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ALLA RICERCA DELLA VERECONDIA
PREFAZIONE ALLE «POESIE»
Sul punto di licenziare al pubblico questo nuovo volume di traduzioni heiniane, mi vien fatto di domandarmi se quella che sto per compiere non è forse una cattiva azione. Un galantuomo, che ha che fare con la poesia, oggi com'oggi, deve star sempre con la paura d'avere le mani un po' sudice; perchè non mai come oggi l'arte di mettere insieme delle parole in forma e suono di versi si è dimostrata corruttrice ed infame. Questo fango che sale sale sale da certa letteratura, e specie da certa poesia, contemporanea, finisce col mettere in diffidenza anche le anime più tranquille, con eccitare lo schifo anche nella gente più di manica larga.
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Tre anni fa io ebbi la cattiva ispirazione di lodare i primi saggi poetici di un giovinetto, che mostrava qualche attitudine a fare dei versi. Cotesto giovinetto ha seguitato a farne; pur troppo: ed è arrivato a farne di così splendidamente osceni, da meritare, poichè li stampa, che di loro si occupi, non la critica, ma la questura.
Se c'è, come credo, nel nostro codice qualche articolo che punisca gli oltraggi al pudore e l'eccitamento alla corruzione, non si capisce come i procuratori del re in Italia, che certe volte dimostrano tanto zelo nel perseguitare la carta stampata, non si occupino di certa poesia e di certi poeti.
Supponete che in una popolosa città d'Italia, nell'ora e nella via del passeggio, una prostituta, tutta luccicante di seta falsa, d'oro falso, di perle false, di brillanti falsi, andasse mostrando ai passanti la sua mercanzia, e li invitasse a esaminare e a comprare; molto probabilmente le guardie di pubblica sicurezza, avvisate, farebbero cessare lo scandalo, arrestando quella miserabile creatura. E dato che in quel frangente passasse un poeta giovinetto, e gridasse e protestasse che quell'arresto è un'offesa alla libertà dell'arte, perchè quella signora è una signora di sua conoscenza, anzi è nè più nè meno la propria poesia di lui poeta giovinetto, le savie guardie, senza lasciarsi, credo, commuovere dai gridi e dalle proteste, farebbero il loro dovere, e menerebbero la prostituta, o poesia che s'abbia a dire, in luogo sicuro, lasciando il poeta a meditare sui limiti del verismo e del naturalismo nell'arte, cioè su que' tali articoli del codice che vietano gli oltraggi al pudore e l'eccitamento alla corruzione.
Ora come va che le guardie non hanno ancora arrestato la poesia del signore N. N.?
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Già: il signore N. N. è padrone di uccidere la sua forte e barbara giovinezza in braccio de le femmine (barbara e forte, credo, più per la posa e per la rima, che per amore di verità); egli è padrone di obliare fra pazze e infide voluttà la bella sorte a cui si crede chiamato; è anche padrone di raccontare ai suoi «Sodales» i lunghi languori che lo snervano, con annessi i bei seni da le erte punte, le reni feline e le bocche sanguigne, per cui gli è dolce sfiorire; è padrone, s'intende, nel segreto delle sue poco pulite conversazioni coi suddetti «Sodales»; (tutto al più chi credè che egli potesse riuscire a qualche cosa di meglio, sentirà dispiacere di essersi ingannato:) ma quando egli, il signore N. N., raccolti i lubrici fantasmi della pervertita sua mente in una specie d'immondezzaio poetico, che i suoi «Sodales» chiamano sonetti, ci si sdraia sopra oscenamente, e chiama il pubblico ad ammirare le sue prodezze di porcellone; allora... oh! benedetto quel padre santamente severo che, preso per un orecchio lo sciagurato figliuolo e chiusolo in camera, gli amministrasse una buona dose di legnate, per fargli entrare nella testa che, verseggiatori o non verseggiatori, la prima cosa che importa nel mondo è d'essere uomini onesti; benedetto quel procurator del re, che, invece di sequestrare e accusare i sospiri e i gemiti degl'Italiani per l'Oberdan, mostrasse che la legge in Italia è veramente uguale per tutti, che gli oltraggi al pudore e l'eccitamento alla corruzione sono oltraggi al pudore ed eccitamento alla corruzione anche se verseggiati e rimati.
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Il signore N. N. è padrone di andare in una sera di maggio a passeggiare pel bosco con una sgualdrinella qualunque (è una cosa che a tutti i ragazzi viziati può una o più volte, specialmente nel maggio, accadere); è padrone, mentre passeggia con la sua sgualdrina, di fiutare voluttuosamente l'odore esalante dal corpo di lei (fiutano i cani: perchè non dovrà fiutare un poeta giovinetto?); è padrone, dopo di aver fiutato, di fare con la sua sgualdrina tutto quel che gli pare e piace, cioè tutto quello che i ragazzi viziati fanno con le loro sgualdrine: ma quando il signor N. N. s'immagina che i grandi alberi, la luna e il cielo sieno complici delle sue porcherie, quando in mezzo a quelle porcherie gitta il casto nome di Virgilio, invocandolo propizio al suo canto di lupanare, egli commette una di quelle profanazioni dell'arte che non hanno nome, e per le quali non c'è castigo bastante.
Ma che alberi! ma che Virgilio! I grandi e severi alberi per loro ventura non veggono e non sentono le umane bassezze e sudicerie: se quella sera avessero veduto e sentito, se la voce che da loro sprigiona il vento potesse mai prender suono di voce umana, essi avrebbero gridato: «Via di qua, porcinaglia».
Che cosa ci viene a contare il signore N. N. dei dolci sonni da lui immolati a Virgilio? Ci crede tanto ignoranti, che non sappiamo distinguere nei versi di un poeta giovinetto l'influenza di Virgilio da quella di altri poeti, molto oh molto, diversi? A giudicare dal contenuto di certe poesie del signor N. N., ci sarebbe piuttosto da sospettare che i suoi sonni e' li avesse immolati alla lettura di certi libretti innominabili, stampati alla macchia, che nessun libraio onesto si permette di vendere, che si spacciano di nascosto nei caffè dai venditori ambulanti di fotografie oscene, che di nascosto penetrano, e vi circolano più rapidamente che altrove, nei collegi e nei seminari.
Il signore N. N. si rammenterà però che que' libretti, se li leggeva, li leggeva trepidando e sudando freddo, tra per l'effetto morboso della lettura e pel timore d'essere sorpreso; li leggeva alzando di tratto in tratto gli occhi verso la porta e tenendo lì pronto sul tavolino un altro libro più grande sotto il quale occultare la colpa. Chi sa che quel libro più grande fosse quello, Virgilio! Ma la profanazione del collegiale scusa forse od attenua la profanazione del poeta giovinetto? E l'arte e l'onestà italiana sono cadute tanto in basso, che sarà lecito a qualunque ragazzo scostumato associare alle sue porcherie il casto nome del poeta latino? Sarà lecito, senza che nessuno se ne faccia nè in qua nè in là, e plaudente tutta la pornografica ragazzaglia?
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Per quale processo, cioè pervertimento, di idee, il signore N. N. sia arrivato a farsi pubblicamente maestro di quelle turpitudini, che studiava in segreto, io non so. Crede egli forse che, a purgare dalla oscenità una poesia, basti lo stamparla in un giornale elegante? – O vestita di bordato o di stoffa, una prostituta è sempre una prostituta. – Lo so anch'io, senza bisogno che me lo venga ad insegnare il signore N. N., che la prostituta vestita di stoffa va in conversazione dalla marchesa Tizia, dalla contessa Caia, dalla banchiera Sempronia; le quali non ricevono a conversazione prostitute vestite di bordato: a quel modo e per quella ragione medesima che la marchesa Tizia, la contessa Caia, e la banchiera Sempronia tengono sui tavolini le poesie del signor N. N., e non ci tengono quelle del cavaliere Marino e del Batacchi. Ma ciò che vuol dire? Vuol dire che il livello morale in Italia è molto basso; vuol dire che c'è delle marchese, delle contesse, delle banchiere, sulla cui faccia un galantuomo non può sputare, per la semplice ragione che lo sputo cadrebbe in luogo troppo indecente.
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Io non posso abbandonare il signore N. N. senza domandarmi: – Il signore N. N. non ha dunque un padre? non ha una madre? E se li ha, non manda loro, come tutti i giovinetti fanno, i parti della sua musa? Certi parti almeno, voglio credere che non li abbia mandati e non li mandi; voglio credere che gli sia rimasto tanto di pudore, da rispettare almeno il pudore della madre sua. Ma se a quei poveri genitori son caduti sott'occhio per una combinazione qualunque certi versi del figlio, han dovuto leggendoli sentirsi salire le vampe del rossore alla faccia, han dovuto sentire al cuore una stretta ben dura: e ripensando le molte cure spese per educare l'animo di lui a sentimenti alti e gentili, ripensando i molti consigli datigli per preservare la sua giovinezza dalla corruzione del mondo, han dovuto dire a sè stessi che questa corruzione ha da essere ben grande e l'amore del figliuolo per loro ben piccolo, se nell'animo di lui ha potuto molto più l'una dell'altro. Poveri genitori! E quando i figlioletti piú piccoli e le figliuole domanderanno loro notizia delle poesie del fratello, di cui forse han sentito parlare, che cosa risponderanno? Avranno il cuore di rispondere: – Noi le abbiamo distrutte, perchè non vi cadessero sotto gli occhi e ci imparaste a corrompervi? – Poveri genitori! Se maledicono gli studi, se maledicono l'ora che per cagione degli studi mandarono lontano da casa il figliuolo, io non so condannarli. Meglio, oh molto meglio essere il padre e la madre di un rozzo contadinotto, che esercita e rafforza la robusta sua gioventù lavorando i campi, che essere il padre e la madre di un gentile poeta, quand'anche fosse poeta vero, il quale si compiace di uccidere quella gioventù, o robusta o non robusta, in braccio alle femmine!
Io non sono, e credo di non essere stimato, un codino e un bigotto: io sostenni la libertà dell'arte, io difesi il paganesimo delle Odi barbare, io tradussi le poesie di Enrico Heine. Nè mi pento o disdico di quello che dissi e feci; nè credo essere per ciò in contradizione con quello che dico oggi. E sento che il mandar fuori questo nuovo volume di traduzioni heiniane non è, no, come io dubitava, una cattiva azione.
I dilettanti di letteratura oscena potranno, lo so, trovare anche qui qualche cosa che faccia per loro, qualche cosa che ecciti la loro fantasia a nuove produzioni pornografiche: ma e dove non possono essi trovarla, dalla Bibbia a Giovenale, da Giovenale al Parini? E che perciò? Dovremo noi, per lo schifo di questa letteratura, la quale sembra voler concentrare tutto l'essere umano in una sola parte del corpo, che la decenza vieta di nominare, mettere al bando della letteratura tanti grandi scrittori, proibirci di leggerli, o chiedere almeno che non si stampino se non castrati? – No. – Orazio, l'Ariosto, il Byron, Heine non hanno niente di comune con la poesia pornografica, contro la quale io ho sentito il bisogno di protestare: noi possiamo leggerli ancora, e lasciarli leggere ai nostri figliuoli, ai quali non daremo certo a leggere le poesie del signore N. N.
Ho sentito il bisogno di protestare, perchè lo spettacolo di questa gioventù che fa dell'ingegno strumento a corrompere sé stessa, e della sua corruzione si compiace e si gloria, mi fa paura per l'avvenire della patria.