Giovanni Leonardo Marugi
Capricci sulla jettatura

PROSA PRIMA L'AUTORE, AVVERTITO, CREDE ALLA JETTATURA

CAPRICCIO I

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CAPRICCIO I

 

Non è già la Jettatura

Una larva, una chimera,

Come l'uomo si figura,

Cui fa notte pria di sera;

È reale, e l'ha provato

Un insigne letterato.2

 

Noi sentiamo in tutte l'ore

Il valor di tale agente;

Spesso mancaci vigore

Per colui che c'è presente,

E talora se ci guada,

Ritrovandoci per strada.3

 

Quel che piú fa meraviglia

È vedere che la sorte

Volgan anche colle ciglia,

Se le fan severe e storte,

Questi marci forsennati

Jettatori sciagurati.4

 

Vedi tu che dalla grazia

Del Sovran cade colui?

Forse credi la disgrazia

Provenir da fatti sui?

Non è ver, la ria caduta

Da quell'occhio è provenuta;5

 

Da quell'occhio che ripieno

Di furor invido e rio

Cogli sguardi di veleno

Quell'oggetto ricoprio,

Onde gito al Re d'innante

Li divenne disgustante.6

 

Quel mercante sen va giú,

Piú non frutta il suo negozio,

Che provenga, credi tu,

Dal volersi stare in ozio?

Non è ver, non è cosí:

Jettatore lo colpí;

 

Collo starvi sempre a canto

Il veleno l'attaccò,

E passando per il manto

Fin nel seno penetrò,

Diffondendosi pe 'l core,

Tolse a lui spirt' e vigore.7

 

Ecco quel letterato,

Nella polve sta sepolto,

Voglio dir ch'appena fiato

Se li vede in su del volto:

Ei combatte coll'inedia,

Né vi sta chi ci rimedia;8

 

Uomo pur di tanto merto

Non si cura, o si pospone?

Chi saprà di tal sconcerto

Dir la vera sua cagione?

Eh, la so, la so ben io,

Non è l'astro,9 e non è Dio.10

 

Quel maligno jettatore

Ha ripiena l'atmosfera11

Di malefico vapore,

Che in mirabile maniera

Riflettendosi, vi muta

De' potenti la veduta.12

 

Mira pur quel cavaliero,

Com'è pieno di coraggio!

Trova tu nell'emisfero,

Se potrai, altro piú saggio;

Giace questo anche negletto

Per il guardo maledetto.

 

Ecco la bella Fille,

Quanti pregi in sé raduna!

Quelle placide pupille

Son bersaglio di fortuna;

Collo sguardo l'avvelena

Quella turpe anfesibena.

 

Che dirai se fin le carte

Nella man ti muteranno?13

A guardar se mai ti stanno

Questi perfid' in disparte,

La partit' hai già perduta,

Non ti val ortica o ruta.14

 

Come vada quest'imbroglio,

No 'l comprendo certo, affé.

S'empie il mondo di cordoglio,

Né si può saper perché.

Quegli disse che si' agente

Ora occulto, ora patente.15

 

Ma, di grazia, li domando,

Perché mai se dieci o sei

Egualmente stan giocando,

Solo a tre gl'influssi rei

Di nemica immonda bestia

Recar debbano molestia?

 

E via su, lasciamo ancora

Questo punto senza dote:

Figuriamo che tutt'ora

Come il raggio che percuote

Terso specchio si modifichi,

Dagli oggetti si specifichi.16

 

Si conceda di vantaggio

Un incontro di vapori;17

Creda pur, se vuole, il saggio,

Che s'uniscan al di fuori,18

E per cert'antipatia19

Si corrompino per via.20

 

Che, perciò! dirai che 'l dado

O la carta si scomponga?

Pensi forse che di rado

Quel vantaggio si disponga

Perché solo il vapor tuo

Torna in te, con quel ch'è suo?21

 

Ben comprendo che quel tale

Su del fisico cagioni

Coll'afflusso suo bestiale

Languidezza e pedignoni,

Ma non già com'egli possa

Gir lontano piú dell'ossa.

 

Ecco dunque l'argomento,

Ch'a trattarlo come va,

Lo confesso, mi sgomento,

È difficile, si sa.

Pur dirò diverse cose

Che l'amico22 non espose.





2 Il chiarissimo D. Nicola Valletta (V. Cical. sul fasc.).



3 Una infinità di casi si potrebbero rapportare: molti se ne adducono nell'opera citata. Noi li trascuriamo perché non l'ignora «Qui mores hominum multorum vidit et urbes».



4 Si vedrà molto bene in appresso.



5 Non sempre è ciò vero: per lo piú i Clementissimi Sovrani sono da potenti ragioni costretti di farlo. Qualche volta però vi ha parte la jettatura senza alcun dubbio.



6 Non v'ha chi ignori il potere che tiene su lo spirito nostro la costituzione delle nostre parti. Ognuno sa come quello venga a prendere diversi stati dalla diversa posizione del corpo. Titiro ripete la genialità di cantare la sua bella Amarilli dall'agio e tranquillità che gode:

O Meliboee, Deus nobis haec otia fecit.

Lucrezio con energia ce lo fa chiaro a vedere in que' versi:

Corporis haec quoniam penetrant per rara, cientque
Tenuem animi naturam intus, sensumque lacessant.

E basta conoscer un poco se stesso per rimanere convinto. Noi siamo ilari, franchi, coraggiosi, e di conseguenza compiacenti, se ci sentiamo una esistenza facile, e scevra di mutazioni moleste. Tutto all'apposto, se accade il contrario. Gl'ipocondriaci non sono diffidenti, timidi, sospettosi, meno socievoli, che a misura che sentono la difficoltà della loro esistenza. Quanto piú difficile questa, piú si teme di perderla. Qualunque impressione che può minorare la percezione di una esistenza fluida, è permanente, potrà recarli noia, e diffidenza. Lo spirito nostro è a tal foggia coniato, che fugge naturalmente ciò che lo molesta e l'invade. Epicuro molto bene lo espresse: «... Nil aliud natura latrare nisi cui / Corpore sejunctus dolor absit, mensque fruatur / Jucundo sensu cura semota metuque». L'occhio malefico ha la proprietà d'infettare di veleno quello che guarda con attenzione maggiore, come piú chiaro si scorgerà in appresso. Que' raggi dunque, quel non so che sottilissimo, che, dipartendosi dagli occhi del jettatore, ferisce l'affascinato, per una particolare virtú vi si attacca, e lo ricuopre di un fluido molesto e noioso. Cosí ridotto, appressandosi questo ad uno non molto stupido, sensibile riesce. Questo è che un jettatore annoia senza manifesta ragione colla sola presenza, e lascia dietro all'affascinato del peso, della noia, del fastidio, da non togliersi che con una opposta virtú, cioè colla vista di un oggetto benefico, amabile, gioviale, che ricrea cogli occhi, espresso molto bene dal Petrarca:

E 'l Ciel di vaghe, e lucide faville
S'accende intorno, e 'n vista si rallegra
D'esser fatto seren da begli occhi.

Ed altrove:

Pace tranquilla senz'alcun affanno,
Simile a quella che nel Cielo eterna
Move dal lor innamorato riso.



7 I popoli del settentrione sono coraggiosi, industriosi, diligenti, per la robustezza della fibra e per la copia de' spiriti pronti e vivaci che conservano; tutto al contrario gli orientali: questi non innovano, non pensano, non operano. I Siamesi costituiscono la loro felicità in non far nulla. Foe, legislatore degl'Indiani, diceva: «abbiamo occhi ed orecchi; ma la perfezione consiste nel non vederesentire: una bocca, due mani, ma la perfezione è che queste membra si trovino nell'inazione». Tanto si è avanzata loro siffatta idea di perfezione, che chiamano l'istesso Ente supremo Panamanack, cioè 'immobile'. Tutto effetto di mancanza di spiriti e di debolezza di organi cagionata dal clima. Quegli'istessi effluvi che colpiscono adunque il cortegiano, feriscono egualmente il mercante, ed infettandol' il sangue, il core, gli spiriti, lo rilasciano, lo indeboliscono, e lo rendono meno coraggioso. Quindi fugge l'industria, l'azzardo, che è quello che ingrandisce il negozio.



8 «Povera, e nuda vai filosofia, / Dice la turba al vil guadagno intesa». E ripeterà spesso con affannose voci: «Et mea / Virtute me involvo, probamque / Pauperiem sine dote quaero».



9 È noto quanto si dice sull'astrologia giudiziaria. Sonovi de' visionari che vogliono tutto ripetere dagli astri. Il Petrarca cantò: «Il mio fermo destin vien dalle stelle / Non mio voler, ma mia stella seguendo». Sotto una infelice costellazione, spesso si ascolta, è colui nato, se al di lui merito il premio non corrisponde. Fanatismo da non perdonarsi. Le grandi rivoluzioni degli astri, le nuove comparse delle comete, e le innegabili scoperte fatte de' corpi celesti avrebbero dovuto seco loro mutare l'ordine, la serie, l'esistenza, la natura de' mali e de' beni, e far questi vaghi non meno che gl'istessi pianeti.



10 «Dum vitant stulti vitia in contraria currunt». Cosí è accaduto a que', che sono nimicissimi del fato, della forza delle stelle in dirigere le azioni nostre. Vogliono al contrario ripetere tutto immediatamente da Dio. Filone fu il primo, o chiunque Autor fosse di quel libretto de Mundo, ad Aristotile attribuito, che suppose le cose create, ed in particolare gli uomini, simili a quelle macchine di legno che si agitano e si scontorcono qua e con curiosi movimenti: «Ducitur, ut nervis alienis mobile lignum». Né piú né meno. Iddio per costoro è il Maestro, che, occultamente, con forza e moto a noi ignoto ci piega, ci dirizza, ci volge a piacere. Sono noti gli errori ne' quali urtati sono questi talenti bizzarri. Io non vi aggiungo una sillaba.



11 È provato che noi traspiriamo. L'atmosfera si carica di particelle che tramanda il corpo nostro.



12 È certo che costantemente osserviamo negletti per lo piú i meritevoli, e sollevati all'incontro coloro «I quai fuggendo tutto il Mondo onora». Ciò si ripete comunemente dalla sfrontatezza colla quale questi agiscono, e dalla timidezza di quei. Non posso per la verità opponermi. La modestia delle anime ben formate li fa restare nell'oblivione, dove al contrario gli spiriti leggieri, e privi di lumi, non fondando che nell'arditezza, affrontano con gran faciltà: nulla questi azzardano, non avendo che perdere; per conseguenza lo ripetono tante volte finché li vien fatta di dare un salto. Quantunque ciò sia generalmente vero, non si può per altro negare che gran parte ne avessero eziandio i jettatori, che riguardano per lo piú con attenzione que' che si fanno per le virtú proprie ammirare, e non que' che prima di mettersi sul candeliere sono col profano volgo confusi. I perfidi, riempiendo di malefici vapori il corpo de' sennati uomini, li rendono meno piacevoli, meno amabili, meno plausibili agli occhi de' potenti, però sembrano incolti, impuliti, austeri.



13 Questo sembra un paradosso. Ma quanti paradossi non osservi tu nelle cose naturali «Tempora si, fastosque velis evolvere mundi?». Un tale Alessandro Maltesio col solo appressarvisi cangiava alle carte la figura in mano de' giocatori, secondo il Del Rio e secondo Bodin. Un altro denominato Tre scale cambiò in un mazzo di carte il Breviario di un Parroco. Forza di magia, consenso col Diavolo? Oibò; simili pensamenti non sono piú di stagione. Io, giocando, ho provato e provo sempre la forza invincibile della jettatura. Non mi giova accortezza, non mi vale il penetrare nel gioco, ho da perdere, ho perduto, e tengo per certo che perderò sempre giocando. Benedetti jettatori!



14 In seguito diremo come tali piante si credano di rimedio alla jettatura.



15 L'anzidetto chiarissimo Autore D. Nicola Valletta (l. c.).



16 Sono abbastanza note le teorie de' colori. Con replicate osservazioni è stato dimostrato che i raggi di luce tengano una diversa riflessione e refrangibilità. I filamenti, de' quali il raggio solare è composto, cadendo tutti nella stessa maniera sulla prima faccia del prisma, perché paralleli tutti, e dopo la refrazione dividendosi, come si sperimentano, dimostrano la diversa refrangibilità che hanno. Le superficie de' corpi hanno le loro piccole parti trasparenti, come tante sottili laminette, ond'è che i raggi battendo sopra di queste, secondo la densità delle parti e refrangibilità de' raggi saranno in modo diverso riflessi e rifratti. Ecco dunque la diversità de' colori dalla particolare disposizione delle parti de' corpi. Non possiamo dire lo stesso della jettatura. Non v'ha dubbio, ogni forza viene a produrre l'effetto in ragione inversa degli ostacoli, ed ogni azione si modifica a proporzione delle qualità del soggetto che la risente. Se io spingo un corpo, facendolo cadere per la perpendicolare, e si trovasse un piano inclinato, prenderà per quello la direzione, se un forte sostentamento non si muove e se nessuno va per la perpendicolare per la quale venne spinto. Piú. Se urta in un corpo duro, o elastico e fisso, si riflette, formando l'angolo di riflessione eguale all'angolo d'incidenza. Se in un corpo posto in moto, si muovono tutti e due diversamente, secondo l'urto che si fa diverso. Una medesima forza, un'azione medesima produr può tante direzioni, moti, ed effetti diversi. Non possiamo dire lo stesso della jettatura? In appresso si farà vedere consistere la medesima in certe particelle piú o meno tenuissime, emanate dal corpo del jettatore. Dunque dovranno produrre il loro effetto colla forza che hanno: se meccanica, si modificherà colle leggi meccaniche; se fisica, colle leggi fisiche, ma sempre però secondo gl'incontri, le direzioni, le predisposizioni che trova. Ciò posto: chi non comprende che tutte le cose che ci attorniano, cominciando dalla piú minuta spilla sino al piú grosso pancone, dal piú tenero bambino sino al piú antico avolo, dalla piú leggiadra ninfa sino alla piú sozza vecchiaccia, possano riflettere, o rifrangere, dirò cosí, il raggio della jettatura, e menarcelo sopra per diretto, o traverso? Piú non vi deve recar meraviglia, se vedete ad una caduta di carta, un cambio di lumi, l'assenza o la presenza di questa o quella persona, il sito, che prendete diverso, rivoltarvisi la sorte. Forse quel piccolissimo ente a guisa di specchio dirigeva e conduceva, come si vedrà in appresso, su di voi gli effluvi di quel jettatore: però tolto, o mutandosi di sito, li fa andare su di un altro, lasciandov'immune, e tutto al contrario.



17 Io amerei che si facesse distinzione tra vapore affluente ed effluente. Chiamo affluente quello che va verso il jettatore, scappando dall'oggetto che questo rimira; effluente poi quello che scappa dal jettatore medesimo. Questi opposti flussi di vapori ci possono dar lume per spiegare con piú di precisione la jettatura.



18 Il punto d'incontro determina la jettatura. Diamo che il vapore affluente non giunga ad unirsi coll'effluente; allora, diradandosi quello sempre piú, niun effetto produce. Non cosí se accade simile incontro. Due casi quivi si possono dare, o che tali vapori sieno omogenei, o tutto al contrario. Nel primo caso non può nascerne alterazione per minima che si fosse, per conseguente uno non offende l'altro, quando anche fossero ambi jettatori: «Perché non mangia il corvo, e manco il cane / Della sua propria spezie la carogna / Cosí disposte son le cose umane». Nel secondo caso si urtano, si repellono, si decompongono, si alterano. È abbastanza nota a' fisici siffatta teoria.



19 Antipatia suona lo stesso che repulsione, o affinità negativa. Cosa molto bene stabilita.



20 I corpi si corrompono coll'alterarsi e scomponersi.



21 Il pianeta primario gravita su del secondario, non meno che questo su di quello. Questa è la legge di attrazione. Posto il ferro e la calamita sopra due pezzi di sovero nuotanti nell'acqua, si vengono all'incontro con velocità reciproca al loro peso; e posto che fosse quello infinitamente maggiore, la calamita si vedrà correre verso di quello. Che voglio dire perciò? Eccolo. Ogni corpo ha dell'attrazione colle sue proprie parti, e gli effluvi non essendo che quelle medesime, cogli stessi suoi effluvi. Noi facilmente ripigliamo dall'atmosfera ciò che avevamo traspirato. Or se il peso che ha uno ai propri effluvi è relativamente maggiore di quello che tiene il jettatore ai suoi, allora ritirerà tali vapori, e resterà ammalato; in contrario, il jettatore ne rimarrà offeso, perché graviteranno verso di lui. Ed ecco perché li jettatori sono irrequieti, come diremo ne' segni. E possono rimanere jettati da persone che non sono jettatori, accadendoli come a' Pifferi di Lucca; ma questa jettatura per loro è momentanea, e non serve che ad aizzarli maggiormente e renderli piú fieri. Il di loro corpo malefico per natura non risente che piccolissime mutazioni da quello che li sopravviene. È questo poco differente dall'indole delle di loro parti; ma non cosí si può dire di quelle del jettato. Ed ecco la ragione perché li jettatori talvolta si scagliano contro di una persona innocente; tentavano di jettarla, non l'è riuscito, ne hanno risentito l'effetto, e si sono inferociti contro.



22 L'Amico molto eruditamente e da vero filosofo ha esposto quanto si poteva dire sulla jettatura, come chiaro apparisce, dandoseli un'occhiata. Si tratta dunque di quello che ha progettato, avendo egli mossi piú dubbi, gettati alcuni lanci sull'argomento.



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