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ALLA RICERCA DELLA VERECONDIA
Mi è riuscito di vedere – è facile intendere come – la prefazione ch'Ella ha posta alle nuove traduzioni, già pronte per essere pubblicate, del Heine1, e quella prefazione mi ha recato così nuova e dolorosa meraviglia; mi è parsa, scritta da Lei, così strana e inattendibile cosa, che ho risoluto di chiederne a Lei stesso, ed in pubblico, qualche spiegazione. Nè della risoluzione – spero – vorrà stupire od offendersi: giacchè – gentile e buono come fu sempre con tutti – non negherà ad un giovane, che non fu mai lodato, neppure pei versi che non scrisse, non mi negherà – dico – di riverirla come maestro, e, come tale, d'interrogarla in alcuni, almeno, dei miei dubbi; di chiederle, a quando a quando, il suo aiuto in quel po' di studi che, alla meglio e nel tempo che mi avanza, vado ancora facendo.
Dacchè dunque la prefazione è per uscire stampata, della prefazione mi consenta discorrere per le stampe.
Nelle venti paginette che essa occupa, non si parla che di un poeta porco.
Ora qui precisamente sta il punto. Mi fa il piacere, Lei, d'insegnarmi chi è, che cosa è, di darmi, insomma, i segni caratteristici, e, alla maniera che dicono gli impiegati di polizia, i connotati del poeta porco?
Della materia, è vero, si chiacchierò molto e coll'identico aggettivo – purtroppo non c'è più novità nel mondo – parecchi anni sono; ma appunto perchè se ne chiacchierò molto, non ci fu verso di conchiudere nulla da nessuno. Ora, pertanto, che l'argomento, e nella stessa forma, è rimesso fuori da Lei, io mi chiedo, non per amore di critica pornografica, non per libidine di guadagnarmi una pubblica lezione da Lei, ma per le maggiori e più vere ragioni dell'arte: «Oh, non sarebbe tempo di porre in chiaro chi e che cosa sia un poeta porco? Cioè, non mette conto di sapere in qual modo le poche persone culte e serie che ci sono tuttavia in Italia definiscano la decenza o giudicano la immoralità nell'arte?»
Giacchè, se si parla del Casti o del Batacchi, io non istò punto in dubbio, non faccio nessuna fatica a indovinare in qual guisa si abbiano a chiamare: per loro quel tale aggettivo, che si dà a stampare così spesso dai critici severi del buon costume e che non si pronuncia mai in una conversazione per bene, viene su, spontaneo, anche alle mie labbra.
Questi signori non erano artisti, e forse neppure, in un senso alto e giusto, scrittori: raccontavano delle sudicerie, perchè dei sudici le comprassero. Che sforzo dobbiam patire dunque noi a dire che non erano uomini puliti?
Ma quando siamo in presenza d'un artista che crede soltanto di mostrare serenamente le qualità del suo ingegno, del suo gusto e del suo stile quando stiamo a sentire un periodo o una strofa magnifica di proprietà, di fantasmi e di armonia, se, per un caso che sarebbe molto fortunato, torni al mondo il Boccaccio senza terrori di morte e torni a scrivere il Decameron, come faremo per sapere dove incomincia la porcheria e quando – secondo insegna Lei – saremo in dovere, per rispetto a noi, al pudore di nostra madre, per il viso della nostra innamorata su cui non va – stia certo – sputato da nessuno, e per tutte le altre e tante cose ch'Ella ha la bontà di enumerare, quando saremo in dovere di metterci alla finestra e strillare: «Olà, guardie, per il decoro dell'arte e per le istituzioni – così si usa esortare a Roma per il bene della patria – venite ed arrestate questo porco?»
Perchè, torno io a chiedere, chi è, che cosa è un poeta porco?
In un articolo che Ella diede alla Domenica Letteraria, tre mesi fa, è detto:
«Vi sono dei poeti che, naturalmente, non hanno il senso della verecondia».
Io potrei pertanto venire a queste due diverse conclusioni:
Prima: che vi sono dei poeti, naturalmente, porci.
Seconda: che nominando poi subito fra i non dotati di quel tal senso il Byron, il De Musset, il Heine, per giudizio suo noi dovremmo recarci dal signor questore a chiedere una postuma e internazionale rivendicazione della moralità pubblica contro di loro.
Ora, dacchè applicando logicamente queste massime si verrebbe a tali conclusioni, così lontane, mi pare, e contrarie dalla volontà sua, sembra a me che sia necessario di risalire finalmente al fondamento della discussione e risolvere una volta la questione vera: «Che cosa è in arte il senso della verecondia?»
Mi ricordo, e voglio ricordarmene per un pezzo, di aver camminata con Lei la piazza del Municipio a Bologna, grande, scura, intatta, quasi, nella sua bellezza medievale, e Lei, come me, e più di me, l'ammirava per ogni lato, così per quello a mezzogiorno, che è formato dalla fronte magnifica nella sua evangelica e mistica povertà del tempio dedicato al Divo Petronio, come per l'altro lato a settentrione, da cui si leva, pompeggiando, il Nettuno del Giambologna, in tutta la gloria della sua virilità nuda.
I ragazzi, correndo intorno alle fontane, e le fanciulle passeggianti assettatuzze e sentimentali con le madri loro, allora allora confessatesi e comunicatesi, guardavano con senso assai meno estetico del nostro, ma con serenità perfetta di impudicizia a quella pubblicata magnificenza di uomo; ebbene, Ella non mi consigliò di ricorrere al signor questore per ottenere un velo di piombo sul Nettuno del Giambologna.
Nè deve offenderla quando è scandito in endecasillabi o in esametri, avvolto in una strofa alcaica o rinserrato in un distico, dacchè Ella da parecchi anni ha promesso di pubblicare tradotte tutte le Odi amatorie di Orazio, ed io so – non è molto, a dir vero – che nelle edizioni per le scuole più d'una di quelle odi amatorie si omette perchè troppo nude.
E neanche dall'esser così alcune di quelle odi si deve conchiudere che Orazio fosse un poeta porco, giacchè – e lo ha stampato Lei nella Domenica Letteraria – vi sono dei poeti grandi anche fra coloro «che misero nel paradiso terrestre delle loro strofe l'uomo e la donna perfettamente ignudi d'anima e di corpo come uscirono dalle mani di Dio, non si rammentando, come del resto non si rammentò lo stesso Dio, del serpente tentatore».
Se la bellezza nell'arte si può mostrare e glorificar nuda, dove sta e in che cosa dunque il senso della verecondia estetica?
Ella, forse, mi risponderà con un ragionamento negativo e mi dirà: – La verecondia è offesa nell'arte quando si fanno descrizioni come il poeta che io ho chiamato porco per 20 pagine di prefazione ha fatte nel libro che ho denunziato alla questura.
Il poeta – mi par tempo di dirlo – è Gabriele D'Annunzio; il libro, l'Intermezzo di rime. Prendiamo dunque in mano il libro rivelatore e mettiamo alla luce della vergogna il poeta porco.
Cerco pagina per pagina, da verso a verso, entro l'elegante volumetto, ma non trovo nulla, proprio nulla, nè di porco nè di sporco.
Che sia io il poco pulito animale?
Altri dica quello che gli torna meglio d'immaginare; io intanto – e con conoscenza di causa – rispondo di no.
Nell'Intermezzo del D'Annunzio ci sono malinconie profonde e amori ardenti e nudità candide, superbe; ma queste malinconie, questi amori, queste nudità sono nobilmente umane e non hanno mai offeso la verecondia di alcuno.
Rileggiamo, egregio signore, uno dei sonetti che meno pretendono all'onore di sostituire la biblica foglia di fico:
Quando risorta da quel bagno, tutta
grondante, chiusa ne le chiome scure,
fremendo preme ne l'arena asciutta
ella i contorni de le membra pure,
e strette ne la man tiene le frutta
de 'l seno, urgendo le due punte dure;
e si striscia, e l'arena aspra le brutta
stranamente la pelle di figure;
e così maculata ella al lunare
abbraccio si distende su lo strame
de l'alghe, e resta immota, resupina;
non dunque su 'l nerastro fondo appare
ella una grande statua di rame
corrosa da l'acredine marina?
Il sonetto è dei men belli, ma la descrizione è delle più nude. Ebbene, non è così che pittori e scultori hanno disegnate e scolpite le innumerevoli bagnanti, le Veneri soavi uscenti dalla conchiglia del mare? Ci offendiamo noi forse? E se il Cecioni, per esempio, avesse così serenamente posto nel marmo l'immagine d'una donna, avrebbe Ella invocata la severità della questura o le provvide ammirazioni dei commissari nominati dall'onorevole Baccelli ministro per la pubblica istruzione?
A me pare, dunque, di non meritare pascolo di ghiande se l'Intermezzo non mi fa arrossire di vergogna e rabbrividire per lo schifo. Ma Lei ha voluto anche segnare i punti più immondi nella sua formale denuncia all'autorità.
Veniamo dunque anche a questi punti.
Ella dice: – Il signor D'Annunzio, onestamente, non può raccontare in versi che uccide la sua giovinezza in braccio delle femmine: che ha lunghi languori che lo snervano, che gli è dolce sfiorare per i bei seni dalle erte punte, le reni feline e le bocche sanguigne.
Perchè queste cose non si possono raccontare se sono vere, se al D'Annunzio avviene proprio così?
Ella ha scritto, sempre in quell'articolo che cito per la terza volta della Domenica Letteraria: «La verecondia non entra per niente nel merito artistico d'un poeta e dell'opera sua. Tanto ciò è vero, che il Byron, Alfredo de Musset ed Enrico Heine non sono meno poeti dello Schiller, dello Shelley, del Leopardi, di Victor Hugo. Cercare perchè in loro, come poeti, mancasse l'istinto della verecondia, sarebbe qui fuor di luogo: ci basti che codesto difetto fa parte della loro sincerità. Perciò essi rimangono grandi poeti; e perciò la storia del loro cuore, cioè il modo come essi considerano la donna e sentirono l'amore, ci interessa grandemente».
Se interessa di ricercare ai critici come i poeti morti sentirono l'amore, perchè sarà negato ai poeti vivi di raccontarcelo essi stessi?
Forse perchè ai critici futuri verrebbero a mancar la tela e i colori per sentimentali medaglioni? Ebbene, noi faremo a meno dei critici, purchè i poeti siano – secondo li desidera Lei – sinceri.
Ma la sincerità nel D'Annunzio l'offende specialmente quando narra il suo Peccato di maggio; si offende e diviene stranamente ingiusta. Tre accuse speciali si trova contro il D'Annunzio: perchè si compiace di condurre in un bosco la sua innamorata, perchè fiuta l'odore esalante dal corpo di lei, perchè in quell'abbandono di passione rammenta Virgilio. O da quando in qua costituiscono reato queste cose e questi piaceri?
Nella freschezza profumata della campagna preferivano amare i nostri antichi, più sapienti e più gagliardi adoratori della natura: tutti ricordiamo con affettuosa gelosia l'acre odore di siepe rinchiuso in una bella chioma nera o il profumo di viola uscente da due spalle candide ad arco, nè crediamo gli antichi nè noi tanti porci. Se non ci fossero i profumi e le donne, che cosa staremmo a fare nel mondo?
Lo sdegno poi per il richiamo a Virgilio mi pare assolutamente fuor di luogo. Se il grande Mantovano invitava sotto l'ombre compiacenti e protettrici dei faggi i giovanetti pastori, perchè non potrà il D'Annunzio chiamare nel silenzio odoroso d'un bosco una fanciulla innamorata?
Il Codice penale, intanto, sta pel D'Annunzio.
Io sono venuto enumerandole queste che a me sono apparse contradizioni e confusioni, perchè sono esse che mi hanno suggerita la domanda: «Chi è e che cosa è un poeta porco?»
Dalla sua prefazione – almeno questa sincerità vorrà permetterla – non si capisce; e l'aspetto dalla sua cortesia, dalla sua dottrina. Allorchè uno si mette a scrivere, ha il diritto di sapere se e perchè le guardie saranno chiamate ad arrestarlo.
Il pubblico, dal canto suo, allorchè legge dei versi e non si commuove e non rece, ha il diritto di sapere quando, per questa sua indifferenza, comincia ad essere un porco.
In questa incertezza – stia certo – non si può più durare: oh, ci dica qualcheduno una volta dove stia e in che guisa sia fatta la verecondia nell'arte.
Se vorrà dirlo Lei, farà un grande servizio alla poesia, alla critica, alla morale pubblica, perchè a Lei crederanno tutti.
Io, poi, mi godrò l'orgoglio d'aver provocata la sua sentenza.
Mi ricordi di Lei
Al signor
(Dalla Domenica letteraria del 22 luglio 1883, n. 29).