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VII.
FINO A QUAL DISTANZA
LA JETTATURA SI ESTENDE
Per rispondere a sí arduo quesito, bisogna distinguere da qual parte tramandata sia la jettatura: se dal contatto, pare non possa trasfondersi che col toccamento di due corpi, uno jettante e l'altro assorbente. Ma siccome vediamo che la calamita (la quale, come altrove si è detto, è un corpo jettante) attrae il ferro a qualche distanza, piú o meno secondo che ha maggior mole, dedurre potremo che questa specie di jettatura possa anche a qualche distanza pergiungere ed ascendere proporzionatamente alla mole de' corpi jettanti; quindi non dee far meraviglia che certi grossi e grassi con collottole gigantesche siano piú terribili di altri magri ed esili.
O la jettatura dipende dal parlare, ed allora sorpassar non dovrebbe la distanza cui arriva il nostro udito; quindi è che sovente la causa principale di sí fatto danno può derivare dalla soverchia nostra curiosità di sentire le chiacchiere altrui, senza avere osservato se quei che parlano siano o no capaci di jettare.
Se poi viene la jettatura dagli occhi, allora sí che essa, velocissima come la luce, che lo è piú assai d'una palla di cannone, può giungere ad immense distanze, seppure arrestata non venga da qualche impedimento che la rifranga o diverga. Riflettete dunque bene a ciò, miei cari amici: vedete voi che la jettatura scagliata dagli occhi, arrivando a grandissima distanza e con tanta velocità, può colpirci miseramente, senza che neppure ravvisiamo - e questa è la disgrazia maggiore - chi ci abbia jettato. Di piú, essendo gli umori di tale specie di jettatura di una finezza estrema, come appunto la luce e l'aria piú fina, puole percuoterci anche dentro casa nelle nostre stanze, per quanto ne siano ben chiusi gli usci e le finestre; ed ecco perché alle volte ci avvengono delle stravaganti disgrazie, benché ci troviamo soli e pare che nessuno abbia potuto jettarci. Un capitano di molto merito, non ha guari una notte, trovandosi solo nella sua stanza formando alcuni Stati, teneva sul tavolino varie carte di conseguenza, la scatola del tabacco ed il lume. Aveva vicino, in altro tavolino, la cena che gli avevano preparata ed in terra una secchia piena di acqua nevata con entro una caraffa di vino. Volendo questi prendere un presa di tabacco, per sollevarsi alcun poco nella seria sua occupazione e allontanare altresí Morfeo, che cominciava a molestarlo, prese in mano la scatola e, benché la tenesse ben forte con ambe le mani, gli schizzò via e cadde aperta dentro la secchia spargendosi nell'acqua tutto il tabacco. Nel cercare egli di riprenderla si rovesciò il lume e si sparse tutto l'olio nelle carte. Atterrito, il disgraziato capitano, da quest'ultimo infortunio, s'alza tremante per cercare il battifuoco ed accendere il lume. Ma che di piú! mette un piede dentro alla secchia, si rovescia e rompesi la caraffa del vino, e cadendo egli stesso, urta di fianco nell'altro tavolinetto e va in terra tutta la cena. Disperato per tanti sinistri accumulati, cerca a tentone il letto per coricarsi e, trovatolo a fatica, si spoglia, ed appena postovisi si schianta una tavola: e fu cosí il poveretto obbligato restare in grave disagio tutta la notte, senza prender sonno, studiandosi a meditare in qual maniera poteva essere stato jettato: e dice egli non averlo potuto rinvenire.
Or come può essere stato tutto ciò altrimenti che come abbiam detto? Qualche maligno jettatore d'occhi sarà sicuramente passato in quella notte sotto le sue finestre.