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ESISTENZA DELLA JETTATURA MORALE.
Questo sí, che mi fa voltolare il cervello come un molino! Dunque la jettatura ha da colpire la volontà degli uomini, ha da sistemare le azioni umane, ha da dirigere in siffatta maniera gli accidenti, che qualche discapito arrecar debbano agli affascinati? Per Bacco, che se una infinità di fatti irrefragabili non me la dimostrasero piú certa de' baffi de' musulmani, io mi dichiarerei all'opposto, stando piú duro degli ebrei medesimi. Voi, mio signor D. Nicola, l'avete sperimentata tale, ne avete scritto, ne siete persuaso; io, benché fui sin'ora eretico, come dissi, mi dichiaro convinto, pentito all'in tutto, e fedele seguace di chi scrisse que' libracci comperati da Gellio ne' Brundusini lidi, piú che non sono i domenicani di Aristotile. Credo, e fermamente credo, che siavi una forza insita negli uomini di agire a vicenda e regolare le azioni loro, non meno che regolati vengono i moti de' pianeti della gravità che conservano. E chi sa che i tanti inviluppi alla giornata insorti a mio danno, provenienti tutti o dall'altrui volontà, o dalla mia non risoluta, e se risoluta non eseguita, principio non prendano da tremendi jettatori, che co' malefici influssi o fanno me travedere, ovvero, operando, gli altri a danno mio dispongano?
Temo, e forte io temo, che una stregaccia informe, la quale per disgrazia mia sta ritta sempre come un fuso rimpetto la mia loggia, me la stesse in tutte l'ore a jettare. I disastri che a fascio piombano sul capo mio me lo danno chiaramente a vedere. Non sono tre mesi che questa bestiaccia immonda mi cova, ed ho perduto senza colpa la grazia della mia Nice, la corrispondenza di un amico che poteva giovarmi, le speranze su d'un interessante affare, e per maggior tracollo è fuggito di notte da mia casa, col figlio e la moglie, il mio servitore, lasciandomi in asso e coll'obbligo di rifare alle truffe che mi ha fatte il medesimo. Si può combinare di peggio? Piú volte bestemmierei come un rinegato quel punto che venni in questa casa, ad incontrare sí fetida arpia che piacere ha di starmi ogni momento a guardare. Ed oh quante volte ripeto:
… perché non mi ruppi il collo
Quand'io mòssimi a far questa pazzia?
Era meglio per me l'ultimo crollo.
Cosí è. Gran potere ha la jettatura nell'ordine delle cose! Svelle, rovina, porta seco i vantaggi altrui piú che il turbine non fa delle piante: colpisce, precipita, riduce in polvere piú che i fulmini non fanno degl'individui su' quali piombano. Oh quanto giusta e desiderabile cosa sarebbe che il Governo prendesse le rette misure per iscoprire i jettatori e, come si faceva un tempo de' calunniatori, li bollasse con un ferro infocato per avviso de' riguardanti:
Né sia chi lor facci la scusa,
Che gli atti non fur bei, disse la volpe
A quei che la mostrar dov'era chiusa.
Ma voi pensate a proposito; chi non crede alla jettatura, si diletta della medesima: lo ripeto anch'io, e lo ripeterò di continuo. Que' saccentuzzi, che, accavalciando le gambe, sbruffano da per ogni parte, e sputando tondo chiamano noi creduli e superstiziosi, o sono marci jettatori o, sollevandosi a guisa di palloni, credono non esservi cosa di piú, oltre la loro veduta:
O curvae in terra animae, et caelestium inanes!
Chi ardirà confinare fra stretti limiti la natura? Chi vorrà essere cosí stolto di credere tutto spalancato a' suoi piedi? Chi potrà negare finalmente il flusso e reflusso del mare, l'attività del fuoco su de' corpi, la tendenza della calamita al ferro, l'affinità de' liquori, l'esistenza del moto, le precipitazioni, le fermentazioni nelle misture, cento e mille altre cose che osserviamo, sperimentiamo, tocchiam con mani, e ne ignoriamo le cagioni? Qui siam d'accordo, mio caro amico, e lo siamo a meraviglia. La brevità della nostra mente non ci lascia penetrare gli abissi ne' quali è la natura involuta. Noi ci troveremo sempre:
Com'uom che per terren dubbio cavalca,
Che va restando ad ogni passo, e guarda.
Vi ricordarete voi, mi ricordo io, e questi barbagianni che negano la jettatura, D. Paolo Moccia nostro concittadino. Egli si equilibrava cosí bene nell'acque marine, che dalla sola natura guidato galleggiava nel mare come un sòvero. Voi senza dubbio avrete letto del Colapesce, nato nel Molo piccolo, e come altri vogliono in Messina: a detta di Alessandro d'Alessandro, era stato dalla natura formato colle squame sulla pelle a simiglianza di pesce, per la qual cosa detto fu Colapesce. Or questi faceva de' lunghi viaggi per mare senza mettervi alcuna industria o arte; guizzava appunto come i pesci. Vi morí finalmente nel Faro di Messina, divorato, come dicono, da fiere marine. Quanto se ne dové dire allora! Quanto se n'è detto in questi ultimi tempi! Lo rimembrate? Chi in tanto ne ha scoperta la vera cagione? Niuno per certo. Sarebbe lodevole di negare il fenomeno, che ad occhi veggenti si vide? E sarà giusto negare la jettatura morale, che tutto dí sperimentiamo, quando anche non se ne penetrasse la cagione? Sarebbe stranezza, ignoranza, pazzia. Regola, mi si permetta dirlo, regola, la jettatura, i nostri movimenti, e sino la volontà medesima. Voi per altro ne siete persuaso; non lo sono però questi nostri barbassori. Permettete che per un momento mi distaccassi da voi, e col lume chiarissimo della filosofia facessi loro vedere esservi:
«In vacuo basiliscus antro».