Gerhard Rohlfs
Tripolitania

Appendice LA CONFRATERNITA MUSULMANA DEGLI SNUSSI

II. Origine e sviluppo della confraternita.

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II. Origine e sviluppo della confraternita.

Sommario. — Il fondatore della confraternita, Sidi Mohammed ben ’Alî es-Snûssi, suoi studî, suoi viaggi e predicazioni. — Nozioni religiose fondamentali, prescrizioni per i novizi e gli affiliati, pei rapporti tra musulmani e popoli di altre religioni. — Assimilazione agli Snussi di altre confraternite religiose. — Religione. — Altri mezzi per mantenere il fervore e la sottomissione tra gli Snussi. — Amministrazione della giustizia. — Organizzazione della confraternita, poteri eccezionali al suo capo.

Fondatore della confraternita musulmana, scrive il Duveyrier, fu un umile giureconsulto algerino della tribù dei Megiâher 124 nato circa il 1796 125 nei dintorni di Mostaganem, durante l’ultima fase dell’occupazione turca in Algeria, di cui egli incominciò dal dimostrarsi avversario dichiarato. Iniziato, durante un esilio al Marocco, e dalla confraternita di Mulei Taijeb, ai principi mistici della filosofia dei Sciadhelîja, egli rientrò nell’Algeria alla vigilia della presa d’Algeri fatta dalla Francia, e percorse, come professore di diritto e di teologia, gli altopiani della provincia d’Algeri, come pure una parte della provincia di Costantina, avviandosi poco a poco verso l’Oriente, ove l’attiravano la culla del profeta e la rinomanza dei celebri dottori dell’islâm, fra le altre quella dello sceicco Ahmed ben Edris, il più elevato rappresentante della filosofia della scuola dei Sciadhelîja, detta altrimenti del sciadhelismo. Aggiungasi che prima di giungere allo sceicco Ahmed ben Edris, tale filosofia era già stata esaminata per lo minuto dai Derkâua e che si era pure fortemente colorata al contatto dei Uahhabiti, cioè delle due manifestazioni le più radicali e le più sovversive della religione e della politica musulmane.

Sul suo cammino verso i luoghi santi dell’Arabia, Sidi Mohammed ben Alî es-Snussi 126 si fermò in parecchie città, come Laghuât, Mesa’ad, Cairo, per aprirvi dei corsi. E già in quella fase della sua storia lo si vede assumere la parte d’un caposcuola e portar ombra sia ai rappresentanti della chiesa stabilita, come del governo Egiziano.

Alla Mecca fu prima l’allievo, poi il successore indicato dallo sceicco Ahmed ben Edris. Appena che questi, morente, gli ebbe affidato i suoi pieni poteri, eglincominciò la sua propaganda con un viaggio all’Iemen; ma, disanimato dal poco successo delle sue prime predicazioni nel sud-ovest dell’Arabia, presso gli Ibâdija e gli altri scismatici che dovevano nullameno cedere, più tardi, dinanzi la tenacia dei suoi discepoli, ritornò alla Mecca, s’accinse a convertire una scelta di pellegrini ortodossi della Berberia ed a far loro accettare la tarîqa mohammedîja o «via di Mohammed» (Maometto). È in tal modo che il novatore chiamò egli stesso la religione sorta dal sciadhelismo riformato, che aveva distillato tanto dal corano e dall’opera dei suoi commentatori, quanto dalle sue proprie meditazioni, e ch’egli presentava ai suoi allievi come il vero e puro islâm, sciolto da tutte le credenze e da tutte le pratiche parassite che i teologi avevano innestato, durante dodici secoli, sul fondo della dottrina del gran profeta degli Arabi. — In seguito, ed è un fatto notevole da constatare, il nome della setta fu cambiato, almeno in pratica, ed ora è tarîqat es-senûssija, o «via snussiana», detta la dottrina di Sidi Mohammed Ben ’Ali es-Snûssî.

Questa religione, che tale può dirsi lo Snussismo al pari di altri culti riformati, per es. il sintoismo ed il luteranesimo, sin da principio si distinse per la sua intransigenza e le sue pretese assolutiste; perciò incontrò un’opposizione severa da parte delle sommità del clero ortodosso, tanto alla Mecca, quanto al Cairo.

Nell’islâm, come nel cattolicismo romano, gli ordini religiosi rappresentano, od almeno pretendono di rappresentare, l’ultimo perfezionamento della vita religiosa. Già prima del 1837 Sidi Mohammed ben ’Ali es-Snûssî risolse di raggruppare i suoi discepoli fondando una nuova confraternita, che gli sopravvivesse, e nel seno della quale si conservasse lo spirito della fede, la forma del culto e le viste politiche ch’egli aveva infuso ai suoi uditori e che egli sviluppava in quel momento stesso, in una serie d’opere, che fecero di lui uno dei più fecondi teologi del maomettanismo. Di tali numerosi scritti il più importante, quello che riassume tutta la sua opera, porta il titolo assai manierato: El-Scemûs el-Sciâreqa, «I soli levanti».

La confraternita di Sidi MohammedAli es-Snûssî, che il suo fondatore dichiarò essere la risultante delle opinioni e dei lavori dei creatori di tutte quelle più anziane, s’applica in special modo ad insegnare le seguenti nozioni:

Anzi tutto l’esaltazione dell’idea di Dio, al quale solo è riservato il culto. Senza commettere un crimine di lesa divinità, si può benissimo venerare i santi viventi, giacchè il soffio di Dio li riempie e li anima; ma dopo la loro morte, questa venerazione non può più perpetuarsi e tradursi in pellegrinaggi alle loro tombe e neppure con invocazioni ai loro nomi, alla loro intercessione. Il profeta Mohammed, «la più perfetta delle creature», dicono i musulmani ortodossi, non fa eccezione a questa regola.

Prima d’essere ammesso nell’ordine, il novizio deve rinunciare al mondo. Egli rispetterà l’autorità del solo capo di Stato musulmano che riunisce, nella sua persona, i poteri religiosi come khalifa, o califfo, colla potenza temporale, giacchè il sultano dev’essere innanzi tutto prete (imam); ma il sultano medesimo perde ogni diritto all’obbedienza dei suoi sudditi e al rispetto del musulmano nel giorno in cui si scosta dalle prescrizioni delle leggi religiose quali le ha interpretate e sviluppate la confraternita. L’ambizione politica è condannata in anticipazione quando essa minaccia un capo di Stato, fedele osservatore della legge; essa diviene all’opposto un dovere ed un merito se essa s’innalza contro un sultano che si scosti della via tracciata dalla religione, in altre parole che non si accontenterebbe di essere un docile allievo del clero e, pei Snûssîja, o fratelli dell’ordine di Sîdi Mohammed ben ’Alì es-Snûssî, la religione si confonde colla dottrina e regola della confraternita; ai loro occhi il clero musulmano ortodosso è quello che dirige i destini della loro associazione.

Ogni specie di lusso nell’abito degli uomini, la seta, il ricamo e gli ornamenti, come anche gli utensili d’oro e d’argento, sono proibiti. Quei metalli preziosi non possono legalmente servire che a far risaltare l’impugnatura e l’elsa della spada, giacchè la spada è destinata alla guerra santa. Nel costume e nell’acconciamento della donna, invece, la seta e l’oro sono permessi, il riformatore avendo senza dubbio ammesso che accrescendo le seduzioni della sposa, il lusso si tradurrebbe qui, in ultima analisi, coll’accrescimento delle forze vive dell’islâm. Sîdi es-Snûssî spinse lo scrupolo delle prescrizioni della legge musulmana contro l’ubbriachezza sino ad interdire ai suoi discepoli l’uso del tabacco e del caffè. Egli permette di bere del thè, ma inzuccherato con zucchero biondo, giacchè lo zucchero bianco cristallizzato è impuro a causa delle ossa di animali, uccisi dai non musulmani, che servono a raffinarlo!

Sul capitolo dei rapporti tra i musulmani ed i cristiani o ebrei, Sidi es-Snîssi ha spinto il rigorismo ai suoi più estremi limiti.

è proibito di parlare a un cristiano, oppure ad un ebreo, di salutarlo, di commerciare con lui, ancor più di servirlo contro stipendio. E, se l’ebreo od il cristiano è altra cosa che un raaija, cioè se egli si libera del tributo ai musulmani, in una parola, se gode della sua indipendenza politica, diventa un nemico che la legge autorizza, anzi raccomanda di predare e d’uccidere , ove e quando si può 127. Quindi nessuna concessione su questo punto speciale. O l’infedele subirà la condizione di tributario, che i legisti musulmani, più ancora del corano, resero durissima per ogni uomo amante della sua dignità, oppure esso è assimilato ad una bestia feroce, alla quale si tenderanno dei lacci se non si osa di attaccarlo recisamente.

Un punto importante che è essenziale di non perdere di vista, si è la tendenza della confraternita di Sîdi Mohammed ben’Alì es-Snûssî di assimilarsi le altre associazioni religiose sorte, al pari di essa, dalla scuola dei Sciadhelija, cioè la quasi totalità degli ordini musulmani. E questa tattica, i cui risultati politici possono divenire assai gravi, fu coronata da successo nel maggior numero dei casi.

Ed è così che le confraternite religiose di SidiAli Sciadhelì, di Sidi Abd el-Qâder el-Ghîlâni, e non el-Gilani come si dice nell’Algeria (e la cui casa madre è a Baghdâd), di Sìdi Mohammed ben ’Aissâ, di SidiAbd er-Rahmân Bû-Qoberein, di Sidi el-Madani, di SidiAbd er-Rahmân Thaalebi (Bû-Scikhíja), di SîdiAbd es-Salâm di Misrata, e persino, a quanto pare, di Sidi Ahmed et-Tigiâni, senza contare la confraternita dei Derkâua non riformati, dopo aver quasi tutte cominciato col ripudiare la dottrina e la regola nuove, subiscono ora più o meno il giogo intellettuale dei Snûssìja, e adattano sempre più la loro linea di condotta politica ai precetti del fondatore di quest’ultimo ordine.

Coscienti della forza che loro presterebbe il mistero, i Senûssîja hanno tentato tutt’i mezzi per mantenere la loro associazione nello stato di società segreta; da un lato, evitarono attentamente ogni segno esterno di riconoscimento che potesse tradirli a prima vista, ed è perciò che la corona sulla quale recitano le loro preghiere non differisce da quella della confraternita di Mûlei Tajjeb; d’altra parte, essi non comunicano che ai soli loro affiliati le formole della preghiera supplementare che questi debbono recitare dopo la preghiera regolamentare del mattino — ciò che non impedì, come succede spesso in simili casi, che degli estranei riuscissero ad averne conoscenza e che la pubblicassero, con fece il Duveyrier sulla copia inviatagli dal vice-console di Francia a Bengasi.

L’orazione consiste delle seguenti frasi: «Che Dio perdoni!», invocazione che si ripete cento volte; «Non vi è altra divinità che Allah. Mohammed è il profeta di Dio, in tutta evidenza e per ogni anima. Egli ha creduto a tutto ciò che racchiude la scienza divina», e queste tre frasi, così raggruppate, vengono ripetute trecento volte; «Dio, benedici nostro signore Mohammed, il profeta illetterato, la sua famiglia ed i suoi amici, ed accorda loro la salvezza!», e quest’ultima frase è ripetuta trecento volte.

Oltre questa preghiera, in stessa semplice ed inoffensiva, ma che ogni giorno richiama all’affiliato ch’egli ha abdicato le sue opinioni nelle mani d’un direttore spirituale, la confraternita possiede altri mezzi per mantenere il fervore e la sottomissione tra i fratelli. Essa li convoca a delle conferenze; prescrive loro dei pellegrinaggi ai suoi conventi; li tassa secondo la loro fortuna, obbligandoli a versare ogni anno alla cassa dell’ordine il 2 1/2% del loro capitale, appena questo capitale oltrepassi 125 franchi; il tesoro, i magazzeni ed i parchi a bestiame della confraternita rimanendo d’altronde aperti per le contribuzioni in natura o per gli altri doni straordinari. Ed il numero degli schiavi, cavalli, cammelli, bollati col marchio rosso del nome di Allah, col sigillo della confraternita, testimonia eloquentemente, nella sola provincia di Bengasi, in favore della ricchezza dell’ordine. ove i delegati del direttore dell’associazione sono in presenza di fratelli, troppo poveri per contribuire colla loro borsa o, ciò che pure accade, troppo entusiasti per contentarsi di recare il contributo del due e mezzo per cento, essi li impiegano a coltivare i terreni conventuali, a costrurre i chiostri, a custodire gli armenti od a portare i dispacci della confraternita, quando non reclamano loro, in circostanze eccezionali, altri servigi d’ordine più delicato ancora, forzandoli, per es., a trasformarsi, a rischio della loro vita, in ispie, persino in assassini. Ciò non è, forse, che una reminescenza dei procedimenti politici preconizzati già nei secoli XI e XII della nostra èra da un altro illuminato, el-Hassan Ben Mohammed el-Sabbâh, fondatore della dinastia degli Ismailija e della setta degli Assassini, di cui la storia delle crociate ci mostrò l’ufficio. Pei Snûssîja tutt’i mezzi e tutti gli ausiliarî sono buoni quando vogliono giungere ai loro fini; si videro persino quei rigoristi puritani non sdegnare di ricorrere all’arte ed alle seduzioni di cortigiane, incaricate da essi di missioni politiche, ove altri emissari non erano riusciti.

La confraternita amministra pure essa stessa la giustizia, in conformità dei trattati di giurisprudenza lasciati dal suo fondatore. Ben si comprende come una tal cosa formi leva potente tra le sue mani, giacchè, quando l’arbitro della coscienza è nello stesso tempo giudice civile e criminale, sarebbe assai audace chi cercasse di ribellarvisi. E così, nella provincia di Bengasi, sotto il regime turco, l’influenza della confraternita ottenne il sorprendente risultato dell’abbandono in suo favore dell’esercizio della giustizia.

Le locuzioni e gli usi popolari rispecchiano ingenuamente lo stato d’animo di una nazione. In tutto il quarto nord-est dell’Africa (Egitto eccettuato) i musulmani giurano ora per: el-haqq Sîdi es-Snûssî, «pel diritto, per la verità di Sîdi es-Snûssî»).

Modesta quando le circostanze ve l’obbligano, la confraternita rialza fieramente il capo ove si sente padrona del campo. Molto tempo prima d’aver raggiunto la potenza imponente che constatiamo oggi, quand’essa era ancora nella fase d’incubazione (1861), essa ebbe l’ardire di scomunicare un commendatore dei credenti, S. A. ’Abd el-Megîd, sultano di Costantinopoli, che, sprezzando la sua importanza nascente, aveva osato di deviare dalla via che essa gli tracciava.

La confraternita di Sidi MohammedAli es-Snûssî possiede d’altronde un’organizzazione semplice e forte. Gli ikhuan (volgarmente khuan), o fratelli, i cui nomi sono tutti accuratamente registrati dalla casa madre, devono un rispetto assoluto e un’obbedienza passiva al moqaddem, o prefetto apostolico, che dirige la comunità libera od il convento del loro distretto, e che non apre la bocca che per benedire, pronunciare un assioma o un anatema, come pure all’agha o decano, e all’uekîl, o procuratore della provincia. Costui e, in certi casi, il moqaddem cumulano spesso le funzioni d’agente commerciale della confraternita. Pur godendo d’un gran prestigio agli occhi dei semplici fratelli, e persino di tutt’i musulmani estranei all’associazione, questi dignitari non sono guari più che degli schiavi davanti al gran mastro, che prende il titolo di khalifa, ossia di luogotenente, luogotenente di Dio sulla terra.

Il gran mastro dell’ordine, la cui onnipotenza e maestà è veramente straordinaria agli occhi degli affiliati, tanto che gli si attribuisce il dono di fare dei miracoli, corrisponde coi superiori di tutt’i conventi e coi missionari o partigiani di qualità, per mezzo di corrieri speciali, che trasportano le lettere sino a destinazione e spesso con sorprendente celerità: le missive sono gelosamente nascoste da chi le porta, e dal semplice modo col quale sono piegate il destinatario riconosce se fanno parte della corrispondenza ufficiale della confraternita.

Ogni anno, verso la festa dell’Aid el-Kekir, o Pasqua dei musulmani, il capo della confraternita convoca tutti i Moqaddem ad un sinodo, che si teneva prima a Giarabûb, poi a Kufra, ed ora a Guro, e nel quale si esaminano a fondo tanto la situazione spirituale e temporale dell’associazione, quanto l’indirizzo da dare alla sua politica, nel prossimo esercizio, secondo le circostanze del momento ed in una tale o tal’altra eventualità.

Un’altra prova evidente del grande credito di cui gode l’ordine si ha nel fatto che per molti musulmani un pellegrinaggio a Giarabûb (ov’è la tomba del fondatore, come appresso) è persino assai più meritevole che un viaggio alla Mecca.

 





124            Pur preferendo di attenermi alle notizie raccolte, imparzialmente, dal Duveyrier, riporto, a titolo di curiosità, che lo sceicco Mohammed el-Hasciasci (nella sua citata opera, a pp. 83-84) fa discendere Sidi MohammedAli es-Snussi dal profeta Maometto, asserendo che tale filiazione è stabilita in modo certo e che mai parecchi dei suoi antenati hanno lasciato un nome nella storia musulmana. Lo fa poi appartenere alla gran tribù dei Khetatba. Gli altri dati biografici che offre sul fondatore della confraternita sono meno circostanziati di quelli del Duveyrier, che meritano quindi maggior fede.



125            Il Duveyrier non indica l’anno della nascita: la data 1796 è di M. el-Hasciasci, altri autori danno 1791 e 1792.



126            Il Duveyrier adopera la forma Es-Senoûsi, M. el-Hasciasci quella di Es-Senoussi: per evitare confusioni nella pronuncia esatta del nome preferiamo l’ortografia Es-Snûssi o semplicemente Es-Snussi, considerando che nel francese l’e sia muta e l’s aspra. Del resto è la forma generalmente adottata, anche dal Rohlfs. Per l’ortografia dei nomi, in questo capitolo speciale seguiamo di preferenza il Duveyrier stesso, tenendo però calcolo della pronuncia italiana.



127            Estratto da un sermone predicato nel marzo 1861 da El-Hâgi Ahmed ben bel-Qâsem, moqaddem della confraternita a Ghât, agli abitanti della città ed ai Tuareghi, ad intenzione del Duveyrier (com’egli stesso scrive, a pag. 150), allora incaricato di una missione dal governo francese, ed accampato sotto le mura di Ghàt (invece in una nota della traduzione francese dell’opera di M. el-Hasciasci, è erroneamente attribuita la presenza del Duveyrier a Ghât nel settembre 1857!).



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