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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Molti ricordano certo nel Decameron la novella quarta della prima giornata. Io, per motivi che presto s'immaginano, non posso qui raccontarla, e nemmeno riassumerla; posso bensì ricordare il motto col quale il fraticello novizio verso la fine si meraviglia d'aver appreso come i monaci si facciano priemere dalle femmine come da' digiuni e dalle vigilie...
Sia detto con tutto il riguardo ai poeti e alle donne, ma il fatto è questo: la femmina oggi preme troppo sulla nostra poesia, sul romanzo, e in genere sulla letteratura e sull'arte nostra. Se invece della femmina io avessi potuto scrivere la donna, le ragioni di lamentarsi o non esisterebbero o sarebbero di diversa maniera, ed io non metterei sulla carta ora queste considerazioni. Ma d'altra parte è vano illudersi; se noi cerchiamo freddamente la «prima radice» di moltissima parte delle commozioni che vengono in noi dalle liriche e dai romanzi ultimissimi, siamo condotti a concludere che quella prima radice è piantata là, in quello stesso terreno ove pullulano le sensazioni carnali schiette e crude; le sensazioni carnali tutte d'un pezzo, senza veruna mescolanza d'elemento ideale e fantastico.
È verissimo che non si dice ancora pane al pane e barba alla barba; ma nè anche si sciupa troppo tempo in cerca di perifrasi attenuanti; e tutte le concessioni ormai si riducono ad una certa sinonimìa discreta che indulge agli ultimi bisogni della decenza fonetica. E a breve andare forse anche quella sinonimìa scomparirà, e molti batteranno le mani.
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Abbiamo dunque (a che giova sofisticare sui titoli?) abbiamo dunque questa lirica della libidine, che oggi è in pieno rigoglio e mostra per tutto i suoi fiori lussureggianti al sole, e dà al capo della gente con gli acuti profumi di cui impregna per largo tratto l'atmosfera. Osserviamola un poco sine ira et studio, come un fenomeno qualunque del mondo letterario, con criteri puramente artistici, come si sono potuti osservare e studiare, per esempio, la lirica religiosa nel periodo manzoniano, la lirica della educazione civile nel periodo dell'Alfieri e del Parini, e via discorrendo.
E anzitutto lasciatemi affermare che si tratta di cosa nuova e tutta propria del nostro tempo. A che giova citare Catullo, Orazio, il Boccaccio, l'Ariosto, il Parini e tanti altri? Sta bene; niente di nuovo sotto il sole, e qualche precedente, sotto una o sott'altra forma, si rinviene sempre a tutte le cose di questo mondo. Ma il nuovo con ciò non s'esclude; e nel caso nostro, se esaminate ad uno ad uno i pezzi di poesia erotica antica, o sparsi per entro a vaste composizioni o formanti essi una composizione a parte, quando porgiate ben attento l'orecchio, d'un fatto v'accorgerete sempre: che vi manca la schietta e compiuta intonazione lirica. V'accorgerete invece che sono divagazioni dilettose e leggiere a cui l'animo del poeta s'è lasciato andare, per ragioni che qui non si vogliono discutere, senza abbandonare mai il tono lieve della facezia. Mancano sempre l'intenzione e la passione, nel senso vero con cui s'applicano alla lirica queste due parole.
A questo si venne nel nostro secolo; e cominciarono in Francia di proposito, dopo qualche vago accenno anteriore, il Sainte-Beuve col libro Volupté, in cui si sentono i brividi sensuali della carne contenuti a stento dalla temenza religiosa, misti, fusi, alimentati nell'umore malinconico; e Alfredo de Musset, che quei brividi e quelle malinconie affida arditamente alle strofe alate. Non s'era lungamente e dottamente dissertato della «riabilitazione della carne»? Ebbene, questa corrente speculativa doveva come sempre, avere la sua corrente poetica, e il giovine poeta parigino era nato fatto per tuffarvisi dentro con inconscia baldanza di trionfatore:
Qu'elle
est superbe en son désordre
Quand elle tombe, les seins nus,
Qu'on la voit, béante, se tordre
Dans un baiser de rage, et mordre
En criant des mots inconnus!...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Oh! quand sur ma bouche idolâtre
Elle se pâme, la folâtre,
Il faut voir, dans nos grands combats,
Ce corps si souple et si fragile,
Ainsi qu'une couleuvre agile,
Fuir et glisser entre mes bras!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Pose ton souffle sur ma
bouche,
Que ton âme y vienne passer!
Oh restons ainsi dans ma couche
Jusqu'à l'heure de trépasser!...
Eccola finalmente la vera lirica del senso co' suoi rapimenti, i suoi spasimi, i suoi abbandoni. Prima erano novellette, scherzi, epigrammi; poesia minuta che si contentava di vellicare l'epidermide ed era lontanissima da ogni pretensione di ricercare a fondo il sentimento umano e governarlo co' fantasmi della voluttà. D'ora innanzi anche questi poeti sentono il diritto d'ambire agli onori della grande arte e ripetono con guardo sicuro il voto di Flacco:
Quod si me lyricis vatibus inseres,
Sublimi feriam sidera vertice.
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E sia. In arte io voglio essere fatalista; accettare i fatti come inevitabili, solo riservandomi la facoltà d'osservarli e di farci sopra qualche considerazione.
Il genere ha fatto fortuna: in Francia venne su una falange numerosissima di poeti e novellieri, che uno scrittore umorista chiamò un giorno i poeti e i novellieri della scuola del tordre, perchè gira, gira, il loro cavallo di battaglia, il termine fisso e culminante dell'arte loro, in versi e in prosa, sono sempre certe scene in cui i torcimenti delle voluttà sono descritti con una evidenza incomparabile.
Bisognò che dagli inizi passassero trent'anni (è il tempo all'incirca che occorre sempre ad una forma d'arte per essere rimbalzata di Francia in Italia), ed ecco anche fra noi la novissima lirica prender piede e acquistar favore. Non c'è bisogno di tesserne la storia, perchè l'abbiamo vista svolgersi sotto ai nostri occhi, tanto rapidamente da raggiungere in brevissimo giro quegli ultimi gradi d'espansione a cui non pervenne in Francia che con più torbido e regolare svolgimento. Ieri eravamo sulle orme del De Musset, oggi siamo già a braccetto col Rollinat.
Si è camminato con tanta fretta, che ormai si dubita non vi sia più altra strada da percorrere. È una illusione questa, lo so; ma anche tale illusione pessimista, così diffusa negli animi, va tenuta di conto, perchè ha il suo significato. Certo, Carlo Baudelaire, che, dietro la fantasia malata, aveva spesso il concetto sano e preciso, disse una verità opportunamente preziosa in arte quando affermò: la spécialisation excessive d'une faculté aboutit au néant. La storia di tutti i decadimenti estetici, a chi ben guardi, è abbracciata da questa formula: ma non basta; la sua verità generica e, a prima vista, un po' vaga si condensa e prende evidenza grandissima se s'applica al nostro.
La sensazione erotica ha questo anche di particolare, che è di sua natura soverchiatrice; quand'essa signoreggia, tutte l'altre sensazioni a petto suo rimangono fiacche, torpide, inavvertite, e cedono il campo. Ora trasportate questa sensazione nel dominio della poesia, non di passaggio, e quasi di soppiatto, ma con propositi e forma di lirica vera: quale altro sentimento e ispirazione nel poeta, quale altra predilezione nel lettore credete voi che possa resistere, anche per poco? Sarà come sprigionare della essenza di zibetto in una camera ove prima dei fiori di mughetto e dei garofani facevano sentire la loro fragranza delicata...
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E questo spiega tante cose. Spiega anzitutto la monotonia dei nostri nuovi poeti erotici. Essi toccano uno strumento monocorde: qualche pennellata di paesaggio per inquadrare la scena viva, palpitante, e altro. È il caso d'applicare il motto: omnia vincit Amor! Che importa, all'innamorato, di tutto il resto del mondo? Questa incuria universale deve apprendersi inevitabilmente al poeta d'amore, quando esso dell'amore non s'abitui a carezzare con la fantasia che un lato solo, e quello per l'appunto che non rispecchia le varie e nobili attinenze della vita e tutte le condensa in una sensazione acuta, tutte le addormenta in un fascio oblivioso.
Ed è naturalissimo ancora che questi poeti, in breve tempo, abbandonino la sobrietà della forma e si lascino andare a modi tormentati, lussureggianti, eccessivi. L'argomento li adesca e li trae con argomenti irresistibili: una espressione audace si converte in pungolo per cercarne un'altra più audace ancora; e una volta giù per la china si va fino in fondo.
Sentite dei versi del Petrarca: i soli, credo, in tutto il Canzoniere, che accennino, benchè con grande temperanza, al desiderio del dolce peccato:
Con lei foss'io dacchè si parte il
sole,
E non ci vedess'altri che le stelle;
Sol una notte; e mai non fosse l'alba!
Quanta poesia di dolci ritrovi notturni non s'intravvede delicatamente in questi tre versi! Quale contenuta potenza di desidéri in quell'augurio breve: e mai non fosse l'alba! Ma il poeta vuole fermarsi ancora un poco nel suo sogno delizioso, e prosegue:
E non si trasformasse in verde selva
Per uscirmi di braccia, come il giorno
Che Apollo la seguìa quaggiù per terra.
Voi lo vedete; nel proseguimento la rappresentazione comincia subito ad assumere alcun che di rilevato, di plastico, di materiale. Siamo sempre lontani le mille miglia dai «quadri viventi» della poesia erotica contemporanea, ma ho voluto citare anche questo esempio per notare come una forza di progressione incomba fatalmente a questo genere di poesia; e come questa forza sia facile a diventare soverchiatrice e tirannica se non si contrappone qualcosa d'austero, di maschio, d'elevato e soprattutto di vario a tutto questo erotismo che ora campeggia con monotona perseveranza sulla nostra letteratura.
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Quale dunque il rimedio? Parlando da artista ad artisti, io non saprei suggerirne che uno: il gusto, ossia il senso della misura.
La nudità e la verecondia non sono che parte accidentale della questione. La nudità è un tèma d'arte per sè eccellente, ma variabile all'infinito nelle sue applicazioni. Con la nudità si va dalle pure forme fidiache alle laidezze plastiche del museo segreto di Napoli, dalle austere evidenze dantesche ai lenocini volgari del Casti e del Batacchi. La verecondia poi o è un caso di coscienza o è un modo del temperamento; due cose molto diverse dal senso e dal criterio artistico. Un tale poeta mancherà, poniamo di verecondia (o l'avevano forse i poeti del Cinquecento, l'Ariosto e il Caro, per esempio?) Ma lo fren dell'arte da lui finamente sentito non gli permetterà di trascorrere oltre certi limiti: un altro poeta invece sentirà repugnanza a scrivere e lasciar stampare una parola alquanto libera, ma poi in linguaggio pulito impregnerà d'essenza di cantaride ogni suo componimento, parendogli la cosa più decente e meglio fatta del mondo.
Il gusto, ripeto, e il senso della misura, ecco i soli rimedi alle intemperanze erotiche della nostra poesia. Questo, spero, avvertiranno presto i nostri giovani poeti: che tutta questa femminilità soverchiante fiacca i nervi alla loro arte, la rende piccola, monotona, manierata, inevitabilmente noiosa, e sentiranno il bisogno di lanciarsi a respirare l'aria d'orizzonti più sani, più vasti, più liberi.
Se no, io credo che il pubblico farà giustizia dei nostri giovani poeti. Ed essi se la saranno meritata.
(Dal Fanfulla della domenica del 5 agosto 1883, n. 31).