Luigi Lodi
Alla ricerca della verecondia

NUDITÀ E INVERECONDIA

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NUDITÀ E INVERECONDIA

(NOVITA POLEMICHE)

Cominceròpoichè la bontà nella vita mi piace quanto, e forse più, la nudità bella nell'artecomincerò dal ringraziare il Chiarini, il Nencioni ed anche il Panzacchi, che con me sono stati tanto buoni.

Quattro settimane fa, con la serena sfacciataggine d'uno scolaro irrequieto, buttavo giù dalle colonne di questa Domenica una manata di punti interrogativi tutti peccaminosamente impertinenti; li buttavo via per l'Italia, implorando una risposta, che sarebbe stata una lezione per me, e – che vale assai meglio – per molti ingegni che si affaticano nelle prime prove dell'arte. La mia superbia era grande, lo confesserò: confidavo che la risposta e la lezione mi – anzi ci – sarebbero venute dal Chiarini, il quale, per ufficio da lungo tempo esercitato, ha, purtroppo, dovuto piegar l'animo e fortificar la pazienza nell'insegnare ai ragazzi.

Invece – oltre ogni misura d'onesta superbia – anche il Nencioni ed il Panzacchi hanno voluto mostrare che le mie domande non erano del tutto inutili; hanno voluto, con affetto paziente, discutere le mie impertinenze, e, aggiungendo bontà a bontà, i due primi hanno scritto parole cortesi per me, mentre l'autore del Piccolo romanziere, – con non meno gradita cortesia – ha tentato di nascondere alla gente il nome di così grande e impudente peccatore.

Il quale si proverà ora a ribattere, ritornando a commettere il suo peccato, non per amore di sudiceria o per orgoglio maniaco; ma per il culto, coraggioso, e un po' anche doveroso, che ha serbato sempre alle sue idee, unica proprietà e consolazione più alta ed assidua della propria giovinezza.

Al peccatore pare che la serena confessione e la costanza del peccato siano la risposta più degna alla bontà di cui i tre uomini illustri lo hanno onorato.

Almeno, potranno dire: costui non è vigliacco; ha delle opinioni e le proclama in faccia a tutti, le difende anche contro noi.

*

*   *

E, compiuto il dovere, veniamo alla discussione.

Quattro settimane fa, dunque, io chiedeva:

«Quale e com'è la poesia porca

Avevo sentito il Chiarini invocare contro di lei l'opera vigile e ammanettatrice della Questura, ed io, che nel Codice non aveva trovato nessun articolo, nella collezione degli Atti ufficiali nessuna istruzione sull'argomento, impartita dal ministro per l'interno ai suoi agenti, mi andava ripetendo: «Assolutamente bisogna sapere quando un autore ha il dovere di consegnarsi spontaneamente al procuratore del Re; quando il lettore, da cittadino onesto, deve presentare formale querela e richiamare sopra un libro e sopra un foglio l'attenzione, disgraziatamente distratta, delle autorità».

V'è una letteraturachiamiamola così – oscena, e di lei so benissimo l'essenza e le forme: c'è una legge severa che la definisce con assai precisione e manda i suoi dilettanti, che sono puniti con lodevole sollecitudine, davanti ai giudici.

Ma quest'arte porca, che i magistrati lasciano tranquillamente correre per la Penisola, che i legislatori non hanno posta tra i reati, di cui si è sempre parlato in mille modi per mille diversi interessi, da tutti, ma che non si è mai giunti a precisare in qual guisa sia fatta, di che materia consista, quest'arte laida e perversa per cui il traduttore di Heine si commuove e si sdegna, quale è, e com'è conformata?

La mia domanda voleva una risposta sollecita e piena, se non altro per ragioni di pubblica utilità.

Ma i tre valenti scrittori non rispondono alla mia interrogazione limitata e precisa: essi mi rivolgono per contro dei ragionamenti vari e ricchi di erudizione, di sentimento, di critica, di morale; ma alla definizione esatta non arrivano; ma alla conclusione sola che a me pareva necessaria si ricusano.

Tuttavia, per la gravità dell'argomento, industriamoci alla meglio, cerchiamo, dalle molte descrizioni che i miei ammonitori fanno della gran colpevole, i caratteri suoi sostanziali, quelli che realmente costituiscono il suo reato.

Il Panzacchi dice:

– La poesia della libidine corrompe l'arte. La verecondia e la nudità non sono che parte accidentale della questione.

Il Chiarini e il Nencioni invece l'accusano unicamente per ragioni di verecondia e di nudità. Il primo scrive:

– L'arte invereconda toglie ai giovanetti la gagliardìa che debbono consacrare alla patria.

Il secondo sentenzia:

– L'arte nuda corrompe la religione della donna.

Andiamo avanti, chè non ci riesce ancora di capir molto: cerchiamo nelle dissertazioni dei tre critici qualche più chiaro contrassegno.

Donde è nata e da chi è stata commessa quest'arte che tante cose offende e tante persone?

Il Panzacchi risponde:

– È un'invenzione novissima: è incominciata, verso la metà del secolo, in Francia.

– No, ribatte il Chiarini, è antica: infatti debbo riconoscere che Orazio, Heine e Byron – la differenza di tempo e di luogo non è breve – un poco, fuggevolmente, ne fecero.

Ma il Nencioni entra di mezzo ed afferma:

– I veramente grandi poeti non sono mai pornografici; come non lo sono mai i grandi romanzieri. Byron non lo è mai, nemmeno nel Don Giovanni.

Continuiamo pure nelle nostre ricerche: se ci pare di trovare un po' di confusione, d'indeterminatezza e contraddizione al principio, alla fine troveremo la chiarezza, la precisione e l'ordine; la verità è una sola, e – vanno ripetendo da un pezzo – si fa strada sempre.

Il Nencioni nega che gli artisti amino ora la nudità e che il pubblico la guardi con compiacenza: l'arte sensualistica, assicura, volge irreparabilmente al suo termine fra l'abbandono e il disgusto di tutti. Però trova che il D'Annunzio scrive ancora de' bei versi, concepisce tuttavia delle immagini forti e delicate, ha soffio e movimento lirico.

Il Panzacchi di riscontro giudica che la lirica della libidine – egli non parla del romanzo e neppure della pittura – è oggi «in pieno rigoglio e mostra per tutto i suoi fiori lussureggianti al sole, e al capo della gente con gli acuti profumi di cui impregna per largo tratto l'atmosfera».

Il Chiarini, da ultimo e pel conto suo, nega risolutamente alle poesie del D'Annunzio ogni merito letterario.

Finiamo, dopo ciò, le indagini, i ravvicinamenti, i confronti: tanto non verremmo a capo di sentirci una buona volta definire che cosa è e dove fiorisce l'arte porca.

Uno alla nostra curiosità risponde che essa è soltanto un malanno per l'estetica; un secondo, invece, che è unicamente un pericolo alla gagliardìa della gioventù maschia; un terzo, che è singolarmente ed essenzialmente un oltraggio alla religione della donna.

Da una parte si scrive che è nata una cinquantina d'anni fa; dall'altra, che viveva ancora, benchè più debolmente, quando sfolgorava la maestà di Roma, da poco divenuta imperiale.

Vi è chi assicura che il Byron non fu mai pornografico, e chi lo ammette; chi trova delle cose buone nell'Intermezzo di rime, e chi non ve ne riconosce una sola.

basta: il Nencioni sentenzia che l'arte della voluttà precipita, il Panzacchi che è in pieno rigoglio: oh come debbo ritrovare io, e con me il pubblico e gli autori, la definizione che sarebbe utile ed urgente di avere?

Dalle ricerche e dai riscontri che sono andato facendo, un costrutto, però, intanto ho raccolto, ed è questo: che la poesia invereconda è infinitamente più potente, per gli effetti che produce, dell'altra, la sua opposta.

La Marsigliese, l'inno del Mercantini sono certamente liriche vereconde; ebbene, io so di parecchi – non molti – volontari nel Tirolo, che con la camicia rossa sulle spalle, con Giuseppe Garibaldi presente e l'inno del Mercantini sulle labbra, non sapevano vincere la resistenza austriaca; so di moltissimi, migliaia e migliaia di francesi, che a Sedan, a Metz, a Parigi, cantavano il glorioso ritornello della Marsigliese, e deponevano le armi.

Basta, invece, qualche sonetto, un centinaio o due di martelliani o di decasillabi, i quali si discute ancora se siano belli o no, se vi sia o no chi li legga, bastano essi perchè la estetica della nazione sia corrotta, la gagliardìa dei maschi sia tolta, la religione della donna sia profanata.

Evidentemente, secondo i precetti della eloquenza antica, quella di Demostene e di Cicerone, l'arte porca avrebbe ragione dell'arte pulita.

*

*   *

Ma a me non preme di provare molta abilità di polemica ai miei lettori: preme invece di risolvere una questione che riguarda l'arte e – parrà strano – la educazione civile del mio paese.

Confesserò dunque che, se una propria definizione manca in tutti e tre gli articoli che i tre illustri avversari della nudità hanno scritto, in quelli però del Chiarini e del Nencioni qualche più sicuro contrassegno, qualche più chiara indicazione c'è.

Entrambi, d'accordo, dicono:

– Il D'Annunzio nell'Intermezzo di rime, uscito ora, ha scritto delle porcherìe.

Ma però quando, subito di poi, vengono a dire dove e come il D'Annunzio le ha scritte, tornano a non andare più insieme e, per poco, non si voltano le spalle.

Il Chiarini, infatti, porta come documento della sua accusa venti o venticinque martelliani del Peccato di maggio; il Nencioni addita, senza attentarsi a riprodurla, un'ottava e un terzo della Venere d'acqua dolce.

Per tutto questo, mio povero e roseo Gabriele, sei stato svergognato in tutte le contrade d'Italia; per questo si è minacciata la pace dolce, legittima, consacrata dai costumi e dalle leggi, che ora godi; per questo, sul tuo capo ricciuto e biondo si è invocata l'eloquenza dei Pubblici Ministeri e la correzione del carcere cellulare! Forse vi è stato eccesso di severità.

Se non che, io non ho a fare il paladino a Gabriele D'Annunzio ai suoi ultimi versi, che – fra l'altre cose – mi paiono dei men belli fra quanti egli ha pubblicati da quattro anni in poi; io mi affatico e – come vedete – non mi diverto alla sudata ricerca di quella essenza così importante alla poesia, alla pubblica moralità e alla personale sicurezza dei poeti.

Il Chiarini ed il Nencioni hanno designati due punti precisi di lirica infame; vediamo pertanto che cosa contengono e come son fatti.

Per ordine, cominciamo dal Peccato di maggio.

L'autore immagina due giovani innamorati, belli, forti, che passeggiano per un bosco. È il plenilunio reo di calendimaggio: il sole trionfale discende, mentre dalla terra fresca, verde, s'alza, nella placidezza odorosa dei campi, l'inno della primavera. È tutto uno sbocciamento intorno: la grande risurrezione dell'anno. In lui scoppiano più ardenti, più acuti, gli ardori del senso: lei, fra tanta esuberanza di vita, ha la rivelazione di : è sopraffatta da un desiderio nuovo, da un tormento infinito di carne inappagata e intatta che scotta...

Ma sentite i versi:

– Io sono tanto stanca
ella disse, piegando ne la persona...

Oh come
si scoperse la gola tra l'onda de le chiome
e le iridi si persero, fiori ne 'l latte, in fondo
a 'l cerchio de le pàlpebre! Oh come il sen rotondo
sgorgò fuor de la tunica!

Io mi sentii su li occhi
scendere un denso velo; e le caddi ai ginocchi
e con avide mani su pe 'l suo torso ascesi,
e tremar come un'arpa viva il suo torso intesi.
Atterrita a quei subiti vibramenti d'ignote
fibre, ella con aneliti, gemiti, con immote
le pupille e la bocca dilatata, pendeva
su me. Ne le sue giovini carni il peccato d'Eva
squillava a gran martello, come sopra sonore
lamine di metallo: È l'ora de l'amore!

O voi tutti, vecchi e giovini, che custodite con religione d'amore e di gratitudine, come la più gagliarda e gelosa lirica della vostra esistenza, il ricordo dell'ora felice in cui una giovinetta, inconscia, vinta dal prorompere della sua vigorìa insoddisfatta, del suo affetto, dell'istinto umano superiore e benefico, si è abbandonata a voi stanca, oppressa, come non fu mai più bella; voi tutti che credete quell'abbandono, quella dedizione ineffabile, buona, fatale, una gioia squillante dell'anima vostra, badate al Chiarini che vi ammonisce: quel ricordo, quella lirica, quella gioia meno dimenticabili della vostra esistenza sono tante porcherìe. Perchè se il descriver tutto ciò in versi, il che vuol dire immaginarlo soltanto, è disonesto, a commetterlo in verità, in una notte stellata o sotto un sole di fuoco, deve essere assai ancora più turpe, più scellerato, più porco. E avete inteso; perchè si conservi robusta e cresca alla patria la gioventù che la deve onorare e difendere, queste cose non si hanno a scrivere, e molto meno quindi a fare. Oh, Origene!

Passiamo al secondo corpo di reato: un'ottava più un quarto e cinque sillabe. Il D'Annunzio – omai a ricopiare dei versi mi stancoracconta un bacio dato nel modo proprio del bacio vero. C'è una statua greca, ammirata in una pubblica galleria, di su le più pubbliche incisioni, in cui la rappresentazione è non meno esatta ed ha sincerità forse maggiore. Ma se un bacio non è dato in fronte, come nei romanzi di cavalleria gli eroi belli ed ingenui baciavano le vergini inconscie, e, purtroppo, clorotiche, se non è dato sulla mano, come ai monsignori, è una sconcezza e offende la religione della donna.

Dopo ciò, vi sentite ancora un galantuomo, o voi che mi leggete?

Io per me scampo alle rimembranze, alle curiosità, alla discussione, come gli eruditi alle questioni grosse: con una citazione.

Eccola qua, ed è di autore non mai sospettato quale corruttore dalla Corte del Re dalla Curia Romana: Michele de Montaigne.

Egli ha detto, molti anni fa:

«Qu'a fait l'action génitale aux hommes, si naturelle, si nécessaire et si juste, pour n'en oser parler sans vergogne, et pour l'exclure des propos sérieux et réglés

Che ha fatto, domando anch'io, dacchè, dopo questi molti anni che sono passati, le pretensioni di un certo pudore e le proibizioni di certa critica rimangono identiche?

Ci sono stati, ci sono e ci saranno dei pittori che hanno dipinto il tradimento di Giuda – il più abbietto dei tradimenti leggendari; degli storici che hanno narrate e debitamente documentate le turpitudini di Tiberio, le pazzìe di Nerone, le ferocie di Caligola; dei tragici che hanno messo sulla scena la passione ripugnante di Mirra; degli epici che han raccontato come un padre mangiasse i suoi figli; dei romanzieri che hanno descritto come una madre vendesse la figlia al maggior offerente; dei lirici che hanno dedicato le loro strofe al disertore, alla spia, al più furibondo assassino: tutte le brutture, le colpe, le anormalità dell'individuo si son raccontate, documentate, analizzate, conservate nei quadri, nelle statue, negli archivi, nelle storie, nei romanzi, nei poemi, di generazione in generazione, di secolo in secolo; ora le prodezze di Troppmann, di Pietro Ceneri, del Cardinali, si illustrano di vignette realiste sui giornali più ricchi ed eleganti: nessuno ha mai protestato, non si è mai indignato contro Tacito o contro Dante, contro Victor Hugo o contro i gerenti dell'Illustrazione, del Gil Blas o del Figaro; non ha mai invocata l'opera vindice della Questura.

È permesso dunque istruire i giovanetti in quanto l'uomo ha commesso di più sanguinoso, di più pazzo, di più stomachevole, di più codardo, durante tutta la storia dell'umanità; non è permesso accennare come la vita dell'umanità si consòli nell'affetto, si conservi nella moltiplicazione.

Documentare le sozzure di papa Borgia è, per esempio, nobile ufficio di storico civile; rendere omaggio di memoria all'amore che è sano, forte, necessario – è azione di iniquo e si deve scontare con la galera.

È logica questa? Se non che, osservate: la logica comune non presta ubbidiente il suo aiuto alla causa, in questo modo definita, della moralità.

La nudità ampia e serena, dice il Nencioni, non offende il pudore; ma è poi offeso dal racconto d'un bacio; e il Chiarini, per mostrarsi meno scrupoloso ancora, racconta come egli voleva lasciare al puttin di marmo, che è nella poesia del Carducci per il processo Fadda, anche quella cosellina che l'autore vi aveva messa ed il Martini vi tolse.

Ma perchè, mio buon signore, gli voleva lasciare quella cosellina, se poi gli era proibito il peccato reo di calendimaggio?

Oh, per me sto col Martini: dati questi precetti di morale, egli fu più giusto e conseguente tagliando via subito. Nell'infanzia il pericolo di morte è meno sicuro.

*

*   *

Comunque, osserverò che un grande progresso s'è fatto.

Senza ricordare più lontani esempi; non sono dieci anni che il poeta porco era il povero Praga, già morto, poveretto, di romanticherìa e di tisi; più tardi il porco divenne il Carducci, benchè, nota egli, ripetendo l'aggettivo, benchè abbia scritto l'Ideale e le Primavere elleniche; poi capitò al Verga, al Capuana, un po' anche al Martiniricordate: «Il peggio passo è quello dell'uscio» – e molto, moltissimo, ad Olindo Guerrini.

Ma allora s'invocava la morale, la rettorica e l'orror della carne.

Il Praga aveva dedicato delle strofe a una cortigiana morta di tifo; il Carducci, lasciando stare Satana e Dio, aveva dei gusti barbari di stile, così che in un epodo solenne diceva che il tradimento e la vigliaccheria a un certo punto della storia d'Italia s'accoppiavano pubblicamente in piazza in presenza del popolo; immagine del tutto contraria alla dignità dello stile lirico e al buon galateo: il Verga aveva narrato, benchè coperto di tutti i veli in cui si avvolge ora Tersicore dea al cospetto del pubblico, la passione d'un giovane d'ingegno per una ballerina, di quelle che si possono, con gloria dell'onestà, tirare in carrozza a forza di schiena, ma non si debbono amare: il Capuana era reo della Giacinta e della Fosca; il Guerrini, dei Postuma, dove per tutto trionfa l'amore sensualistico. Insomma: quale scrittore durante questo secolo non è stato per un poco porco? Anche al Manzoni rimproverarono la Monaca di Monza.

Ma allora si difendevano delle cose grandi e vecchie: la morale buona che non può consentire che una femmina perduta sia amata; la rettorica buona che non ammette trivialità; il candore delle modiste, delle cameriere, delle signorine uscite di collegio che alla vista di un puttin di marmo che mostrasse qualcosellina al sole si sarebbe d'un tratto offuscato e perduto; allora si era severi, ma logici: Victor Hugo, che aveva fatto rispondere in quel modo Cambronne, era un porco quanto Musset che aveva raccontato l'amore in tutti i modi.

Ora abbiamo una morale, una verecondia, un candore a prezzi ridotti, con diminuzione, almeno d'un tanto per cento.

– La nudità non entra nella questione, – scrive il Panzacchi.

E che importa la nudità al Nencioni? il sonetto del D'Annunzio, per esempio, che io citai quattro settimane fa...

Il Chiarini poi è anche più di manica larga: egli racconta che nel museo di Napoli vide il gruppo del satiro e della capra e non gridò subito: porco! all'autore, che certo non avrebbe sentito.

Si possono adesso dire tutte le cose che erano vietate dieci, cinque anni fa, e tornare a scrivere l'Eva o i Postumamagari! – senza che nessuno strilli: in faccia a S. Pietro si potrebbe mettere una bella femmina ignuda; si potrebbe anche in un angolo di Montecitoriosimbolo dell'ignoranza serenamettere un puttino di marmopurchè fosse assolutamente piccino e non si trattasse che di qualcosellina: il livello della moralità, insomma, si è abbassato, anzi è dato indietro, molto indietro. Ed in pochi anni!

Fra qualche tempo, un altro decennio al più, ci accorgeremo che in qualche luogo è sprofondato ritirandosi: per fermo non è più visibile.

E sulla fossa per dove sarà scomparsa quella miseria di pudore accademico, l'arte e la civile educazione della patria esulteranno, perchè quel giorno tutti noi, finalmente, saremo più sereni, più schietti, più nobilmente innamorati della bellezza e della vigorìa umana.

*

*   *

Perchè, signori miei, il Boccaccio era un porco? E le donne e gli uomini della Repubblica Fiorentina poco dopo appunto gli ordinamenti di giustizia, erano tutti porci?

Perchè, signori, l'Ariosto era un maiale, e come lui il duca e il cardinale d'Este, ogni gentiluomo, ogni dama che capitasse alla Corte di Ferrara?

Credete voi che il fiorentino abbia raccontata l'astuzia di Peronella o l'incantagione fatta alla coda della cavalla; che il ferrarese abbia rimate le maliarde seduzioni d'Alcina o le varie avventure di Giocondo, proprio per bassa compiacenza della volgarità sudicia e per vendere qualche copia di più del Decameron o dell'Orlando furioso?

E notate bene: le novelle di Dioneo erano narrate in una buona società del Trecento, quella buona società borghese della grande Repubblica che edificò tante chiese, ributtò l'Imperatore tedesco più durabilmente che non avessero fatto i Comuni lombardi, segnatari della pace di Costanza, ed infine instaurò la nuova storia d'Italia. Le dame sentivano Dioneo fare i suoi racconti nudi, e non iscappavano via.

Il canto d'Alcina e quello di Giocondo erano letti da messer Ludovico Ariosto, che dovette mantener fama di galantuomo se fu mandato a nettare dai ladri una provincia; erano letti in presenza del Duca, del Cardinale, delle dame, dei gentiluomini più cospicui di Ferrara, degli artisti più illustri della nazione. Il Cardinale, col suo grasso ghigno di prete, disse una volgarità famosa al poeta, ma chi uscì mai fuori a gridare: «Duca, fate arrestare costui?»

Così pertanto, signori, rinasceva e cresceva di bellezza, di ricchezza, di giocondità l'arte e la storia d'Italia, quando noi, come diceva quello a Gino, noi eravamo grandi e di dal mare e dalle Alpi non eran nati: così, con un sorriso luminoso, sereno, sicuro, il popolo nostro, benedetto di felicità, di produzione, di pensiero, toglieva al medio evo l'Europa.

Che grande giocondità d'opere e di vita in quei due secoli gloriosi della Rinascenza!

Nulla era vietato, nulla conteso, nulla celato; nessuna paura, nessuna falsità era imposta; solo l'amore della beltà e dell'ingegno regnava. Il mondo sentiva come la gioia sonante della nuova vita che riedificava.

Ma a mezzo il Cinquecento questa espansione solenne di letizia finisce, e l'arte e la fortuna della patria rovinano: è venuto giù da Trento un pauroso suono di preghiere barbare e di minacce: uno sgomento di persecuzione e di morte passa sopra la Penisola, sul cattolicesimo; escono dai monti incontaminati la censura, l'Inquisizione, la morale rigida e falsa, il Seicento, il Seicento tetro, abbrunato, piangente, che sopprime gloria e vita italiana.

Alle statue greche si pongon le camicie di stagno; sul Decameron si cala la falce purificatrice d'un frate fanatico ed ignorante; l'Orlando è squartato; posto all'indice il Machiavelli, e fra' Paolo Sarpi messo in premio al pugnale di tutti gli assassini.

La bellezza è peccato, la forza è peccato, la ribellione a tutte le servitù è peccato: ogni umana virtù è peccato.

Quando la civiltà riprende assai tardi il suo cammino e il suo lavoro, quando la filosofia e la poesia annunziano la rivoluzione, Diderot, Voltaire, Beaumarchais, Mirabeau scrivono delle novelle, dei poemi, dei madrigali, delle commedie scelleratamente glorificatrici della carne.

Perchè glorificare la carne significa innalzare l'uomo, nel sentimento della sua forza, alla sincerità della sua vita, alla giocondità operosa della sua mente.

L'uomo ritorni libero, superiore alle minacce, agli sgomenti, alla falsità che l'educazione cattolica per tre secoli gli ha depositato nel sangue; senta che, essendo amante e diventando padre, non compie atto vergognoso, ma adempie alla più nobile delle sue attività.

L'arte, quando era fiorente, narrava tutta sinceramente la vita del paese, ci dava la Commedia e il Canzoniere insieme al Decameron; insieme il Mosè e la Trasfigurazione, insieme l'Orlando e la Mandragora.

Ora noi siamo bene educati; viviamo nell'osservanza del galateo che un monsignore dettò e degli abati ricorressero: i critici dicono: oibò! alla carne, ai fiori, alle immagini ardite della lirica che ci rimane tuttavia; chiamano le guardie se un poeta immagina nuda una fanciulla stupendamente bella, e la fa baciare da un maschio innamorato più giù della fronte; gridano maledizione agli scultori che mettono qualche cosa al sole di quello che anche i puttini di marmo debbono avere; e se un romanziere narra l'amore come lo fantastichiamo, lo vogliamo, lo facciamo tutti, quando ci riesce, i critici ringhiano: la religione della donna è vituperata, la gagliardìa dei giovani corrotta.

Pertanto la nostra arte è falsa, come la nostra vita: dovunque trionfa il trasformismo morale e politico personificato in Sua Eccellenza Agostino Depretis.

Ebbene; io preferisco l'arte che fu messa all'indice, che fu maledetta, squartata, decimata: io preferisco l'arte che raccontava tutto; che tutto ciò che era umano credeva onesto e bello, ed era ricca e gioconda.

Così propriamente; io preferisco i letterati, la borghesia, le Corti dei Cinquecento a quelle d'ora: mi dànno torto il Panzacchi, il Chiarini, il Nencioni?

A qualcheduno, forse interesserà di saperlo. Per me tanto fa, anche se non mi dànno ragione: sto nella mia opinione e non mi credo un porco. Vorrei scrivere, come Zola, l'Assommoir, e combattere, come Mameli, per la libertà.

Luigi Lodi.

 

(Dalla Domenica letteraria del 26 agosto 1883, n. 34).

 


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