IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText | Cerca |
(Prefazione) | «» |
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Era venuto a Roma nella primavera del 1883, poco dopo che Ferdinando Martini aveva lasciata la direzione della «Domenica Letteraria».
Spiegherò dopo perchè unisco le due date – non i due nomi –; ma prima mi sembra convenga rammentare come l'autore dei proverbi deliziosi avesse data la sua assistenza alla natività di quel settimanale. Molte cose si dimenticano, e più ancora si ignorano, oggi.
Egli – questo almeno si ha da sapere – col «Fanfulla della Domenica» ci aveva dato un giornale nuovo per noi, non inferiore forse a quelli stranieri consimili, strumento mirabile di educazione e di letizia intellettuale. Ma se tale era il frutto dell'opera sua, non perciò la proprietà del periodico cessava di appartenere al Signor Obleight, il commendatore, come tutti lo chiamavano. Questi era uno straniero capitato fra noi poco dopo il nostro risorgimento politico; nella lunga dimora mai riuscì a parlare cristianamente l'italiano, ma conosceva benissimo la lingua degli affari e se ne valeva con profitto. Quindi aveva trovato di introdurre, di organizzare fra noi la pubblicità nella stampa quotidiana. A poco a poco aveva pertanto assunta la quarta pagina di parecchi giornali diversi e anche avversi di partito e di persone – per lui ciò era indifferente – e ne traeva vistosi guadagni. Quando era giunto al colmo della speculazione fortunata, ebbe un'idea: fondare un periodico letterario. Aveva sotto mano il «Fanfulla» che serbava un buon patrimonio di meritate simpatie, e riuscì a trarre con sè Ferdinando Martini, quegli che l'idea poteva tradurre in atto nel miglior modo possibile. Così il successo fu immediato e si prolungò, pure accrescendosi, per circa tre anni.
Ma nel principio dell'82 avvenne quello che non era atteso; anzi avvenne precisamente il contrario di quanto era meditatamente aspettato. Il «Commendatore» aveva pensato di cedere i contratti di pubblicità da lui stipulati alla ditta francese Fremy. Quella cessione parve – ed era – scandalosa; una inframettenza straniera era introdotta nella gestione finanziaria di una notevole parte della nostra stampa quotidiana. Luigi Arnaldo Vassallo aprì, nel «Capitan Fracassa», e proseguì la polemica con tutti i mezzi dei quali disponeva: l'arguzia, la violenza, la rispettabilità propria.
Il Martini ne fu scosso, e pose a sè stesso il problema: Posso io rimanere? – A parecchi amici che interrogò parve eccessivo quello scrupolo suo; ma egli, che persisteva a sentirlo, volle udire l'opinione di Silvio Spaventa, che gli dette ragione. Allora lasciò la direzione del «Fanfulla della Domenica». Di lì a non molto assunse quella della «Domenica Letteraria», che si iniziava così sotto i suoi auspici.
Se non che, per vari motivi, l'impresa non gli sembrò confacente, non la trovò di suo gusto, e l'abbandonò. Così questa rimase esclusivamente ad Angelo Sommaruga, di recente trasmigrato a Roma per edificarvi una casa editrice. Fare l'editore era stata, dalla prima giovinezza, l'ambizione di quel figlio di un avventurato commerciante milanese. Nella grande città lombarda, infatti, aveva pubblicata la settimanale «Farfalla» con una splendida testa femminile sulla copertina, disegnata dal Cremona, e dentro gli scritti di una schiera di quella bohème che si raccoglieva allora nel caffè del teatro Manzoni. Mandato dalla famiglia in Sardegna per attendere a lavori minerari, egli, invece, trovò il modo di far uscire un'altra «Farfalla». A Roma finalmente era venuto con pochi capitali e un proposito già fisso: quello della «Cronaca Bizantina» che il tipografo Centenari seppe elevare a modello di eleganza tipografica.
Ma io non intendo di rifare qua il profilo del Sommaruga, anche perchè bisognerebbe farlo interamente, tanto quello che finora si è detto di lui è – quasi tutto – al di fuori della realtà. Gli si sono attribuite consuetudini, intendimenti, colpe che egli non ebbe. Forse tale era il suo destino; anche la giustizia, cioè i magistrati, lo processarono e condannarono per reati che non aveva commessi.
Egli, dunque, che mi aveva conosciuto parecchi anni avanti, nella primavera dell'83 mi chiamò a Roma per lavorare nelle sue pubblicazioni.
Essendo, però, io subito entrato al «Capitan Fracassa», la mia collaborazione si limitò quasi esclusivamente alla «Domenica Letteraria» per la quale ogni settimana aveva da scrivere l'articolo, diciamo, di fondo: quello composto con più maestoso carattere e collocato al principio. Pel resto egli provvedeva mettendoci dentro novelle, versi, bibliografie da lui provocate; e sopratutto gli annunzi dei volumi che andava, con prodigiosa rapidità, offrendo al pubblico. Un giorno mi dette le bozze di stampa – che si era procurate – della diatriba del Chiarini contro «L'Intermezzo» – allora uscito – di Gabriele D'Annunzio.
La ferocia di quell'assalto avanti ogni altra cosa mi stupì: proprio dal Chiarini avevo sentito discorrere, con larghissime lodi, del giovane scrittore quando era ancora nel collegio di Prato e aveva dato col «Primo vere» il suo primo saggio. Poi cominciai a domandarmi: – E il perchè di tanta ira? –
Nell'«Intermezzo» nuovissimo, molte, magari troppe rime erano dedicate all'amore; mancavano esse però nel volume primogenito e nell'altro, più recente, «Canto novo»? E nessuno se n'era scandalizzato.
Il critico poteva rimproverarlo di soverchia insistenza generante forse monotonia; era lecito, perchè ragionevole, osservare che quella galleria di ritratti femminili occupante molte pagine del libro appariva suggerita più che da una visione sincera, da una volontà artificiosa di suscitare compiacenze sensuali; sarebbe stato anche giusto affermare che parecchi di questi versi avrebbero potuto vantaggiosamente rimanere inediti.
Il dibattito così sarebbe rimasto entro i limiti della materia sua, la sola che potesse logicamente esaminarsi, visto che trattavasi di opera letteraria. Ma il Chiarini parlava d'altro, anzi più che parlare, con inquisitoria virulenza condannava. E la condanna era espressa così: «Voi siete un poeta sudicio!»
Sudicio, e perchè? Io aveva vivo, spontaneo affetto per l'autore che, a vent'anni, aveva già un posto alto, conquistato degnamente, e oltre a ciò possedeva le qualità personali della dolcezza, della eleganza, della bontà. Il D'Annunzio a quel tempo, era veramente un ammaliatore: pareva che tutto dovesse sorridere intorno a lui.
Ma la quistione era, in ogni modo, anche al di fuori, al di sopra di lui.
Si trattava, cioè, di precisare su quali esatti criteri si dovesse definire immorale una poesia d'amore; quando l'omaggio della rima alla bellezza femminile avesse a considerarsi sudiceria. Da tale ricerca mosse il primo articolo mio.
Con ciò non intendeva mescolarmi tra i fautori del realismo o naturalismo di moda allora, nè ricorrere alla larga fonte della prefazione alla «Mademoiselle Maupin», cui si era pure abbeverato Lorenzo Stecchetti, preludendo ai suoi «Polemica». Questo, sopratutto, non voleva, poichè l'eroina del romanzo di Teofilo Gautier, pur sempre a parte la magnifica prosa in cui era raffigurata, rimaneva un fenomeno morboso, una stravaganza della fantasia, piuttosto che una realtà umana.
No. Io avrei voluto scrivere in difesa della società, della verità, della vita!
E perciò, domandava di stabilire logicamente, con pacata argomentazione, questi punti: L'amore è, di per sè, delitto? E l'amore non fu, non sarà sempre immancabilmente materiato dal desiderio del possesso? Quando questo desiderio, che è fatale della stirpe, può nella sua espressione sincera offendere il pudore altrui?
Rileggendo ora, il che non mi accadeva da molti anni, le risposte del Chiarini, e quelle sopravvenute del Nencioni e del Panzacchi, debbo dire, pur col maggior rispetto alla memoria degli illustri uomini, che esse tuttavia non mi persuadono.
I loro ragionamenti, certo perspicaci, o sbaglio o si riassumono così: È consentito dire di una donna che ella possiede capelli morbidi, lucidi, abbondanti; occhi luminosi e buoni; bocca rosea, persino collo incontestabilmente perfetto; ma niente di più, non un centimetro al disotto del collo o al di sopra del piede chiuso nella scarpa alta, nonchè nella calza fitta. Del resto nulla, assolutamente nulla.
Ebbene, con simili argomentazioni non si rinnova il pregiudizio medievale che gridava: «Maledetta sia la carne?» – O si accede alla falsità anglosassone che infierisce contro la parola, ma indulge al gesto, anzi al fatto effettivamente immorale?
Si ha da bruciare l'«Intermezzo» perchè – cito una delle sue colpe maggiori – vi si ammira un seno ceruleo coronato di fragola? Ma allora quanta eredità gloriosa degli artisti nostri più insigni dovrebbe fornire fiamme a un rinnovato carnevale della vanità? Oppure soltanto alla Laura petrarchesca vanno dedicati sonetti e canzoni? Ma si corre rischio, se il genere umano desse retta a quegli austeri predicatori, di far finire il mondo.
Quei rispettati contraditori miei anticipavano soltanto gli odierni biasimi rivolti alle signore che, ubbidendo alle necessità imposte dal caroviveri, si acconciano volentieri a far economia di stoffe per le loro vesti.
Ma quale sorta di malattie dovrebbe sovrastare alla presente generazione se la sola vista di un avambraccio femminile, liberamente esposto al sole, potesse eccitare lo scoppio di incontenibili impazienze? E quale virtù inspiratrice, e insieme frenatrice, avrebbe mai la morale, se bastasse a renderla impotente l'esposizione di una caviglia sottile e diritta?
E poi ricordate: Emilio Praga, ch'era poeta davvero, benchè scrivesse non raramente versi orribili, ha avvertito da tempo:
«La malizia dell'uomo è profetessa:
Passa attraverso....»
Ed è così: l'occhio avveduto penetra pure traverso le pellicce dense e le camicette accollate, vede o crede di vedere per apprezzare secondo i giusti meriti; soltanto qualche volta si sbaglia immaginando quel che non c'è. Ma come questo avviene? Perchè ci sono organismi sopraeccitabili, fantastici, cioè non sani. E la sovrabbondanza delle misure – diciamo così – precauzionali, non fa che ammalarli di più.
Ma non l'amore, che è legge, non la bellezza femminile che è consolazione del mondo, possono essere o divenire strumenti di corruzione.
Il «Decamerone» e l'«Orlando» non produssero mai nessuna depravazione, benchè non imponessero riti di astinenza ai personaggi loro.
Con questo si ha da abolire ogni freno, da lasciare libera la via alla impudicizia, alla perversione, al pro rompimento degli istinti, anche bestiali?
Oh no, anzi tutt'altro! Se si discorre, per richiamare un caso noto, delle novelle di un certo abate settecentesco, dico subito: «Bruciatele, dacchè il suo autore non è più altrimenti perseguibile». In quell'abate non era nè verità, nè arte, ma soltanto una ripugnante speculazione sopra una parte inferiore di noi.
E vorrei avere autorità bastevole per levare una voce efficace contro una parte della produzione letteraria – chiamiamola pure così – di oggi.
Certo – anche rispetto alla ideazione e alla forma – essa pare di grado inferiore pure di fronte a non lontani precedenti. Non riesce a rappresentare caratteri umani, logici e gagliardi: non sa raccontare con agilità semplice e forte, che s'incida durevolmente nella memoria; non sale mai ad una concezione cui risponda commossa l'anima dei lettori e degli ascoltatori. È evidente invece la ricerca della stranezza, della novità che sbalordisca. Ma, poichè la vena è scarsa ognuno avverte lo sforzo cui non risponde l'opera compiuta. Quei personaggi posti avanti, tutti irreali, malati di mente o di corpo, millantatori e inetti a una qualsiasi azione conclusiva, non possiedono virtù di seduzione.
I terribili epifonemi, che pronunciano per sbalordire ed entusiasmare il pubblico, non sono che luoghi comuni di una filosofia arretrata o rimasticamenti di frasi cadute da qualche più lauto banchetto. Lo stile adoperato, reso pesante dalla inflazione di aggettivi e di vocaboli a torto ritenuti preziosi, non dà colore, ma stanchezza o nausea.
Tutto questo che riassumo, e si potrebbe largamente dimostrare, apparterebbe alla critica, si riferirebbe principalmente all'arte, almeno quale si dovrebbe intendere.
Ma io, seguendo il punto dal quale sono partito, intendo discorrere soltanto della morale; di quella vera, eterna, che non si offende per una scollatura un poco abbondante, ma richiede il rispetto alla vita umana nelle sue molteplici manifestazioni, laboriose, pure, continuamente rinnovantesi.
La luce di una bontà consolatrice, di una verità superiore, o di una idealità feconda manca quasi interamente nella produzione odierna.
Essa ignora il bene o lo confonde col male, ponendo sulla medesima linea onesti e perversi, virtù e delinquenza. Anzi, a questa riserva le maggiori preferenze, appunto perchè essa compie l'atto violento. «Quasimodo» è brutto, ma finisce con abbellirsi per la commozione destata dalla sua deformità; il «Signor Alfonso» è un pervertito, l'autore lo punisce col diprezzo che lo accompagna. Si può rappresentare la bruttezza fisica, ma a patto di renderla moralmente buona: è lecito di raffigurare il delinquente, ma purchè si faccia efficacemente intendere che non va compatito, nonchè ammirato.
Ma oggi non ci sono attenuazioni o graduatorie, non si hanno riguardi per le verità ideali, appunto perchè non si sentono. E non si sentono perchè tra le moltitudini, più o meno, si è smarrito quel lume sicuro che è il rispetto della vita umana, alla sua sacra intangibilità, per l'azione affidatale nell'utile della collettività.
Una facile filosofia, a spiegazione del tristo fenomeno, dice: «È colpa della guerra, che fu veramente una inutile strage; colpa della pace, che è stata una concentrazione di errori e di nequizie.»
Due falsità.
L'ultima guerra, fatale, improrogabile, per salvare tutti da una egemonia barbarica, ha certamente travolte esistenze e fortune, ma rammentate: Al principio del secolo scorso ne era già incominciata, e proseguì lungamente, tuttavia, un'altra non meno fiera, non meno disperditrice di forze e di valori; aperta con la morte di Luigi XVI non si chiuse che con l'abdicazione di Napoleone I. Eppure ne uscì, subito dopo, e in parte l'aveva già preceduta, quella letteratura romantica che preannunziò il rinnovamento civile poi compiuto, per loro vanto e conforto, dalle generazioni successive.
La pace? Certo l'applicazione delle formule rigide della nazionalità, doveva per forza sostituire i dolori delle maggioranze effettive ai rimpianti delle minoranze etniche: ma per ciò è da ritenersi che la sparizione della duplice Monarchia asburghese significhi un crimine o uno sproposito?
Certo anche alla Germania vinta furono imposti patti troppo duri, ineseguibili. Ma torniamo ai precedenti e non lontani: quali condizioni aveva fatto il Congresso di Vienna all'Italia? Eppure, lasciando andare il resto – che è tanta somma di storia – eppure, a breve distanza di anni, apparvero «I Promessi Sposi», monumento di serenità artistica, di nobiltà intellettuale.
No, la colpa non è della guerra, non è della pace. Essa è tutta soltanto nostra; dei popoli, cioè, che non hanno saputo e non sanno resistere alla violenza, che lasciano spietatamente disperdere quel patrimonio di giustizia, di libertà, di solidarietà universale che avevano ereditato dai maggiori, per la gloria e la felicità del mondo.
Da questa sottomissione alla forza bruta deriva la dispersione di tutte le altre forze destinate alla protezione del consorzio civile. E perciò si è attutito anche il senso della morale, di quella forza che dovrebbe essere la ispiratrice delle opere d'arte, la regolatrice delle azioni nostre.
Ecco la decadenza reale, grave, minacciosa. Altro che le braccia femminili esposte nude nei versi di Gabriele D'Annunzio!
A proposito del quale, un ultimo richiamo: allora fu denunciato, e nel proposito, condannato quale poeta sudicio, generatore di costumi corrotti. Ebbene, egli, appena ne ebbe l'occasione, combattè eroicamente dovunque e comunque per la patria, per la sua ascensione perenne. Quanti di coloro che lo avevano bollato di immoralità, in quei giorni, non andarono invece mendicando un bracciale rosso, per coprire apparentemente la loro codardia?
E qui ho questo solo da aggiungere: chiederò perdono all'editore Formíggini che mi aveva, per cortesia sua, chiesta una prefazione e a cui, per villana inferiorità mia, ho somministrato una predica.
Del resto, che cosa mai erano queste polemiche se non altrettante prediche? Non per questo tuttavia, credo inutile il ristamparle ora. Esse valgono a dimostrare che uomini già illustri, e un giovane ignoto potessero discutere tra loro una tesi opposta, discuterne certo con sincerità e con passione, ma senza uscire mai dalle norme prescritte da quel codice che andrebbe amato e rispettato più d'ogni altro: il codice della buona educazione.
L'esempio insegnerebbe, se qualche cosa potesse divenire insegnamento ai tempi che corrono.
«» |