente, il caso era diverso, la vegetazione essendo stata dappertutto scarsissima, perché nell’inverno 1878-79 non era caduta pioggia affatto. Nonostante, il suolo si era qua e là coperto di muschio, che rassomigliava a piccoli funghi o grani d’orzo mondato o di grossa sabbia e dagl’indigeni era chiamato «Ghim el-lutta», ossia «frumento della pianura.» Secondo Ascherson, il nome del muschio si è «Lecanora desertorum.» Essendo stato assicurato che il fungo era mangiabile, io ne feci raccogliere alcuni e la sera avemmo un piatto di sapore eccellente, quantunque un po’ sabbioso.
Senza incontrar nulla di notevole, continuammo la nostra marcia verso il sud, tenendoci sempre sulla strada maestra riconoscibile ai numerosi sentieri segnativi dalle carovane, traversammo l’Uadi Sufegin, l’Uadi Semsen, l’Uadi Um el-Cheil, e giungemmo al villaggio importante di Bongem, quartier generale degli Orfella nomadi.
La regione intanto ha preso un aspetto differente che, secondo me, tiene della Sirte. Il viaggiatore è incerto se si trova in vicinanza del mare o nel cuore del Sahara: le colline, poco elevate, spesso rese bianche e lucenti da strati di aragonite e di frammenti calcarei, accennano al deserto; le innumerevoli conchiglie, soprattutto banchi intieri di Cardium, che paiono essere stati rigettati ieri dal mare, accennano alla vicinanza di quest'ultimo. Effettivamente a Bongem siamo scesi di nuovo al livello del mare 51 e ci troviamo sempre anche qui nella regione dei depositi acquei del Mediterraneo. Bongem è Mudirat dei Turchi ed ha una popolazione di circa 150 anime, che vivono del commercio colle carovane che traversano il paese e dello scambio coi pastori delle numerose greggi di cammelli. In nessun luogo della Tripolitania si hanno greggi di cammelli così numerosi come quelli degli Ofella, ed i pozzi di Bongem sono per esse il punto di ritrovo. Gli animali, in generale abbastanza stupidi e sempre seri — io non ho mai veduto ridere un cammello, nemmeno uno giovane, — sono dall’abitudine così addestrati che sanno trovare il pozzo affatto soli senza la guida del loro pastore. Un gregge di 100 cammelli viene del resto invigilato da un solo ragazzo negro e pascola spesso a 100 chil. e più di distanza dal pozzo. Alle volte, quando le regioni abbondano di fresche erbe, i cammelli si recano a bere una sola volta al mese od anche più raramente, mentre nella stagione asciutta e calda spengono la loro sete più sovente. In lunghe file un animale dietro l’altro, al passo detto delle oche, si avanzano lenti lenti, seri e muti; se le buche dell’acqua sono a piana terra e vi si può accedere facilmente, vanno subito da sè a dissetarsi; se poi i pozzi o le buche hanno una certa profondità e l’acqua non si può attingere senza l’aiuto dell’uomo aspettano allora colla pazienza d’un santo, finchè venga loro da qualcuno distribuito l’agognato umore.
Il contrasto tra un castello turco costruito circa 20 anni fa, ora in rovina, ed uno romano fabbricato forse 2000 anni addietro, è assai notevole. I materiali del forte turco sono di così cattiva qualità, che, malgrado l’aria conservatrice dal Sahara, dopo forse altri venti anni non ve ne rimarrà traccia, mentre quelli del castello romano sono così durevoli e in così buono stato, che basterebbe riporre le pietre ed i massi nel loro ordine una sull’altra per ridonargli, come per incanto, la sua antica forma. Chi sa se l’antico edificio di Bongem sarà mai ricostruito!
L’inscrizione che si leggeva sulla porta settentrionale, incisa su una grossa pietra da taglio, ora gittata a terra è benissimo conservata: quelle delle altre porte — giacchè ogni porta avea la sua inscrizione — sono affatto illeggibili o sotterrate sotto le macerie. Del resto, dopo la visita di Lyon e Ritchie, il castello deve essersi cambiato notevolmente, se pure il quadro che que’ viaggiatori fanno di Bongem è in qualche modo fedele.
L’inscrizione in lettere maiuscole è la seguente:
Imp. Caes. L. Septimio. Severo.
Pio. Pertinaci. Aug. Trpotu. III
Imp. — Csiippet — V — ri —
IIII.
Et — Septimio cae. —
Aug. O. Anicio. Fausto. Leg. —
Augustorum. Consulari. —
— Ipo. III. Aug. Pu —
Tra Bongem e Sokna il terreno si eleva di nuovo gradatamente e, prima di raggiungere l’oasi di Giofra, si deve valicare la giogaia di Far, nella quale si trovano dei pozzi con acqua bastantemente cattiva. Alla più alta cima della giogaia, che non aveva nome, perchè gli indigeni sogliono chiamare Gebel Far tutte le cime che la compongono, diedi, ad onoranza della Società Geografica di Berlino, quello di «Monte Nachtigal», «Gebel Bulbel». Sebbene avessimo già prima trovato delle petrificazioni, c’imbattemmo sui monti di Far per la prima volta in uno strato assai rilevante. I punti più alti hanno lassù lo spessore di 400 m. Lasciammo che la cavalleria ci precedesse e noi rimanemmo quivi accampati un giorno di più, per raccogliere piante, animali e petrificazioni. Carichi di ricche prede, partimmo li 22 gennaio per Ain Hammam, un pozzo che deve già essere considerato come parte dell’oasi di Giofra.
Ain Hammam, la fonte dei colombi, è attorniata da dune rivestite in cima ed al piede di palme. Con nostra grande sorpresa, trovammo quivi, all’arrivo, l’intiera cavalleria attendata, perchè il Basciagà Mansur voleva darci lo spettacolo d’un Label Barudh, ossia d’una corsa a gara con spreco di polvere, colla quale naturalmente egli intendeva di dare nello stesso tempo agli indigeni di Sokna un’idea della sua importanza. Non vi era nulla ad opporre, perchè il colonnello era così incocciato nel suo proposito di esporre la sua cavalleria in tutto il suo lume, che sarebbe stato inutile il volernelo distogliere. E pure cavalli e cavalieri, facevano così triste figura! Uno degli ultimi era persino soggiaciuto al suo destino; al nord della giogaja di Tar l’avevano seppellito, vittima degli strapazzi. Come è mai possibile di adoperare dei vecchi settantenni per imprese di guerra e quel che è più nel deserto!
Di questo modo ci preparammo tutti a far solennemente la nostra entrata in Sokna; i servi vestirono delle camicie nuove, si trassero fuori gli abiti più variopinti, ed io feci sì che la polvere non mancasse nè ai miei uomini, nè alla cavalleria.
Sbedet, Nora, Nemsadia, Sahu, Fuga, Ghetascia, Gemamla, Sikkeba, Dueira, Menesla, Seahu, Sbeah, Chosim, Slefa, Sba, Ssadet el-Hellema, el-Hossema, el-Goeida, el-Sserara, el-Türba, el-Auassa, Tlummat, uled Si Sliten, Monassir, uled Bu Ras, el-Aghib, el-Mrharba, Sehu, Komat, Lisahaga, Ssiadat, el-Lutofa, el-Braghta, Futman, Scemamla. Interessante è il nome Monassir, il quale ritorna di frequente nei nomi delle città e dei villaggi arabi e dee sempre riferirsi ad un antico monastero cristiano.