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CAPITOLO VIII
Sommario. — Partenza da Sokna. — Attendamento nell’Uadi Missifer. I doni imperiali non ancor giunti. — D’ora in poi territorio dove niuno ha mai posto piede. — Arrivo in Zella. — Gli Uled Chris. — Spedizione allestita dagli Zellensi guidati da Mohammed Tarrhoni alla scoperta di un’oasi chiamata Uau el-Namus. — Tarrhoni entra al servizio del viaggiatore e lo ragguaglia circa l’oasi scoperta. — Partenza da Zella. — Un Samum. — Giorno natalizio dell’Imperatore. — L’oasi Abu Naim. — Carattere generale del Sahara. — Sorgenti solforose. — Vegetazione. — La squallidezza nel Sahara aumenta andando verso oriente. — Gazelle, antilopi, topi saltatori, vipere cornute. — Abu Naim, soggiorno di banditi e di ladroni. — Cave di zolfo. — L’oasi Gibbena. La tomba presso alla sorgente. — Sserir di Kalanscio. — Pesce d’aprile. — Ai dì 2 aprile arrivo in Augila.
Lunedì mattina, 10 marzo 1879, lasciammo la città e ponemmo campo. Dopo esser rimasti in Sokna per varie settimane ed essere stati sempre nei migliori rapporti cogli abitanti, ragion voleva che non ci ponessimo in viaggio di repente senza prima accomiatarci.
Il Mutasserif Ali Bei venne in persona con tutto il suo stato maggiore per prender commiato, e vennero pure il Caimacan di Giofra, l’intiero Migeles di Sokna, lo Scich Scerif di Uadan, alcuni rappresentanti inviati degli Honensi, il mio maestro di lingua, il professore Abdallah, e, quando tutti questi signori ebbero bevuto la loro tazza di caffè, e fumato una sigaretta, — senza di ciò non v’è cosa che vada —, ci ponemmo in viaggio agli 11 di marzo, dirigendoci verso sud-est. Oltre che di una lettera di raccomandazione pel Migeles in Zella, Ali Bei mi aveva pur munito di una scorta di alcuni zaptié: questi ultimi, in verità, oltre all’essere inutili, potevano in certe circostanze prepararmi poco lieta accoglienza, perchè erano incaricati di levar in Zella una imposizione straordinaria.
Lasciando il Filghi propriamente detto a settentrione ed il Gebel Ssoda, invece, sempre quasi a filo verso il sud, marciammo quel giorno solo per breve tratto e prendemmo campo dopo circa 14 chil. nell’ampio Uadi Missifer, ombreggiato da un gran numero di acacie. E siccome lo Sciantat (posta) di Tripoli, che doveva recarmi notizie circa il ritardo dei donativi, doveva arrivare da un momento all’altro, decisi di attenderlo. Ma la posta non giunse neppure e quindi, il 14 di marzo ci disponemmo a continuare il nostro viaggio.
E mentre sino a Sokna avevamo percorse delle regioni già esplorate prima di noi da altri viaggiatori, ponevamo il piede d’ora innanzi su terreno affatto vergine, nessuno prima di noi avendo battuta la strada che eravamo per prendere.
Gli Uidian però a volerli notar sulla carta presentano non poche difficoltà, perchè gli abitanti del deserto hanno l’abitudine di dare ad un intiero sistema fluviale un nome soltanto. Così quattro o cinque almeno sono gli alvei de’ fiumi che si chiamano Uadi Missifer, i quali però, naturalmente, appartenevano tutti alla stessa origine e quand’anche si volessero adoperare degli epiteti per distinguerli chiamando uno dei rami «Kebir, grande» l’altro «Sserhir, piccolo», oppure l’uno «Scerghi, orientale», e l’altro «Rharbi, occidentale», bisognerebbe stare bene attenti per non portare confusione nel sistema quando lo si segna sulla carta. Sarebbe presso a poco lo stesso come se noi, invece di indicare tutti i tributari dell’Elba: Moldau, Havel, ecc., coi nomi propri di ciascuno, cercassimo di distinguerli l’uno dall’altro colle espressioni: Elba settentrionale, grande Elba, Elba media, Elba orientale, ecc. Del resto, abbiamo qualche cosa di simile nella Svizzera, dove il Reno distinguesi in Reno anteriore, Reno di mezzo e Reno posteriore.
Impiegammo quattro buone giornate per giungere a Zella, cosicchè in media percorremmo 50 chilometri al giorno. Il paese qui è perfettamente deserto, non vi è angolo di esso che sia abitato ed i numerosi Uidian sono così poveramente vestiti di alberi, che nemmeno le popolazioni nomadi vi trovano un incentivo per venire ad accamparvisi. Tanto più numerosi erano invece i branchi di gazzelle, nei quali c’imbattemmo e demmo loro la caccia, uccidendone parecchie. In lontananza scorgemmo anche delle antilopi di Uadan.
Dal lato di sud-est, la campagna in varî punti non è priva di una certa grandezza. Le Montagne Nere, che vanno gradatamente abbassandosi, si chiamano prima Gebel scirghia, poscia Harugi assod, finalmente, verso il sud, Harugi abiod, e, come ho già fatto osservare in altro luogo, appartengono tutte allo stesso nucleo di monti. Questo, formato di arenaria e di pietra calcare attraversato da grossi strati di petrificazioni, venne squarciato da eruzioni vulcaniche, che lo coprirono di masse nere, della natura della lava e diedero origine ai nomi «ater, assod, ssoda, nero». I monti pel loro colore ed il loro frastagliamento hanno un aspetto assai squallido, ma nonostante anche grande e maestoso. La vegetazione esiste solo negli alvei dei fiumi, che lungo la strada di Sella corrono tutti verso nord-est e bagnano le Sirti sotto la superficie del suolo. Non incontrammo anima viva, all’infuori di un arabo di Sokna, che tornava dalla caccia, e perdemmo tre negri, che rifiutarono di andare più oltre.
Ai 17 di marzo attraversammo, dal mezzogiorno alla sera, un desolato altipiano: una Hammada, che deriva dall’Harugi e si è meritato il nome di «Ssodaia» pel color nero delle pietre che la ricoprono. Dopo una scesa precipitosa di circa 150 m., raggiungemmo quindi verso le 9 ore di sera i primi palmeti di Zella, dove i lavoratori e gli schiavi ci accolsero assai lietamente. Contenti eravamo, dopo la lunga marcia per la pianura deserta, di nuovo conversare con esseri umani. Il mattino di poi, non appena movemmo di buon’ora alla volta della città, ci si presentò tosto, fuori del bosco di palme, Zella assisa sulla cima d’un alto monte. E più ci avvicinavamo alla città e maggiore era il numero degli abitanti che ci si adunavano intorno.
Di lì a poco però Scich Ibrahim e i maggiorenti di Zella ci vennero incontro, colla piacevole notizia che aveano inviato a Sokna uno dei loro corrieri 72 per invitarmi a venire a Zella. Questo corriere, per nome Urida (rosetta), non ci aveva incontrati, perchè probabilmente era andato per la via più corta. Ma nonostante le liete accoglienze da parte delle autorità, la importunità del resto degli abitanti e la stucchevole curiosità dei fanciulli c’infastidivano immensamente e non vi era mezzo di liberarsene. Quanto fosse illusoria in questi luoghi l’autorità della Porta mi fu palese sin dal primo momento, perchè appena gli zaptié, che ci accompagnavano, fecero cenno del loro incarico di riscuotere del denaro, furono semplicemente messi in canzone. Naturalmente, non si parlò più di caricar di catene lo Scich Ibrahim.
Zella, o secondo il modo ordinario di scrivere, Zalla, è una città conosciuta da tempo immemorabile. Edrisi la chiama una città commerciale che dista dieci giornate da Suila e nove da Sirte. Prima di me fu visitata soltanto da Maurizio von Beurmann, che, andando da Augila a Murzuk, giunse a Zella il 16 di marzo 1862. Da lunghissimo tempo non avevano perciò gli abitanti veduto alcun Europeo, e siccome Beurmann viaggiava vestito da maomettano, la più parte non avevano neppure fatto attenzione alla sua venuta. Alcuni però se ne ricordavano benissimo e soprattutto un parente dello Scich Ibrahim, in casa del quale il nostro illustre compatriota, toltoci così prematuramente, aveva preso alloggio.
Allora l’oasi Tirsa, situata al nord di Zella, era ancora abitata e la popolazione si fa ascendere da von Beurmann 73 a 300 anime; quelli di Zella invece a 500, dove gli abitanti gli narrano che i loro antenati, circa 1000 anni fa, erano venuti dall’Egitto ed avevano scacciati gli antichi possessori cristiani, ecc.
Zella giace a 28° 32' 9" lat. nord, secondo le nostre proprie osservazioni, ed a 17° 30' di long. est da Greenwich, secondo Maurizio von Beurmann: l’altezza non supera i 200 m. sul mare. L’oasi, chiusa da ogni lato da monti ripidi e scoscesi, che appartengono all’Harugi e sono in parte colonne calcari isolate staccatesi dal medesimo, ha, da occidente ad oriente, una estensione di circa 12 chil., mentre la larghezza, da nord a sud, non è che di circa 5 chil. L’oasi Tirsa, posta al nord di Zella, presentemente è vuota d’abitatori; appartiene però agli abitanti di Zella, che fan parte della stirpe degli Uled Chris (Uled Harres, secondo Maurizio von Beurmann). Zella stessa ha una popolazione di circa 1200 anime e questo notevole aumento è conseguenza della migrazione degli abitanti di Tirsa alla capitale.
La città, come abbiamo detto, assisa pittorescamente sopra una rupe, è fortificata, il che era necessario in questo remoto luogo del deserto per difendersi dai rapaci assalti degli Arabi delle Sirti. Ed oggigiorno gli Uled Chris sono tuttora nemici giurati degli Orfella, che intercettano loro la strada dirètta di Tripoli. In queste regioni regnano ancora le abitudini del medio evo: odii, spedizioni guerresche, imprese brigantesche, agguati, diritto del più forte, sono colà all’ordine del giorno.
Zella, con due moschee e due scuole, è una delle più ricche oasi del Sahara orientale, ricca perchè vi cresce un numero grande ed esteso di palme, che si fa ascendere a circa 100.000 ed oltracciò perchè gli Uled Chris posseggono numerose greggi di cammelli, come in nessun’altra oasi.
Una volta Zella era famosa per l’allevamento degli struzzi, sebbene io non possa immaginarmi come possa essere stato considerevole in un’oasi dove gli struzzi, in fin dei conti, doveano essere nutriti di soli datteri. Del resto, gli abitanti non esercitano alcun commercio e si fabbricano da sè stessi tutti gli oggetti di cui hanno bisogno, meno le stoffe di cotone e le minuterie; anche il frumento coltivato nell’oasi ed in Tirsa basta pel loro mantenimento. Il denaro che va per le mani di tutti in Zella, come nelle rimanenti oasi della Tripolitania, non è abbondante. È da notarsi però che, oltre ai talleri di Maria Teresa, di 25 piastre, corre qui anche un’altra moneta austriaca, la cui apparizione in questo punto dell’Africa mi recò non poca meraviglia, in quanto che non le si annette alcun valore nè a Tripoli, nè a Bengasi.
Strano ed inesplicabile è già, e nessuno sinora ha saputo renderne ragione scusatamente, perchè appunto il tallero di Maria Teresa dell’anno 1780 siasi naturalizzato con poco meno che incontrastata predominanza sull’intiera costa nord-orientale dell’Africa, sin presso al 6° di lat. settentrionale. Però causa di più grande meraviglia si è che quasi sotto i nostri occhi sia venuta in voga improvvisamente nella regione delle Sirti ed in queste oasi un’altra moneta austriaca, e, quel che è peggio, uno spezzato di cattiva lega, il così detto «Sechser», ossia moneta da 6 kreuzer. Queste monete, a cui si è dato il nome di Ssifrit, valgono 2 piastre (quindi circa 50 cent.). Che sia forse stato l’arciduca austriaco Ludovico Salvatore l’origine dell’importazione di queste monete? Ha forse l’augusto viaggiatore nel suo viaggio alle Sirti dati questi spiccioli come «backscich»?
Quand’anche i Zellensi non sembrino superiori agli altri nel loro fervore per le cerimonie e le formalità della loro religione, io per me sono d’opinione che, appunto per questo motivo, siano da ascriversi tra i migliori, i più sinceri e i più onesti abitanti del Sahara. Oltracciò, hanno dato prova d’un certo desiderio d’istruirsi, d’un amore per la scienza, che non è d’ordinario una prerogativa dei maomettani; essi hanno allestita nel 1876, a spese della comunità, una spedizione sotto la condotta di un tale Mohammed el-Tarrhoni, la quale in un certo senso può chiamarsi scientifica, atteso che avea per iscopo il rinvenimento e la scoperta dell’oasi Uau el-Namus, e Mohammed Tarrhoni, che entrò poi al mio servizio come guida ed in seguito recò i doni imperiali, tutto solo, attraverso il deserto da Sokna ad Augila, riuscì infatti a por piede in Uau el-Namus.
Si sapeva da lungo tempo che a sud-est del Fezan esisteva un gruppo di oasi, chiamato Uau. Era serbato a Maurizio von Beurmann di scoprire Uau el-Kebir e così si esprimeva circa alle altre Uau 74: «ciò che ho potuto accertare rispetto alle rimanenti oasi del gruppo Uau è il seguente: alla distanza di tre giornate all’est di Uau giace Wau sqair 75 o Wau Namus, che è il nome che gli si dà ordinariamente a motivo dell’innumerevole quantità di moscerini e di zanzare. Si scava quivi uno zolfo bianco giallastro, assai bello, e vi si raccolgono datteri in abbondanza. La strada per giungervi, partendo da Wau kbir (per distinguerla da Wau sqair), non è più nota ad alcuno, essendo morto, due anni fa, in età avanzata l’unico che la conoscesse. Si sono fatti vani tentativi per ritrovarla, ma sinora senza alcun risultato», ecc. Maurizio von Beurmann continua quindi: «Io vengo ora alla terza Wau o Wau harir. Quel che si narra di questa oasi è assai incerto e poco soddisfacente, pure non tralascio di comunicare ciò che a me sembra essere il nerbo della cosa. Si hanno due leggende circa la sua prima scoperta. In Zella mi venne raccontato che 18 anni fa la guida di una carovana che si recava dal Wadai a Bengasi, morì improvvisamente durante il viaggio. La carovana, smarrita la strada e perduta ogni speranza, risolvette di trovar modo di ridursi nel Fezan, ed a questo scopo si diresse verso occidente e s’imbattè in questa oasi, che la salvò da inevitabile sterminio. Dopo un soggiorno dl 54 giorni, si riposero in via, dirigendosi verso il nord, raggiunsero l’Harutsh e per Zella e Marade vennero a Bengasi. Alcuni Arabi di Zella partirono immediatamente per trovare quest’oasi; ma non riuscirono nel loro intento. Secondo un’altra leggenda un Arabo in Wau kbir smarrì il suo cammello e, seguendo le orme dell’animale, trovò questa Wau harir. Le due leggende vanno perfettamente d’accordo, quanto alla descrizione del sito. È una valle bagnata da rivi, ricca di palme e di altre piante, non che di selvaggina, la quale è così mansueta, che si può ucciderla con la lancia. Fra gli altri animali s’incontrano quivi Ovis tragelaphus ed Antilope bubalis ed anche cammelli inselvatichiti e, nel mezzo della valle, scorgesi un villaggio abbandonato».
Sapendo quanto sia debole negli Arabi lo spirito pubblico quando si tratta di affari esterni e specialmente se siano tali che non vi sia denaro da guadagnare, si resta stupefatti che abbiano allestita una spedizione, affidatane la condotta a Mohammed Tarrhoni ed abbiamo realmente recata l'impresa ad effetto!
Con alcuni valenti compagni ed alcuni cammelli carichi di provvigioni e di acqua, si pose Tarrhoni in cammino e raggiunse la cisterna d’acqua naturale Uabri od Uabria o, come scriveva Hornemann, Wabri, nota dalla relazione di questo viaggiatore. Siccome gli abitanti del deserto usano di far lunghe marce, si può calcolare che, sebbene accampassero una sola volta prima di giungere ad Uabri, ossia in Uadi bel Agian, questa cisterna sia lontana da Zella per lo meno 80 chilometri in direzione tra sud-sud-est e sud. Uabri mi venne da Tarrhoni descritta come una grande caverna, naturale, secondo che egli credeva, ma allargata dalla mano dell’uomo e munita in parte di volta. Qui si raccolgono le acque piovane di diversi Uidian e si mantengono sino al secondo anno, anche quando il passaggio delle carovane è frequentissimo. La strada delle carovane tra Cairo e Fezan, assai frequentata al tempo dell’indipendenza del Fezan, quando il commercio colle terre egiziane sudanesi, partendo dal Cairo non era organizzato come lo è ora, ed il traffico degli schiavi era in fiore, è ora quasi abbandonata. Gli animali non possono dissetarsi al Rhadir 76 Uabri, che, nonostante, si asciuga delle volte e costantemente quando non piove per due invernate di seguito.
Mohammed Tarrhoni non si era accampato in Gebel, ossia all’entrata dell’Harugi, dove la regione viene denominata così senza più; mi disse però che dovrebbero calcolarsi tre giornate sino al pozzo di Uabri. Da Gebel continuando in direzione di sud-est attraverso l’Harugi, ossia percorrendo terreno conosciuto, si posero a campo nell’Uadi bel Haidan. Tanto questo quanto l’altro Uadi Ben Ratga, nel quale fecero alto il giorno appresso, era abbondantemente coperto di foraggio pei cammelli e di acacie-Talh e vi trovarono soprattutto delle piante fresche di Agol. Scoprirono egualmente la Gherara Mugira 77, un esteso avvallamento posto all’uscita dell’Harugi con terreno eccellente. Però i monti verso mezzogiorno non hanno fine, sebbene questa fosse l’opinione dì Tharrhoni, bensì si dividono in grandi massi o monticelli isolati, prendono cioè l’aspetto d’un «charasciaf». Questa singolare formazione di monti, osservata anche al nord di Dachel e Farafrah in modo così grandioso, si potrebbe anche considerare come una corrosione dei monti «en gros», poichè sembra infatti come se i monti fossero stati rosicchiati. Partiti da Uabria, aveano percorso sino al Gherara Mugira terreno conosciuto, viaggiando a piccole tappe e dando spesse volte la caccia alle antilopi per non assottigliare troppo presto i viveri di cui erano provvisti, che non erano certo in grande abbondanza. Ma ora ponevano il piede in una regione affatto ignota. Attraversata che ebbero una gran pianura, Sserir, si attendarono dopo una lunga marcia presso una piccola eminenza, a cui diedero il nome di Ghelb el-Hagi Mohammed; videro, dopo una seconda marcia, anche lunga, dei monti dinanzi a loro, ma non vi si avvicinarono e, credendo che fosse il Tibesti, diedero alla regione, nella quale fecero alto e che nuovamente era ricca di monticelli isolati, il nome di Tibesti. Finalmente, dopo un’altra lunga marcia, giunsero ad una grande oasi, che Tarrhoni credette essere Uau el-serrhir od Uau el-Namus.
L’oasi mi venne descritta dalla mia guida come un po’ più grande di Abu Naim: contiene però un lago salato e delle palme «d’un sol ceppo» assai più belle. Questa circostanza ed i pezzi di vasi rotti che vi avea scorti, lo confermarono nell’idea, che altre volte Uau el-Namus probabilmente sia stata abitata dai Tebu e siasi poi spopolata in conseguenza di un’invasione di orde arabe nomadi. Non vide alcuna abitazione. Sulla sponda occidentale del lago eravi un colle, in cima al quale accamparono per parecchi giorni. Del resto, l’oasi era ricca di Agol, giunchi, Rhardek (Nitraria tridentata), acacie Talha (A. tortilis) e specialmente coperta di bei tamarischi. Non vi erano altri alberi da frutta, ma non si ricordava più bene se vi avesse anche trovato dei fichi. Soggiornarono lungo tempo nell’oasi, poterono uccidere e mangiare molti animali: gazzelle, sorci, topi saltatori; non scoprirono però altre tracce di uomini, all’infuori di quelle già menzionate, e tornarono poi a Zella, passando per Uau el-Kebir, dove giunsero da Uau el-Namus dopo due lunghe giornate di cammino, dirigendosi verso nord-ovest.
In Uau el-Kebir vi è una Zauia degli Snussi, che li accolsero pieni di meraviglia. Avendogli chiesto perchè non avessero tentato di raggiungere anche Uau el-Herir, mi rispose che non lo fecero per esser loro venute meno le provvigioni; e poi in Uau el-Kebir era stato loro detto che Uau el-Herir era occupato da Tebu, i quali, essendo pagani, non li avrebbero in ogni caso lasciati avvicinare. Uau el-Namus però non corrispose alle aspettative degli Uled Chris, giacchè, per quanto Tarrhoni si sforzasse di dipingerla con bei colori e di far rilevare il gran numero delle palme, pure alla mia domanda perchè non abbiano voluto fondarvi una colonia, mi disse francamente che non avrebbe francato la spesa ed era troppo lontana e di difficile accesso per andarvi a raccogliere i datteri.
Io ho creduto di dover qui narrare diffusamente la scoperta di Uau el-Namus fatta da Tarrhoni, perchè da una parte conferma splendidamente le ricerche del nostro immortale Maurizio von Beurmann e dall’altra le vicende del viaggio debbono servire di sprone a futuri esploratori. Non v’è altro punto infatti nel deserto dal quale si possano intraprendere delle spedizioni più rimunerative dal lato scientifico come da Zella. I monti Harugi, colle loro ricche petrificazioni, e soprattutto le prealpi di questo nucleo di monti, sono per tutti i geologi e specialmente per tutti i paleontologi una miniera inesauribile d’interessantissimi oggetti. E per ciò che riguarda la topografia di quella regione al sud dell’Uabria, dove giace l’arcipelago Uau, non bisogna dimenticare che, se agl’indigeni è riuscito di porvi il piede, la regione non è stata ancora esplorata dagli Europei.
A ciò si aggiunge la perfetta sicurezza degli Uled Chris, cosicchè in nessuna oasi si troverebbero guide migliori. Mi si potrebbe chiedere perchè io non abbia cercato di muover di qui per avanzare verso il mezzogiorno. Certo questa idea fu discussa tra di noi seriamente. Siccome però non vi era acqua nell’Uabria, fu forza rinunciarvi e d’altronde non bisognava perder di vista Kufra, come obbiettivo principale delle nostre esplorazioni, e, senza prima venire ad un accordo coi Suia, non sarebbe stato possibile di andare direttamente da Zella a Kufra.
Per interposizione dello Scich Ibrahim riuscii ad arrolare Mohammed Tarrhoni, questa perla di guida, e siccome il giorno della mia partenza era tornato da Sokna «il corridore Urida», presi anche costui al mio servizio. Affinchè però potessero prepararsi, avendo essi chiesto un giorno di tempo, io intanto colla mia carovana mi recai al piccolo rivo Auinet, situato a circa 3 chilometri verso mezzogiorno, il quale, nonostante la sua piccolezza e la sua povertà, è quello a cui l’oasi deve la sua apparenza di freschezza e di vita. Come in Bongem, venivano i cammelli anche ad Auinet ogni giorno, senza che alcuno li sorvegliasse, in lunghe file, per dissetarsi e quindi tutti soli tornavano nuovamente ai loro lontani pascoli.
Era il 20 di marzo 1879 quando lasciammo i bei palmeti di Zella e, procedendo in direzione di sud-sud-est, giungemmo in una regione irta di monti, sommamente grande e selvaggia. Il motivo che ci fece scegliere questa via si fu che noi credemmo prudente per la nostra salute di evitare la strada ordinaria di Augila, perchè troppe tribù espulse dalle loro case rendeano poco sicure quelle regioni settentrionali, dove le oasi si succedono l’una all’altra e vaste pianure erbose offrono ai cammelli dei pascoli eccellenti. Intiere tribù s’erano cioè allontanate dai loro villaggi, per uscire dalla giurisdizione del governo turco, che aumentava le imposte così enormemente e le riscuoteva con così mostruoso arbitrio, che preferivano rinunciare a tutto, piuttostochè essere più a lungo esposte a simili angherie. E dove potevano infatti meglio rifugiarsi che sui confini delle steppe delle Sirti, dove trovavano pascoli pei loro animali, gherara per seminarvi il loro grano ed innumerevoli nascondigli nello charasciaf, per isfuggire, in caso di bisogno, al braccio della prepotenza turca? In questa stessa direzione percorremmo circa 50 chilometri sempre tra le prealpi dell’Harugi. I numerosi Uidian, che noi attraversammo, i quali si dirigevano tutti verso nord-est, le grandi e piccole gherara che mostravano tracce recenti di coltivazione, erano altrettante prove che qui domina tuttora la zona delle piogge del Mediterraneo e non raggiunge i confini meridionali che sulla cresta dell’Harugi.
In questa natura così grandiosa soffrimmo però grandemente a causa dei Samum, che nel 1879 sembravano soffiare con speciale veemenza. Mentre ai 21 di marzo attraversammo il Gef-Gef di Gebel Bürsa e Remlat el-Mushma incredibilmente ricco di petrificazioni, e quindi la maravigliosa regione Dekakin, ci sorprese alla sera nell’Uadi Bu Naim, al momento che volevamo attendarci, un Samum così violento, che dovemmo deporre il pensiero di far la cucina o drizzare le tende. Il giorno innanzi avevamo già nel modo migliore e più dignitoso solennizzato il giorno natalizio dell’imperatore, sparando anche 101 colpi di fucile. La Valle Belaun, già per sè splendida, era resa ancora più pittoresca dalle gigantesche acacie Talha, che quivi crescevano in così gran numero, che le nostre guide e i nostri servi ne tagliavano intieri rami per gettarli innanzi ai cammelli. Il verde che così vagamente contrastava col bianco lucente delle pareti calcaree dell’Uadi ed il nostro campo colla bandiera tedesca spiegata al vento contribuivano non poco a dare all’insieme un aspetto sommamente gaio e festevole.
L’Uadi Bu Naim è lungo e profondo e, prima di allargarsi nell’oasi Bu Naim, si riunisce ad una diramazione altrettanto importante che arriva da occidente: l’Uadi Abu Hassan. Ambedue hanno per certo sotto terra dell’acqua che scorre costantemente, e nell’Uadi Abu Hassan trovasi anche un pozzo, ma questo contiene acqua d’un sapore amaro e salmastro. L’acqua negli Uidian però dovrebbe esser dolce.
Rimanemmo ben sorpresi, quando al mattino dei 24 di marzo, nel por piede nell’oasi, la trovammo così grande, così verde e proporzionatamente così ben provvista di palme. Disgraziatamente, il tempo era tale che dovemmo rinunciare ad una determinazione astronomica dell’oasi o piuttosto del nostro accampamento; nonostante, non ci riuscirà difficile di fissarne la posizione sulla carta con esattezza approssimativa, tanto più che ci trovavamo sempre tra le vie seguite da Maurizio von Beurmann al nord ed Hornemann al sud. Si può dire intanto con certezza che Abu Naim è intersecato da 28° 30' lat. sett. 78 e 19° long. orient. da Greenwich. L’altezza dell’oasi sul livello del mare è di 50 m. e giace relativamente a grande profondità. È difficile di determinarne l’ampiezza, ma se si limita l’oasi ai soli pascoli pei cammelli, senza estenderla a tutto l’avvallamento, allora l’estensione potrebbe fissarsi a 1500 mq. Possibilmente però si estende assai più lungi verso levante e ponente. In un’escursione verso l’ovest non riuscii a toccarne gli estremi confini e nemmeno verso il nord non trovai il termine. Non sarebbe anzi improbabile che Abu Naim si collegasse al nord colle oasi percorse da Maurizio von Beurmann, le quali, partendo da Gibbena, formano una catena continua di Hattieh sino a Tagrift e Zella. Poichè, sebbene von Beurmann lasciò delle volte i palmeti ed ebbe a percorrere degli antipiani, possono questi ultimi essere stati anche dei contrafforti o dei grandi monticelli isolati. Durante la mia gita verso settentrione credetti effettivamente più volte di aver raggiunto l’estremità ben definita, il confine dell’oasi; nell’avvicinarmi però, ecco aprirsi le pareti rocciose e, come per incanto, comparirmi dinanzi un nuovo Hattieh.
Come l’intera regione, anche l’oasi è seminata d’innumerevoli monticelli calcari, i quali sono più o meno alti, ma per lo più non superano quelli di tutte le altre: si elevano però a piombo ed hanno sempre le più strane forme. In generale, per poter apprezzare il carattere dell’intiero Sahara, bisogna ammettere che formasse una sola massa di una altezza presso che uniforme e che, all’infuori probabilmente del Tibesti ed Ahagar, non vi sono monti propriamente detti, ma solo regioni montuose squarciate, e dove si scorgono delle catene, come presso Hon ed Uadan, non sono le medesime nè più alte, nè più basse degli altipiani solcati circostanti, e fanno piuttosto l’impressione di monticelli oblunghi isolati. Ma tutto nel Sahara raggiunge le più vaste dimensioni. Così le grandi colonne calcari che torreggiano nel centro dell’oasi Abu Naim sono anche a un dipresso della stessa altezza come il «lido apparente», che trovasi a settentrione. Tutte queste rocce calcari contengono delle petrificazioni ed interi strati di petrificazioni, anzi sono composte in parte non altrimenti che di animali una volta viventi. Nel suolo sabbioso dell’oasi s’incontrano innumerevoli foraminifere, spesso dalle forme più vaghe e più delicate. Peccato che delle infinite ostree, conus, patellidi ed ammoniti non vi rimangano più che i nicchi.
Il suolo marnoso, spesso anche sabbioso, dell’oasi può dirsi in generale assai buono, come risulta abbastanza provato dalla ricca vegetazione. Ma non mancano però estesi tratti Gef-Gef e Sebucha. Ad ogni modo si potrebbe coltivare e lo si farebbe anche se la regione non fosse così poco sicura. Per una distanza di almeno 200 chilometri non vi è alcuna colonia stabile. E i Beduini che dimorano al settentrione preferiscono di affidare le loro sementi al terreno in vicinanza della costa piuttostochè nel cuore del deserto.
A ciò si aggiunge l’acqua poca potabile, cosicchè si beve solo quando si è costretti dalla necessità. L’acqua cioè o scorre a poca profondità sotto i sebchat, che in alcuni siti passano attraverso l’oasi, ed è allora satura di sale e contiene dell’alcali o del sale catartico amaro; oppure giace in quelle buche a foggia di cratere, situate su una cresta calcarea che solca l’oasi da oriente ad occidente, e contiene allora dello zolfo. Queste buche follicolari ed aperte sono più elevate del terreno circostante; il pozzo, per es., era circa 3 m. più alto del sito poco distante dove eravamo accampati e consisteva in un bacino calcareo della forma d’una vescica apertasi alla cima, che si allargava internamente a modo d’un paiuolo ed aveva la profondità di 2 metri. Al fondo però vi erano probabilmente dei crepacci sottili che noi collo scandaglio non potevamo scoprire, a causa della torbidezza dell’acqua. Oltracciò il letto della sorgente era coperto d’uno strato di melma e di sabbia alto almeno 30 cent. L’acqua però, appena attinta, si rinnovava immediatamente a vista d’occhio. Con una temperatura atmosferica di 18°, aveva 18°,5 di calore misurato col termometro di Pinsel. La temperatura era sempre costante, il che in certo modo mi sembrava assai strano, perchè col rinnovarsi dell’acqua, naturalmente la temperatura avrebbe dovuto elevarsi.
L’acqua contiene una dose così forte di zolfo che non esito a dichiararla come una delle più potenti tra le sorgenti solforose. Avvicinandosi alla sorgente alla distanza di 2 metri, si è già immersi in un’atmosfera di acido solfidrico. Io sono persuaso che verrà tempo in cui Abu Naim farà concorrenza ad Aquisgrana ed altri famosi bagni solfurei. Certo non era piacevole il dover bere quest’acqua minerale, che avea il gusto delle uova guaste, e non averne altra per cuocere le vivande e preparare il caffè. E perciò ora Abu Naim non sarebbe aperto per un luogo di cura, giacchè cosa direbbero gl’infermi di uno stabilimento di bagni solfurei, quando si volesse costringerli, non solo a berne il numero di bicchieri prescritto, ma a servirsi dell’acqua solfurea anche per la cucina e per far bollire il loro caffè ed il loro thè? Noi dovevamo abituarvici non solo, ma pel modo di trasportarla, l’acqua si saturava sempre maggiormente di zolfo. E non poteva essere altrimenti, giacchè l’acqua svaporava dagli otri, ma lo zolfo rimaneva intatto. Invano io mi chiedevo se era necessario ch’io facessi una cura di zolfo, mentre era persuaso che non vi era questo bisogno. E quando finalmente, dopo vari giorni, fummo lontani da quest’acqua, incominciò, col porre piede nell’oasi Gibbena, un’altra cura più disaggradevole: l’acqua del pozzo di Gibbena conteneva una quantità così eccessiva di solfato di magnesia, che non sapevamo più dove dar di capo. E così continuò sino ad Augila.
L’oasi è straordinariamente ricca di palme selvatiche (od inselvatichite?) che, meno poche eccezioni, non appaiono fuorchè in forma di cespugli. Oltracciò, gli alberi che si veggono più frequentemente sono gli Ethel (tamarix). Non è raro che dagli Ethel nascano dei «germogli» alti sino ad 8 m. Spesso si trova che questi ultimi non si compongono più che di radici e di fusti disseccati, perchè l’albero o il cespuglio, che ajutò a produrre il «germoglio», s’è avvizzito ed ora sembrano ritornare di nuovo, grado, grado, al livello generale. E così nel mondo animale e vegetale è dappertutto un eterno formarsi, vivere e declinare anche nella natura apparentemente priva di vita, poichè anche in essa osserviamo del movimento e per conseguenza anche in essa si vive e si muore.
Le palme portano frutti, ma non essendo fruttificate, sono senza nocciuolo, come in tutte le oasi deserte. Circa la probabile esistenza di alberi maschi nell’oasi, che potessero fruttificare da sè le palme femmine circostanti, non fu possibile aver dati certi, perchè i cespugli che non erano troppo lontani non aveano più frutti. Delle altre piante cito l’Agol (Alhaghi), il Belbel (Anabasis articulata), il Rhardek (Nitraria) ed il Fers, le due ultime in forma di arbusti. In alcuni siti trovasi anche una canna, chiamata dagl’indigeni Kasbah. Per quanto siano poco numerosi questi rappresentanti del regno vegetale, i tratti coperti di Agol, come da un verde tappeto, si scambiano da lungi per prati, ed offrono all’occhio un gradevole spettacolo, reso ancor più vago dai grandi cespugli di tamarischi. E non v’è dubbio, che tornando le piogge, si troverà in Abu Naim un numero molto maggiore di piante, quantunque difficilmente delle nuove; almeno nel 1879, all’infuori di quelle che abbiamo citate, non ve n’erano altre.
Se si avesse a stabilire una regola generale, si potrebbe dire che le oasi, andando verso oriente, sempre più si spogliano di piante, nello stesso modo che, procedendo verso quella plaga del cielo, la squallidezza del deserto aumenta in generale ad ogni piè sospinto. Se non fosse di quella catena di Oasi Uah 79, dall’Oasi parva sino a Chargheh, come desolato e nudo d’ogni specie di piante sarebbe il deserto Libico! E se quelle oasi che noi esplorammo nel 1873 sono coperte d’una vegetazione più abbondante lo debbono evidentemente all’influenza umana. Che ricchezza invece nelle oasi occidentali Draa, Tafilet e Tuat e qual differenza nella natura del Sahara occidentale e del deserto Libico!
Sebbene a noi non ci accadesse d’incontrare delle gazzelle, pur nondimeno le numerosissime tracce testimoniavano della loro esistenza. Osservammo anche le orme di grandi antilopi (A. bubalis?), ma avemmo la sfortuna di veder neppur uno di questi animali. La caccia delle antilopi e delle gazzelle è estremamente difficile nel nord del Sahara, assai facile invece nelle steppe al sud del gran deserto. Solo andando di soppiatto si può riuscire ad avvicinarle; a causa della timidità estrema delle gazzelle, è mestieri però usare la massima cautela. Conducendo via i fìgliuolini e separandoli dal padre e dalla madre, viene la caccia alle volte resa assai più agevole, perchè è più facile prendere i figliolini inesperti ed il padre e la madre non si lasciano allora stornare da alcun pericolo pur di riunirsi ai loro nati.
Sciacalli, fenneg, forse anche iene, poichè Mohamed Tarrhoni sosteneva di averne veduto le orme, topi, ratti, ratti saltatori, formano il corredo dei mammiferi come nelle rimanenti oasi e sono sempre e dappertutto i medesimi nelle oasi settentrionali, non altrimenti che le piante. Poche passere — in Sokna e Zella non ve ne sono e neanche in Augila, Gialo e Kufra — cutrettole, corvi ed upupe sembrano formare un contigente costante in Abu Naim, mentre alcune rondini ed un paio di cicogne, che frugavano con passo grave tutti i cespugli in cerca di serpi e di altri rettili, forse facevano soltanto una sosta per prender lena nelle loro lontane migrazioni dal nord al sud e viceversa.
Delle serpi, oltre all’Hannesh comune, si trova specialmente quella chiamata dagli arabi Lefa e da noi vipera cornuta (Cerastes cornutus). Questa piccola serpe, tanto temuta e detestata dagli Arabi, perchè creduta velenosa, sembra essere appunto qui assai frequente, avendone i nostri uomini acchiappate due. Forse lo spavento ha origine più dalla strana vista delle due piccole corna, simili a quelle della capra, che le sporgono dal capo. Le Cerastes si trovano ora in quasi tutti i giardini zoologici. Diverse lucerte, gechi, camaleonti, vespe (anche la bella, grande, azzurra vespa muraiola), moscerini, mosche, varie specie di formiche, formano il corredo della fauna di quest’oasi, la quale perciò non si distingue in nulla da quelle delle altre oasi.
In Abu Naim non vi sono abitatori; l’oasi deve quindi considerarsi, nel più ampio senso della parola, come vacante, conseguenza soprattutto, come abbiamo già fatto osservare, della cattiva qualità dell’acqua. Probabilmente però si potrebbe trarre della buona acqua dal suolo, sia con iscavi, sia con tentativi di perforazioni.
Ad Abu Naim si recano i Beduini di tutte le tribù per raccogliere i pochi datteri che sono poi di pessima qualità. Qui è il caso di dire nel vero senso della parola: chi prima arriva, prima macina. Gli Uled Sliman, gli Uled Scich, i Morharba, i Sauia (da non confondersi coi Suia), gli Uled Chris, tutti fecero qui delle scorrerie, senza contare che Abu Naim spesse volte è il ritrovo di molti banditi ed assassini da strada, che vengono dal settentrione. Le molte palme foracchiate sono la prova migliore che quei malandrini si trovano sovente costretti a dover fuggire nel cuore della notte, senza aver tempo sufficiente per rifornirsi di viveri. Per un pezzo non gustano allora altro che lakbi e datteri senza padrone: un alimento certo poco gradevole; ma quando così dev’essere, Satana si ciba di mosche, dice l’Arabo.
Interessanti in quest’oasi sono le miniere di zolfo, e tutta la regione che di qui si estende verso il nord sino al Mediterraneo ne abbonda. La miniera chiamata «Hofrat el-.Kibrit» giace, secondo il dott. Stecker, che si recò a visitarla, alla distanza di circa 20 chilometri dal nostro accampamento verso sud-est. I campioni riportati dal mio compagno contenevano, senza dubbio, dello zolfo, ma in fondo nulla più di quello che altre miniere scoperte in altre circostanze. È possibile del resto che la guida a bella posta si guardasse bene dal condurre il dott. Stecker alle miniere più doviziose. Le note miniere di zolfo che Mehemet Ali Pascià d'Egitto fece scavare a suo tempo e che poscia servirono di tema ad una discussione tra un intraprenditore francese ed il governo turco, giacciono più vicino alla costa; nonostante, ho voluto richiamare l’attenzione degli speculatori su questo tesoro ancora intatto.
Lasciammo Abu Naim il 26 di marzo e ci avvicinammo sempre più, dirigendoci quasi in diretta linea verso levante, alla strada percorsa da Beurmann ed Hornemann, che s’incrocia colla nostra nelle vicinanze di Gibbena. Partiti da Gibbena e volgendo il viso a ponente, il primo seguì la strada maestra settentrionale che passa per Marade, mentre l’altro andò diritto per quella che mena a Murzuc per Temissa. La nostra marcia fu assai faticosa, perchè avemmo più volte a valicare delle dune ed a lottare con un tempo procelloso. Finalmente, i 29 ponemmo il piede nell’oasi di Gibbena o Gibbene, così pittorescamente situata.
Quest’oasi, grande almeno quanto Abu Naim, meriterebbe propriamente una descrizione speciale, ma, se se ne eccettua la forma, ci vedremmo costretti a ripetere quel che abbiamo detto di Abu Naim, tanta è la somiglianza dei prodotti in ambedue. Essa giace all’est di un altipiano calcare, o che almeno tale apparisce alla vista, il quale sorge dal nord entro il Sahara. I monticelli giganteschi, sparsi qua e là in grandissimo numero, fanno anche supporre che il tutto potrebbe essere un accumulamento di simili massi. Verso il nord l’oasi probabilmente si estende sino al pozzo Sidi Hammed.
In Gibbena vi sono tre pozzi: Ain Gibbena, Ain Dikker ed Ain Niscia, tutti e tre pieni egualmente di acqua cattiva, la quale però trovasi così vicina alla superficie, che, scavando, s’incontra alla profondità di non più che 30 a 40 cent. Ci accampammo presso Ain Dikker, dove, come lo indica il nome, crescono delle palme maschie; ciò può ben essere stato vero, ma il fatto si è che dei datteri trovati in grandissimo numero non ve n’era alcuno che fosse fecondato. Può anche essere che vi fossero una volta, allato della sorgente, delle palme maschie, e che in seguito siano state distrutte, perchè gli Arabi usano forare di preferenza le palme maschie, il lakbi estratto da questi alberi essendo a loro avviso più potente di quello tirato dalle femmine.
Assai notevole mi parve una tomba circondata di gerid (foglie di palme), vicinissima ad Ain Dikker, ove era seppellita Chadigia, la figliuola del ricco Mogiabra 80 Si Hammed ben Abdallah, morta presso alla sorgente verso il 1875.
Passammo la notte in Gibbena. Quindi procedemmo oltre, valicando sempre la stessa catena di dune, e, lasciatala in seguito al nord, raggiungemmo la sera del 31 marzo, verso oriente, il confine dei monti di sabbia. Questi monti però terminano così ingigantiti che nel Rhart Rumani, la punta estrema dalla parte di levante, misurata dal dott. Stecker, si eleva alla notevole altezza relativa di 150 metri. Per le carovane che vengono da Augila la duna Rumani serve ad un tempo di segnale e si scorge da una distanza tanto maggiore in quanto che da Augila sino alle dune non v’è alcun oggetto che impedisca la vista.
Appena attraversato il Sebucha el-Ethel, posto al piede del Rhart Rumani dalla parte di mezzogiorno, si entra in quell’orribile Sserir di Kalanscio, che per la sua enorme monotonia non la cede che a quello solo situato al sud di Augila e Gialo, ma non forma propriamente che una parte soltanto di quella vasta pianura che divide le oasi Cirenaiche meridionali da Kufra. Impiegammo due intiere giornate per attraversare il Sserir. Il tempo ci sembrava lungo più dell’usato e le distanze ci apparivano interminabili, avendoci la nostra guida assicurato, senza esserne intimamente persuaso, che al 1.° di aprile a sera saremmo giunti in Augila. Quando ci accampammo però, eravamo ancora lontani 30 chilometri dalla desiderata oasi. I servi, per la gioia di poter tosto mangiare dei datteri freschi, avevano già consumato una buona dose di polvere da sparo, ma la sera del 1.° di aprile ci accorgemmo che la promessa era stata un pesce di aprile e ne ridemmo di cuore.