Gerhard Rohlfs
Tripolitania

CAPITOLO XII Kufra.

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CAPITOLO XII

Kufra.

Sommario. — Kufra, un arcipelago d’oasi scoperto poco per volta. — Notizie raccolte da Hornemann intorno a Kufra. — Taiserbo, non già un pozzo soltanto circondato da poche palme, bensì una splendida oasi con squisiti datteri. — Giranghedi, castello avito degli antichi sultani dei Tebu. — Un gran cimitero con numerose tombe. — Superficie e vegetazione di Taiserbo. — Moltacqua dolce. — Ai 7 di agosto partenza per Buseima, oasi affatto sconosciuta. — Falchi, moltissimi serpi non velenosi, upupe, corvi, gazzelle, ratti con grossi piedi, ratti saltatori; nessuna lumaca, come in tutto Kufra. — Rovine di un gran villaggio fortificato. — Partenza per l’oasi Kebabo. — Considerevoli dune di sabbiaNatura del suolo lungo la via. — Ai i 3 di agosto in Kebabo. — Attendamento nel palmeto dello Scich Krim Bu Abd el-Rba, quegli che in seguito ci salvò la vita. — Inviati degli Snussi chiedono che loro si consegnino i viaggiatori. — Il viaggiatore è costretto a recarsi a Boema col traditore Bu Guetin. — L’attendamento viene assalito sotto la condotta di Bu Guetin.

Io debbo lasciare a persone più competenti, ossia agli storici ed ai geografi il decidere se Kufra possa essere indentificata con una delle regioni citate dagli antichi. A chi vuoi fare degli studi e stabilire delle ipotesi raccomando la memoria del dottor Behm 89, «Das Land und Volk der Tebu», dove si trova riunito tutto quel che si riferisce a questo argomento e l’intiera questione è discussa profondamente. Anche lo scritto di Berlioux 90 appartiene a questa categoria, e non si può negare che il signor Berlioux colla costruzione delle sue carte secondo Tolomeo, diede a Kufra una giacitura più esatta di quel che lo sia nelle carte recenti.

Per ciò che concerne la parola Kufra, essa evidentemente deriva dall’arabo Kafir, nel plurale Kafara, che significa miscredente. Kufra dunque vuol dire il paese dei miscredenti. Secondo Brugsch, Kafir significa in copto anche una piccola oasi, abitata soprattutto da pagani. La posizione del monte Azar è identica con quella del Gebel Neri. Se Kufra corrisponda al Berdoa, un’oasi che, secondo Leo Africanus, fu visitata verso la fine del XV secolo da una carovana proveniente da Augila, e nella quale si vuole che vi fossero tre castelli e cinque o sei villaggi, non è cosa che possa con certezza. Castelli (Gasr) ve ne erano in Kufra a ogni modo, ed il numero dei villaggi, solamente in Taiserbo, ammontava a una dozzina. Si potrebbe però indentificare Taiserbo con Berdoa, imperocchè non è probabile che tutto Kufra sia stato scoperto ad un tempo essendo le singole isole separate l’una dall’altra da solitudini dell’estensione di circa 100 chilometri.

Tra i viaggiatori recenti, Hornemann 91 ce ne la prima descrizione, quantunque alquanto incompleta:

«In direzione di sud-ovest da Augila, alla distanza di 10 giorni o 200 miglia (avrà ben voluto dire «miles») abitano i Febabo (o meglio Kebabo, essendosi nella parola tolta dall’Arabo scambiato probabilmente il pel qáf) ed alcune giornate più oltre verso il sud, i Birgu. Le due nazioni appartengono ai Tibbo e si vuole che siano pagane. Il loro paese è assai bello e fruttifero. È strano che gli Augilensi quando parlano di queste tribù, fanno lo stesso paragone di cui si serve Erodoto parlando dei Trogloditi Etiopi, che vengono inseguiti dai Garamanti: «che la loro lingua sia simile al gorgheggio degli uccelli».

Hamilton non potè trovare chi lo conducesse a Kufra e Kebabo, e da Augila si diresse perciò a Murzuk 92. Lo stesso accadde a von Beurmann, ed anche a me nel 1868.

Ma ora eravamo pure in Taiserbo, l’isola più settentrionale di Kufra. E quanto superiore ci parve l’oasi alle nostre aspettative! Noi avevamo creduto sinora di trovare soltanto un pozzo attorniato da poche palme, ed invece avevamo già percorsi nell’interno nell’oasi più di 30 chil. da nord a sud, allorchè ci accampammo in vista dell’antico castello Giranghedi, dal quale gli antichi sultani dei Tebu dominavano il loro popolo in Taiserbo.

I Suia, che quivi soggiornano ed appartengono in parte alla tribù dei Bu Guetin, ci accolsero assai festevolmente, e gli squisiti datteri, che spiccavano a grappoli dalle palme che ci facevano ombra, erano per noi uno stupendo rinfresco dopo le penose marcie. Ma poco si curavano quelle genti di esercitare l’ospitalità: nulla davano senza denaro contante in cambio, che venne anche sborsato. Ci trovavamo in Taiserbo già a 250 m. al disopra del mare, essendo sempre saliti gradatamente da Augila e Gialo. Ma così dolcemente elevasi il terreno da quell’avvallamento delle Sirti andando verso il sud, che uno non si accorge menomamente, come, di mano in mano, la differenza di livello diventi maggiore.

Il primo sito che visitammo fu l’antico Gasr che da lontano sembra un cumulo di terra, nelle cui rovine però si distinguono ancora le stanze, le travature e le muraglie costruite di blocchi di sale. Tornando di riuscii a dissotterrare una testa, che proveniva dall’antica famiglia dei sultani e quindi poteva considerarsi come uno dei più genuini teschi Tebu. Il figlio dello Scich Gib al-Lah el-Abid sosteneva, persino, che era la testa del suo bisavolo. Ed avendogli io detto che in questo caso il portar via il teschio del suo antenato era un sacrilegio, rispose che non importava, giacchè era un «Kafir», ossia un miscredente. Dietro Giranghedi si stende immediatamente un gran padule di sale con molte fosse d’acqua ed intorno intorno crescono spontanei Kasbah ed Ethel così fitti ed in così rigogliosa abbondanza, che non si possono attraversare se non seguendo alcuni sentieri, apertivi per lo mezzo a bella posta. Nelle distese d’acqua nuotavano oche ed anitre selvatiche certo un raro esempio nel cuore del Sahara. A qualche distanza più oltre si scorgono le rovine di un secondo Gasr.

I Suia che ci accompagnavano partirono ora pei vari palmeti, dirigendosi chi a el-Haua, chi a Gesira; questi palmeti erano dai Suia descritti come luoghi abitati e certo contenevano anche anticamente dei villaggi Tebu. Oggigiorno, tutt’al più, vi hanno delle capanne di palme. La più parte degli Arabi, però, preferiscono di accamparsi senz’altro al rezzo degli alti cespugli di palme. Il nostro campo, posto a 240 m. di elevazione sul livello del mare, giaceva, secondo la determinazione fattane dal dott. Stecker, a 25° 37' 44" lat. nord e 21° 25' 20" long. est da Greenwich, circa un chilometro a sud est del Gasr Giranghedi.

A settentrione dell’Uadi trovasi un gran cimitero con numerose tombe, per lo più rotonde, le quali sono munite di cupole basse, costruite di blocchi di sebcha induriti. Io non scoprii il cimitero che al ritorno, dopo essere stato svaligiato, e non potei perciò disgraziatamente aprire alcuna di quelle tombe, mancandomi gli utensili necessarî. Ma in varie di esse si poteva per alcuni fori spingere lo sguardo nell’interno e vi si scorgevano i morti seduti e coperti di stuoie, le quali, in parte ben conservate, in parte distrutte, non erano fabbricate di foglie di palma, ma intessute di Halfa-mta-Kufra ed avevano tutte la stessa disposizione, ossia si alternavano sempre a serie di quattro matasse. Io raccomanderei ai futuri viaggiatori di munirsi d’acqua per aprir le tombe immollandole; dappertutto vi è acqua nell’oasi ed acqua buona, e non vi è blocco di terra salina, per quanto sia duro, che resista ad una buona bagnatura.

Alquanto al nord del cimitero dei Tebu scorgesi una grandiosa fabbrica in rovina, di costruzione moderna, ed è il primo stabilimento degli Snussi, che fondarono qui da principio una Zauia ed in seguito l’abbandonarono per trasportare la loro sede a Kebabo. Come mi venne riferito, questa Zauia sarà di nuovo riedificata ed abitata.

Lo spazio dell’oasi Taiserbo coperto di verdura, che si stende in forma oblunga da occidente verso oriente, secondo i calcoli del dott. Behm, ha una superficie di 6343,2 chil. q., ossia, all’incirca, l’estensione della provincia di Aquila degli Abruzzi. L’oasi, quanto alla vegetazione, è assai diversa dalla maggior parte delle altre, perchè forma un solo Hattieh coperto specialmente di Halfa-mta-Kufra. Vi crescono però anche Rissu, Had Kasbah ed Ethel ed al mezzogiorno, presso Mahbus, scorgesi un bel bosco di Talha che si stende — quantunque assai rado — a perdita di vista verso sud-ovest. Dei giunchi, ed un solo albero Suak, il quale probabilmente era nato da foglie portatevi dal di fuori, formavano a un dipresso l’intero corredo di piante in Taiserbo.

Quasi dappertutto ed a poca profondità trovasi dell’acqua, che in parte è minerale, come quella dell’Ain Gelaled, nelle cui vicinanze eravamo attendati, in parte però dolcissima. Ain Gelaled, alla profondità di 2 metri e con una temperatura dell’aria esterna di 35°, aveva 24° di calore.

Rimanemmo nel nostro campo sino al 5 di agosto. Siccome i nostri cammelli abbisognavano, più di noi, di riposo, non ci spingemmo in quel giorno al di di Mahbus, posto a circa 10 chil. più al sud, dove un altro dei Suia che ci accompagnavano possedeva un gran bosco di palme. I datteri erano qui squisitissimi e l’acqua da bere così dolce, come non ne avevamo più trovata dopo l’antico pozzo romano tra Euhesperis ed Automalax. Qui ci riposammo sino alla sera del 7 di agosto e lasciammo poscia l’oasi per recarci a Buseima, distante circa 100 chil., il cui nome udivamo ora per la prima volta e, secondo ci veniva riferito, era un’oasi posta sulla via di Kebabo.

Chi è esploratore, potrà farsi l’idea di entusiasmo con cui ci ponemmo in cammino per raggiungere quest’oasi, della cui esistenza non avevamo assolutamente alcuna contezza. Era l’oasi grande, piccola? Queste erano le domande che noi spesso rivolgevamo a quelli che ci accompagnavano, ma nulla potemmo sapere di preciso, se non che essa doveva essere situata ai piedi di un monte e vicino ad un lago. Un lago nel centro del Deserto libico! Marciando in diritta linea, verso sud-est, dovemmo di nuovo attraversare una pianura ghiaiosa, che in ultimo cangiossi in un oceano di dura e grossa sabbia. Finalmente però scorgemmo dalla cima delle più alte onde di questo mare sabbioso i bei monti di quest’oasi. Quando si viaggia per molti giorni continuamente in pianura — e quali pianure! — sembrano colossi anche i piccoli monti (l’altezza assoluta di Gebel Bu-Seima è di 388 metri), specialmente quando ci appaiono in forme così pittoresche: neri e dentati, per tutta la loro lunghezza. E cosa è mai quel che vediamo giù? Un lago azzurro con alti frangenti? Sì, il lago esisteva infatti, ma i cavalloni erano iscongiurati dal fantasma del deserto, la fata morgana. Un ampio margine di candido sale sulla sponda settentrionale del lago, in conseguenza della forte vibrazione dell’aria riscaldata, prendeva con ingannevole imitazione l’aspetto di un frangente, dove non l’acqua, bensì l’aria calda sollevava le sue onde e sul fondo argenteo del sale batteva contro i neri monti e le palme.

Buseima o Bu-Seima giace alle falde meridionali di una catena di monti, che si stende dal nord al sud intorno ad un lago salato che quivi trovasi. Il nostro campo, posto sulla sponda del lago a 25° 11' 42, 5" lat. nord e 22° 15' long. est da Greenwich, era abbondantemente provvisto di acqua dolce, che in molte oasi si può spillare dal terreno a brevissima distanza dal lago salato. Il suolo, coperto di verdura, ha una superficie, secondo i calcoli di Behm, di 319,9 chilometri quadrati e questa indicazione è abbastanza esatta, avendo noi determinato il perimetro dell’oasi, che dall’alto del monte potevamo abbracciare collo sguardo intieramente. Nelle altre oasi che abbiamo visitate, i dati non possono considerarsi se non come approssimativi, quantunque siano stabiliti il più coscienziosamente possibile.

Il lago, che contiene dell’acqua salata fortemente concentrata, si estende dal nord-ovest al sud-est ed il diametro longitudinale misura circa 10 chilometri. Le sponde sono rivestite di folte macchie di giunchi e vi crescono due specie di Kasbah; spesso anche i cespugli di palme giungono sin presso al margine delle acque. Intorno al lago distendesi l’oasi coperta di grossi cespugli di palme per la larghezza in media di un chilometro. Vi si trovano però anche dei cespugli di fichi, evidentemente inselvatichiti, i quali provengono dagli antichi abitatori, i Teda. Ci vennero recati dei fichi, i quali non erano nulla di straordinario, ma erano però mangiabili. Siccome però i Suia per lo più li coglievano e li mangiavano prima che fossero maturi, così potei osservare coi miei propri occhi in molti di essi, che avevano tutto il palato impiagato, quale fosse la forza dissolvente esercitata sulla carne dal succo di quel frutto.

Le piante che qui allignano sono le medesime che nell’oasi settentrionale, mancavano solo Talha ed Had. Bu-Seima sembrava essere il soggiorno di molti falchi: al ritorno ne prendemmo parecchi. I Suia danno ai più grandi il nome di Bu Hauam, ed ai più piccoli quello di Bu Sceraga 93. Nell’andata c’imbattemmo in un piccolo uccello di un color grigio che dava sul bruno, il quale sembra essere originario del paese come in Kebabo, ed è insidiato da un serpe 94, che trovasi qui in numero sorprendente, cresce sino alla lunghezza di un metro, ha un color giallo bruniccio e si appiatta quasi in ogni cespuglio di palma o di fico, ma non è velenoso. Esso usa di avvolgersi intorno ai Gerid od ai rami di un cespuglio di fico — le ficaie non raggiungono qui le dimensioni di alberi, ma sono semplici cespugli — e colla testa levata aspetta gli uccellini, che senza sospetto si posano sulla serpe, togliendola per una foglia di palma od un ramo del fico. Io ebbi occasione, in Buseima, di liberare dalle fauci di un serpe simile un piccolo uccello, il cui angoscioso cinguettìo aveva risvegliato la mia attenzione: un poderoso colpo col bastone divise il serpe in due e l’uccelletto volò via, ma morì nonostante poco tempo dopo. Corvi ed upupe sembrano anche essere originari del paese, e nella stagione propizia serve questa oasi, come le altre, di riposo e di sosta per gli uccelli di passo. Oltre ai detti volatili, incontrammo anche cicogne e rondini, che, al nostro ritorno in ottobre, viaggiavano verso il sud. Era uno spettacolo interessante il vedere come i falchi davano a questi animali la caccia.

Mentre nell’andata non ci vennero per nulla vedute pedate di gazzella, nel ritorno invece ne osservammo moltissime. In gran numero trovansi questi animali solo in Erbehna. Assai frequenti però sono i fenneg, i ratti saltatori, i topi, i far (pl. firane) ed un ratto con piedi enormi, chiamato «beiut». Di più parecchie lucertole, ragni e varie specie di formiche. Ma in tutto Kufra, ed in generale al sud del Bir Rissam, non vi sono lumache di alcuna specie.

Estremamente interessanti ci parvero al piede d’un monte le ruine di un villaggio, nel quale le case rotonde e quadrangolari erano state fabbricate con buona malta e così salde e compatte, che ogni tentativo per disgregarne le mura era lavoro assai arduo. Queste strutture si distinguevano dalle ordinarie ruine dei Tebu per la grandezza delle pietre, se non a dirittura lavorate a scalpello, ad ogni modo scelte accuratamente. Ma quale non fu la mia sorpresa allorchè, per misurarne l’altezza, ebbi asceso il Gebel Buseima, nell’imbattermi sull’angolo più meridionale in un gran villaggio così ben conservato, che sarebbe stato sufficiente riporre i tetti di paglia sulle capanne rotonde di pietra, per poterle subito abitare. E non solo il villaggio, ma l’intiero angolo del monte che un avvallamento divideva dal resto della catena, gli accessi, i sentieri che conducevano sulla vetta, i corpi di guardia, ecc., tutto era fortificato e disposto per un’energica difesa. Quante volte si saranno qui ritirati i Teda, fuggendo le rapaci invasioni degli Arabi o dei Tuareg, ed avranno avvertito i loro compatrioti col grido «Kerkora», ossia «all’erta», finchè in ultimo soggiacquero al nemico o piuttosto alle armi da fuoco.

Ma non soltanto qui era eretto un simile rifugio: il mio compagno scoprì un forte su una piccola collina nel cuore del Sebcha di Buseima disposto colla stessa diligenza.

In Buseima trovammo arenaria e calcare ed il tutto coperto da una massa, che aveva l’aspetto come di lava. Il suolo della piccola oasi, non offre nulla di speciale: vi si sviluppa però una rigogliosa vegetazione di giunchi, canne e cespugli di palme. Le palme vengono fecondate solo in parte, perchè non v’è alcuno che abbia qui dimora stabile. Si sono nonostante anche qui fatte delle piantagioni, le quali però, mancando loro le prime cure, non attecchiscono come dovrebbero, almeno non così bene come in Taiserbo e Kebabo.

Partendo da Buseima, tenemmo la stessa direzione, cioè sud-est ad est e trovammo che l’isola principale Kebabo è distante da Buseima quanto quest’ultima da Taiserbo. Ma ora avevamo da superare delle dune importanti, che erano un ostacolo serio pei nostri cammelli, già senza di ciò assai stanchi. Parecchi stramazzarono a terra; e molte volte i declivi erano così ripidi, che fu forza impiegare tutti gli uomini a scavare colle mani dei gradini nella sabbia, affinchè le bestie da soma potessero meglio fermarvi il piede. Si lascia ad occidente un monticello nero isolato, che porta il nome poco decente di Gor Sibbel el-Abid e subito dopo si scorge a mezzogiorno la grandiosa catena del Gebel Neri, anch’essa di colore oscuro, che si stende da oriente ad occidente, e divide l’arcipelago di Kufra in due metà, una settentrionale e l’altra meridionale. Nella sabbia si trovano quelle meravigliose formazioni, che spesso sono delle vere fulgoriti, molte volte però ne hanno solo l’apparenza. Alcune di esse richiamano anche alla memoria i gusci delle tubicole ed io non entro a giudicare, se si trattasse poi effettivamente di questi ultimi. S’incontrano pure dei pezzetti microscopici di calce compatti internamente come se fossero dei vermi petrificati. La giogaia Neri rimane al sud-ovest distante circa 30 chil. dalla carovana ed i Suia ci narrarono che, tanto in alto, sulla cima della catena, quanto al piede del margine settentrionale, si trova un pozzo e vi crescono anche alcune palme. A noi non fu dato di vederle.

Dalla vetta di una duna che si eleva ad oriente della via, all’altezza di oltre 100 metri, si può scorgere quasi a metà strada, tra Buseima e Kebabo, il monte, a lato del quale giace Erbehna e la catena di Sirhen che si estende al nord-est, sebbene quest’ultima non trovisi in vicinanza di Ssirhen, ma due giornate più al sud. Le dune che si traversano non hanno alcuna direzione determinata, come p. es. nella parte orientale del Deserto Libico, od a mezzogiorno dell’Algeria; ma a volo d’uccello si potrebbe forse scorgere una zona di esse da nord-est dirigersi verso sud-ovest. La sabbia si compone di quarzo e di particelle calcari: ha però una tinta più oscura, probabilmente per la mescolanza di particelle di ferro. Alquanto al nord del Gor el Hauari, che è una continuazione del Gebel Neri 95 come gli altri monticelli isolati, si entra in una regione che ha del charasciaf, le dune di sabbia si trasformano in ondulazioni sabbiose, piane, grandi e compatte e finalmente si trova di nuovo un Ssesir, suolo ghiaioso, dal quale sporgono quei monticelli rimasti tuttora in piedi. Ora però si osservano anche quelle meravigliose formazioni che spesso s’incontrano in altre parti del deserto, grandi e piccole palle, ora di una rotondità matematica, ora bitorzolute ed ovali, delle volte cave, delle volte ripiene di sabbia lucente, oppure della stessa massa vetrosa, di cui è formata la corteccia della palla; quindi formazioni tubulari della stessa materia, della lunghezza e spessore d’un piede e rigonfie a modo d’una torta! Tutta la campagna ne è coperta ed i frammenti più piccoli le dànno il color nero.

Ai 13 di agosto raggiungemmo l’angolo estremo della parte nord-ovest di Kebabo, chiamato Hueuiri, e ci trovavamo perciò nell’oasi principale di Kebabo. Drizzammo le tende in un bel palmeto, che apparteneva allo Scich Krim Bu Adb el-Rba, le cui genti ci fecero lietissima accoglienza. In somma nulla aveva fatto sinora supporre, che ci saremmo tosto trovati in così terribile impaccio, essendosi mostrati i Suia verso di noi sempre cortesi ed affabili oltre misura. E se pure vi furono alcune volte delle contestazioni tra di noi, gli Sciuch intervennero ogni volta per comporle, cosicchè non si era mai venuto con essi ad alcun serio screzio.

La sera dello stesso giorno — con grande rapidità erasi sparsa in tutte le direzioni la voce del nostro arrivoaccorsero da diversi luoghi, da Giof, Buma e specialmente dalla Zauia, i Suia in folla guidati da Chuan (monaci) degli Snussi. Si tenne a breve distanza dal nostro campo una seduta tempestosa di più ore, ed i congregati delle volte facevano un baccano d’inferno. Io credevo allora che trattassero di affari interni, ciò che assai di frequente luogo a lunghe e rumorose discussioni. Ma niente affatto. Come mi venne in seguito riferito, quegli inviati chiedevano niente meno che di averci nelle mani per ucciderci. E quanto possedevamo doveva esser tratto a sorte. Ma vinse allora il parere degli Sciuch dei Suia, che erano bene intenzionati a nostro riguardo; e soprattutto la circostanza che noi ci trovavamo su terreno appartenente a colui che doveva in seguito salvarci la vita, contribuì non poco ad impedire che fossimo dati in loro potere. Da questo momento però i criminosi disegni presero forse nel cervello di Bu Bekr Bu Guetin una forma più distinta, vedendo su quali potenti alleati egli poteva pei suoi fini fare assegnamento. Si discusse ora, giacchè la proposta di consegnarci a quei tristi era stata respinta, dove avremmo dovuto attendarci. E si sarebbe forse evitato un grande infortunio se avessero allora acconsentito a lasciarci in Hueuiri. Se non che venne stabilito che noi avessimo a recarci con Bu Guetin a Boema, l’ultimo luogo verso sud-est ed il più remoto di Kebabo. In parte avevano anche ragione, perchè Buma, Giof, Hueuiri e tutti i rimanenti palmeti sono luoghi di passaggio per le carovane, e quindi facilmente potevano nascere delle contese tra noi ed i fanatici: tutti i giorni, infatti, arrivavano ora dei viandanti dal nord e dall’ovest, ossia dei Tebu, i quali andavano a por campo a ponente di Surck e Giof, soprattutto in Tolelib.

Si scelse a nostro speciale patrono lo Scich Bu Guetin, visto che eravamo con lui in strettissima relazione, essendo egli divenuto come uno dei nostri servi, ed avendo io commessa la balordaggine d’ingaggiare sul serio suo fratello, Mohammed Bu Guetin, nella persuasione di averlo vincolato coi miei continui benefizî. Ma sembra quasi accadere degli uomini, come delle nazioni, esservene cioè di quelli, nei quali i benefizî producono l’effetto contrario; cosicchè invece di generare la gratitudine, svegliano l’invidia e i pensieri di vendetta, se pure può in casi simili trattarsi di quest’ultima. E lo stesso sembrava anche verificarsi in Bu Guetin, più io lo colmavo di benefizî, più io largheggiavo con lui di donativi, tanto maggiormente sembrava crescere in suo cuore l’odio contro di me e di noi tutti, e necessariamente, come in un vulcano, doveva un giorno o l’altro l’eruzione aver luogo.

Conseguentemente a ciò che si era stabilito, da Hueuiri per la catena di monti che trovasi nel mezzo di Kebabo venimmo a Boema, distante solo circa 16 chil., e fermammo quivi il nostro domicilio. Il luogo dove eravamo accampati era delizioso. Grandi cespugli di palme dappertutto frammisti con ficaie! Dinanzi a noi, a lato d’un avvallamento paludoso, crescevano degli Ethel (Tamarix) e verso tramontana i confini dell’orizzonte erano segnati da quella cresta che divide Hauari e Hueuiri dalla parte meridionale di Kebabo. Al sud si stendeva sin quasi ai monti meridionali un rigoglioso pascolo pei cammelli: questo, dal lato di levante, e le tracce di un villaggio Tebu davano all’insieme un colore istorico. Io feci circondare le nostre tende d’un recinto di palme, incominciai ad immagazzinare le merci, le provvigioni ed i donativi, a misura che giorno per giorno arrivavano coi Suia, e disposi ogni cosa per un lungo soggiorno, in parte perchè anche i cammelli avevano bisogno di un riposo continuato, in parte perchè i Suia stessi non avevano intenzione di riporsi subito in viaggio. Tutti i bei disegni che avevamo formati, p. e. di percorrere l’oasi sino all’ultimo limite verso oriente per vedere se realmente vi è una strada che di conduca alle oasi egiziane, di visitare Erbehna, l’oasi posta ad occidente, non poterono però esser posti ad effetto, perchè a principiare dal giorno dopo il nostro arrivo le scene turbolente si succedettero incessantemente l’una all’altra, finchè, dopo esser dimorati 10 giorni in Boema, fummo dichiarati prigionieri, e la cattività terminò colla fuga ed il completo saccheggio del nostro campo.

Quel giorno, infatti, piombò nel nostro attendamento un gran numero di Suia armati sino ai denti e chiesero si pagasse loro immediatamente «l’Hak el-drub», ossia il pedaggio. Con essi, come capo della masnada, trovavasi il genero di Bu Guetin, un certo Ssala. Solo conservando la massima calma e sangue freddo impedii che in quel giorno il campo fosse messo a sacco e forse qualcosa di peggio; ma da quell’istante mi balenò alla mente, quale razza d’uomo fosse Bu Guetin. Egli era seduto su una delle casse della mia tenda e gridava con una occhiata significativa: «Io seggo qui sui tesori; in questa cassa sta il denaro».

Agli occhi dei Chuan (monaci) degli Snussi, non eravamo che una mano di banditi; il vero sovrano di Kufra, Omar Bu Haua, aveva già ed a bello studio rifiutato di darci una comendatizia per la Zauia dell’oasi. L’odio dei Chuan crebbe a tal punto, che vietarono l’ingresso alla Zauia persino ai nostri compagni. Quanto a noi non dovevamo nemmeno avventurarci nelle vicinanze del convento.

La Zauia el-stat in Kufra ha quasi ora così gran fama di santità come Giarabub stesso. Presentemente è già la Zauia più doviziosa: basta considerare che un quarto di tutte le palme in Mufra fu donato agli Snussi, e moltissime ne hanno piantate essi stessi da quell’epoca!

 

 





89             «Petermanns Mittheilungen, II Ergänzungsband» (Gotha, 1863).



90             «Les anciennes explorations etc.» (Lyon, 1879).



91             A pag. 143 della sua relazione tedesca di viaggio



92             Veramente il Rohlfs scrive (a p. 267 dell’ediz. tedesca di «Kufra», cfr. p. 180 della nostra 1a ediz. italiana «Tripolitania») che l’Hornemann «da Gialo si diresse perciò a Siuah». Evidentemente si tratta di una svista, giacchè l’Hornemann proveniva invece da Siuah e da Augila continuò direttamente verso Murzuk: del resto non mi consta che egli tentasse di dirigersi verso Kebabo, l’itinerario progettato pel suo viaggio dal Cairo verso l’interno dell’Africa conducendolo dapprima direttamente al Fezan. Sta di fatto, invece, che Beurmann, nel 1862, e lo stesso Rohlfs, nel 1868, avevano fatto quel tentativo infruttuoso, il primo proseguendo poi ad occidente, verso il Fezan, il secondo ad oriente, verso Siuah.  G. C. 



93             Il falco in arabo si chiama propriamente «thir el-horr», il quale nome era anche adoperato dai Suia.



94             Trovasi anche in Kebabo.



95             Lo Scehaimah, citato da Behm nella sua memoria «Das Land und Volk der Tebù», pag. 51, era un personaggio che i Suia conoscevano perfettamente; un certo Reis Ali, un Suia noto come una delle migliori guide, pretendeva di essere stato suo discepolo. A pag. 51 si narra: «Da el-Deemi si recò Scehaimah a 6 giornate verso nord-nord-ovest al Djebel en-Nari, dove trovò una piccolissima quantità d’acqua piovana in un serbatoio naturale posto alle falde del monte», ecc., e poscia: «Alcuni della carovana andarono in cerca di acqua verso oriente e dopo tre o quattro ore di marcia attraverso la sabbia, giunsero ad un’oasi disabitata, dove eravi alquanta acqua. Sembra pure che fossero indotti a prendere quella direzione dalle tracce di un’antica strada che dall’Egitto superiore conduceva sin qui. Dopo che la più gran parte degli schiavi e dei cammelli furono morti di sete, venne stabilito di far viaggio verso l’oasi di Kufara al nord-ovest e vi giunsero attraverso un deserto affatto sterile»: il Gebel Nari non può essere altro che il monte situato a nord-ovest di Kebabo il quale chiamasi Gebel Neri, e la carovana venne quindi di probabilmente ad Hauari ed in seguito a Taiserbo, il quale da principio portava il nome principale di Kufra. Che Taiserbo fosse la residenza del sovrano dell’intiera oasi e si chiamasse perciò in origine Kufra senza più, non solo si rileva dalle relazioni dei Suia, ma viene confermato dalle ruine di due Gasr, a cui dovrebbe aggiungersene un terzo a levante di Taiserbo, chiamato Keseba, che noi non abbiamo veduto. Lo scambio dei punti della rosa dei venti nella marcia di Scehaimah non guasta



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