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CAPITOLO VII
Sommario. — Gli antichi conoscevano Giofra. — Plinio intorno al Mons Ater, oggi Gebel Ssoda (Montagne nere). — Donde il nome di Giofra? L’antico geografo arabo Edrisi. — Uadan nell’antichità centro dell’Oasi. — Leone Africano. Hornemann, Ritchie, Barth, Vogel danno ragguagli su Giofra. — Forma, monti, fiumi, natura del suolo, strati di petrificazioni nei monti. — Perennità dei pozzi conseguenza della pioggia. — Temperatura altissima. — Il caldo nel Sahara più sopportabile che sulle sponde del mare Mediterraneo. — Venti, formazione delle nubi, luce zodiacale. — Condizioni igieniche eccellenti. — Le malattie d’occhi proporzionatamente assai rare. — Cagione delle frequenti malattie d’occhi nell’Africa settentrionale. — Cagione della deformità nella conformazione del corpo. — Le piante che si nutriscono di aria senza pioggia. — Datteri non della migliore specie. — Incesparsi delle palme al sud della spiaggia delle Sirti. — Frutti, legumi, cereali. — Nessun fiore. — Non sorgenti, soltanto pozzi. — Concimatura accurata dei giardini murati netti dalle erbacce. — Animali domestici. — Animali selvaggi. — La Dubechse. — Arabi e Berberi. — Classificazione degli ordini dei cittadini. — Diversità delle fattezze. — Magrezza. — Doni negli sposalizi. — Facilità del divorzio. — Vestire. — Amuleti. — Solida agiatezza. — Imposte. — Nessun servizio militare. — Nessun amor di patria. — Riti ed insegnamento nelle scuole. — Sokna, sede del governo. — Botteghe, moschee, articoli di commercio. — Povertà del dialetto. — Monotonia del canto. — Speciali indicazioni di numeri. La città di Hon. — Uadan, la città santa con una sola moschea!
Se, giusta l’opinione di Duveyrier, Bongem era il Boin di Plinio e se la «celebre metropoli 56 dei Garamanti, Garama, fu soggiogata dalle armi romane, cosicchè Cornelio Baldo l’abbia vinta, e si sia impadronito delle dette città, ed abbia portato in trionfo, oltre a Cidamo (Rhadames) e Garama (Germa), anche i nomi e le insegne di tutte le rimanenti città e popoli», possiamo trascurare tutte queste città e nomi, la cui descrizione è assai incompleta, perchè assolutamente non ci forniscono alcun indizio rispetto all’oasi di Giofra. È sicuro però che i Romani hanno conosciuta un’oasi così importante. Ed è tanto meno da dubitarne, in quanto che Plinio fa rilevare espressamente il Mons ater o niger, ed un monte di colore così spiccante non può esser altro che il Gebel Ssoda, il quale del resto, così com’è ora, viene esattamente descritto da Plinio. «Di qui si estende da levante a ponente una lunga giogaia, che noi chiamiamo Ater, perchè appare come abbruciacchiata dalla natura, od arsa dai raggi riflessi del sole; e dietro di essa giace un deserto». L’Harugi Assod, il Gebel Ssoda formano una stessa giogaia, a cui gli antichi davano il nome che il colore pone di per sè in bocca a ciascuno. I Berberi, gli Arabi potevano, e noi stessi, se vogliamo, possiamo chiamare questa catena importantissima assai correttamente «Montagne Nere», «Black mountains» o « Schwarzes Gebirge» o «Montagne noire». Ai piedi di questa giogaia è posta ora una delle più fertili oasi: Giofra.
Si è dato all’oasi questo nome, di origine araba, per la conformazione del suolo, poichè Giofra deriva da Giof, ventre, una parola usata spesso dai geografi arabi per avvallamento o depressione. L’avvallamento infatti, sebbene non sia tale in modo effettivo od assoluto, lo è però in confronto dei monti che lo circondano, ossia delle «Montagne Nere». Neanche nel medio evo si fa menzione di quest’oasi, se non che Edrisi, che viveva nel XIII secolo, fa cenno, se non altro, di un sito nell’oasi che, per la sua posizione e per le condizioni locali, sembra ad ogni modo essere il più antico, ossia di Uadan. Nell’Africa di Edrisi 57, cur. Hartmann, p. 135, troviamo: «Terra Vadan. Terra Vadan dicuntur insulae palmarum occidentem inter et orientem mare versus latissime protentae». Oltracciò, abbiamo nello stesso scrittore: «A Sort ad Vadan stationum iter; sita antem est Vadan in australi parte (urbis) Sort, ecc.» Si fa rilevare che Vadan importa da Karar (questo evidentemente è un errore del copista e deve correggersi Kauar, o come scrive Hartmann, Cavar) allume ed erba tintoria (lutum). Intanto non si dee però credere che Edrisi soltanto e non anche gli altri geografi arabi abbiamo avuto contezza di Uadan e dell’oasi di Giofra. Bakui parla, p. es., di Uadan come di una città situata nel mezzogiorno dell’Africa.
Così il sig. Gotthold Krause, nei suoi studi storici fatti a Malta e Tripoli, ci dà intorno ad Uadan nel vol. XIII della «Zeitschrift der Berliner Gesellschaft für Erdkunde», p. 356 e seg., delle notizie ancora più antiche, giacchè, secondo lui, nell’estate del 644 il condottiero Amr s’impadronì di Tripoli, e durante l’assedio di questa città spedì uno dei suoi capitani, Bosr ibn Arta, ad Uadan. Due anni dopo, narra il sig. Gotthold Krause, Uadan fu presa una seconda volta per aver mancato alla fede data, ed al re di quel paese fu persino mozzato un orecchio in punizione del suo tradimento.
La miglior prova però che Uadan nell’antichità fosse il punto centrale dell’oasi, è fornita dalle fondamenta in pietre di taglio, probabilmente di origine romana, che s’incontrano qua e là sulla collina, intorno alla quale è fabbricata la città di Uadan. Ed è anzi tanto più fuor di dubbio, in quanto che spesso accade d’imbattersi nei dintorni in monete romane, intagli e cammei. Un bellissimo intaglio venne offerto a noi perchè lo comprassimo, ma il prezzo che ne chiedevano disgraziatamente era troppo elevato. In Hon e Sokna non vi è la menoma traccia di avanzi di mura antiche o di oggetti che datino dal tempo dei Romani, il che dimostra che queste due città devono essere, rispetto ad Uadan, di origine molto più recente. I viaggiatori che visiteranno questi luoghi in avvenire, specialmente se il fanatismo religioso degli abitanti avrà cangiato misura, dovrebbero soprattutto rivolgere la loro attenzione a Uadan. Degli scavi meneranno forse, come a Rhadames, a scoperte di grande importanza per la storia.
Anche Leo Africanus cita Uadan. Nella traduzione di Lorsbach, p. 449, si narra: «Guaden (Waden) è un piccolo villaggio nel deserto numidico, ai confini della Libia, dove non cresce nulla all’infuori d’una piccola quantità di datteri. Gli abitanti sono bestiali, poveri e vanno presso che affatto nudi. Essi quasi non possono allontanarsi dalle loro capanne a motivo di screzi coi vicini. Si occupano oltracciò della caccia e prendono gli animali selvaggi, p. e. «elamth» e struzzi in trappole; non mangiano anzi altra carne, mentre non allevano le poche capre che pel solo scopo di beverne il latte. Essi sono del resto più neri che bianchi». Questa descrizione si attaglia perfettamente al tempo attuale: anche ora avviene spesso che gli abitanti rimangono sequestrati nelle loro case e nei loro villaggi per contese coi vicini; in tutti i luoghi la popolazione ama la caccia appassionatamente; la carne delle antilopi e delle gazzelle è anche oggi all’ordine del giorno, ed il color della pelle è più nero che bianco. Il meraviglioso si è che internandoci nel continente, c’imbattevamo spesso in trappole da struzzi antichissime, che ora non hanno più alcuno scopo, perchè gli struzzi già da lungo tempo sono scomparsi da queste regioni.
Hornemann, nella relazione del suo viaggio pubblicata nel 1802, cita almeno Sokna, Hun e Wodon tra le città più notevoli del Fezan, ed il maggior Rennell, nelle note geografiche al viaggio di Hornemann nella stessa opera, a pag. 183, dice: «Sokna, città di non picciola importanza, giace nel mezzo tra questa strada e Gadamis e si sa che il deserto nero corre al sud della medesima. Si può inoltre appena porre in dubbio che Plinio abbia ragione (come abbiamo già accennato più sopra), quando suppone che il Mons ater si estenda ad occidente verso Cydamus o Gadamis e notevolmente all’est di quest’ultimo luogo».
La prima descrizione recente è quella contenuta nella narrazione di Lyon del meraviglioso viaggio da lui intrapreso con Ritchie nel Fezan. Lyon però non cita il nome di Giofra, come nome dell’intiera oasi, quantunque a quel tempo già esistesse. Questa spedizione fu in generale l’unica che, prima della nostra, visitasse le città di Hon e Uadan; tutti gli altri viaggiatori toccarono solo Sokna, situata sulla strada maestra attuale.
Lyon dice: «Sokna giace in una immensa pianura ghiaiosa, ha per confine al mezzogiorno, alla distanza di circa 15 miglia, le Montagne Nere; a levante, alla distanza di circa 30 miglia, i monti di Uadan ed a ponente una catena di monti ancora più lontana».
Vennero quindi a Sokna, nell’anno 1822, Denham, Oudney e Clapperton, diretti al centro dell’Africa e narrarono dei buoni datteri e come la città cinta da mura avesse più di 3000 abitanti, più di un miglio di circuito ed otto porte e fosse di una nettezza e pulitezza che avea a tutti recato meraviglia.
Barth toccò l’oasi al suo ritorno e, parlando di Sokna, dice che è «importante».
La longitudine e latitudine di Sokna, indicata da Vogel, s’accorda esattamente colle osservazioni fatte da Ritchie. Egli trovò la latitudine della città nel giardino del governatore presso la porta orientale di 29° 4' 44", la longitudine di 15° 48' 30" all’est di Greenwich. Ma tutti gli altri ragguagli di Vogel rispetto a Sokna sono o parti della sua fantasia o frutto dell’essersi lasciato infinocchiare e parte indurre in errore dai nativi con false indicazioni. La notizia che egli dà, p. e., che a levante del meridiano di Sokna le Montagne Nere formano una spianata perfettamente orizzontale, che offre ad ingannarvi, a motivo del colore azzurro cupo della roccia, lo spettacolo dell’orizzonte marino, è del tutto erronea, perchè a levante di Sokna la sola catena vicina è quella dei monti di Filghi, e solo quando le condizioni dell’atmosfera sono favorevoli si possono alle volte distinguere per rifrazione all’orizzonte i monti di Uadan.
Il dott. Nachtigal descrive l’oasi nella sua opera «Sahara e Sudan» più circostanziatamente di tutti i suoi predecessori e gli abitanti di Sokna si rammentano anch’essi con gratitudine di Edris Efendi. Ma Nachtigal, facendo irrigare l’oasi di Giofra anche dai monti di Tar, è certamente caduto in errore. La cosa infatti è veramente impossibile per causa di uno spartiacque che trovasi tra i monti di Tar e Giofra. Gli Uidian dei monti di Tar si dirigono verso nord-est e fanno capo alla Sirte, e là vanno a sboccare anche gli alvei dell’oasi di Giofra. Ed il monte al nord di Sokna non si chiama Tûrîrîn (probabilmente errore del copista o di stampa), bensì Turinin. Dopo Nachtigal vennero qui anche i due viaggiatori Belgi Ramakers e Hautrive, i quali però non pubblicarono mai nulla del loro viaggio. Ciò è tanto più da rimpiangersi, in quanto che quei due signori avevano appunto per obbiettivo del loro viaggio la via da Tripoli a Murzuk, ed essendo dotati di disposizioni naturali eccellenti devono ad ogni modo aver riportati a casa dei dati topografici della più grande esattezza. Il nostro compatriota von Bary, disgraziatamente passato così presto da questa vita, non toccò l’oasi di Giofra nel recarsi a Rhat, avendo seguita presso a poco la stessa strada battuta da Barth nella sua andata al Bornu.
Le vicende storiche interne degli ultimi tempi sono così poco dilettevoli e le pugne e gli odî, come quelli descritti al principio dell’opera tra Hon e Sokna, destano così poco il generale interesse, si ripetono così sovente, che basta di certo l’aver citato questo solo fatto per formarsi un’idea delle condizioni dell’oasi. Nei grandi avvenimenti l’oasi subì la sorte della provincia: divenne turca, quando lo divenne il Fezan, mentre per lo innanzi apparteneva ora a questo, ora a quel sultanato e alle volte le singole città avevano goduto d’una certa indipendenza. Rhuma ed Abd el-Gelil misero ambedue Giofra a sacco ed i pochi palmizî veramente vecchi, che vi rimangono, mostrano che i grandi capi parte non rispettavano l’albero sacro nelle loro spedizioni guerresche. Di tutti i palmeti di Sokna, ve n’è uno solo, che conserva delle vecchie palme di alto fusto, perchè il suo proprietario era stretto d’amicizia con Abd el-Gelil; in tutti gli altri palmeti gli alberi sono giovani, avendo appena una trentina di anni, ma si trovano però appunto ora nel periodo in cui danno il massimo prodotto.
L’oasi di Giofra forma presentemente un Caimacanato dipendente dal Mutasserifiat del Fezan. Il Caimacan però non viene nominato dal Mutasserif, ma direttamente dal Vali o Governatore generale della provincia, come accade ora in tutti i Vilaiet turchi. La sede del governo è Sokna.
L’oasi è di forma oblunga, in modo che il maggior diametro corre da ponente a levante. Sopra una superficie però di circa 2000 chilom. q., ossia poco più piccola della provincia italiana di Ascoli Piceno, appena la ventesima parte può dirsi terreno coltivabile. Sebbene sia attraversata da numerosi Uidian, più di qualunque altra oasi e alle volte, soprattutto in primavera, si copra d’una rigogliosa vegetazione, pure non è in alcun modo adatta alle piantagioni ed all’agricoltura. Se si eccettuano i dintorni di Hon, nei quali diversi Uidian formano i così detti Gherara, che gli Honensi coltivano in certi anni, in tutti gli altri luoghi vi sono troppi ciottoli e troppe pietre, perchè le sementi possano attecchirvi.
L’oasi ha al nord i monti Machrik e quelli di Hon ed Uadan. I primi e gli ultimi si ripiegano verso ponente e levante ed aiutano così a determinare il confine naturale da quei lati, mentre al sud è formato dal Gebel Ssoda. Dei numerosi Uidian i più notevoli sono l’Uadi Machrik, Miuter, Garar, Sofegilla e Missifer. Essi si riuniscono col Missifer, che sorge a levante dei monti di Uadan, dopo aver perforato in più luoghi i monti di Hon e di Uadan e vanno a far capo al mediterraneo in direzione di nord-est, seguendo l’Uadi es-Sceffar. Accade rarissimamente che l’acqua raggiunga il mare scorrendo sulla superficie del terreno, ma pure accade, e le tracce dell’acqua che si possono scorgere e dimostrare distintamente in tutti gli Uidian di Giofra testificano che anche qui l'acqua alle volte segue incessantemente il suo corso.
Giofra, 250 a 300 m. al disopra del livello dell’Oceano, ha il suolo sabbioso, mescolato di particelle calcaree. I più vicini dei monti circostanti hanno in media una maggiore elevazione di 200 m. 58. Quasi per lo mezzo dell’oasi si distende una catena presso a poco da nord a sud, la quale principia coll’Hamora, posto sullo spartiacque tra i monti Tar e Giofra, e termina col Gebel Afia od anche col Garat Lochmani. Nel centro questa catena prende il nome di Filghi. Il nucleo di tutti i monti sì compone di arenaria e di calcare, ma sul Gebel Ssoda e sugli altri monti egualmente vi sono stratificazioni, cortecce, che talvolta consistono d’una crosta di ematite bruna, e tal’altra si direbbero un intonaco di lava. Denham sembra esser decisamente d’opinione che lo strato inferiore del Gebel Ssoda sia di natura basaltica; a pag. 20 della traduzione tedesca della sua opera egli dice: «Grandi masse di basalto lamellare e declivi irregolari, propri di questa formazione, si trovano sparsi in queste colline o sull’intiera pianura che le circonda. Le cime più elevate sono quelle che hanno i fianchi rivestiti di basalto lamellare con interruzioni meno frequenti, ecc. Lo strato inferiore di queste colline è senza eccezione pietra calcare, mescolata d’una argilla rossiccia. Colline così formate si ergono attigue alle basaltiche; alcune sono coperte di basalto di varie grandezze, ecc. Si incontrano poi altre colline, dove non vi è ombra di basalto».
Sul Filghi io trovai un grosso strato di pietra focaia, sul Gebel Ssoda anche uno strato di pietrificazioni e Stecker ne trovò uno simile con moltissimi Orbituliti nel Gebel Fergian. Hornemann opina che l’Harugi Assod, il quale è tutt’uno col Gebel Ssoda, sia formato di calcare e di basalto. Gebel Ssoda, secondo Duveyrier 59, è una massa vulcanica simile all’Harugi, ed isolata come questa in mezzo ad una Hammada calcare. Ma Harugi e Gebel Ssoda, sono la medesima giogaia, solo con diversi nomi, come dice anche Hornemann. Nachtigal cita rocce calcari e basaltiche ed arenarie.
In tutta l’oasi si trova già l’acqua alla profondità di 5 m. e nella città e nei giardini i pozzi per lo più danno acqua a solo m. 3,50. L’acqua s’incontra subito dopo uno strato di pietra calcare che bisogna rompere.
Siccome i pozzi in Giofra sono inesauribili, e non si può ammettere che l’acqua vi affluisca dall’Africa centrale propriamente detta, bisogna necessariamente supporre che la medesima abbia origine dalla pioggia che nel Gebel Ssoda e nell’ Harugi cade più abbondantemente e più spesso di quel che si è creduto sinora. Poichè è da questi monti principalmente che scendono i rivi che provvedono l’oasi di acqua. E quand’anche i monti più vicini al sud di Sokna non oltrepassino l’altezza di 5 a 600 m., ciò non toglie che il Gebel Ssoda nei punti più elevati possa raggiungere quella di 1000 a 1500 m. Io stesso nel valicare il Gebel Ssoda mentre mi recavo da Misda a Murzuk, trovai che il Chorm Ifrish era alto 2982 piedi inglesi (909 metri). Ad una altezza così notevole però è possibile che la caduta delle piogge recate in grembo alle nuvole del Mediterraneo avvenga in molto maggiore abbondanza che nella profondità delle pianure. E se anche le acque non scorrono sempre alla vista del sole, un tale afflusso verso le oasi può senza dubbio effettuarsi negli strati inferiori del suolo. Ma che le acque scorrano spesse volte negli Uidian al disopra del suolo, lo abbiamo già prima accennato. Noi dovremmo quindi trasportare la zona delle piogge mediterranee più oltre verso il sud, di quel che si sia fatto sinora, ed io credo poter sostenere che, dove tuttora si coltiva il terreno, bisogna anche ammettere necessariamente la zona delle piogge. Ed in Giofra si ara tuttora e senza irrigazione artificiale.
Sembra infatti che le osservazioni dei nativi, i quali vogliono che in alcuni siti del Sahara non piova mai, debbano accettarsi con cautela. Io stesso sono stato testimonio nel Fezan e quindi molto più lunghi verso il sud, di piogge persistenti, e quasi tutte le abitazioni delle diverse oasi mostrano tracce spesso assai profonde lasciatevi dagli acquazzoni.
Del resto Giofra partecipa, in generale, della siccità del Sahara ed ha un clima affatto asciutto. La temperatura media dell’anno sale quasi a 30° C., cosicchè l’oasi deve essere considerata come una delle più calde regioni del globo. Nonostante qui, come dappertutto nel Sahara, l’alta temperatura è più facile a sopportarsi che, p. es., sulla spiaggia del Mediterraneo, dove la grande umidità impedisce ogni evaporazione della pelle e sveglia nell’uomo una sensazione come se egli si trovasse in un bagno turco a vapore. Pare che nell’interno dell’oasi il termometro non scenda mai al disotto di zero, mentre si può ritener per certo che ciò ha luogo sui monti circostanti durante i mesi di dicembre, gennaio e febbraio. Anzi si vuole che nevichi anche in Giofra se pure è esatta la notizia riportata in proposito da Barth, il quale scriveva nel 1850: «Ci viene medesimamente riferito dal Fezan che la neve in Sokna, al principio di gennaio, è caduta in tanta abbondanza che gli abitanti aveano timore che le case crollassero» 60. Io non ho potuto accertar nulla a questo riguardo; al contrario gli abitanti di Sokna sostengono financo che non piove mai, sebbene anche nella nostra abitazione, specialmente nella stanza del dott. Stecker, come su tutti gli Uidian, fossero visibili le tracce di rovesci d’acqua e d’inondazioni avvenute anteriormente.
I venti dominanti vengono dal nord e per lo più dal nord-nord-ovest: se spirano dal lato opposto, è segno di perturbazioni nell’atmosfera. I venti del sud e sud-est, sebbene placidi e soavi alcune volte, si levano il più spesso con tempestosa veemenza o si sprigionano dalle stesse calme e diventano uragani. Essi sono allora costantemente susseguiti da quei fenomeni elettrici speciali di cui abbiamo giù fatto menzione. Procelle propriamente dette accadono di rado; nel Gebel Ssoda però si vuole che siano più frequenti. Le numerose pietre del fulmine trovate alla falda dell’Harugi e più in là verso oriente, dimostrano abbastanza quanto frequenti debbano essere in quelle regioni le scariche elettriche. Quel che è certo però si è che nel deserto le così dette tempeste a ciel sereno sono più frequenti di quelle accompagnate da pioggia.
Le nubi, per lo più in forma di cirri o di strati, si mostrano quasi sempre la mattina e la sera; ma verso le 8 ore del mattino il cielo d’ordinario è sereno affatto, quantunque non dello stesso colore azzurro cupo come nelle zone dell’Europa centrale. Il colore plumbeo sporco, mentre il cielo è perfettamente scevro di nubi, proviene il più delle volte da particelle di polvere, che nei giorni di calma spesso si mantengono fluttuanti nell’aria per lungo tempo dopo cessata la tempesta. Sebbene ora, e specialmente nella state, di rado avvenga che cada della rugiada, pure i moltissimi aloni, paraseleni ed altri fenomeni specchianti in cielo durante la notte, mostrano che in quel tempo esiste nelle alte regioni una sovrabbondanza di umidità. Intanto mentre viaggiavamo verso Sokna e durante il nostro soggiorno in quella città, osservammo, tanto al mattino quanto alla sera, le frequenti e vaghissime parvenze della luce zodiacale. E forse contribuirà in parte a spiegare questo fenomeno l’osservazione fatta che secondochè varia il punto del nascere e tramontare del sole, ossia secondochè il sole, per es., si corica a ponente più oltre verso tramontana, la luce zodiacale cambia anch’essa successivamente di posto, ossia va dietro al sole. Si potrebbe perciò supporre che questo fenomeno celeste, il quale tiene della via lattea ed ha la forma di un pan di zucchero, siccome il suo splendore ora precede ora segue il sole, tragga da questo astro la sua origine.
Le condizioni igieniche in Giofra sono eccellenti e, all’infuori delle malattie d’occhi, sembra che in questa oasi non domini alcun morbo veramente endemico. Quella malattia speciale, che gl’Inglesi chiamano ciprica e gli Arabi in Tunisia ed in Tripolitania Bu-Dabus 61, la quale, p. es., nell’autunno del 1878 fece grandi stragi su tutte le coste africane e le isole del Mediterraneo, si è tenuta sempre lontana da Giofra. La febbre intermittente, che incute tanto spavento in molte altre oasi, è così sconosciuta in Giofra che, quando per caso alcuno ne ammala, le danno il nome di malattia del Fezan. Neppure c’imbattemmo in Sokna in alcun caso di tigna, così frequente del resto nelle oasi. E le stesse malattie d’occhi, che in tutte le oasi e generalmente in tutta l’Africa settentrionale non mancano mai, qui sono in confronto assai rare. Le malattie d’occhi degli abitanti nell’Africa settentrionale devono attribuirsi in parte alla loro poca nettezza e al non aver cura di sciacquarsi gli occhi soventi, il che è tanto più necessario in quanto che l’aria, d’ordinario, è sempre piena di finissima polvere, in parte però anche ai perniciosi effetti del sole sugli occhi privi di qualunque riparo. L’uso di portare il così detto fez senza visiera, o quel berettino bianco od anche il turbante, ovvero l’esporre invece al sole la testa nuda affatto, producono inevitabilmente delle oftalmie. I Francesi perciò non potevano commettere errore igienico più madornale, tacendo della mancanza di buon gusto rispetto alle truppe stazionate in Algeria, come quello di scegliere il fez per copertura del capo, quand’anche ne abbiano limitato l’uso agli zuavi ed ai «tirailleurs indigènes». Come diversa e più ragionevole a questo riguardo è la condotta degl’Inglesi, che pongono nei tropici in capo ai loro soldati un elmo leggero e atto a riparare dal sole.
Con tutto che le condizioni sanitarie in Sokna siano così favorevoli, non si può però dire che gli abitanti dell’oasi abbiano un aspetto florido e spirante salute. Causa del color giallo, cereo, cartaceo degl’indigeni sono senza dubbio il cattivo nutrimento, il modo irrazionale di vivere, i matrimoni precoci ed in parte anche la pessima qualità dell’acqua da bere. Io non esito anzi a dichiarare che, se la dannosa influenza di quest’ultima non fosse contrabilanciata dalla costante dimora in aria libera e sana, le malattie perniciose e le epidemie sarebbero assai frequenti. Ma essendo tutte le case aperte — che in nessun luogo vi ha invetriate — e l’uomo trovandosi anche in camera all’aperto, ne viene di conseguenza che, per la illimitata circolazione dell’aria per ogni dove, egli si trovi coi suoi organi respiratori costantemente nel più puro elemento. Questa circostanza e la moderazione nel mangiare sono le cause che contribuiscono essenzialmente alla notevole salubrità del luogo. Giofra possiede nel mezzo dei palmeti la più fresca e più dolce acqua del mondo, ma quella dei pozzi dentro l’abitato non solo ha un gusto salmastro, ma viene resa ancora peggiore, facendola passare in vicinanza dei cessi. D’ordinario, gli abitanti sono troppo pigri per andare a rifornirsi di acqua ai pozzi lontani; essi preferiscono servirsi di quella che trovano nei cortili delle loro case o nelle strade.
Noi eravamo a Giofra nella primavera del 1879, disgraziatamente in circostanze troppo sfavorevoli per poter riprodurre anche approssimativamente un quadro esatto delle piante che vi crescono. Erano due inverni che non cadeva goccia di pioggia; da due anni il terreno in Giofra non era stato dissodato e negli Uidian stessi la vegetazione si limitava a quelle piante che possono attecchire senza essere annualmente innaffiate dalle acque piovane. I grandi alberi, come le mimose, di cui si veggono crescere tra le palme dei magnifici esemplari, e se ne incontrano anche nel letto dei fiumi, i tamarindi, gli alberi Sarach, rallegravano sempre la vista col verde del loro fogliame: mancavano però interamente que’ tappeti verdi smaltati, di fiorellini d’ogni colore, che in primavera rendono que’ luoghi così incantevoli. E scorgendo negli alvei dei fiumi quegli alberi e i tamarischi e le acacie Seial ammantati d’un verde smagliante ed avendo la certezza che non possono colle loro radici raggiungere la vena di acqua, se pure ve n’è una, allora bisogna necessariamente ammettere che queste piante trovino nell’aria stessa una quantità sufficiente di umidità e che abbiano la virtù di far sì che quest’umidità s’immedesimi colle loro foglie per poter vivere. Infatti non solo qui, ma anche in altri luoghi del Sahara mi è occorso spessissimo di trovare degli alberi, soprattutto alberi Talha ed Ethel, i quali crescevano pieni di vita e pure non erano stati bagnati dalla pioggia forse da anni ad anni. Ma, dato anche che tutti gli anni avessero avuto il beneficio di uno o due acquazzoni, l’aria nonostante è così secca che il suolo lo stesso giorno non ha più alcuna umidità che appaia; la più parte di essi perciò debbono esser muniti della facoltà di succhiar dell’umore dall’aria, per quanto secca essa sia. In molte piante sembra che questo succhiamento dell’umidità atmosferica già grandemente favorito dal sale che nelle piante si nasconde o le ricopre esternamente. Gli alberi Ethel sono quasi sempre coperti d’un grosso strato di polvere salina. E se si ammette che vi siano alberi i quali attraggono dall’aria l’umidità così fattamente che nello spazio ombreggiato dai loro rami, per l’umidità che ne trasuda, venga effettivamente a piovere, non vi sarà più alcuno che contraddirà esservi nel Sahara diverse piante le quali possono attecchire senza la pioggia e senza l’umidità del suolo. Nel Perù settentrionale 62, nei boschi presso Mopobamba, cresce un albero, chiamato dal professore Ernst in Caracas «Pitecolobium Samam», il quale attrae a sè l’umidità dell’aria con una forza così straordinaria, che l’acqua scorre giù lungo il tronco e piove dai rami in tanta copia, che nel terreno circostante si forma un vero pantano.
Quando però vi fosse il bisogno di un’altra prova, per corroborare l’asserzione che vi siano piante le quali possano esistere senza l’aiuto della pioggia e dell’umidità del suolo, basta accennare agli innumerabili animali del Sahara, che sono in grado di vivere per anni ed anni senza venir mai in contatto coll’acqua.
Le palme formano naturalmente in Giofra il numero maggiore ed il più notevole tra le piante, come in quasi tutte le oasi. Tutti i viaggiatori ne lodano i frutti squisiti, ma le lodi vengono però da coloro che non hanno prima gustato altri datteri. Ve ne sono in Giofra circa trenta diverse specie, e questa povertà dipende dall’importanza speciale che si dà alla produzione d’una buona specie di datteri, che siano grandi e dolci, senza curarsi di renderli migliori.
Nel Fezan se ne trovano già dei più delicati e più si procede verso occidente, più i datteri si nobilitano, finchè raggiungono nell’Uadi Draa il colmo della perfezione.
L’esistenza della palma dattilifera in istato selvaggio nelle oasi orientali del Sahara, specialmente nelle oasi delle Sirti, in Kufra e Fezan, posta in dubbio da Schweinfurth, viene confermata da questo fatto. Poichè, siccome nelle oasi occidentali, com’io ho potuto vedere coi miei proprî occhi, la palma non cresce spontaneamente, ma vi fu importata dagli uomini, naturalmente scelsero essi per questo scopo le migliori specie, e col perfezionarle continuamente ottennero sempre dei frutti più squisiti.
Le palme selvatiche che s’incontrano specialmente nelle oasi al sud delle Sirti, cioè in Abu Naim, Marade, Gibbena, Augila e Kufra, tendono grandemente ad incesparsi, ossia a metter fuori dei rami direttamente dal suolo. In Kufra il numero dei cespugli supera di gran lunga quello delle palme. Questa tendenza è così grande, che persino dei rampolli isolati finiscono per ramificare come i loro vicini. Le palme selvatiche hanno le foglie più corte (Gerid), il fusto più sottile, e le penne più fine. In Giofra non ve n’è punto. Il numero delle domestiche, come mi fu detto, ascende a 5000; dovrebbe però essere molto maggiore e forse per tre volte, giacchè gli abitanti, a causa delle imposte che gravitano sulle palme, cercano di ridurne il numero al meno possibile. Supponendo che il numero dichiarato dalle autorità o dai proprietari sia il terzo di quel che è realmente, non si è molto lontani dalla verità.
Gli altri alberi da frutta meritano appena di esser presi in considerazione. E sono le viti, i mandorli, gli olivi, i cotogni, i melagrani, i fichi, gli albicocchi, ed alcuni meli, che danno dei frutti grossi come una noce; gli erbaggi coltivati negli orti sono gli stessi che crescono nelle altre oasi, soprattutto rape, pomidori, cipolle, cavoli, agli, cocomeri, zucche, poponi, acetosella. Fiori non ve n’è affatto, nemmeno i gelsomini e le rose, che nelle oasi settentrionali si coltivano con tanto amore.
Dei cereali, gli abitanti raccolgono nei giardini riso, frumento, orzo e miglio, ma, come abbiamo già fatto osservare, negli anni in cui le piogge cadono abbondanti, gli Honensi almeno seminano anche del grano nella terra solcata dall’aratro.
La piantagione e la seminagione di queste piante ha luogo entro piccole aiuole, ampie circa un metro quadrato, cinte da alti margini di terra, le quali vengono regolarmente innaffiate coll’acqua dei pozzi, non essendovi in tutto Giofra una sola sorgente di acqua viva. E qui bisogna por mente, come cosa assai notevole, che tutte queste aiuole erano nette affatto dalle erbacce ed anche lungo i corsi d’acqua non si scorgeva che malve e gramigne.
È bene far rilevare inoltre che i giardini vengono lavorati nella stessa guisa e colla stessa zappa di ferro a corto manico, come nelle rimanenti oasi, e si pone speciale attenzione nella concimazione del terreno. A questo scopo si raccolgono gli avanzi delle cucine, le spazzature delle vie, il letame, ecc., e si trasportano entro grosse corbe ai giardini, a schiena d’asino. Dopo aver sotterrato questo concime, i campicelli vengono immediatamente irrigati, ma non tutti in una volta, bensì uno dopo l'altro, cosicchè per questo lavoro si richiedono sempre due uomini, e di più un bue od un asino per tirar su l’otre dell’acqua.
I giardini sono tenuti esemplarmente, e tutti sono attorniati da un muro di pietre dell’altezza d’ un uomo, nè ve n’è alcuno quasi che non abbia il proprio pozzo; in molti vi sono anche delle case di campagna, alcune delle quali meriterebbero il nome di ville. La cura dei giardini, l’invigilare sopra l’attingimento dell’acqua, il dissodamento del terreno, e il raccolto è tutto opera esclusiva di numerosi schiavi o affidata alle mani di Fezasna, che emigrano in folla dall’oasi di Fezan, dove la popolazione soprabbonda, per guadagnarsi altrove una meschina mercede. Gli abitanti delle città passano anch’essi una gran parte dell’anno nei loro giardini.
Gli animali domestici in Giofra sono alcuni cavalli, e poi asini, buoi (adoperati quasi unicamente per attinger l’acqua), pecore 63 (a coda grossa), capre, gatti, cani, e propriamente Slughi e botoli arabi, finalmente polli e colombi. Tra gli animali selvatici il primo è l’antilope di Uadan, che prende il nome dai monti Uadan, ma oggigiorno s’incontra in numero molto maggiore nel Gebel Ssoda e nell’Harugi di quello che nei monti di Uadan. Viene quindi la gazzella. La carne dell’antilope di Uadan è eccellente: il gusto però di quella della gazzella è di gran lunga superiore. Non sembra che nell’oasi alberghi alcuno dei grandi animali carnivori, nemmeno le iene e gli sciacalli. Il più grande tra i carnivori è certo il «fenneg». Numerosi sono i topi, i sorci ed i ratti saltatori (Dipus). I conigli e le lepri si mostrano qua e là negli Uidian. I corvi, i falchi, le cutrettole, le rondini rimangono nell’oasi quasi tutto l’anno; i passeri invece mancano affatto. Le tortore ed i colombi vengono dal settentrione, al maturare del frumento e dei datteri, e poscia ripartono.
Nelle stagioni di primavera e d’autunno Giofra diviene per breve tempo il soggiorno di una gran quantità di uccelli di passaggio.
Tra gli animali di ordine inferiore la grande «Dubechse», o gecko, è uno dei più interessanti ed ha fama di dare un cibo delicato che ha il sapore dell’anguilla. Crescono sino alla lunghezza di 50 centimetri e sono veri coccodrilli «in miniatura», per lo più di color grigio tendente al nero. Alcuni di questi animaletti, che spedimmo a Berlino in una cassa, durante il loro sonno invernale, arrivarono vivi. Le cinque dita delle gambe dinanzi e di dietro sono armate di grossi artigli e la coda munita di aguglioni pungenti diritti serve loro per battere. Oltracciò, ghermiscono colla bocca armata di buoni denti, appena alcuno loro si accosti. Per i piccoli animali sono perciò pericolose, potendo correre con bastante velocità. La «Dubechse» è anche interessante perchè, quantunque piuttosto grande, vive nonostante senz’acqua, poichè, sebbene si cibi di sorci, cavallette, camaleonti e simili, e con questo alimento assorba una certa dose di umidità, pure di solito si trattiene in luoghi lontani dai giardini, per lo più nelle fenditure di rocce inaccessibili, dove non giunge che qualche acquazzone di tempo in tempo.
Il resto degli animali è rappresentato da serpenti, anche vipere cornute, piccole lucertole, camaleonti, scarabei, mosche, tafani, vespe (non vi sono api da miele) e numerosi ragni interessantissimi — tutti animali che possono fare senza dell’acqua per lungo tempo.
Gli abitanti dell’oasi si dividono in Arabi e Berberi, i quali sono in parte mescolati con altri elementi. Il numero totale di essi potrebbe fissarsi a 6000 anime. Oltre alle due stirpi dominanti, gli Arabi ed i Berberi, dobbiamo tener conto, tra i primi, anche dei Sciürfa (plurale di Scerif, ossia discendente di Maometto), mentre i Fezasna non formano che un elemento temporaneo ed i numerosi schiavi sono reclutati da tutti i paesi dell’Africa centrale settentrionale.
L’ordine più elevato nella popolazione è quello degli Sciürfa, che abitano esclusivamente in Uadan. Essi pretendono di essere originari di Uezan nel Marocco, ed è regola generale in tutta l’Africa settentrionale che più uno viene da lontano, «from far west», più è di nascita illustre. Chi trae la sua origine dal Segghiat el-homra o chi tra gli Sciürfa può dare ad intendere al pubblico che discende da Mulei Edris o da Mulei Ali Scerif o da Mulei Taib di Uesan, passa agli occhi della folla per più nobile, più santo, che se venisse direttamente dalla Mecca.
Il secondo ordine per dignità, nella popolazione, è tenuto in fatto dai Berberi, che dimorano tutti in Sokna. Certo ai loro occhi sono gli Arabi la stirpe più illustre; e come non dovrebbero crederlo, se Maometto stesso, l’inviato di Dio, in più di un luogo del Corano, dice: voi siete il popolo eletto, appunto come Mosè diceva agli Ebrei e come Victor Hugo ed altri francesi dicono ora ai loro compatrioti? Ma i Turchi però, siccome neppur essi fan parte del popolo eletto, riconoscono in Giofra la preminenza dei Berberi a tal segno, che hanno traslocata la sede del governo nella città dove essi dimorano. Berberi ed Arabi appartengono a diverse razze. Non si scorge però una differenza tra di loro nella corporatura, nelle fattezze, negli occhi o nei capelli. Gli abitanti di Giofra sono di statura media, hanno la pelle di color giallastro, spesso bronzino, ed i capelli neri, per lo più crespi, non così corti e lanosi come quelli dei negri. Gli occhi, neri affatto, non sono eccessivamente grandi, ma neanche così piccoli e penetranti come quelli dei Siuahni. Attesa l’indole fanatica degli abitanti, non fu possibile di procurarsi delle misure. Le fattezze in generale sono tutt’altro che belle, quantunque non sarebbe difficile il dimostrare esservi in esse una gran varietà, e ciò naturalmente dipende dalla continua mescolanza che ha luogo in Giofra tra le varie razze.
Si trovano così dei nasi aquilini ed altrettanti camusi, delle labbra rigonfie ed altrettante sottili, e ciò indifferentemente nella metà della popolazione. Vi sono molti negri affrancati, coi quali la popolazione libera non ha difficoltà di imparentarsi, il che certo non contribuisce ad abbellire la razza. La magrezza predomina tra gli abitanti — in tutta Giofra non mi è occorso di vedere un sol uomo panciuto — e le mani e i piedi sono notevolmente piccoli; conseguenza probabilmeinte della vita oziosa e sedentaria.
I matrimoni si stringono per tempo ed ogni uomo o è ammogliato o ha avuto già moglie. Gli uomini sono in maggior numero delle donne. Che, ciò nonostante, ognuno può prender moglie è spiegato dall’importazione delle schiave, dall’arrivo di donne di altre razze berbere ed arabe e dall’immigrazione di donne del Fezan. Il nodo matrimoniale non richiede gran cosa. L’uomo ricco deve dare alla sua fidanzata dieci abiti (cioè una camicia, uno scialle ed un giustacore, tutto ciò vien chiamato, ognuno per sè, un abito) e di più una pezza di seta. Il tutto deve avere il valore di 200 a 300 piastre 64. Non ostante, quantunque non vi sia uomo che non si ammogli, non è raro il caso d’incontrare delle vecchie zitelle od almeno delle giovani che non hanno trovato marito. Grande poi è il numero delle donne divorziate, chiamate Hagela, ed è una conseguenza delle abominevoli leggi religiose. Ogni musulmano infatti, pel più frivolo motivo, può farsi separare dalla moglie, o, come si dice, può «ripudiarla». Di poligamia quasi non ve n’è esempio, a causa dell’estrema povertà degli abitanti. Le donne, come quelle di tutti i popoli dell’Africa del nord, sono molte più piccole di statura degli uomini. Siccome non peccano di soverchia timidità, ebbi spesso occasione di poterle osservare a mio agio. Donne vecchie e giovani, zitelle e ragazze della più tenera età — sono tutte orride, fetenti e antipatiche come le negre.
Il modo di vestire degli abitanti, tanto degli Arabi quanto dei Berberi, senza alcuna distinzione, è quello degli Africani del nord; nelle donne però prevale l’abito turchino dei Sudanesi. Il tatuaggio è raro, ma ogni adulto porta al mignolo della mano destra un anello d’argento, i poveri uno di ottone. Spesso negli anelli sono incastonate delle pietre senza valore, alle quali vengono attribuite delle virtù speciali: esse, p. e., proteggono contro la iettatura, il veleno ed altri pericoli. Tutti sono provvisti di amuleti in piccoli sacchetti di cuoio rosso, che appendono al collo, alle braccia, al capo, al capo specialmente. Essi ne sono infatuati e non hanno difficoltà ad accettarne anche dai Cristiani, ed io stesso spesse volte ho dovuto scrivere di questi amuleti per gli abitanti dell’oasi. Tutti portano scarpe, ed i ricchi in inverno persino calze, che lavorano essi stessi. Molti tra gli uomini usano brache, le quali però non sono nè così ampie, come quelle dei turchi, nè così strette come le europee. Le donne si ornano il collo di collane di perle, d’ambra o di vetro, gli orecchi di grandi pendenti di argento o di rame, del diametro di 6 centimetri, e le caviglie di anelli di varî metalli. Tutti si tingono le ciglia di Kohöl (antimonio) e le donne e le ragazze le unghie e spesso anche le intere mani di henneh.
È assai difficile per uno che non sia Maomettano, quantunque in grado di parlare benissimo la loro lingua, il farsi un’idea esatta del carattere e dello stato mentale di questi popoli. Poichè la più parte dei popoli per metà inciviliti, e specialmente i seguaci dell’Islam, si nascondono dirimpetto agli stranieri, e soprattutto a quelli di credenza diversa, più di quello che non s’immagini. Bisogna perciò accettare con molta cautela le narrazioni dei viaggiatori a questo riguardo giacchè, solo dopo aver dimorato lungo tempo con un popolo e dopo aver imparato a conoscere gl’individui i più disparati, ed aver vissuto con loro in mille diverse eventualità, si riesce a formarsene un’idea in qualche modo corretta. Questi popoli, e noi dovevamo tosto farne triste esperienza, esercitano bensì tra di loro la verità, la schiettezza, la fedeltà e l’onoratezza, ma solo quando non possono in modo alcuno sottrarsi a queste virtù. Lo stesso avviene, del resto, presso i popoli, la cui intera vita è fondata di preferenza su formalità religiose, che porgono occasione all’ipocrisia, alla santocchieria ed alla falsa compiacenza. Nulla corrompe i popoli maggiormente quanto le pratiche di religione puramente esterne. Non invano disse Gesù Cristo: «Quando vuoi pregare ritirati nella tua cameretta»; non invano Gesù con tanto zelo inveì contro la santificazione di un sì fatto Sabbato, che vietava il rompere d’una spiga e la cura d’un infermo. Sempreppiù si fa però di nuovo palese la tendenza del clero a tender lacciuoli all’uman genere con un cerimoniale tutto esteriore e tra i maomettani le cose vanno ancor peggio, perchè non solo il clero esercita una censura, ma l’intera vita si aggira intorno alla fede e al denaro e l’uno invigila l’altro rispetto ai suoi doveri ed agli esercizi religiosi.
È cosa di somma importanza per Abdallah se il suo vicino Mohammed ha già recitato la preghiera della sera e se l’ha recitata in casa, nella moschea, oppure — il che è il miglior modo, sotto ogni rapporto, giacchè si dà così volontieri spettacolo della propria devozione, sulla pubblica strada: Ben Daud deve sapere a ogni costo se l’Hagi Ali ha fatte le sue abluzioni nella moschea o se le ha fatte in casa o forse semplicemente con un pugno di sabbia.
Gli abitanti non sembrano essere accattabrighe, malgrado la contesa di cui abbiamo narrato tra gli Honensi e i Soknensi. Non sono nemmeno vivaci, anzi piuttosto indolenti e non sanno cosa sia il fanatismo del Marocco o degli Snussi, quantunque questi ultimi facciano di tutto per rendere intolleranti i loro proseliti; degli stessi doveri religiosi sono osservatori poco ferventi. La lentezza che mostrano in ogni loro atto è però una conseguenza del loro governo domestico, perchè il gran numero degli schiavi toglie agli abitanti di occuparsi di qualunque lavoro. Osservano l’ospitalità ma non a tal punto come nell’occidente dell’Africa.
Gli abitanti si dedicano principalmente alla coltura dei loro giardini, il commercio essendo di così poca importanza che non merita quasi alcuna considerazione: anche l’allevamento dei cammelli degli Honensi e degli Arabi di Sokna sta molto al di sotto di quello delle palme e della lavorazione dei campi. L’inclinazione al viaggiare, così grande presso gli abitanti di Rhat, Rhadames, Gialo e Murzuk, è anche poco sviluppata: essi sono attaccati alla gleba e contenti di ciò che possono trarre dalle loro terre. In generale, regna una solida agiatezza, come presso tutti que’ popoli, che traggono le loro ricchezze principalmente dal suolo: perciò non vi è esempio di eccessiva opulenza, nè di eccessiva povertà. E se non fossero le molte imposizioni, le tasse ed altre estorsioni arbitrarie e vessatorie, non potrebbero lagnarsi della gravezza delle contribuzioni, giacchè l’oasi è tenuta a pagare in tutto 100.000 piastre, delle quali 33.000 spettano a Sokna, 28.500 ad Hon e soltanto 7490 ad Uadan. Kessir non paga imposta come villaggio, ed i Fezasna che vi dimorano neppure.
Nessuno è costretto a servire nell’esercito e, generalmente, in tutta la Tripolitania non esiste sinora alcun regolamento che determini chi debba servire e chi no. Si prendono semplicemente i soldati dove si trovano, o per forza od adescandoli con un piccolo premio in denari, ma non si è mai parlato di una coscrizione regolare. La Tripolitania insomma è una provincia, della quale in Costantinopoli non si prendono alcun pensiero; ogni governatore fa quel che gli piace. Perciò le leggi generali dell’Impero Ottomano assai di rado sono poste in pratica in questa provincia: così, p. e., non si è mai udito che la Tripolitania abbia inviato il suo rappresentante al parlamento di Costantinopoli. Cosa dovrebbe fare colà un abitante del Fezan od un beduino delle Sirti? L’idea soltanto fa sbellicar dalle risa 65.
Gli abitanti non formano fra loro un tutto compatto, nessuno considera l’oasi come la propria patria, ancor meno la Tripolitania e meno che mai l’Impero degli Osmanli. Ciascuno conosce soltanto il proprio villaggio; nessun maomettano ha amor di patria: la religione specifica è, in generale, nemica dell’amor patrio. Un abitante di Sokna non arriverebbe mai a comprendere perchè egli debba riscaldarsi per la Tripolitania e nella stessa guisa un Tripolitano non sa farsi un’idea dell’esistenza dell’impero turco. Egli sa benissimo che il Sultano è il dominatore dei credenti, ma di fronte a questo impero dei credenti non v'è che l’impero dei miscredenti cristiani e quello degli infedeli. Naturalmente, la Turchia non ha fatto alcuno sforzo per destare nei suoi sudditi dei veri sentimenti patriottici. Il Sultano stesso, anche oggigiorno, non conosce che i sudditi credenti e le provincie dei cristiani rette da re cristiani. Io non ignoro che vi sono ora alla testa del governo in Costantinopoli uomini che riconoscono la superiorità intellettuale e materiale delle potenze e dei popoli cristiani, ma la stupidaggine, come sorella dell’orgoglio religioso, è così grande ed ha posto così salde radici in questi fanatici religiosi, ch’io son persuaso che il Sultano stesso e la più parte del popolo turco credono oggi tuttora alla propria superiorità.
Gli abitanti dell’oasi hanno il rito malechitico confessato da tutti gli Africani 66, all’infuori dei turchi hanefitici. Gli ordini religiosi nell’oasi sono quelli degli Snussi e quello di Mulei Abd es-Ssalem. Parleremo degli Snussi in seguito più diffusamente. I seguaci dei Sauia Mulei Abd es-Ssalem non sono fanatici, e si occupano esclusivamente dell’istruzione e della preghiera. L’insegnamento nelle scuole, del resto, non consiste in altro che nel nominare le lettere ed imparare a sillabare. Quando uno può biascicare a memoria alcuni capitoli del Corano passa già per un’arca di scienza, se poi sa a mente il Corano da cima a fondo, allora è inscritto nel numero dei professori.
Venendo ora a parlare delle singole città, incominciamo da Sokna, che, essendo la sede del governo, può considerarsi come la capitale. Il Caimacan risiede in un grande castello mezzo in rovina, dove rimane ancora, come simbolo della potenza, un vecchio cannone irrugginito. Per mantenere la propria autorità, ha a sua disposizione quattro zaptié. Nelle altre città che sono governate dai loro Migeles, con uno Scich alla testa, non vi sono guardie di polizia. La città ha circa 1500 abitanti 67, è di forma oblunga, murata, ed ha strade assai pulite ed edifici di bella apparenza, con un primo piano. Il castello ed alcuni minareti che sporgono al di sopra delle mura dànno alla città un aspetto monumentale. Tutte le strade hanno un nome; la strada principale chiamasi Sakka Habaret.
Sokna non è soltanto capitale come sede del governo, ma anche perchè quivi soltanto ed in nessun altro sito dell’oasi esistono alcune botteghe e si tiene giornalmente un Dellöl 68. Le quattro moschee si chiamano Gemma el-Mulei Abd es-Ssalem, Gemma gedida, Gemma el-Kebira, nella quale ogni venerdì si recita la preghiera Chotba, e Gemma el-Fokara, che appartiene agli Snussi.
Il commercio non ha grande importanza, nonostante vi è modo di procurarsi caffè, zucchero, alcune spezie, stoffe di cotone, pannilani, scarpe rosse, gialle e ricamate, sapone, candele, zolfanelli (di fabbrica austriaca), polvere, palle, zappe di ferro, piatti di legno ed altre bagatelle. Le piccole botteghe sono situate una accanto all’altra nella stessa strada, pianterreno, ed occupano appena lo spazio di 2 metri quadrati. In mezzo alle sue bazzecole siede il proprietario, il quale nello stesso tempo traffica di mille oggetti diversi e, invece del denaro, naturalmente, prende in cambio qualunque altra cosa, anche viveri.
Gli abitanti, come abbiamo detto, sono per la maggior parte Berberi, parlano fra di loro solo la propria lingua, ma si sono appropriate anche una gran quantità di espressioni arabe. Il berbero soknense sembra che sia il più imperfetto ed il più povero linguaggio di tutti. Le comunicazioni verbali cogli altri Berberi mancano quasi intieramente e non sarebbe impossibile che il soknense finisse per ispegnersi, se i genitori non avessero cura di far sì che tutti i loro figlioli imparino la lingua di Sokna. Ognuno però capisce l’arabo, quel che non avviene, p. e., in Rhadames e Siuah. Gli Arabi abitano un quartiere speciale della città.
Mentre in principio del nostro soggiorno l’intiera popolazione era assai circospetta, triste anzi a causa delle guerre, delle multe, del numero grande dei feriti, lo stato degli animi andò in seguito facendosi migliore e noi avemmo spesso occasione di vedere la gioventù, fuori delle porte della città, combattere finte battaglie o giuocare alla palla o ad una specie di dame. Il canto dei Soknensi è eccessivamente monotono; essi non hanno che una sola melodia, che adattano a tutte le parole, qualunque esse siano. Con questa melodia 69 si recano al mattino di buon’ora i lavoratori ai giardini; con essa il Mudhen chiama i credenti alla preghiera e con essa percorrono le strade cantando. È il loro inno nazionale.
Come assai singolari vorrei far rilevare nella lingua di Sokna 70 le indicazioni di alcuni numeri. Così, p. e., per 50 si dice i fessen-tishka-digĭdem-nfus, cioè quattro mani, quattro piedi e due mani: cioè le dita delle mani e dei piedi dei medesimi. Vi è però anche un’espressione più semplice che corrisponderebbe al generale Tamersirht o Masigh (in lingua Berbera) ed è «aseghintmed». Il numero 1000, oltre all’arabo «Elf», si traduce anche Abu-Murzuk, e la ragione si è che i Soknensi, al tempo che Murzuk era ancora residenza, vedevano in questa città, in questa parola, il non plus ultra della magnificenza e della moltitudine. Quasi come in Francia, quando, l’abitante della provincia vuole esprimere con un paragone qualche cosa di straordinario o di meraviglioso, dice «C’est tout-à-fait Paris, c’est Paris!»
Ordinariamente, però, i Berberi di Sokna si servono di numeri arabi. Neppure per i mesi hanno denominazioni proprie. La singolare povertà di questo dialetto berbero si fa palese anche da ciò che non si hanno nomi speciali pel resto dei popoli e delle nazioni; le popolazioni del Sudan, p. e., sono indicate col solo nome «tamur-n-ilalen», tutte le nazioni europee con quello di «tamur-t-imatar», ossia «le buone genti», come mi disse il mio mallevadore. Io però sono piuttosto inclinato a credere che ci chiamano «tamur-t-inghimattar», ossia «i malvagi». I Berberi di Sokna pretendono anche di essere originari del Marocco. Siccome però il loro idioma ha più affinità con quello di Augila e Siuah, che col Rhadamesico e Targhico, la cosa ha i suoi buoni dubbi.
La seconda città e la più popolosa è Hon, situata ad oriente di Sokna, alla distanza di circa 10 chilometri. La popolazione è araba pura e la città è cinta di mura candidissime e ben mantenute, con parecchie moschee, in una delle quali tutti i venerdì si recita il Chotba. Del resto Hon, coi suoi 2000 abitanti, non ha nulla di notevole.
Uadan, la città santa e storica, ha un aspetto estremamente pittoresco; parte di essa è fabbricata intorno alla vetta di un monte e l’altra a poca distanza nella pianura. Disteso tra le palme, il grazioso quadro è incorniciato al fondo verso oriente, dai monti neri di Uadan. Uadan non ha che una sola moschea. Avendo fatto osservare questa circostanza assai strana per una città santa allo Scich Scerif che mi accompagnava, mi disse fieramente: «Nella Mecca vi è pure un solo tempio ed i Beni Isràel in Bit el-Chuds 71 aveano egualmente un tempio soltanto!» Non seppi che rispondergli.
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Nel saccheggio sofferto a Kufra andarono disgraziatamente perduti gl’interi
miei vocabolari ed una grammatica, al pari di molti altri documenti e appunti
raccolti.