Gerhard Rohlfs
Tripolitania

CAPITOLO IX Le oasi Augila e Gialo.

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CAPITOLO IX

Le oasi Augila e Gialo.

Sommario. — Fredda accoglienza in Augila. — Breve soggiorno colà. — L’Oasi Gialo. — Ostilità degli abitanti. — Nel villaggio Areg il viaggiatore è preso a pietrate. Lettura del Firman Ali nel Migeles. — Il Samum si cangia in uragano e subito dopo produce un violento acquazzone. — Posizione insopportabile. — Il viaggiatore, che rimane in Augila, esorta il dott. Stecker a recarsi a Bengasi con tutta la carovana. — Augila. — Monelli impertinenti. — Aumento delle moschee, invece diminuzione della popolazione e delle palme. — L’amico Scich Ibrahim el-Fadhil. — Il viaggiatore prende lezione nella lingua di Augila. — I donativi imperiali sono arrivati a Sokna. — Una carovana di schiavi dall’Uadai. — Ladroni in agguato per impadronirsi dei donativi imperiali. — Elevazione delle oasi Augila e Gialo. — Il dott. Stecker a Bengasi. — Tarrhoni reca i donativi imperiali. — Raccolta di ragni e di vespe. — Il viaggiatore si reca a Bengasi sotto la salvaguardia d’una scorta speditagli da colà. I donativi imperiali in custodia presso Ibrahim el-Fadhil. — Helices desertorum. — Arrivo in Bengasi.

Era il 2 di aprile quando, a mezzogiorno in punto, ponemmo il piede in Augila. Pieni di stupore, accorsero i negri che lavoravano nel palmeto. Aspettavano di giorno in giorno una carovana Gialo dal Bornu, ma non avrebbero mai creduto che nello stesso tempo ne arrivasse un’altra di Cristiani da occidente. Dopo un’ora eravamo in vista della località, che non avea per nulla cangiato fisonomia dopo la mia prima visita.

Ma quale diversità appetto dell’accoglienza del 1869! Dieci anni fa, venuto da Bengasi, accompagnato soltanto da un tedesco e da due servi indigeni, fui accolto nel miglior modo possibile dallo Schich Burku e da tutta la popolazione. Ed ora un contegno così freddo ed indifferente che s’avvicinava all’ostilità! Io feci drizzar le tende a nord della città, mandai i cammelli alla pastura in alcuni miseri campi di belbel (Belbel, Anabasis articulata) e mi diedi attorno per procurar dei viveri per noi e paglia ed orzo pei cammelli. Ma, quantunque avessi recato con me delle lettere di raccomandazione per i più onorevoli tra gli abitanti (ad eccezione dello Scich Ibrahim el-Fadhil) e, fra le altre, una pel mio antico ospite, Schich Burku, non mi riuscì di ottener nulla. E fummo berteggiati, scherniti e martoriati con molestie d’ogni genere. Fra tutti gli Augilensi non ve ne fu che uno solo il quale facesse eccezione pel lodevole suo contegno, ed era un certo Si Mohammed Snussi 81.

In tale stato di cose, non rimasi che un giorno solo ad Augila, poichè capivo che non eravi quivi nulla a sperare. L’influenza degli Snussi aveva in questi dieci anni gettato profonde radici, di modo che gli Augilensi, altre volte così spregiudicati, erano ora pienamente in balìa di questi nemici giurati dei cristiani.

Ed ai 4 di aprile muovemmo di e dopo una marcia di 24 chilometri giungemmo all’oasi-sorella di Gialo. Qui trovavasi la sede del Governo turco e v’era luogo a sperare che saremmo accolti amichevolmente, quantunque anche qui, in quanto ad accoglienza, avessi fatto tristi esperienze dieci anni prima, non avendo la malallevata gioventù tralasciato di caricarmi d’improperi. Ma come fummo ricevuti! Cademmo dalla padella nella brace. Se gli Augilensi solo per fanatismo religioso si tenevano dirimpetto a noi chiusi e riservati, per i Mogiabra si aggiungeva un altro motivo ed era il timore che il nostro viaggio all’Uadai potesse recar detrimento alle loro relazioni commerciali con quel paese. Io aveva ordinato ad Omar, uno dei servi indigeni, di precederci e di recarsi al rappresentante turco Hammed Bei, il quale ora ha titolo e rango di Caimacan, per pregarlo di procurarmi possibilmente un alloggio, naturalmente mediante equo compenso in denaro. Arrivati in vicinanza del villaggio di Areg, feci far alto alla carovana e, mentre attendevamo il ritorno di Omar, non si crederebbe quel che avemmo a soffrire dagli scherni degli abitanti d’ogni età: in ispecie accanita era una banda di monelli, che mi presero persino a pietrate, ma che fuggirono poi a gambe levate quando minacciai di far fuoco colla rivoltella.

Alcuni dei più attempati tra gli astanti, a cui la scena e le possibili conseguenze parvero prendere una piega pericolosa, presero le mie parti e mi accompagnarono sino al Gasr turco.

All’entrata del piccolo edificio che portava questo pomposo nome, mi venne incontro il Caimacan e non sapeva come meglio scusarsi del villano procedere della gioventù dei Mogiabra; «ma, aggiunse egli immediatamente, io non posso far nulla, io sono qui affatto impotente». Hammed Efendi era realmente bene intenzionato verso di noi. Egli mi pregò di drizzar le tende in vicinanza della sua abitazione (egli alloggiava in una casa al nord-est di Areg), perchè fossi così più sicuro da ogni molestia, mi offrì anzi il suo alloggio, ch’io però non accettai, perché il mio campo avea bisogno di essere invigilato.

Il mattino dopo feci subito radunare il Migeles e, lagnandomi aspramente della condotta della gioventù, li minacciai di castigo, che certo non tarderebbe a colpirli. Feci quindi leggere dal Caimacan il mio Firman ali. Ciò fece grande impressione, cosicchè tanto dal villaggio di Lebbeh quanto da quello di Areg fummo trattati lautamente — e questo trattamento officiale comprende in simbolicamente anche il benvenuto —; tuttavia non venimmo con ciò a capo di nulla.

Non volendo lasciar alcun mezzo intentato, per recarmi a Kufra e all’Uadai, posi il campo regolarmente, dopochè vidi che i Mogiabra, gelosi e fanatici, non si lasciavano persuadere ad affittarmi una casa. E siccome il mio campo in vicinanza del Gasr era esposto ai raggi scottanti del sole, risolvetti di allontanarmi alquanto dal villaggio, dove al riparo di giovani palme potessi esser meglio protetto dal vento e dalle tempeste, giacchè nella pianura sabbiosa i più leggieri venticelli cacciavano nelle tende, con poca nostra soddisfazione, nubi di sabbia e di polvere.

Mi diressi perciò collo zaptié, che Hammed Efendi aveva posto a mia disposizione, al palmeto più vicino, situato a mezza strada tra Areg e Lebbeh, però al nord di queste due città, ed in quel luogo feci drizzar le tende, non senza aver fatto un regalo ad un uomo bianco per antico pelo che si dichiarava proprietario del palmeto medesimo.

Il sole che saettava la tenda era alle volte surrogato assai spiacevolmente da spaventevoli Samum. Uno dei più veementi ebbe luogo il lunedì di Pasqua, 12 di aprile: l’aria color di piombo l’avea già annunciato sin dalla mattina e nel corso del giorno andò via via rinforzandosi, finchè divenne un irresistibile uragano. Soffiando dal sud e dal sud-sud-ovest, spazzava la campagna rasentando il suolo con incredibile velocità, giacchè il caso è assai più grave, quando un uragano s’avanza fragoroso, formando un dato angolo colla superficie della terra, di quello che quando imperversa in direzione non così obliqua. Io aveva prudentemente fatto piegare la mia tenda, perchè era più grande di quella del mio compagno di viaggio e meno capace di resistere alla violenza del vento, e m’era cacciato sotto un cespuglio di palme, curioso di vedere cosa ne seguisse. Le furie scatenate del vento infierivano sempre maggiormente, fitte nubiera sabbia od erano vapori acquei? — s’aggiravano colla velocità di cavalli correnti in caccia al di sopra delle nostre teste; alle volte s’udiva un fracasso come di tuono lontano, e di tempo in tempo ci colpiva gli orecchi lo schianto di una palma spezzata dall’impeto della bufera. Ed ecco salire alle stelle improvvisamente le grida del mio compagno: la sua tenda, svelta dal suolo tutta intiera con parte degli oggetti che vi erano dentro, era volata via; ed egli stesso era stato a un pelo di esser sollevato e trascinato per l’aria con essa.

La scena era comica e seria nello stesso tempo: comica la vista del dottor Stecker, a cui in quel momento non potevamo prestare alcun aiuto serio, pel timore che oggetti indispensabili, come scritti, strumenti, ecc., potessero andare perduti. Fortunatamente, la tenda fu fermata da un cespuglio di palme e nulla del resto fu trovato mancante. Però, per completare la confusione, quando l’uragano era al colmo, fummo improvvisamente inondati da un potente acquazzone, il quale non durò che pochi secondi, ma fu più che bastante per inzupparci sino alla midolla. Pareva come se ci avessero vuotato adosso un’enorme secchia di acqua o fossimo stati soppraggiunti in mare da un cavallone, saprei ora dire con certezza se l’acqua venne dall’alto o lateralmente in forma di un’ondata. E poco dopo tutto s’acchetò a un tratto come per incanto, ed il sole, ricomparso in tutto il suo splendore nel cielo chiaro e sereno, ebbe tosto asciugati i nostri abiti stillanti d’acqua e gli altri oggetti. La sera discutemmo intorno a questo singolare fenomeno meteorologico: tra gli abitanti in Gialo però il lutto fu grande, perchè la tempesta aveva spezzate circa 300 palme di alto fusto.

Quantunque tanto il Caimacan quanto il Migeles esortassero il popolo a non infastidirci, la nostra posizione diveniva sempre più insopportabile. Non di rado bande di villani, ebbri di lakbi, ci caricavano di improperî, mentre la sera tornavano a casa. S’io non avessi mostrato la più grande riservatezza ed una pazienza d’agnello dirimpetto a simili insulti, saremmo facilmente venuti alle mani con spargimento di sangue. E questo io doveva evitare a qualunque costo. Oltracciò, io era costantemente in pensiero pei nostri cammelli, ch’io aveva bensì mandati alla pastura sotto la garanzia di uno del paese ed in compagnia di un Gialense, oltre ad alcuni dei nostri servi, ma nonostante potevano un bel giorno facilmente essere trafugati dai Suia.

Stando così le cose, dopo interminabili trattative coi Mogiabra ed i loro negri, essendo impossibile di partire per Kufra senza una guida, avendo esaurito tutti i mezzi per andare innanzi, non rimaneva altro a fare che tornare indietro.

Però per non dare ai Mogiabra la soddisfazione di averci costretti a far fardello, risolvetti di rimanere e pregai il mio compagno dottor Stecker di recarsi a Bengasi coll’intiera carovana, mentre io rimanevo mallevadore visibile verso i Mogiabra che il viaggio era bensì differito pel loro malvolere, ma per niun conto abbandonato. Si trattava ora di trovare per me un’abitazione alquanto migliore, più fresca e più sicura; e decisi perciò di tornare ad Augila, dove lo spazioso Gasr, una volta sede del governo per tutte le oasi, era vuoto ed a mia disposizione.

Domenica, 19 di aprile, dopo un soggiorno di due settimane, presi commiato dal Caimacan, il quale aveva anche radunato il Migeles.

Il mio compagno di viaggio rimase in Augila una notte soltanto nel Gasr, e mosse quindi alla volta di Bengasi il 20 di aprile a mezzogiorno, avendo assoldato una buona guida.

Mentre Stecker si allontanava con tutti i cammelli, io rimasi solo nel castello con Hubmer ed Omar. Il Caimacan mi aveva dato uno zaptié, il quale radunò i più onorevoli Sciuch della città e fece loro intendere, che erano responsabili verso il governo turco della mia sicurezza. La conseguenza almeno di ciò si fu che venni in contatto con loro e specialmente collo Scich Ibrahim el-Fadhil, il quale si condusse verso di me come un bravo e probo uomo ed amico. Ma il villaggio nell’insieme vedeva di mal occhio ch’io fossi rimasto e la più parte degli abitanti erano così fanatici, che, al secondo giorno che io ero tutto solo al castello, una banda di ragazzi incominciò a bombardarlo con grosse pietre.

Era per me cosa assai notevole che questa città berbera — in Augila non abitano che Berberifosse per gli sforzi degli Snussi divenuta così divota, ch’io duravo fatica a riconoscerla. Gli abitanti non erano cresciuti in benessere, in ricchezze, in intelligenza, possedevano però ora quasi altrettante moschee, quante erano le singole grandi famiglie. Mentre prima in Augila non vi era che una sola moschea principale e quattro più piccole, ve ne sono ora ben tredici 82 e tutte posseggono un gran numero di palme. Il numero degli abitanti dell’intera oasi, ch’io altre volte ho detto essere 4000, sale oggi appena a 3000, 2500 dei quali in città. Augila fa l’impressione di essere grandemente scaduta, ma gli abitanti sono dall’altro canto divenuti assai divoti.

Poco a poco venne sviluppandosi una certa intelligenza tra me ed i maggiorenti di Augila e sopratutto i miei rapporti collo Scich Ibrahim el-Fadhil divennero sempre più saldi e più intimi, tanto più essendomi io prestato a curarlo per una archibugiata toccata poche settimane prima.

Riuscii anche a prender lezione nella lingua di Augila 83 da due scrivani, ed ebbi motivo di convincermi che quest’idioma barbaresco è uno dei più interessanti della grande lingua Masigh. Noi possiamo ritenere con certezza che gli Augilensi, sin dal tempo di Erodoto, erano Libî, ossia Berberi, e si servivano probabilmente della stessa lingua che ora. Interessanti sono specialmente, nei limiti del suo dialetto, molte consonanze di nomi greci e romani, ed in tutta l’Africa settentrionale, tra le popolazioni arabe sopratutto, i nomi delle città con poche eccezioni, giacchè evidentemente Dernah proviene da Darnis, Krennah da Cyrene, Tolmita da Ptolemais. Non deve quindi farci meraviglia che gli Augilensi abbiano ancora conservato per Bengasi l’antico nome Bernik, ora a ogni modo dimenticato dagli stessi abitanti di quella città, un accorciamento di Berenike, che era infatti il nome della medesima sotto la dominazione dei Tolomei. Disgraziatamente, non posso qui spiegare, con esempi 84, come molti utensili domestici, che gli antenati degli attuali abitanti delle oasi impararono a conoscere dai Greci e dai Romani, ricordino egualmente le lingue antiche nelle loro denominazioni. Non dee però conchiudersi da ciò che vi sia stata in origine un’affinità tra la lingua berbera e le lingue greca e romana.

Erano già trascorse parecchie settimane dacchè mi trovava esiliato in questo orribile sito. All’infuori degli esercizi linguistici, che fornivano ad un tempo interessanti spiegazioni di quesiti etnografici 85, aveva pochissime occupazioni intellettuali. L’oasi in stessa non offriva nulla, che si fosse potuto citare come nuovo, dopo quello narrato da Pacho, Hamilton, Beurmann, ecc. Tosto però le cose cambiarono. Ai 24 di aprile, cioè, ecco venir dentro Scich Mohammed Tarrhoni, la nostra guida di Zella, che ci aveva accompagnato sino a Gialo e di era tornato a Zella, con un grosso pacco di lettere e di giornali. Dalle prime rilevai che i doni imperiali erano arrivati a Sokna. Tarrhoni non si fermò che una sola notte e poscia ripartì, largamente ricompensato, direttamente per Sokna, via Zelia, coll’incarico di andare a prendere i doni.

Anche l’arrivo di una gran carovana di schiavi che veniva dall’Uadai mi servì di diversivo — ne arrivò anche un’altra durante il nostro soggiorno in Gialo, ed il mercante che più vi era interessato, era uno dei più onorevoli cittadini di Tripoli, il fratello di Hagi Ali Gorgi. — Io ho già fatto rilevare che la tratta degli schiavi continua sempre allegramente e che, per giungere a sopprimerla a grado a grado, bisognerebbe che tutti i governi adottassero le più severe misure e che i consoli europei si accordassero prima pienamente sul da farsi.

Al 1.° di maggio caddero in Augila, nelle ore mattutine, poche gocce di pioggia ed a mezzogiorno, dalle 12 alle 3, piovve continuamente, cosicchè l’acqua piovana penetrò nella sabbia sino alla profondità di 4 centr. I venti samum ci davano soventi molestia. Quel che più mi cuoceva però si era il veder svanire ogni giorno più la probabilità di poter proseguire il nostro viaggio, quantunque le lettere di Stecker da Bengasi promettessero ogni buon esito. I Suia, che capitarono in Augila a pochi per volta, ed alcuni dei quali vennero anche a farmi visita, si mostrarono assolutamente intrattabili ed infine venne fuori che tra essi trovavasi una banda di assassini da strada, i quali erano venuti ad Augila espressamente per impossessarsi degli aspettati donativi.

In Gialo e nel nostro primo passaggio per Augila stabilimmo, secondo i risultati ottenuti al principio di aprile 1879, per mezzo del nostro aneroide e di un ipsometro, che queste oasi trovavansi al disopra del livello del mare, mentre nel 1869 le avevo poste al disotto.

Facendo nuove osservazioni, dopo la partenza del dott. Stecker, non solo col mio aneroide, ma anche col termometro di Koch, tornai ai risultati del 1869. Solo allora perciò si potrà ottenere con certezza un risultato approssimativamente esatto coll’aneroide, col termometro di Koch od anche col barometro a vaschetta, quando si conosca la media annuale delle osservazioni fatte coll’aneroide e col barometro, per servire di fondamento ai propri calcoli. Per ciò che concerne l’altezza di Augila e di Gialo al disopra o al disotto del livello del mare, ci avvicineremo maggiormente alla verità dicendo: che le oasi giacciono a un dipresso alla stessa elevazione del mare 86.

Il mio compagno, dott. Stecker, era giunto a Bengasi sano e salvo, il 27 aprile, con tutta la carovana. Subito dopo il suo arrivo, si recò dal Governatore, Mohammed Raif Bei, in compagnia del Console italiano di qui, sig. F. E. Rossoni, in casa di cui trovò gratissima accoglienza, e gli manifestò il motivo della sua venuta, quello cioè di pregarlo che volesse munirlo di lettere di raccomandazione per gli Sciuch dei Suia e di un’altra per lo Scich dei Sauia Snussi, Hagi Omar bu Haua el-Fadhil di Kufra, che era appunto a Bengasi.

Dopo un viaggio assai rapido giunsero in Augila Mohammed Tarrhoni, suo fratello, suo figlio, il figlio dello Scich ed altri due Zellensi, coi doni imperiali. Essi avevano percorsa felicemente la perigliosa via: uomini scelti e valenti com’essi erano, non avevano nulla a temere da un colpo di mano d’una banda della stessa forza od anche più numerosa, i dieci Suia, che erano alla posta desiosi di ritirar per loro conto i doni imperiali al margine dell’oasi, osarono attaccare gli Uled Chris, ma li lasciarono passare tranquillamente.

Così scorreva il tempo lentamente e da lungo tempo erano gli uccelli di passaggio partiti pel settentrione: solo per noi non spuntava mai il della partenza. Avemmo occasione di fare delle interessanti osservazioni sui ragni e le vespe e persino di formarne una collezione, ma anche questo fu per lo più lavoro inutile, perchè andarono perduti. La «sandwespenartige Papierwespe» (vedi la figura in Brehm, ed. tedesca, vol. IX, p. 252), poichè io debbo pure darle questo nome, chiamata dagli arabi Abu Daude (padre del verme) e dagli Augilensi con un nome suo proprio, corrisponde perfettamente alla descrizione del Belonogaster che il nostro famoso zoologo Brehm fa della vespa di Port Natal, se non che le venature delle ali e l’addome non erano rosse, bensì d’un color azzurro d’acciaio cupo. Queste vespe venivano sempre a deporre le loro uova nella sala del Migeles e vi costruivano i loro gruppi di celle, applicandoli alle pareti o alle travi. Nella cella fabbricata di argilla umida deponevano un uovo, andavano quindi sugli alberi di Ethel in cerca di 5 o 6 piccoli bruchi, che ponevano accanto all’uovo come futuro alimento, e chiudevano quindi la cella ermeticamente. Ci riuscì di avere non solo delle vespe, ma anche delle celle piene di bruchi vivi e di una larva e mandarle a Berlino.

Verso la fine di maggio dovetti risolvermi ad andare io stesso a Bengasi, avendomi il sig. Stecker scritto che la mia presenza era assolutamente necessaria, non potendo egli ottenere dal Governo il necessario appoggio. Il mio compagno mi aveva anche annunciato che il Governatore mi mandava una scorta, essendo estremamente pericoloso per un cristiano il fare tutto solo anche il viaggio da Augila a Bengasi: ed io ne aspettavo appunto l’arrivo. Intanto feci portare i doni imperiali, e tutte le provvigioni, merci, armi ed istrumenti, di cui non avevamo bisogno per nostro uso personale, in casa dello sceicco Ibrahim el-Fadhil, dove io sapevo che sarebbero stati ben custoditi. E chi potrebbe dire abbastanza della cura che n’ebbe l’egregio uomo, sempre infermo della sua ferita! Egli li fece radunare in una stanza senza finestre nel centro della sua abitazione ed alla sua presenza e mia, fece murare la porta, cosicchè era impossibile che alcuno vi ponesse più il piede.

Il desiato giorno giunse alla fine. E quale non fu la sorpresa degli Augilensi, quando furono testimoni degli onori che si rendevano a quel cane d’un cristiano (come tra di loro usavano sempre chiamarmi).

La mattina dei 25 piombò un Augilense nel castello gridando: «Su, vien presto, la tua carovana è qui che arriva!». E non poteva capire perchè io rimanessi immobile al mio posto. Io sapeva già però, da lettere ricevute, che non era mica la mia carovana, che aveva a giungere, bensì una scorta che veniva a prendermi. Poco dopo ecco risuonare scoppiettìo di fucili e scalpitar di cavalli — la porta si aprì, e dentro vennero il Borgomastro (Scich el-Bled) di Bengasi, detto Scich Sarok; il direttore di polizia; un luogotenente; tutti e tre in scintillanti divise che aveano indossate al mattino; poscia dieci Sciuch dei Moharba, quella valente stirpe, che dice con orgoglio: i Suia sono miei schiavi. Tutti erano venuti a cavallo, e dinnanzi alla città si tenevano altri venti cavalieri, i servi e i cammelli occorrenti. Quando però gli Augilensi, che erano penetrati nel castello, videro con quale sommissione le autorità supreme della città di Bengasi, che per gli abitanti del deserto era quello che è Parigi per i Francesi, si comportavano verso di me, rimasero affatto intontiti, e non sapevamo più qual giudizio farsi della mia persona.

Presi i debiti concerti, stabilimmo che la scorta non avesse a riposarsi che un giorno soltanto, e perchè Augila non sentisse troppo il peso dell’acquartieramento, per quella sera m’incaricai io di dar da mangiare all’intiera compagnia, inclusi i cavalli e i cammelli.

Ma, come sempre accade tra gli Arabi, quando anche essi dicano determinatamente «domani partiamo», al che però non mancano mai di aggiungere un «scia Allah», ossia se Dio vuole, si può esser sicuri che avviene qualche cosa per impedirlo. E così qui. Lasciarsi nutrire per alcuni giorni senza pagar nulla era esca troppo allettatrice.

Finalmente il 29 maggio, alle 4 pomeridiane, ci ponemmo in viaggio sul serio ed a marce forzate. E la cosa era naturalissima, perchè, via facendo, non avremmo trovato nulla da mordere.

Non osservammo nulla di nuovo durante il viaggio e, marciando giorno e notte, ai 31 di maggio, alle 8 del mattino, eravamo già a Bir Rissam, dove con nostra grande meraviglia scoprimmo una gran quantità di legno petrificato e molte conchiglie Cardium non petrificate. La comparsa delle grandi lumache (in Augila, Gialo e Kufra non vi sono lumache di alcuna sorta), Helix desertorum, indica che al sud di Fareg eravamo entrati nella zona delle piogge mediterranee regolari. Qui trovasi anche la pulce. In questa zona meridionale, dove la siccità è così grande e la pioggia manca sovente per anni, le Helices desertorum si difendono dalla soverchia secchezza dell’ariasecondo il dott. Stecker, durante il tempo della copula — mediante un’anticamera, larga spesse volte 1 cent., la quale produce in certo modo un allungamento dell’intiero guscio. La bocca chiusa ermeticamente durante la stagione più secca dell’anno da uno strato durissimo, si applica ermeticamente alle pietre ed ai cespugli.

Ai 2 di giugno arrivammo in una regione ricca di erbe ed in mezzo a numerosi indizi di antico incivilimento. Ai 4 di giugno accampammo per un paio di ore al Tilimun degli Snussi-Sauia, che trovasi in un antico castello romano. Ai 5, di buonissima ora, partirono alcuni Basci Bozuk a spron battuto per annunciare il nostro arrivo, ed alle 3 dopo mezzogiorno ponemmo il piede nell’antica Berenike.

 





81             Nel deserto orientale gli uomini ora si chiamano così spesso Snussi come Mohammed o Abdallah, oppure aggiungono il nome di Snussi a quello che hanno.



82             Le Gemma si chiamano: Gemma Deana, con 500 palme; Gemma Ben Gemil; Gemma Seraghna, con molte palme; Gemma Ruman; Gemma Segaghna, con molte palme; Gemma Sarug, con molte palme, Gemma ben Mishkani, senza palme; Sauia. con molte palme; Sauia Snussi, con otto palme; Gemma Sebuch, con molte palme; Gemma Sidi Said, con molte palme; Gemma el-Fadhil, con molte palme; Gemma el-Megrissa, con molte palme. Più della metà di tutte le palme sono nelle mani della chiesa



83             Disgraziatamente, anche questi studi vennero distrutti.



84             Potranno forse interessare i seguenti nomi proprî, che io tolgo da una lettera scritta a mia moglie. — a. Nomi d’uomini: Huda, Borku, Hallus, Bakir, el-Hadali, Bota, Hummo, Iakoah, Müftah (quest’ultimo, assai frequente in Tripolitania, vuol dire «chiave»), Bu-Shnaf. — b. Nomi di donne: Saluma, Mariam, Mama, Ssalha, Alia, Mim, Sseia, Sselma, Boka, Kamela, Halima, Ghelida.



85             Rispetto alle denominazioni dei colori, mi ricordo solo che tanto gli Augilensi quanto i Soknensi usano «rosso» e «bello» come parole identiche.



86             L’altezza calcolata dal sig. Hann ha quindi pur essa un valore relativo.

                Vedasi anche a questo riguardo: Prof. Guido Cora, Il Sahara, appunti e considerazioni di geografia fisica (Roma, 1881), pagine 14 e 15.



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