Luigi Lodi
Alla ricerca della verecondia

QUESTIONI ARDENTI

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

QUESTIONI ARDENTI

I.

Pornografia! – E perchè non parlarne? oggi che l'argomento è all'ordine del giorno; oggi che amabili signore, in una beata ignoranza etimologica, ne discorrono intrepidamente; oggi che la discussione si è fatta ardente nelle conversazioni, sui giornali, nei libri?.... Sentiamo dunque, esaminiamo, ragioniamone un poco, spregiudicatamente, urbanamente, senza fanatico zelo e senza reticenze o paure.

Giuseppe Chiarini, sul punto di licenziare al pubblico il volume delle sue eccellenti traduzioni delle poesie di Enrico Heine, delle quali ci riserbiamo discorrere in prossima occasione, si è domandato se quello che stava per compiere non fosse per avventura una cattiva azione, perchè «un galantuomo (cito le sue parole) che ha che fare con la poesia, oggi come oggi, deve star sempre con la paura di aver le mani un po'sudice; perchè non mai come oggi l'arte di mettere insieme delle parole in forma e suono di versi si è dimostrata corruttrice ed infame. Questo fango che sale, sale, sale da certa letteratura, specie da certa poesia contemporanea, finisce con eccitare lo schifo anche nella gente più di manica larga».

In prova, adduce l'esempio degli ultimi versi di Gabriele D'Annunzio, e li addita alla indignazione del pubblico, e li attacca con una violenza resa eloquente dalle generose intenzioni dello scrittore.

Tre considerazioni a me pare che siano a desiderarsi, per amor di giustizia, in quella terribile requisitoria 1.a Il D'Annunzio non è stato il primo in Italia a fare della poesia pornografica; 2.a Il D'Annunzio non è il solo che oggi ne faccia; 3.a Accanto alle inescusabili pitture lascive di certe pagine, ve ne sono delle bellissime immuni di tal macchia. I Madrigali son cesellati con singolare abilità. I Vecchi Pastelli ricordano la malinconia dei paesaggi e delle marine di Ruysdael, e sono per plasticità e per colorito veramente notevoli. Il soffio e il movimento lirico abbondano anche nelle poesie più deplorabili di questo volumetto. Il paesaggio silvestre in Peccato di Maggio – quello fluviale in Venere d'acqua dolce, son coloriti e animati come i quadri del Michetti: vi è una curiosa felicitas di espressioni e di epiteti che vita e rilievo e quasi un palpito umano al paesaggio. Per musicalità di verso, come melodista, il D'Annunzio è il primo fra i giovani poeti in Italia. E quando ripenso meco stesso di quali preziosi ed unici doni egli abusi, non so se in me prevalga lo sdegno o il dolore.

Premesso questo – a me pare che il Chiarini, nello attaccare il carattere della maggior parte di quelle poesie, abbia mille ragioni. «No, egli conclude, Orazio, l'Ariosto, il Byron, Heine hanno niente di comune con questa poesia pornografica, contro la quale ho sentito il bisogno di protestare».

In un articolo che io pubblicai su Terra Vergine e Canto Novo di Gabriele D'Annunzio, dopo avere esaminato e lodato e anche ammirato con sincero entusiasmo molte cose belle di quei due volumi, che erano, per lo meno, come splendida promessa, un avvenimento letterario in Italia, io scriveva queste parole:

«Vorrei poter cancellare alcune espressioni, troppo sensuali, e che mi paiono inescusabili. Per esempio: il petto della Zarra ficcava nel sangue la smania dei morsi.... Tulespre sentì l'odore della femmina più acuto è più inebriante che l'odore del fieno». – Io senza stare a rilevare tutto il comico di questo paragone, più lusinghiero per gli asini che per le donne, concludevo: «Queste espressioni sono di un pessimo gusto: e il D'Annunzio farebbe bene a guardarsene, anche per amore dell'Arte».

Qual conto egli abbia fatto dei miei consigli, lo dicon oggi Peccato di Maggio e Venere d'acqua dolce. Altro che morsi e fieno!... Ma nos canimus surdis. E non vi è peggio sordo di chi non vuol capire.

II.

Luigi Lodi, in un articolo pubblicato nel N. 29 della Domenica Letteraria, sotto il titolo Alla ricerca della verecondia, difende la libertà illimitata dell'artista, e ammettendo in lui il diritto di tutto narrare e descrivere, purchè vero e sinceramente sentito, si meraviglia che il Chiarini sostenitore di Heine e di Swinburne contro lo zelo di severi censori, sia poi così aspro e violento contro Gabriele D'Annunzio.

Gli è che il D'Annunzio, in vari passi del suo Intermezzo di rime, ha violato certi confini che non si possono impunemente violare – gli è che l'Arte ha il diritto di rappresentar tutto, fino all'oscenità esclusive, ma non inclusive!

Il Lodi riporta il sonettoQuando risorta da quel bagno ecc. – calda pittura della bagnante che si distende per asciugarsi sulla sabbia, e qualificandolo per una delle descrizioni più nude dell'Intermezzo, mostra che in fondo non vi è nulla d'osceno, che pittori e poeti hanno già osato simili descrizioni, e in conseguenza si meraviglia della severità e della indignazione del Chiarini.

Ecco, se fosse esatto che questo sonetto sia una delle descrizioni più nude e procaci dell'Intermezzo di rime, Luigi Lodi avrebbe causa vinta, e il Chiarini sarebbe, per lo meno, uno scrupoloso.

La verità è che quel sonetto è una plastica pittura senza macchia di oscenità: e se tutto il volume fosse come quel sonetto, il Chiarini si sarebbe risparmiata la sua filippica.

Si provi il Lodi a citare testualmente, invece di quel sonetto, i versi di Venere d'acqua dolce che si leggono a pagina 65 dell'Intermezzo, dal veleno della lussuria fino al verso le labbra con i denti mi segnava. Citi questi dodici versi, e poi ci riparleremo: e il lettore spregiudicato dirà se il Chiarini ebbe ragione o no di alzar la voce contro un simile abuso dell'arte.

E sono simili eccessi, e non il sonetto della bagnante, che hanno strappato quella protesta al Chiarini. Non confondiamo!

«Io non difendo la libidine in arte (scrive il Lodi); la libidine è una malattia del cervello, un vizio dell'organismo; e tutto ciò che non è sano e sereno non è bello». – Parole d'oro!

Ora domanderei al Lodi come chiama la sensazione ispiratrice di Venere d'acqua dolce? Il poeta confessa sinceramente da che fu «il veleno della lussuria che gli si insinuò nelle carni a scuotergli i fianchi». Domanderei anche se quei raffinamenti di voluttà, se quei particolari erotici descritti con audacia inaudita di immagini e di vocaboli, son cosa sana e serena. E se mi fosse risposto di sì, allora domanderei che cosa s'intende per libidine, se Venere d'acqua dolce, se la seconda ottava a pagina 65, che sfido il Lodi a citar testualmente, ne sono esenti.

Il Lodi, che fa tante domande a bruciapelo al Chiarini e al Panzacchi, nei numeri 29 e 30 della Domenica Letteraria, vorrà perdonare se gli si fa questa discreta interrogazione.

– «Ma se il D'Annunzio quelle cose le fa, se sente l'amore così, perchè non deve poterle descriveredomanda il Lodi.

Incauta domanda!.... Con questa teoria si difendono anche i dialoghi dell'Aretino, il quale probabilmente praticava molto più del D'Annunzio ciò che poi descriveva e dialogava. Come! A qualunque eccesso della parola e del pennello dovrebbe essere scusa sufficiente, e motivo d'assoluzione, l'avere il poeta o il pittore fatto davvero ciò che racconta o dipinge?....

Ma ha pensato un momento il Lodi alle logiche ultime conseguenze di questa teoria?....

Egli afferma che il pubblico italiano legge senza scandalizzarsi e «senza recere» simili descrizioni. Io credo che s'inganni di molto. Da qualche tempo c'è anzi in tutta Italia (e si potrebbe provare per mille segni evidenti) una sazietà, un disgusto, una nausea – anche fra i giovani – di questa letteratura pornografica. C'è nell'aria un'eco generale di «basta! basta!» da Torino a Girgenti.

No, grazie a Dio, il pubblico italiano non è ancora diventato un Minotauro, a cui si debban servire i piatti più afrodisiaci e le nudità più procaci.

Il Lodi sostiene che «la nudità pervade tutte le forme dell'arte moderna: che in tutte le forme della letteratura, nei quadri e nelle statue, si afferma la GLORIA del nudo: che nessuno se ne lagna e si offende: che evidentemente il culto della nudità è diventato un sentimento comune».

Osservo, prima di tutto, che i veri capolavori, la cui fama dura, e non sparisce dopo due o tre anni di moda, i veri capolavori letterari ed artistici, anche dell'ultimo quarto di secolo, non hanno niente affatto tutta quella gloria di nudità, di cui parla il Lodi, Nemmeno lo stesso romanzo. A due o tre potenti romanzi di Emilio Zola, la cui voga è tutt'altro che in aumento, si posson opporre gli immortali romanzi naturalisti di George Eliot, la cui fama e la cui influenza crescono ogni giorno in Europaromanzi perfetti, specchio sincero della vita, e immacolati d'ogni pornografia. Le più notevoli ed ammirabili produzioni letterarie del tempo nostro, la Légende des siècles, gli Idilli del Re, l'Anello e il Libro, la Trilogia di Swinburne, Atalanta, le Odi barbare, non hanno ombra di pornografia. I più insigni pittori e scultori contemporanei, anche fra gli stessi francesi, non hanno mai prostituito il pennello e lo scalpello a rappresentazioni esclusivamente lascive.

È poi del pari inesatto che il pubblico non si offenda, non si lagni di certe nudità, e che il culto del nudo sia diventato un sentimento comune. Interrogate gli impresari sull'esito di certe commedie francesi più che scollacciatedomandate ai librai come va oggi la vendita di certi romanzi di Emilio Zola.... e poi ditemi dov'è questo crescente trionfo del nudo? Credete che oggi Nanà avrebbe cento edizioni? Ne dubito assai. E dopo le famose cento edizioni, come va che certi libri restan , passando in un anno dalla voga all'oblìo, dal boudoir al salumaio? mentre altri libri, senza nessuna gloria di nudo, Vanity Fair, Adam Bede, I promessi sposi, si leggono, si rileggono, si studiano, si traducono, si ristampano e si ammirano continuamente?

Gli è che nell'uomo è innato ed irradicabile un sentimento morale ed estetico che impone certi inviolabili limiti all'Arte.

Ma quel che io chiamo pornografia, indecenza, oscenità, è per il Lodi roba sana e serena: è, per servirmi delle sue parole, «una espansione universale del desiderio, un libero denudamento della carne serena, sotto il sole, in faccia alla gente che passa».

Auguriamoci almeno che nel nuovo regno pornografico, quando passeggeremo per le vie, fra la gente ignuda, si veggano degli Antinoi e delle Elene; altrimenti c'è da condannarsi spontaneamente a domicilio coatto, per evitar lo spettacolo di certe nudità scrofolose.

III.

Un arguto, temperato e credibile critico, il Panzacchi, scriveva pochi giorni fa queste giuste parole: «La sensazione erotica ha questo di particolare, che è di sua natura soverchiatrice. Quando essa signoreggia, tutte le altre sensazioni rimangon fiacche ed inavvertite. E questo spiega la monotonia dei nuovi poeti erotici. L'argomento li adesca e li trae con forza irresistibile: una espressione audace si converte in pungolo per cercarne un'altra più audace ancora.... e una volta giù per la china, si va fino in fondo.... e già siamo arrivati al punto che tutte le concessioni si riducono a una certa sinonimìa discreta che indulge agli ultimi bisogni della decenza fonetica».

Verissimo: la sensazione erotica è di sua natura soverchiatrice.

Vedetene una prova nel Peccato di Maggio del D'Annunzio. Il poeta comincia con una calda pittura di paese... passa alla pittura di voluttà acri ma descrivibili.... poi ascende con avide mani su pel dorso della bella giovinetta e lo sente tremare come un'arpa viva.... E fin qui, passi. Anzi, secondo me, la immagine dell'arpa vivente è ardita, ma bella, efficace, da vero poeta.... finchè – ecco il guaio! – finchè comincia a squillar nelle sue carni il peccato d'Eva e vinta si stende.... e il poeta sente le punte del petto di lei drizzarsi come carnosi fiori.... Non basta ancora: i carnosi fiori hanno sapore di latte e di mandorla, freschi sapori umani.

O Molière! Anche la pornografia ha il suo hôtel Rambouillet!...

E ciò che più irrita nelle novelle e poesie pornografiche che infestano oggi il campo letterario in Francia e in Italia, è la ricercatezza raffinata e barocca della forma, e la nauseabonda monotonìa. Stringi stringi, tutto si riduce a una più o meno velata pittura delle relazioni sessuali fra maschio e femmina. è punto iperbolica l'affermazione del Chiarini, che «questa letteratura sembra voler concentrare tutto l'essere umano in una sola parte del corpo che la decenza vieta di nominare».

I veramente grandi poeti non sono mai pornografici: come non lo sono i più grandi romanzieri. Solo qualche rara volta lo è il SwinburneByron non lo è mai, nemmeno nel Don Giovanni. Non lo è mai Goethe, Shelley, Burns, Schiller, il Leopardi, Tennyson. Il più gran lirico dell'età nostra, Victor Hugo, non ha scritto un sol verso che possa fare arrossire una giovinetta. La musa del più audace e forte tra i viventi poeti italiani, il Carducci, è una musa casta. Se il Musset ha qualche pecca pornografica, la ricompra e compensa e cancella con le ardenti lagrime delle Notti, con la pura e patetica elegia del Souvenir, coi versi in morte della Malibran. I due più grandi scrittori realisti e naturalisti, in verso ed in prosa, Roberto Browning e Giorgio Eliot, che hanno dipinto la vita in tutte le sterminate sue varietà, non hanno una sola pagina pornografica nei loro quaranta volumi.

I miei vecchi amici (pur troppo ho già dei vecchi amici) mi posson rendere testimonianza che fin dalla mia adolescenza (epoca Saturnia, Consule Planco) tutte le mie simpatie sono state sempre per ciò che in Arte vi è di più giovane ardito e originale. Io sono anzi per la libera rappresentazione delle realtà della Vita: per il realismo: ma quale lo intendono Goethe e Wordsworth, Burns e Heine, Dickens e Thackeray, Browning e Eliot: vale a dire per un'arte che studii e traduca tutte le realtà della vita – non una scena sola, non la farsa sola, o l'orgia sola e il delirio, il cariato e il mostruoso – ma anche il bello, il nobile, il patetico e il tragico del gran dramma umano: in una parola, per l'eterno realismo del vecchio Shakspeare che mi dipinge Ofelia e i becchini, la comare e Giulietta, Falstaff e il re Lear. Anche l'amore puro e il sacrifizio e il dovere sono realtà della vita. Perchè sopprimerle sistematicamente, per non dipingerci che la guenille humaine, per non descriverci altro che animaleschi connubi, e il delirio dei sensi sovreccitati?

IV.

A questa snervante femminilità, più da Serraglio che da Parnaso, bisogna opporre un'Arte maschia ed austerainvitare i giovani a ritemprarsi nelle vergini onde dell'antica poesia, a preferire le calme armoniche e caste nudità della Grecia agl'isterici contorcimenti delle etère parigine. Casta è la nudità, e casto è lo stesso amplesso d'amore in Omero e in Teocrito, in Sofocle ed in Virgilio; poeti grandi e forti, perchè semplici e sani.

Fra i moderni, raccomanderei più specialmente ai giovani lo studio di quei poeti che hanno ala potente e vasti orizzonti: i Goethe, gli Shelley, i Byron, i Victor Hugo, Browning, Whitman... tutti i pittori dei grandi spettacoli della Natura. Essi soli posson servire d'antidoto contro questa letteratura pornografica tutta intenta a colorire la sua collezioncina di fotografie di cocottes.

Sapete a che cosa più rassomiglia quest'arte pornografica? – All'arte gesuitica del Seicento e del Settecento, al rococò pomposo, agli svolazzi, agli svenevoli languori, all'orpello, ai luccichìi del Gesù e di Sant'Ignazio di Roma. Basta leggere un canto d'Omero o guardare una statua di Fidiasentir l'Ideale, sonante nel ritmo dell'esametro alato, o cristallizzato nel bianco marmo pentelico, per provare invincibile nausea di certe pitture asiatiche da basso impero.

Un'ultima considerazione, e, secondo me, la più importante. Questa letteratura pornografica, conseguenza o fòmite di sensuali delirii, è un oltraggio continuato alla donna. L'amore puramente fisico è egoista e crudele: brucia e consuma: strappando gli ultimi veli alla donna, ne fa quel che il Musset definì la meule à pressoir de l'abrutissement. Il pudore è nella donna ciò che per l'uomo è l'onore. La donna è una religione, contro la quale nessun sacrilegio rimane impunito. Infatti, dove sparisce la donna e sottentra la femmina, la famiglia più non sussiste.

E tale è la grandezza dei suoi destini, che più ella è tenuta e rimane in alto come poesia e come religione, più ella riesce operosa ed efficace nella vita pratica e giornaliera.

Ora a me pare che una letteratura la quale considera la donna come un materiale strumento di voluttà o come une machine à enfantement – la Vita come una pagana idolatria del piacere – e l'Arte come una rappresentazione di forme voluttuose e di voluttà – abbia in stessa la propria condanna, e certa cagione di inevitabile e prossima morte.

Se ciò non accadesse – se la letteratura pornografica trionferà su tutta la lineascrittori e pubblico saranno puniti nel loro stesso peccato. Le donne si vendicheranno della loro ignominia. Le cocottes diventeranno tiranne. Le Marneffe castigheranno gli Hulot... e la pornografia sarà punita da una capricciosa e dispotica pornocrazia.

Enrico Nencioni.

 

(Dal Fanfulla della domenica del 19 agosto 1883, n. 33).


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License