Luigi Lodi
Alla ricerca della verecondia

RISPOSTA AD E. PANZACCHI

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RISPOSTA AD E. PANZACCHI

Dacchè, nel pensiero d'alcuno almeno, io mi son fatto pubblico campione della inverecondia e della nudità in arte, risponderò con qualche osservazione all'articolo che il Panzacchi pubblica nel Fanfulla della domenica.

L'articolo è appunto intitolato Nudità, e in ogni sua linea aspira ai danni «della novissima lirica, che è quella della libidine».

Così, fra un aggettivo e un sostantivo, il Panzacchi descrive la poetica d'ora; la descrive e con eleganza e calore di movimenti l'accusa, ma non denuncia i colpevoli, non le specifiche del delitto, non dimostra insomma le condizioni, enuncia soltanto la gravità del male; tanto che, finito l'articolo, molto attentamente letto, io ancora mi domando: – Ma di chi è, e per quali misteriosi rami fiorisce, quali ignoti paesi minaccia colla sua peccaminosa fioritura di colpire questa lirica del peccato?

Guardo intorno, mi chino a cercare, e la critica della libidine non la trovo.

Ma forse è perchè nell' articolo del Panzacchi non sono riuscito a capir molto; la descrizione che ho citato mi è parsa troppo breve, e i commenti che egli vi ha posti poco chiari.

Per esempio: incominciando a enumerare i difetti e i malvagi effetti di questa non ancora definita lirica della libidine, l'onorevole di Bologna scrive:

– Se esaminate ad uno ad uno i pezzi di poesia erotica antica, quando porgiate ben attento l'orecchio, d'un fatto v'accorgerete sempre: che vi manca la schietta intonazione lirica. –

Manca, dice il Panzacchi? E Saffo, e Properzio, e Tibullo?

Ma accordiamo pure che essa non sia nella poesia antica, ma l'averla può essere per la moderna una colpa?

Immagina il Panzacchi una grande ode, un inno sonante, un sonetto melodioso senza la intonazione lirica?

E l'esserci costantemente anche nelle parti più nude, meno vereconde e più brutali della lirica moderna, non gli dovrebbe provare che questa nudità, inverecondia e brutalità sono un sentimento vivo, comune e, per certe parti, esteticamente animatore?

Perchè osserva il Panzacchi: la nudità pervade tutte le forme dell'arte: abbiamo l'invasione della inverecondia.

In iscultura, dalle femmine idealmente greche siano venuti giù alle petroliere, alle Messaline, alle Licische; nel romanzo e nella novella, dagli ardimenti rivoluzionari del Gautier e del Mürger siamo giunti alla tranquilla impunità, che tutto osa, dello Zola; nel teatro, dalla Signora dalle Camelie, che era 20 anni fa l'ultimo segno della immoralità drammatica, siamo progrediti fino al Divorziamo, al Signor Alfonso, alla Tête de Linotte.

È dunque una espansione universale del desiderio, è un inno alla bellezza umana che si leva da ogni parte, è un libero denudamento della carne, serena sotto il sole, in faccia alla gente che passa.

E la gente da prima si è scandalizzata, poi ha finito col guardare senza arrossire, senza battere le mani o battendole soltanto alla bellezza con placidi occhi contemplata; insomma ha finito col non essere sedotta più dal lenocinio dell'ardito o dell'indecente.

Perchè, quanto hanno fatto la scultura, il romanzo, la drammatica, non potrebbe fare la lirica, come dice il Panzacchi, ultimissima?

Però, intendiamoci: io non difendo proclamo la eccellenza estetica di questa lirica novissima: io la butterei volentieri e quasi tutta quanta nel verde opaco Tevere, perchè egli la nascondesse e la inghiottisse, come le altre e molte immondizie della città capitale, insieme al romanzo sperimentale, alla novella realista, al bozzetto descrittivo, a tutta questa goffa miserabile letteratura moderna italiana, tutta meccanica, tutta noiosa, impotente nella sua arroganza cattedratica. Oh, la lirica novissima contorcentesi nella povertà del fantasma sotto il martirio dell'aggettivo, io la diporterei, per tre quarti almeno, nella felice e gloriosa colonia italica d'Assab!

difendo la libidine in arte, giacchè la libidine è una malattia del cervello, è un vizio dell'organismo, e tutto ciò che non è sano e sereno, in arte non è bello.

Io faccio un ragionamento breve e non difficile: – Se in tutte le forme della letteratura, se nei quadri, nelle statue si afferma la gloria del nudo e nessuno se ne lagna e s'offende, evidentemente il culto della nudità – e non intendo solo materialmente di braccia e di altro – è diventato un sentimento comune: all'educazione nostra non ripugna più questa intera sincerità della vita.

Ora, io torno a ripetere, se il pittore, lo scultore, il novelliere, il commediografo possono liberamente descrivere questo nuovo carattere dell'età nostra, perchè non deve poterlo il poeta?

Forse per salvare la castità delle signorine che sono in collegio o delle ragazze che vanno al magazzino?

Lasciate fare: queste giocondità fortunate non leggono i sonetti, l'alcaiche e gli alessandrini della lirica novissima: si annoierebbero troppo!

E per concludere: – Che cosa vuole il Panzacchi? Che non si dica in versi barba alla barba, che la lirica faccia come la presidentessa d'un Comitato di beneficenza e copra di veli candidissimi Amore, che gira tranquillamente nudo per tutte le piazze e le vie dell'Arte? Questo sarei curioso di sapere.

Luigi Lodi.

(Dalla Domenica letteraria del 12 agosto 1883, n. 32).


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