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CAPITOLO XIII
Sommario. — La condizione del viaggiatore peggiorata per varie circostanze. — Gib el-Lah el-Abid, il bene intenzionato Scich degli Ait Amera. — Sidi Agil, nemico giurato dei Cristiani e Chuan degli Snussi, invade il campo con una banda di Suia. — Il viaggiatore svela ai compagni la loro perigliosa situazione. — Il viaggiatore ed i suoi compagni, per non essere uccisi, si recano a Surk, sotto la protezione dello Scich Krim Bu Abd el-Rba. — Bu Guetin colla sua banda pone il campo a ruba. — Gib el-Lah per la salvezza del viaggiatore dispone che egli da Surk vada a Giof. — Un corriere di Sidi el-Madhi, il supremo Scich degli Snussi, da Giarabub. — Una scena col devoto tagliaborse Sidi Aghil. — Una carovana accampata presso Giof. — I Tebu. — I giardini intorno a Giof. — Sidi el-Hussein, giunto da Giarabub, e Sidi Embark, uno dei Sciuch della Zauia dì Kufra, vengono a farci visita. — Discorso di Sidi el-Hussein e risposta del viaggiatore. — Scambio di donativi. — Nuovo colloquio con Sidi el-Hussein, che offre in regalo dei datteri del giardino della Zauia. — Eckart si reca colà con un asino. — Rapporto di Eckart sul giardino. — Giornali, lettere ed una cassa dalla Cirenaica. — Partenza da Kebabo. — Bu Guetin con armati nei monti per sorprendere i viaggiatori. — Potenza degli Snussi. — Bu Guetin viene in Hauari e restituisce parte degli oggetti rubati. — Ai 7 di ottobre arrivo in Girànghedi, il luogo più settentrionale di Kufra.
Da quanto sappiamo 96 sull’influente ordine degli Snussi si potrà meglio giudicare del corso degli avvenimenti e scorgere quale deplorabile parte abbiano in essi rappresentata questi religiosi, sopratutto i Chuan supremi dell’ordine.
Si tenevano ora ogni giorno delle sedute rumorose in Boema, spesso senza ch’io fossi presente, spesso anche invitandomi a prendervi parte. Lo scopo era sempre di estorcere del danaro. La somma ch’io dovetti deporre in Bengasi, fu appunto stabilita così alta perchè la scorta aveva dichiarato dover cedere una data parte di questo denaro a tutti i loro aderenti; ora i Suia che dimoravano abitualmente o che allora si trovavano in Kufra, pretendevano ch’io avessi a pagare nuovamente e chiedevano 1000 talleri di Maria Teresa. Io rifiutai, naturalmente, giacchè, s’io avessi pagato, nuove estorsioni ne sarebbero stata la conseguenza.
Ma non perciò riuscii a sottrarmi ad altre violenze di questo genere. Si buccinava che il sultano di Uadai non volesse permettere nè a Turchi, nè a Cristiani di porre il piede nei suoi dominî. Si decise quindi di spedir messi all’Uadai ed io dovetti pagare porzione delle spese; ma il messo non partì mai, come non partirono altri, che io aveva pagato a tale scopo, fra cui un uomo che si era incaricato di portare a Bengasi una cassa, contenente lettere, rapporti per la Società africana ed oggetti di storia naturale: anzi seppi che i documenti erano stati lacerati, e gettati via gli oggetti dal mio patrono speciale Bu Bekr Bu Guetin, il quale aveva già deliberato di uccidermi e di svaligiarmi, col concorso di tutta la sua tribù.
E per raggiungere il suo intento mise in opera tutta la sua malvagità, tenendomi anche lontano da una delle più potenti tribù dei Suia, gli Ait Amera, il cui Scich, Gib el-Lah, era ben disposto a mio riguardo: questo capo era il discendente dell’ultimo sventurato sultano Tebu di Girànghedi in Taiserbo, i cui territorio era stato conquistato dai Suia forse al principio del XVIII secolo.
Ormai eravamo tenuti come prigionieri in Boema e Bu Guetin mi parlava apertamente della nostra uccisione, non curandosi affatto delle conseguenze che ne sarebbero derivate: e le violenze incominciarono agli 11 di settembre, quando una banda di 30 Suia armati, condotti dal devoto Sidi Aghil, irruppe nel nostro campo, estorcendoci 690 talleri. Le cose erano giunte a tal segno, che la nostra vita era sospesa ad un filo. Fortunatamente lo Scich Krim el-Rba resistette alle suggestioni di Bu Guetin e Sidi Aghil, che credettero venuto il tempo di accelerare lo svolgimento del dramma, e m’informò ch’ero destinato a venir pugnalato nel sonno. Egli mi offrì un asilo nel suo campo, a Surk, dandomi per guida suo genero Smeida.
Io chiamai allora i miei compagni, li informai minutamente di tutto e convenimmo di uscire dal campo separatamente e poscia riunirci più lungi, il che ci riuscì nel buio della notte. Smeida ci fece procedere solleciti; ma fu una marcia terribile, e maggiormente spaventosa, essendoci allontanati dalla linea che dovevamo seguire. Smeida andò a riconoscere il cammino e alla mezzanotte arrivammo all’Haush 97 di Krim el Rba, con grande contentezza del buon Scich. Eravamo salvi.
Quando chiarì il giorno, avevamo già avuto notizia in Surk del sacco del nostro campo: Bu Guetin ed i suoi accoliti, arrabbiati nel vedere che la loro preda erasi posta in salvo, fecero a brani le tende, ruppero le 18 casse, in parte grandissime, sparsero qua e là i viveri, stracciarono i libri ed i documenti, rovinarono gli strumenti, sconvolgendo poi tutto il terreno, in cerca di denaro sonante. In ciò almeno i Suia si trovarono delusi nelle loro aspettative. Essi si erano fitti in capo, e Bu Guetin specialmente ne aveva sparso la voce, che recassimo con noi 7000 Bu Thir (talleri di Maria Teresa): invece non ne trovarono che 300.
Tutta l’oasi era informata dell’assalto e del saccheggio: la nuova si era diffusa con tale rapidità, come se fosse stata trasmessa per telegrafo. In Surk, però, gli uomini dello Scich Krim el-Rba stavano in guardia, perchè temevano forte, che i Bu Guetin ed i Gaderroha venissero ad assaltarli: d’altra parte lo Scich ci fece le maggiori finezze. Eravamo salvi in tutta l’estensione della parola, dopo aver per parecchie settimane ondeggiato tra la vita e la morte.
Ci riusciva però doloroso, oltre misura, l’esser appunto ora interrotti nel mezzo del nostro còmpito, quando così fermamente si poteva contare sopra un esito fortunato. Coi mezzi di cui eravamo provvisti, con un contratto stipulato con tanta precisione e garantito dal governo turco, con una simile scorta, io ritenevo per cosa certa ed indubitabile di poter andare da Bengasi ad Abeshr, capitale dell’Uadai, come in Germania si viaggia da una città all’altra. Ed ora tutto era finito. Gli strumenti, sopratutto, formavano una perdita irreparabile. Sotto questo rapporto il nostro liberatore si era disgraziatamente ingannato. Seguendo il suo consiglio, di portar via soltanto i denari, giacchè i banditi, sapendomi al sicuro, non avrebbero osato toccare gli oggetti rimasti nel campo, lasciammo ogni cosa a suo posto. Sarebbe stato per noi molto più facile il caricarci dei nostri giornali, vocabolarî, carte geografiche, ecc., ed anche degli strumenti più necessarî che di que’ pesanti sacchi di danaro. Che siasi verificato quanto Krim el-Rba aveva preveduto, non può negarsi: quel che cercavano, principalmente, era il denaro; ma nel primo impeto d’ira, per non averne trovato altro, avevano tutto fracassato e distrutto.
Alla notizia ch’io era vivo ed in luogo sicuro, incominciarono però il giorno dopo a pentirsi del malfatto: ed ai 14 di dicembre si erano già radunati alcuni spontaneamente a fine di raccogliere per noi oggetti, merci, ecc.
Era Daha (9 ore del mattino), quando vedemmo giungere, seguiti da 100 uomini armati, alquanti cavalieri, i quali, dopo un breve abboccamento col nostro Scich, aprirono un solenne Migeles: «È Gib el-Lah el-Abid, lo Scich degli Uled Amera», mi disse il figlio del nostro Scich e subito dopo Stecker ed io fummo chiamati per esser presenti all’adunanza. Dopo scambiati i saluti d’uso, Scich Gib el-Lah si professò mio amico, e mi offerse i suoi servizi pregandomi soltanto di rilasciarli una dichiarazione per iscritto, che nessuno della sua intera tribù aveva preso parte all’assalto, perchè non intendevano di rinunciare alla loro patria, anzi desideravano di tornare novellamente al Barka. Io lo ringraziai della sua amichevole offerta, scrivendogli la dichiarazione.
Essendosi Gib el Lah el-Abid colla sua intiera tribù dichiarato in nostro favore, le opinioni dei Suia in tutta l’oasi cangiarono interamente: però più tardi ci fu forza partire e trasportare le nostre tende a Giof, perchè non si riteneva il soggiorno in Surk abbastanza sicuro per noi. Lo stesso giorno nelle ore vespertine prendemmo le mosse, cavalcammo prima attraverso il bel palmeto di Surk, capitammo quindi in una sola Sebcha e giungemmo di lì a poco a Giof, un villaggio Suia, lontano da Surk circa 15 chil. e posto nel mezzo d’una incantevole vegetazione. Già da lontano eravamo rimasti grandemente sorpresi del numero e del rigoglioso sviluppo delle stupende acacie Talha. Dinanzi al villaggio era adunato un gran Migeles, e noi intanto fummo acquartierati in una spaziosa capanna che aveva due compartimenti ed apparteneva ad un Suia vecchissimo, il quale confessava di essere stato un assassino da strada per tutta la vita ed ora era il più ricco possidente del villaggio; aveva due bei giardini e la parte posteriore della nostra capanna dava in un cortile, dove si ergeva la sua abitazione fabbricata di pietre.
Il primo pensiero fu quello di procurarci dei viveri, farina, burro, ecc., e di torre in prestito del vasellame, per poter di nuovo prepararci da noi il nostro pranzo; non per questo il nostro ospite cessò dal fornirci di datteri freschi, che anche gli altri abitanti del villaggio ci recavano, salutandoci cortesemente. Intanto gli oggetti rubati erano stati in parte restituiti.
Vi fu un momento però in cui tutto parve doversi di nuovo decidere a nostro svantaggio, ai 15 e 16 settembre essendosi tenuta una grande adunanza del Consiglio, ad istigazione degli Uled Bu Guetin ed Ait Gaderroha. La sera del 16 settembre, però, accadde un rivolgimento di grande importanza: era venuto nella Zauia da Giarabub un certo Sidi Hussein, un Chuan assai stimato, con ordini espressi di Sidi el-Madhi, il capo supremo degli Snussi, ordini intesi non solo ad accoglierci amichevolmente, ma ad ospitarci nel miglior modo possibile. Come sia avvenuto che in Giarabub abbiano presa una tale determinazione; se lo Scich degli Snussi abbia creduto miglior partito di rallentare l’odio contro i Cristiani o se una lettera del governo di Bengasi o forse un rapporto di Sidi Abd er-Rahim 98 di Bengasi, in cui si esponeva lo scopo meramente scientifico della spedizione, vi abbiano contribuito, se tutto ciò abbia dato occasione a questo cangiamento nello stato delle cose io non saprei dirlo: il fatto si è che ordini erano giunti in Kufra di riceverci con ogni dimostrazione di amicizia. Sfortunatamente alcuni giorni troppo tardi.
La seduta tenuta ai 17 di settembre si pronunciò quindi definitivamente a mio favore, non potendosi più ora calcolare sul fanatismo.
Lo stesso giorno ci fu restituita gran parte delle mercanzie, che fortunatamente non erano cadute nelle mani di Bu Bekr, ma bensì in quelle degli Ait Gaderroha (i quali ora si staccarono tutti da Bu Guetin) ed essendo in quel punto arrivata una gran carovana di mercanti di Sfax e Mogiabra potemmo scambiare in contanti una parte di esse, specialmente le conterie, per far fronte ad alcuni bisogni, giacchè io credetti meglio di non mostrare i denari che ci erano rimasti. Solo Scich Krim el-Rba ne era informato.
L’arrivo di Sidi el-Hussein da Giarabub ebbe anche questo di buono, che il devoto tagliaborse Sidi Aghil, il Chuan degli Snussi, il capo della Zauia in Shchörre si degnò di venire a trovarmi; ma io gli diedi del capo bandito (Kebir el-haramin) e dell’assassino da strada (Gutl el-zhrik) e uscii dalla capanna, lasciandolo spumante di rabbia. Fu questo uno dei più interessanti episodi, perchè ora, che ci sentivamo pienamente al sicuro, questa singolare dimora tra i Suia incominciò ad offrire un doppio interesse, potendo noi con più calma volgere il pensiero a quanto questo popolo ha di speciale e di strano. Sopratutto le peregrine opinioni sul mio ed il tuo, sul giusto e l’ingiusto, sulle quali le dottrine dell’Islam sembrano quasi non aver esercitato alcuna influenza, si mantenevano qui tuttora nella loro primitiva freschezza. Ciò che sorprende maggiormente si è la solidarietà degl’interessi dell’intiera tribù.
Il consiglio si radunava sempre ogni giorno e la carovana che era accampata nelle vicinanze aveva recato in Giof uno straordinario movimento. Oltracciò venivano giornalmente dei Tebu da Taheida e Tolelib, per vendere degli asini, delle ghirbe (otri), delle capre, del burro e del formaggio, ricevendo in cambio denari, datteri, stoffe di cotone, coltelli ed altri articoli. Armati dei loro giavellotti, e dello scianghermangher 99, chiusi nei loro litham 100 e vestiti dei loro Tobe oscuri 101, spesso anche nudi, del resto però con visi espressivi, hanno un aspetto oltremodo singolare, e volentieri sarei entrato in relazione con loro; ma erano timidi come colombi selvaggi e si vedeva chiaro che erano stati spaventati ed avvertiti di non trattar con noi. Io non potei nemmeno sapere donde venissero, i Suia non lo sapevano o non volevano dirlo, ed essi evitavano qualunque avvicinamento. Solo potei accertare che appartenevano agli Rsciade.
Contrariamente ad ogni mia aspettativa, e cosa del resto che sembra appena credibile, Sidi Aghil venne il giorno dopo da me ancora una volta, tutto umile e chiedendo perdono. Lo Scich Krim m’aveva già prima recati i 208 talleri che egli aveva restituiti incondizionatamente, e nello stesso tempo mi aveva pregato di riceverlo: non stava bene di spingere le cose agli estremi; egli in ogni modo non solo era Chuan, ma apparteneva ad una delle più potenti famiglie e via dicendo. Io promisi anche di fargli buona accoglienza. Bisognava ch’io mi adattassi alle circostanze, giacché se Sidi Aghil, secondo la nostra legislazione e le nostre massime giuridiche, meritava la galera, secondo le idee dei Suia aveva bensì violato il diritto di ospitalità, ma rimpetto ad un Cristiano non devono prendersi le cose così per il sottile. Cosa era infatti avvenuto in fin dei conti? Neanche uno era rimasto ucciso, ed il denaro estorto, minacciando la morte, il buon’uomo lo restituiva in parte spontaneamente ed in parte giurava, per quanto vi è di più sacro, che sarebbe reintegrato. Di cosa poteva dunque lagnarmi? Io mi posi nei panni dei Suia e fu una buona idea, perchè il sant’uomo si degnò persino nel prender commiato di darmi la sua benedizione!
Quando avevo un momento libero cercavo di raggiungere i giardini o le rovine di un antico villaggio, Tebu, ma siccome in queste passeggiate io doveva sempre esser accompagnato da 10 a 20 uomini armati di archibugi per difendermi da un assalto, le gite non potevano ripetersi molto di frequente. Nei giardini si coltivavano durra, Ksoba Ngafoli, orzo e frumento, il Felfel (pepe rosso) era appunto in fiore e maturo come i pomidoro. Si vedevano anche delle cipolle bellissime; aglio, grandi meloni e cocomeri, fukus ed agiur. Le principali frutta sono però i fichi, il vino e dei datteri squisitissimi. Si erano piantate migliaia di palme, che ora portavano frutto. Ed ora appunto, all’epoca della piantagione, potei convincermi parecchie volte quanto siano grandi i germogli che si adoperano per questo scopo.
A poco a poco io aveva riavuto quelli dei nostri oggetti che non erano caduti nelle mani di Bu Guetin ed anche alcuni carichi d’orzo, parte dei cammelli, quasi tutte le merci, porzione del denaro; ma in mano di quel furfante rimanevano ancora i donativi dell’imperatore, tutti i miei abiti ed alcune migliaia di franchi. Del nostro equipaggiamento personale non ci rimaneva più altro che quello che avevamo indosso. Gli strumenti, meno alcuni di poca importanza, erano stati tutti fatti a pezzi. Io affrettava il ritorno, giacchè il procedere innanzi verso il sud era oramai impossibile, mancando ogni sicurezza.
Il 21 settembre fu giornata solenne, perchè in quel giorno vennero a farci visita Sidi el-Hussein, giunto da Giarabub, e Sidi Embark, uno degli Sciuch della Zauia di Kufra. Tutto il villaggio era in moto quando i due personaggi arrivarono a cavallo, seguiti da una folla di negri. Nel cortile del nostro ospite, il vecchio bandito, che chiamavasi anche Krim, avevano i suoi schiavi disteso il miglior tappeto, che egli forse Dio sa a quale mercatante aveva rubato, ed appoggiati a guanciali Tuareg, giacevano e sedevano quivi i due santi. Dinnanzi al tappeto dovevamo sederci su due pelli di capra io ed il dott. Stecker: tutti i rimanenti, compresi i Chuan della Zauia e la popolazione maschia del villaggio che era accorsa per essere presente all’incontro dei Cristiani cogli Sciuch degli Snussi, erano accoccolati all’intorno formando un semicircolo.
Quando fummo chiamati nel cortile — e la folla fece largo per lasciarci passare — il vecchio brigante c’indicò le pelli di capra, come il posto dove dovevamo sedere; ma, per mostrare ai Suia ed allo Snussi che nella scala sociale eravamo per lo meno alla stessa altezza del loro supremo sacerdozio, posi risolutamente i piedi sui tappeto e, prima che potessero impedirlo, ero già seduto. Stecker, naturalmente, seguì il mio esempio. Sebbene Sidi Embark, che era più fanatico del suo correligionario, mandasse lampi da’ suoi neri occhi, non osò dir nulla, mentre Sidi el-Hussein, dotato di più fino discernimento, così prese a parlare:
«Benvenuto in Kufra! Io ti dò il buon giorno e lo Scich (Sidi el-Madhi) fa il medesimo per mio mezzo. Egli — che Dio versi la pienezza della benedizione sul suo capo! — mi ha qui mandato perchè ti venga in aiuto. Mi passa l’anima 102 che tu sia svaligiato. Ma era scritto da Dio 103 e sarebbe peccato il mormorare della volontà di Dio. Noi abbiamo vietata allo Scich Bu Bekr ed ai suoi partigiani l’entrata nella Zauia, e ci sforzeremo di fare ogni cosa secondo il tuo desiderio. Noi siamo poveri e viviamo del ricco tesoro di grazie dell’Altissimo e del nostro benigno signor Maometto, il prediletto da Dio, ma ciò che abbiamo ti appartiene. Abbiamo recato tre capre, come tributo dell’ospitalità, prendile in contrassegno del nostro amore 104 e dicci cosa desideri».
A questo lungo discorso, ch’io ho cercato di tradurre il più letteralmente possibile, risposi nel seguente modo:
«Ia 105 Sidi el-Hussein, io sono gratissimo allo Scich ed a te delle vostre buone intenzioni. Il nostro benigno Signore Gesù dice che dobbiamo perdonare anche i nostri nemici e far del bene a coloro che ci hanno fatto del male. Quand’anche io perdoni, chè quel che è accaduto è accaduto, non dovrebbe però un delitto simile rimanere impunito dalla giustizia terrena. Ma il governo qui effettivamente è nelle vostre mani. Ciò che più mi ha sorpreso a ogni modo, si è che neppur uno dei Chuan della Zauia abbia preso le mie difese, sapendomi straniero in queste regioni, anzi mi meraviglia che uno dei vostri più accreditati Chuan, lo Scich della Zauia Shchörre, Sidi Aghil, mi abbia estorto del danaro minacciandomi di morte!»
«Ia Bei, presta orecchio alle mie parole, ed imprimile profondamente nel tuo cuore», replicò Sidi el Hussein, noi «Chuan degli Snussi siamo assai poveri 106, viviamo soltanto della grazia divina; non ci occupiamo affatto di affari mondani, preghiamo ed insegniamo ai fanciulli la parola di Dio. Quindi è che non abbiamo qui la più piccola influenza. Conseguentemente non possiamo punire Bu Bekr Bu Guetin, altrimenti che vietandogli l’entrata nella nostra Zauia. Perciò che riguarda Aghil tu non sei bene informato, egli non è uno dei Chuan e molto meno è stato mai Scich di una Zauia 107; che Dio ci liberi dal demonio maledetto» 108.
Vedendo che a questa guisa non avrei ottenuto nulla, mi contentai di rispondere colla nota frase del Corano: «Ciò che Dio vuole, avviene, e ciò che egli non vuole, non avviene» 109.
Sidi el-Hussein incominciò allora di bel nuovo: «Tu sei ora sotto il patrocinio di tutti i Suia, che Dio sia lodato!, sono credenti, e specialmente gli Ait Amera ed Ait Ksir ti custodiranno; ma sta attento. Bu Bekr insidia la tua vita, e quand’anche un Suia non curi di guadagnare i 100 talleri, potrebbe un Tebu entrare a te di soppiatto col favor della notte. Sidi Embark», continuò egli, volgendosi al suo compagno, «d’ora in poi veglierai anche tu di notte tempo acciò il nostro ospite possa dormire tranquillamente e tu, Scich Krim, disse a costui, avrai cura che ogni notte il capo del nostro ospite riposi in luogo diverso, giacchè una palla facilmente può trovarne la strada, e nelle ore della notte 100 uomini dovranno far guardia continuamente».
«Io ti ringrazio, ia Sidi el-Hussein, della tua bontà verso di noi; ma come va, che i Chuan erano prima così accaniti nemici, che ci proibirono persino di avvicinarci alla Zauia ed ora tu e, come pare, tutti i Chuan siete così cortesi a nostro riguardo»?
«Solo Iddio vede nei cuori degli uomini», replicò Sidi el-Hussein, «e Dio è l’Altissimo. Le sue vie sono giuste. Maometto, il prediletto da Dio, ha chiuso 110 ai miscredenti i luoghi santi dì Mecca e Medina, noi però apparteniamo a Dio e torniamo a lui. Ed ora la Fötha!».
Ed alzò le braccia, come uno che voglia afferrare una palla con ambedue le mani: noi e tutti coloro che erano accoccolati all’intorno facemmo lo stesso gesto. Egli poscia recitò ad alta voce il primo capitolo (Fötha) del Corano, e terminato che l’ebbe, ci stropicciammo, alla parola «Amin», il viso e la barba.
I due santi si alzarono in piedi e tutti si fecero loro intorno per baciare il lembo della loro veste e carpire una benedizione speciale. Io però corsi a raggiungerli e dissi: «Sidi ei-Hussein, tu mi permetterai di contraccambiare il tuo dono; io ho tra i miei oggetti un Burnus bianco, indegno di te, a dir la verità, ma il mio cuore avrebbe piacere se tu volessi accettarlo». «Ia Bei», rispose il sant’uomo, «Iddio ti apra! 111. Io ti dissi che siamo uomini meschini e di niun conto, siamo servi dell’Altissimo, e viviamo solo della sua grazia, mai riceviamo doni 112; ma il nostro benigno signore Maometto, l’amato dall’Altissimo, ci ha benedetti, ed il mangiare ed il bere ci vengono dal cielo. Pei conseguenza nemmeno da te possiamo riceverne, ma, se Dio vuole, vedrò nuovamente il tuo viso».
Detto ciò prese commiato da noi ed uno dei suoi negri ci recò tre belle capre, dei datteri e delle cipolle. Avendo pregato il dott. Stecker di dare al negro 10 talleri in cambio — che tale era il valore degli animali — anche questo dono venne rifiutato. Gli Snussi volevano assolutamente farci un favore e non v’era dubbio che Sidi el-Hussein aveva ricevuto da Giarabub le più minute istruzioni come dovesse contenersi.
La sera però venne Krim el-Rba e mi disse: «Se tu vuoi donare qualche cosa a Sidi Embark, egli non rifiuterà, e, siccome è il più stimato dei Chuan dopo Sidi el-Hussein, farai bene a mandargli alcune delle tue mercanzie». Io non me lo feci dire due volte, ed immediatamente incaricai Scich Krim el-Rba ed Ali di portargli un burnus di panno bianco, delle stoffe di cotone ed altri oggetti che furono anche graditi, meno un pezza di Shirting di circa 40 braccia, che Sidi Embark mandò indietro perchè era forata in alcuni siti. Naturalmente gli feci avere un’altra pezza.
In tutt’i giorni seguenti ebbero luogo sedute, alle quali dovevo ugualmente intervenire in persona, quantunque avessi nominato Krim el-Rba ufficialmente a mio Ukil (procuratore, notaio). Si trattava della restituzione del denaro e degli oggetti che mi erano stati rubati col saccheggio: ed ogni giorno i saccheggiatori mi recavano ora l’uno, ora l’altro dei miei oggetti; ma Bu Bekr Guetin non pensava invece a restituire neppure un tallero dei denari rubati.
Ai 23 di settembre Sidi el-Hussein venne di nuovo a trovarmi e mi pregò di mandargli uno dei miei uomini alla Zauia, volendo donarci delle frutta, consigliandomi però di non andarvi nè io, nè Stecker.
Che questo invito fosse accolto con gioia tanto dai miei compagni quanto dagli abitanti del villaggio, non fa mestieri il dirlo. Io destinai a questa interessante escursione Franz Eckart di Apolda e pregai il vecchio bandito Krim di consentire ch’egli menasse seco il suo figliuolo, che poteva avere 14 anni, ed un asino con due sciuari 113. Io raccomandai strettamente ad Eckart nel partire di notare con precisione l’ora della partenza e quella dell’arrivo, di fissare più volte colla bussola la direzione della via ed imprimersi bene ogni cosa nella mente, in modo da poterne poi fare una descrizione circostanziata il più possibile.
Eckart al suo arrivo nel giardino fu accolto amichevolmente dai due Chuan, che lo condussero per entro la ben coltivata piantagione, che copriva parecchi ettari di terreno ed era cinta all’intorno da un muro di pietra, che superava l’altezza di un uomo.
Il giardino era diviso per lo mezzo a forma di croce da larghi viali, ombreggiati da ceppi di vite, piegati in arco. Oltre a una quantità dì superbe palme, egli vi scorse ulivi, melaranci, limoni, granati, peschi, mandorli ed albicocchi, e varie specie di erbaggi, come melanzane, pomidori, pepe, cipolle, agli, ossia tutte le piante che crescono anche nelle oasi settentrionali. E ciò è spiegato in parte dall’elevazione di Kebabo, che è in media di 400 m. sul livello del mare.
Dal giardino fu facile ad Eckart di gettare un’occhiata sulla Zauia, lontana appena un chilometro, che era posta su un colle roccioso, nudo, probabilmente dove per lo innanzi elevavasi un Gasr. Il luogo circondato da alte mura ha tutto l’aspetto di una fortezza e dovette essere fabbricato a quel modo, perchè nei primi tempi della sua fondazione il villaggio di Giof non esisteva, ed i Chuan, che avevano quivi stanza, non erano così numerosi come ora. Tutte le volte che i Suia migravano verso il nord, i Chuan che rimanevano in Kebabo erano costretti a cercare dietro le mura della Zauia un riparo contro le eventuali scorrerie dei Tebu. Oggi sono cresciuti talmente in potenza, che uniti ai Giofensi non hanno più nulla a temere. Gli abitanti liberi nella Zauia el-Istat 114, che è il suo nome dato per intero, non saranno più di 250: cogli schiavi però il numero sale a 500. Nell’interno vi è una grande Moschea, una abitazione vastissima per lo Scich della Zauia, Sidi Omar Bu Haua, una Medressa (scuola) ed anche alcune botteghe. La Zauia giace a 6 chil. da Boema verso occidente, e circa a metà distanza da Giof verso nord-est.
Naturalmente per quanto Eckart cercasse di esser discreto, i due sciuari furono tosto ricolmi. Quando rientrò in Giof s’ebbe non solo da noi, ma da tutti i Suia le più festose accoglienze, ed il giorno fu speso nella più chiassosa allegria, giacchè gli abitanti del villaggio che aveano prima mangiato parte delle capre dei Chuan, furono anche invitati ad assaggiare con noi i cocomeri, le cipolle, i poponi ed i melagrani. Questi ultimi però, quantunque provenissero da un così santo luogo, erano detestabili!
Si fu una festa veramente coi fiocchi! poichè dopo mezzogiorno giunse anche un Mogiabra e chiese di parlarmi da solo a solo. E quando mi affacciai all’entrata della capanna, mi porse segretamente un gran pacco di lettere e di giornali. Erano le prime notizie dei nostri, dopochè eravamo partiti dalla Cirenaica. E più tardi mi recò pure una cassa, la quale conteneva 12 fiaschi di birra doppia di Puntingham mandatami da mia moglie. Birra tedesca in Kufra!
Finalmente la mattina del 27 alle ore 9 1/2, dopochè gli Uled Amera, che doveano accompagnarci, si furono posti in assetto di marcia, movemmo da Kebabo. Mentre ero in procinto di montare a cavallo, sopraggiunse Sidi Embark e tenne un lungo discorso, nel quale esortò gli uomini della scorta a non venir meno alla loro fede, giacchè, essendo io ora collegato coi Chuan, erano moralmente responsabili di condurmi sano e salvo al termine del viaggio. Ma non aveva ancora finito di parlare ed ecco giunse la notizia che Bu Bekr bu Guetin con circa 50 uomini si era gettato nei monti tra Hauari e Giof coll’intenzione di assalirci, od almeno di freddarmi con un’archibugiata nel bel mezzo della mia scorta.
Dopo una breve discussione, fu risoluto nonostante di partire egualmente. Da principio quei che ci scortavano volevano circondarci da ogni lato, ma poi distaccarono alcuni di loro sulla destra e credettero così di aver fatto quanto era necessario per la nostra sicurezza. Oltre ciò parecchi degli abitanti del villaggio, e tra essi il vecchio bandito, risolvettero di accompagnarci per un tratto di strada. Sidi Embark recitò in ultimo la Fötha 115. Poscia ci accomiatammo da ognuno e via di buon passo, dirigendoci verso nord-ovest per non aver a toccare le montagne.
Se noi avessimo traversato i monti, volgendoci difilato a tramontana, Dio sa cosa sarebbe avvenuto, ma all’aperto Bu Bekr non ardiva mostrarsi, sapendoci di gran lunga più numerosi. Noi formavamo una carovana di 80 cammelli, c contavamo almeno 60 uomini armati, dei quali 20 sarebbero è vero tornati a Giof. Ma a colmare il vuoto eranvi già altre genti di Hauari, Buseima e Taiserbo, che probabilmente non aspettavano che il nostro passaggio per marciare di conserva con noi.
Quando fummo saliti allo stesso livello dei monti, vedemmo Bu Bekr e i compagni che si ritiravano frettolosamente. Giunti sul tardi ad Hauari o piuttosto al campo nelle vicinanze di Hauari, ci attendammo fuori del palmeto su un’altura che dominava la campagna, per non essere colti alla sprovvista. Sidi Embark, il Chuan, ebbe cura di farci somministrare dei magnifici datteri, giacchè gli Snussi hanno anche in Hauari delle vaste possessioni. All’imbrunire però con nostra grande sorpresa ricevemmo notizia che parte dei Bu Guetin volevano restituire gli oggetti rubati, e dovemmo perciò aspettarli in Hauari. Siccome la notizia ci venne comunicata in una lettera di Sidi el-Hussein a Sidi Embark e non vi era quindi a dubitarne, facemmo alto, ed ora doveva io sperimentare col fatto quale fosse effettivamente la potenza degli Snussi, e di che aiuto avrebbero potuto essermi, se un’ordine da Giarabub a questo scopo fosse giunto alcuni giorni prima.
Infatti ci venne resa una gran quantità di oggetti, e ci fu anzi assicurato che Bu Bekr bu Guetin era in cammino per restituirne degli altri, e, cosa incredibile!, venne poco dopo in Hauari con quattro dei miei cammelli e diverse cose, che egli tuttora aveva nelle mani, e tra esse eranvi pure i donativi imperiali. Non potè però decidersi alla restituzione del denaro. Egli voleva intavolare a tal fine lunghe trattative e parlare con me personalmente, ma i Suia e Sidi Embark vi si opposero. Rimborsò però 38 talleri, che aveva bensì promessi ad uno dei Geluled come sua quota del bottino, ma non aveva mai pagati. I Geluled, che in Hauari erano assai numerosi, lo afferrarono, e non lo lasciarono andare se non dopo che ebbe loro dato la somma promessa al loro compagno. E vennero poi a recare a me il denaro ottenuto. Ma non potei indurli a costringere Bu Bekr a trar fuori il resto del denaro rubato, e neanche potemmo riavere i bauli e le casse che contenevano gli oggetti di mia pertinenza e quelli di Steker. Queste negoziazioni ci trattennero in Hauari sino al 29 di settembre, e dobbiamo ringraziare gli Snussi soltanto, se ebbero un così felice risultato. Cosicchè, se prima gli Snussi col loro ostile procedere erano stati cagione della catastrofe, vuole giustizia ch’io dica aver essi in seguito fatto quanto era in loro potere per venirci in aiuto. Anzi io credo non dir troppo asserendo, che senza gli Snussi non saremmo usciti vivi da Kufra, perché tanto Gib el-Lah el-Abid quanto Krim stesso avrebbero dovuto alla fine soggiacere all’influenza di Bu Guetin.
La sera del 29 di settembre partimmo da Hauari, e lo stesso giorno entrammo nel deserto. A misura che procedevamo verso nord-ovest la nostra carovana s’ingrossava a ogni piè sospinto come una valanga e, sopratutto, quando attraversammo Buseima e Taiserbo, intiere compagnie si unirono alla nostra colonna. Nonostante sino ai confini del territorio turco faceva sempre mestieri di usare estrema vigilanza, perchè se anche Bu Guetin, cedendo alle circostanze, avesse restituiti i doni e la più gran parte degli oggetti che aveva involati, doveva però il suo petto essere gonfio di odio e di stizza, e quanto volentieri avrebbe egli dato libero corso a questi sentimenti!
Ai 7 di ottobre raggiungemmo il sito più settentrionale di Kufra, Girànghedi. Prima però di abbandonare l’oasi ai 9 di ottobre, schizzeremo a grandi tratti un quadro generale di questo vasto arcipelago di oasi.