Giovanni Leonardo Marugi
Capricci sulla jettatura

PROSA TERZA ESISTENZA DELLA JETTATURA MORALE. PRINCIPI ED EFFETTI

CAPRICCIO III

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CAPRICCIO III

 

Su n'andiamo al metafisico,

Che vedest'insino ad or,

Quanto mai possa nel fisico

Il malefico vapor.

 

Quel cervello palpitante

Il soggetto ne sarà;

E l'effetto stravagante

Solo si scoprirà.

 

Vuoi veder se dico il vero?

La tua lente prendi su,

L'accompagna col pensiero,

Se vorrai veder di piú.

 

Quell'imbroglio vascoloso

Ha nel mezzo un non so che:38

Che sia germe luminoso

Ha creduto un uom di .39

 

Egli s'agita, si schiude

E s'accende; non si sa

Per qual magica virtute

Si diffonde qua, e .

 

Quelli fili ben sottili,

Che natura li formò,

Son canali tutti eguali,

Per quel lume che creò.40

 

Vedi tu, che convergenti

In un punto van finir?41

co' moti lor lucenti

Son la mente ad avvertir.42

 

Alto qui, per ammirare

L'esattezza che vi sta:

Un potere singolare

Ha la mente su quei .

 

Ad un "voglio" ferma e move,

Li scompone tutti ancor;

Ad un "voglio" spinge altrove

Quell'elettrico vapor.43

 

Il cervello è cosí fatto:

Può que' tubi assomigliar,

Come accendons'in un tratto

Se si vanno ad accostar.44

 

Può cosí per forza ignota

Su dell'alto fare azion:

Basta sol che si percuota,

S'elettrizzi a perfezion.

 

Questo fa l'invidia rea,

Questo fa lo rio furor

Quand'accendesi l'idea,

Il cervello è tutto ardor.45

 

In un'attimo si parte

Dal suo centro quel non so;46

Da per tutto si disparte,

E frenar piú non si può.47

 

Son le voci, son i gesti,

Sono i sguardi del voler48

Tanti mezzi, tanti appresti,

Che lo guidan a piacer.49

 

Se mai vanno ad un diretti,

Per l'analoga virtú

scompongono gli affetti

E li tiran tutti su.50

 

Ecco , che quel potente

Non si sente piú tirar

A quel placido sapiente,

Che la corte li sta a far.

 

Il malvagio jettatore

Gli ha attaccato il suo desir,

Fa co' sguardi di furore51

Le speranze inaridir.

 

Ma la cosa sorprendente

Veramente sai qual'è?

Si rivolta il paziente

Colla mente contro sé.52

 

Il meschino piú che mai

Si vorrebbe annichilar;

Si figura che sol guai

Ei si venga a meritar.

 

Ah, l'effetto è di quel guardo

Che lo svolse e l'investí:

Assai piú ch'acuto dardo

Nel cervello lo colpí:53

 

Questi effetti, mi figuro,

Nelli tempi di Mosè

Provenienti da scongiuro

Si credèro forse, affé.

 

Sono tutti naturali

Per i baffi del Muftí,

Gli producon que' cotali

Che la jettan tutto il .





38 Questo è il sensorio comune. Io non intendo qui disputare; so molto bene che il Signor de Buffon crede all'opposto. Suppone la sostanza del cerebro insensibile all'in tutto e presso che inutile, e per non negligentarla affatto la chiama terreno, che presta ai nervi del nutrimento. Il centro del sentimento per lui è il diaframma, e ciò per la sensibilità che ci ha osservata. Ma «L'Auditor non ha data sentenza».



39 Questi è Boneto. L'ipotesi è bizzarra. Forse l'ha esposta dietro le tracce di Leibnizio. Suppone il sensorio comune una sostanza somigliante alla luce. Lo chiama germe indestruttibile, che esista fin dopo la morte, e che la risoluzione altro non sia che un nuovo sviluppo di esso. Io non so cosa mi dire. Accordo l'esistenza di alcune particelle sottili, volatili, spiritose, diffuse dal cerebro alle parti, e convengo coll'abate Nollet, che sieno simili alla materia elettrica, che presso a poco è l'istesso di ciò che dice il Signor di de Sauvages, cioè che sia fuoco elementare attaccato alla parte zolfurea.



40 Questi sono i canaletti nervosi destinati al passaggio di quel sottilissimo fluido.



41 Da tutte le parti nostre si diramano nervi che vanno a finire in un punto. Se questo fosse, come immaginò Cartesio, la glandola pineale, o qualche altra parte, io non devo qui questionarlo.



42 Le sensazioni si spiegano diversamente. Chi le ripete da un certo moto, una certa ondulazione de' nervi medesimi, e chi da un'impressione fatta degli spiriti animali nel cerebro: «Optio tua est; utram harum vis conditionem accipe».



43 Questa è la legge che osserviamo posta tra l'anima ed il corpo. Altrove, in argomento piú serio, si è da noi dimostrato aver l'anima un potere assoluto su del corpo sino a scomponerne, mutarne le parti, ed abbandonarle quasi interamente: «E la virtú che l'anima comparte / Lascia le membra quasi immobil pondo».



44 Dall'aver supposto ne' nervi una materia sottilissima simile all'elettrica, si deve credere un effetto anche simile a quello che si osserva ne' tubi elettrizzati. Notissima è la teoria di questi, però nulla di piú dico.



45 I temporali elettrizzano le spranghe esposte all'aria libera. Il moto e lo strofinamento manifesta l'elettricità. Il cervello nostro montato in furore, e piú se in furore invidioso, eccita e move la materia che lo anima. E chi sa che, nascendo ivi dello strofinio negli atomi componenti, non succeda lo stesso di quello che vediamo avvenire ne' tubi? Il furore è un vero temporale, e l'invidia una interna sensibilissima rosione: «L'invidia figliol mio, se stesso macera». L'invidia, se diretto miro, è un odio palliato: l'acquisto di un bene s'invidia, se si odia il soggetto che l'acquista. Cicerone definí l'odio per ira inveterata, e difatti seguela dell'invidia è l'ira ed il furore. L'invidioso vorrebbe far sparire l'altrui bene. È questo un pungolo che lo molesta di continuo: vorrebbe liberarsene, e non potendo, al minimo urto, alla minima impressione che viene ad eccitarli l'idea, salta in furore, e per poco non diventa maniaco. Uno sfrenato invidioso di che non è capace? In tante e diverse azioni e resistenze fatte nel cerebro, alla rappresentazione di questa o quella idea, in tanti e contrari moti, che suppongono grande azione, credete voi, che non debba esservi dello strofinio e dello sviluppo della materia elettrica? Pensate! Basta stare in osservazione, e mirare i sguardi, che lancia un invidioso, a stracciasacco, come si suol dire. Ne abbiamo una dipintura presso Omero: τὀν δ'ἄρ υπόδρα ἰδὼν προσέϕηVibrò a traverso un fiero sguardo, e disse»). Ed a meraviglia esprime il bollore, l'effervescenza, in una parola l'elettricità sviluppata nell'ira, ed effluente dagli occhi con quel verso ἐστεδέ οί πυρί λαμπέτωντι έἰϰτην che traduce Poliziano: «Instar erant ardentis lumina flammae»; e Virgilio: «Stant lumina flamma». Dante, descrivendo Caronte montato in furore, per avere a traghettare un vivo, cosí dice: «Quinci fur chete le lanose gote / Al nocchier della livida palude / Che intorno agli occhi avea di fiamme rote». E poco dopo chiama i di lui occhi Occhi di bragia. Ovidio stesso cosí ci descrive gli occhi di un irato: «Ora tument ira: nigrescunt sanguine venae: / Lumina Gorgoneo saevius angue micant». Osservate adesso l'invidioso preso dal parosismo. Ed ha mobilissimi gli occhi, non sa fissarli un momento; si morde il labbro, batte le mani, calpesta la terra, ecc. Pensate quale strofinamento dovrà esservi nel cerebro in tanti moti opposti ed evidenti. Vi dovrà essere senza dubbio in una avanzata maniera. Ho dovuto diffondermi in quest'annotazione, dipendendo da siffatto principio la spiega del fenomeno che abbiamo per le mani.



46 È nota la celerità colla quale si porta la materia elettrica. Questa, schiudendosi, da quel punto dove si trova rintanata in meno che si pensa si move, si parte, e si diffonde.



47 Non è possibile piú frenarla, se si è sviluppata. In quell'atto il cervello è un vivo vulcano, e volerne impedire le fiamme è lo stesso che tentar l'impossibile.



48 Sguardi del volere intendo quelli dati non a caso, ma da una determinata volontà.



49 Chi non sa l'efficacia degli sguardi, delle parole, dei gesti animati dalla vivacità degli spiriti? Capaci sono questi di spingere direttamente quel sottile che li anima ove vengono diretti. In una foltissima brigata non ricercano che quel punto bramato dalla volontà.



50 La dottrina dell'idee associate ci cava fuori dal laberinto. Un piccolo segno, un indizio minuto può mille idee eccitarci in un punto, che erano prima come riposte e non vedute. Accade a noi come ne' fuochi d'artificio: una piccolissima scintilla accende in un momento tutta la macchina. Un urto minimo dato su d'una corda all'unisono coll'altra, oscillano tutte e due di concerto. Colpito un filamento nervoso, gli altri che sono all'unisono si risentono, e rappresentano le idee che sono associate o analoghe tra loro.



51 Le impressioni sono sempre come la forza e la figura del corpo che le produce; passa sempre una certa relazione tra l'impressione e l'oggetto imprimente. Questo è che riguardando un oggetto con occhio di tenerezza, di amore, se il riguardato è sensibile, non può, quasi dissi, non cadere nella medesima passioneCynthia prima suis miserum me coepit ocellis»). Udite come si lagna la povera Fiammetta del Boccaccio: «Non altrimenti che 'l fuoco se stesso d'una parte in altra balestra, una luce agli occhi suoi partendosi, e per un raggio sottilissimo trascorrendo, percosse ne' miei, né in quelli contenta rimase: anzi non so per quali occulte vie subitamente al cuore penetrando, ne gío, il quale subito avvenimento di quella temendo, rivocate a sé le forze esteriori, me pallida e quasi tutta fredda lasciò. Ma non fu lunga la dimoranza, che il contrario sopravvenne: e lui solamente fatto fervente, sentii anzi le forze tornate ne' luoghi loro, seco un calore arrecarono, il quale cacciata la pallidezza, me rossissima e caldissima rendé come fuoco: e quello mirando, onde ciò procedeva, sospirava». Non dissimilmente accade delle altre passioni. Lo spirito nostro, dice Baile, è soggetto a malattie epidemiche non meno che il corpo, e non v'abbisogna che favorevoli auspici nell'incominciare e farlo quando la materia è ben preparata. Quel non so che di sottile spinto da una rappresentazione piacevole, o noiosa non deve eccitare che piacevole del pari, o noiosa l'idea. Questa è una malattia epidemica, si attacca facilmente, e passa dall'uno all'altro soggetto. Le parole, i gesti, la sola fantasia medesima, quando è riscaldata, può eccitare sugli altri le medesime passioni che uno sente. Ed ecco simili jettatori «Che spesso occhio ben san far veder torto». Guai se tra cortegiani se ne ritrovasse uno, e piú guai se d'indole perversa. Allora uno sarà, come dice Ausonio, reus sine crimine. Poiché dipartendosi dagli occhi del jettatore una parte sottilissima, deve produrre al cerebro del Monarca, che ferisce, le modificazioni medesime colle quali fu cacciata e spinta. Or chi si può riparare dalla jettatura?: «Vostro saver non ha contrasto a lei; / Ella produce, giudica, e persegue / Suo regno come il loro gli altri Dei».



52 Qualora il jettatore imperversa, e seguita a guardare o a stare vicino a uno capace di ricevere la jettatura, di che se ne parlerà appresso, rimane anche questi tirato nel medesimo furore, e si presenta se stesso ristucchevole e noioso: «E la pioggia continua converte / In Bozzacchioni le susine vere», disse Dante. Ecco un dubbio che dietro le dette cose mi salta. Opera anche sulle cose inanimate? Il che anderemo passo passo esaminando.



53 Si può dire: «Di boni, quid hoc morbi est? Adeon' homines immutarier / … ut non cognoscas eumdem esse».



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