Giovanni Leonardo Marugi
Capricci sulla jettatura

PROSA QUINTA LA JETTATURA COLPISCE PIÚ UNO CHE UN ALTRO SOGGETTO

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PROSA QUINTA

 

 

LA JETTATURA COLPISCE PIÚ UNO

CHE UN ALTRO SOGGETTO

 

Vi sarà ragion di credere che la jettatura colpisca piú uno che un altro soggetto? Aggiungete, gentilissimo amico, ai vostri bei progetti quest'altro. Veggo Polipio piú che Panfilio e Cervicone, traviato, disturbato, infettato, in una parola affascinato. Non mi sento punto inclinato a credere, che maggior numero di jettatori per accidente li stieno sempre a dar di fronte. Sono nemicissimo del caso: starei per strappar la barba a Democrito, Epicuro, Lucrezio, ed a quanti dello sporcissimo gregge vogliono farlo autore dell'universo. Sono pazzi, e pazzi daddovero, coloro che cosí la discorrono. Non meno pazzi però saressimo noi se volessimo framischiarci col caso, e dire qui che un accidente, una combinazione, un caso faccia risguardare uno piú che un altro dai malefici.

Voi da filosofo qual siete pensaste che tutto legato sia ad una cagione; né vi sarà, cred'io persona di sana mente che vel possa negare. La jettatura che voi chiamaste patente, ed io fisica, può molto bene, piú che in una, in un'altra persona attaccarsi, e produrre sensibili effetti per l'antipatia delle parti, come voi avvertiste, o per la disposizione che incontra, come io accennai. Ma quella che ha dell'occulto, del sottile, del morale, per quale particolar cagione dovrà dirigersi sempre verso certi individui, che colle di loro azioni le vanno all'incontro? Ed ecco il progetto che a voi propongo. Siamo certi che accada ciò nell'ordine delle cose; questi, che mena una vita scioperata ed in braccio alla deboscia, si vede acclamato, esaltato, distinto, quegli, che vive circospetto e moderato, si mira negletto, depresso, avvilito; questi vede le cose sue andarli tutte a seconda, quegli tutte al rovescio; sguardi benefici, gioviali, amabili, che ravvivano, qui sguardi maligni, avvelenati, perversi, che rovinano. Quegli in mezzo al fuoco piú vivo non s'intacca una scintilla, questi ad una sola scintilla arde, brucia, consuma. L'invidia può molto bene partorire pregiudiziali effetti, ma non s'invidia che chi nuota negli agi, nelle ricchezze, negli onori. La virtú tira a sé gli sguardi altrui: ma quei che vivono negletti affatto ed appena noti a se stessi, perseguitati si vedono talora fino dagli stessi elementi. Da che vivo non me n'è venuta una buona. Le diligenze, le circospezioni, le fatiche mi hanno servito un frullo. Ho veduto sul meglio inaridire le mie piú fondate e liete speranze. E posso dire:

 

Nescio quis teneros oculus mihi fascinat agnos.

 

Che credete! Il Clementissimo nostro Sovrano (D. G.) con replicato dispaccio pare che data avesse su di me una placida occhiata. Questa Real Accademia delle Scienze mi ha sommamente onorato con rappresentare al Re nostro Signore i miei talenti, qualunque sieno, e le mie fatiche meritevoli di essere dalla M. S. riguardate, premiate e protette, come ancora da chi ha spirito patriotico. Credete voi, per tanto, che a contemplazione di favorevole rappresentanza, nella quale ha voluto questa letteraria adunanza farmi quegli elogi dovuti solo agli uomini di valore, che non son io; e piú che mai a riflesso della clemenza di un munificentissimo Sovrano, propenso tutto a vantaggiare le lettere e chi con tutto lo spirito ci si consacra; credete, dissi, che me ne venisse vantaggio alcuno?

 

Lasso! non di diamante, ma d'un vetro

Veggio di man cadermi ogni speranza,

E tutti i miei pensier romper nel mezzo.

 

Tanto è. Vengo da gravissima jettatura aggravato, e starei per dire che senza una mano piú che superiore non mi possa io liberare dalla medesima. Piú volte, riandando col pensiero le cose mie, con meco stesso alla pittagorica esclamo:

 

Πῆ παρέβην τὶ δ'ἒρεξα, τὶ μοι δ'ὲον... ἐτελέσθη («Che cosa ho fatto, o non ho fatto, quando / Doveva io farla, o in che ho passato il giusto?»).

 

Chi sarà dunque che mi dasse ad intendere che a caso m'imbattessi io sempre in un numero maggiore di jettatori, o che questi fossero i piú celebri ed empi? Niuno per certo. Aggiungete di piú. Vedete voi quel virtuosissimo uomo?64 egli è ammirato per la dottrina, distinto per il talento, amato pei costumi; intanto non può spuntare una via: quale ne sarà la cagione? Applicatevi, caro amico, ed applicatevi di proposito a scoprire col lume superiore della vostra filosofia il cardine dell'immensa mole che si erge a danno degli uomini. I vostri talenti, la vostra dottrina, l'esattezza vostra nella perquisizione delle cose, mi fanno sperare dilucidato il dubbio, eseguito il progetto, e svelata la cagione. Io principierò l'edifizio; rimane a voi di perfezionarlo. Io darò pochi lanci su l'argomento; voi dovrete esaurirlo.

 

 





64 E qui perdonerà l'innata modestia dell'impareggiabile amico: scorre la penna senz'accorgermene, e già gli scappa il nome. Egli è l'Abate D. Domenico Tata. In lui accoppiato si vede quanto si può desiderare in un uomo, in un uomo onesto, in un filosofo.



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