Pietro Napoleone Bonaparte
La battaglia di Calenzana

PROEMIO.

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

PROEMIO.

 

Per quanto appare, il dominio dei Genovesi in Corsica ebbe principio in sul finire del secolo undecimo. Dapprima, limitossi ad alcune parti dell'isola. Leggesi nelle vecchie cronache che i Genovesi discacciarono dalla rocca di Bonifacio i Pisani che l'avevano edificata. Ciò avvenne nel 1077, subito dopo la morte del marchese di Massa di Maremma, governatore della contrada per il papa, di cui era vassallo.

Nel 1091, piacque al pontefice investire i Pisani del feudo di Corsica, dipendente da Roma, ma non poterono mantenervisi.

L'anno 1289, il chiarissimo Sinucello Colonna indusse i Corsi a giurare omaggio a Genova. È noto che ne ricavò il guiderdone di morire nelle carceri della republica. E ben gli stette, poichè ebbe inescato l'estranio ad invader la patria.

Non avendo saputo difendere la Corsica dai Genovesi, Pisa la restituì al papa, il quale, come cosa di sua ragione, la donò al re d'Aragona.

Espulsi gli Aragonesi per opera di Genova, nel 1334, una specie d'anarchia feudale contristò l'isola. Nel 1359, il popolo insorto elesse a capo Sambucuccio, condottiere e legislatore. Quest'uomo notevole, imitando, per malavventura, Sinucello, richiamò i Genovesi.

L'atroce oppressione esercitata da questi oligarchi, e l'impudente rapacità che professavano, oltrepassarono in modo i limiti dell'umana malvagità, che conviene attribuire tanta scelleraggine ad un altro motivo, espresso con quella abbominanda voce: ragione di stato!

Un innoltrato incivilimento avea favorito ed accresciuto il potere delle italiane republiche, malgrado la picciola estensione del proprio territorio, e la poco attezza loro nelle arti della milizia. Genova, per stessa, non era cosa di rilievo. I suoi nocchieri eran buoni, quantunque altrove ve ne fossero di meglio. Le soldatesche, raccozzate un po' da per tutto, non avean l'indole marziale, il mirabile ardire, l'aspera natura dei Corsi. Di questi, molti militavano per la republica, ed altri stati. Addimandati per le virtù che gli ascrivevano, allora come oggi, tra i più formidabili soldati, l'avverata fama loro confermava sempre più i Genovesi nell'esosa politica che stabilivano a riguardo dei nostri isolani.

L'incremento di Genova l'innalzò un tempo al primo grado delle potenze europee. La vasta distesa della Corsica, le propizie sue spiagge marittime, l'ottima positura nel Mediterraneo, gl'inaccessibili monti, gl'impavidi figli potevano costituirne l'indipendenza, farla gareggiare con la signoria ligure, ed anche attrarla.

Ricorriamo a quei tempi. I scaltri ed accidiosi dominatori dell'isola possono aver ragionato così: «O Corsi, sudditi nostri, tra poco, se ne aveste il destro, ci sfuggireste di mano. I vostri militi, che formano il nocciuolo delle nostre bande, combatterebbonci. Smunti, ingrassate gli officiali, e i mercanti nostri. Liberi, le vostre sostanze profitterebbero al vostro proprio accrescimento. Il vostro naviglio emulerebbe quel di Genova. L'ammaestramento, la pace interna, produrrebbero sommi cittadini nel maneggio delle cose publiche, siccome le vostre naturali, arrischievoli inclinazioni hanno di già suscitato strenui guerrieri. Per dir tutto, ci oscurereste, e forse anche, da voi saremmo ridotti in servitù. No! sospetti di tanto eccesso, meglio è ritenervi, quasi appestati, in perpetua quarantina. Il monopolio, le incette, l'usura aggraveranno la poca vostra industria, schiacceranno l'agricoltura, e faranno nullo il vostro traffico. Fortezze e torri dovunque sul vostro littorale, innumerevoli satelliti, una continua bloccatura marittima faranci malleveria della vostra arrendevolezza; e tanti provvedimenti non ci costeranno un quattrino, anzi intascheremo lo sparagno operato sulla somma che ci pagherete, per guarentirvifattamente. Dazi e rovinose gabelle vi accamineranno, chi sa? alla disperazione, ma vi rapiranno la vigoria e il dignitoso contegno della prosperità. O spargerete il sangue negl'infruttuosi tumulti, o le lagrime struggeranno il vostro cuore di bronzo; e noi, vostri signori, v'avremo soggetti, esausti sì, ma docili.

«Vi sarà celata la civiltà italiana. Il mar tirreno sarà il porto di Genova, e la Corsica una specie di Tauride, donde i forestieri saranno rispinti, non dagl'indigeni, ma da chi sovr'essi ha dominio. In guerra, non otterrete verun grado o comando; in pace, d'altro non saprete se non di ciò che v'insegnerà qualche sudicio frate, che saprà di latino quanto basti per intonacare le pareti del convento. La contrada del sole, del mare azzurro, delle gigantee vette serene, delle nevi perpetue, non metterà in luce uno scrittore, pur di mediocre ingegno. Le vaste querce, i colossali larici, fratelli dei cedri del Libano; gli amorosi mirti; i cisti, rose dell'arcipelago ionico; l'aquile sparite dai romani vessilli; i mostruosi altori, draghi non favolosi, che diradano gli armenti; i mufi più belli dei camosci delle Alpi; tante maraviglie in somma, non ispireranno un poeta che le celebri.

«E se non vi ribellate, meglio per voi; ma pur così avrete pace. Inciteremo le discordie intestine, le nimicizie e gelosie locali. Agli assassini, che pagheranno l'indulto, saremo larghi di perdono, purchè le mani di quei Caini sian rosse del sangue dei fratelli. Per maggior sicurtà, v'inibiremo, a pena l'ultimo supplicio, ogni sorta d'arme, archibugi, pistole, stili, ed anco qualsiasi ferro acuminato; eccettuati però i Corsi che strazio di Corsi avran fatto. Ci son noti i rescritti degl'imperatori romani, e le decisioni arbitrarie dei re di Francia1. La gente dabbene anderà inerme, i facinorosi avranno l'armi, perchè contino la tassa in denaro effettivo, da gonfiarci le tasche. Barattieri e rivenduglioli, non ci lusinga il finire alla Mala-Paga.

«E se a tutelar le famiglie, e a ributtare i birrovieri, correrete all'armi, a dispetto degli editti, ribelli che siete, meglio così! Fattasi omicidiaria per necessità, la gente onesta confonderassi in uno coi scellerati. L'isola pullulerà di banditi. Non si potrà trascorrere da un paese all'altro, senza rischio della vita. L'orzo e il frumento marciranno pria d'esser mietuti. La vendetta, segugio del Doge, vi stritolerà l'ossa nelle mascelle arrabbiate; ne avrà da noi guiderdone, con nuovi indulti a contanti, i quali ingrosseranno sempre più la cassa del Banco di San-Giorgio; e il conio della Zecca fia suggello di giustizia.

«E che? volevate reggervi da per voi, ordinare le vostre vedute, come le chiamate, che altro non sono se non adunanze tumultuose, per istituire modi di governo accetti alla canaglia, e nominare, per propugnarli, i peggio faziosi. Eh via! che non avrete il governo anche dei vostri villaggi. Per noi saranno aboliti i vostri così detti padri del comune, come già abbiamo soppresso i vostri caporali; ovvero, da magnanimi padroni, gli lasceremo il titolo, senza il menomo esercizio della carica. Un bagarino, un trescone della Riviera, che sappia abbacare, è più che bastante a comporre i vostri paesacci.

«D'ogni cosa avrete difetto, perchè togliendovi tutto, non vi lasceremo usar di nulla, e pure della salina che imbianca le vostre spiagge. Chi non sarà contento, impeso per un piede alla trave ad hoc, sporgente dalla ringhiera di Palazzo, alla Bastia, spirerà tra i tormenti. E quando ci piaccia spaventarvi, e dar carriera al fertile ingegno dei nostri carnefici; presi i ribelli, gli faremo un buco nella pancia, vi addatteremo un imbuto, e per quell'imbuto introducendo tutte le vespi d'un vespaio, ricuciremo l'apertura; e sarà rimedio che vi guarisca da tanti conati per ammunitarvi2

Un tal diabolico proposito, tenuto conto dei luoghi e dei tempi, è quello di tutte le tirannie estranie; e fu applicato senza pietà. In questo mondo, la Corsica divenne un'imagine dell'inferno. Uccisioni, dinuncie, tradimenti per cupidigia, e mille altre miserie, aggravarono la povertà e la fame. La carestia, la peste, la rabbia delle bestie dipopolarono il paese; e nondimeno, l'amor di patria, l'ospitalità, il coraggio, l'operosità (checchè ne dicano coloro che di tutto ciarlano, senza saper di nulla), operosità meritevolissima in quel clima, e per l'asprezza del suolo, non cessarono d'essere il pregio inalterabile dei nostri bravi isolani.

A più riprese, tempi meno infelici avvicendarono l'incomportabile amarezza di cotanta desolazione.

Arrigo della Rocca, morto avvelenato dai Genovesi nel 1401, aveali ristretti nelle sole piazze d'arme di Calvi, e di Bonifacio; ma i Neri e i Rossi, simili ai Guelfi e Ghibellini in Italia, accesero la guerra civile. I duchi di Milano, e i Francesi, signori, un tempo, di Genova, dilaniarono a gara la già tanto malmenata e languente Corsica.

Sampiero, quasi meteora levatasi improvvisa nelle tenebre, sorge, svanisce, riappare, e tramonta in sanguigna nugola. Con l'appoggio dei Francesi e dei Turchi, espugna Bonifacio. Nel 1554, in riva al Golo, taglia a pezzi l'esercito di Spinola. Alla Bocca-di-Tenda, sconfigge i mercenari tedeschi e spagnuoli. Nel 1559, per l'accordo di Cateau-Cambrésis, Enrico Secondo, re di Francia, abbandona Sampiero, e vituperosamente consegna l'isola ai nemici. Fuoruscito, mendicante aiuti per gli suoi traditi lari, Sampiero rimpatria dopo cinque anni di lontananza. Senza altro seguito se non di picciola mano di valorosi fautori, sbarca, e l'acclamato suo nome trae seco il popolo. La vittoria di Vescovato incomincia la guerra; i Corsi, appiccata la zuffa un contro dieci, poveri d'archibugi, operano con l'arme bianca un vero macello. A Caccia, i Genovesi attratti in una stretta dei monti, sono rotti alla spicciolata, e accanitamente inseguiti. Il loro condottiere supremo, Negri, è ucciso. Qui furono visti i nostri montanari, come gli eroi d'Omero, accoppare a sassate la scelta della cavalleria nemica, e impigliatine i cavalli per la coda, trascinarli e farli traboccare nei burrati. Stefano Doria, il più sanguinario di quanti efferati tiranni produsse la sua crudelissima famiglia, è pienamente sconfitto a Luminaia. Genova con tutto il suo potere, i famigerati capitani, le innumerevoli navi da guerra, le bande italiane, elvetiche, alamanne, ben quindicimila Spagnuoli, non bastò a superare un eroe comparso, da poco più di due anni, con quarantacinque seguaci. E ci aggrada il rammentare che tra questi annoveravansi venticinque Francesi.

Malavventuratamente, ciò che tante forze riunite non aveano potuto effettuare, stavano per adempirlo l'oro, il più turpe dei tradimenti, e l'assassinio.

Il 17 gennaro 1557, Sampiero, caduto nell'agguato messo dai tre fratelli Ornano, Michelangiolo, Giannantone e Gianfrancesco, gli avea scoperti e assaliti, noncurante del numero, come egli di continovo costumava, a malgrado l'inoltrata sua età di sessantanove anni. Fracassata la mascella a Giannantone con un colpo di pistola, impigliavasi con gli altri, e sguainato lo spadone, li conciava malamente, allor che il proprio scudiere, Vittolo, di mai sempre vituperosa memoria, gli sparò a tergo un'archibugiata, che lo stramazzò morto da cavallo.

Cotesti fratelli Ornano non erano in verun modo cognati di Sampiero, come è stato asserito, non ha guari, da scrittore ignaro delle cose nostre. La moglie di Sampiero, Vannina, era figlia unica di Francesco d'Ornano, il cui fratello, Bernardino, ebbe cinque figli naturali. Un d'essi fu padre di Michelangiolo, Giannantone e Gianfrancesco. Il danaio pagato a costoro dal governatore ligure, Fornari, e le richieste che fecero, per non esserne frustrati, non lascian correre il menomo dubbio dell'orrenda loro ignominia.

Morto Sampiero, la guerra prosegue due anni, governata dal figlio, Alfonso; ma l'invasione genovese soverchia i nostri; e durante un mezzo secolo e più, esausta, disperata, derelitta, la Corsica agonizza sotto le calcagna dell'oligarchia estrania. Nella per fine, sollevasi, affronta i tiranni, e seco loro abbaruffasi. Il 7 settembre 1729, Pompiliani inizia la lotta a Poggio-di-Tavagna.

Il 30 ottobre, Bustanico, comune del già cantone di Bozio, in oggi Sermano, l'imita. Preso per assalto il forte d'Aleria, messo a fil di spada il presidio, armatisi alle spalle del nemico, corrono gl'insorti ad assediar la Bastia. Pinelli, governatore genovese, la cui mala nominanza è divenuta proverbio in Corsica, tenta di far morire Pompiliani come Sampiero. Il suo nero tradimento non ha effetto, se non di cogliere alla sprovveduta il prode Filinghieri, luogotenente di Pompiliani, che, all'entrata della Bastia, con cinquanta compagni, vende a caro prezzo la vita. Dopo quel sanguinoso tranello, Pinelli domanda con istanzia una sospensione d'armi; Pompiliani, valoroso ma corrivo, glie l'accorda sconsideratamente; e poco tempo appresso, in sua vece è surrogato Ceccaldi, eletto Generale della Nazione.

Quest'uomo dabbene, amante della patria, noto per replicate prove di bravura, modesto quanto meritevole, volle assolutamente gli fosse dato un collega; e scelse con singolare scaltrezza un degno compagno nello scabroso ufficio. Fu questi Giafferi, di cui Napoleone solea dire: che gli accorgimenti militari e le trionfate fazioni gli avean suggerito, ad esso Napoleone, il proposito essenziale della sua prima guerra d'Italia, compendiato così da lui: Affrettarsi d'adunare tutte le forze disponibili in un punto, per trovarsi, in tal punto, superiore al nemico più numeroso, ma spartito; e superarlo quivi, ed altrove, sempre con la stessa alacrità, e col medesimo convegno.

A Pinelli fu sostituito Camillo Doria, coraggiosissimo invero, quanto avventato e sanguinario. I capitani corsi lo campeggiarono nella Bastia, e impadronitisi di viva forza della rocca di Monserrato, e dell'altra dei Cappuccini, vennero alla città.

Qui occorre mentovare la bella azione di Andrei, pastore di Ceccaldi, che abbiamo fatto prova di celebrare negl'insufficienti nostri versi. Instigato ad imitare l'infame Vittolo, uccise l'inviato di Genova, e portò al generale l'oro profertogli. Appariva oggimai che i proditori attentati, non meno delle imprese a forza aperta, andavano falliti agli oppressori. L'espugnazione di San-Fiorenzo, accaduta il 29 marzo 1731, sconfortò i Liguri, ed accrebbe la fiducia che gl'insorti aveano meritamente posta nei loro capi. guari andò che, alla battaglia di Sartene, Giafferi, dopo disfatta la poderosa guarnigione della piazza, distrusse quasi tutto un esercito mossosi per soccorrerla.

Genova vedeasi spossata. Il trionfo finale dei Corsi era certo e prossimo, se non che, il 10 agosto 1731, quattromila Tedeschi, capitanati da Wachtendonck, sbarcarono alla Bastia. Una tal soldatesca, che l'imperatore Carlo VI avea ragunata in Lombardia, onde contrastare all'esaltazione dell'infante di Spagna, don Carlos, fu precisamente comprata dalla republica, che s'obbligò a mantenerla di tutto, e a pagare in oltre trentamila fiorini al mese, e cento fiorini per ogni uomo che mancasse alla chiamata. Quest'accordo, noto ai nostri, indusseli ad esclamare ogni qual volta (e occorreva assai di sovente) ammazzavano un lanzichenecco: «Cento fiorini di meno per la republica

Sulle rive del fiume Golo, ove, quasi due secoli innanzi, Sampiero avea rotto i Genovesi, e sparso il suo sangue3; ed ove, quarant'anni dappoi, i Francesi seppellivano l'indipendenza corsa; Giafferi ottenne un'altra vittoria, seguita dalla decisiva giornata di San-Pellegrino. Qui, le genti del Wachtendonck, che camminavano di fianco, in un sol corpo, assotigliatosi, come ognun vede, per la disagevolezza dello scosceso calle, furono tronche in due parti dall'esperto condottiere. Morti milleduecento nemici, agli altri, rincantucciati, circuiti, e precorsi dai nostri, convenne arrendersi. Mettiamo due zeri di più: e fanno centoventimila fiorini pagati da Genova allo imperadore.

Finalmente, la battaglia di Calenzana innalzò all'apice della gloria la fama delle nostre armi. La notte del 13 al 14 gennaro 1732, Camillo Doria sbucò dalla fortezza di Calvi, per intraprendere Ceccaldi, accampato a Calenzana con millecinquecento volontari. Copioso di militi ausiliari, l'esercito genovese era composto di circa ottomila soldati, computati i Greci, Tedeschi e Svizzeri, che ingrossavano le bande italiane. Due mezze-colubrine, conquistate poi dai terrazzani di Calenzana, compivano a dovere un apparecchio formidabile, avuto riguardo ai luoghi ed al tempo. Duolci il ricordare che, traditori della patria, parrecchi Corsi, quasi tutti liberati dalle galee, precorrevano i nemici e facevano la scoperta.

Avvisato dai pastori dei dintorni, Ceccaldi apprestò un'ingegnosa e gagliarda difesa, e addattata alla disposizione del sito. Veridici, e trasmessi dalla tradizione locale, sono i ragguagli che abbiamo cercato rammentare col nostro poemetto. Il cimitero dei Tedeschi, presso alla chiesa della terra, rinchiude le ossa di ben cinquecento mercenari. Nel visitarlo, deplorammo la tirannica malvagità che, allora e poi, dei popoli della Germania, dotati di virtù militari e domestiche, e d'indole pacifica anzi che no, ha fatto gli strumenti della prepotenza e della rapina.

I Corsi si compiacciono nel raccontare lo stratagemma, col quale seppero, nel ributtare gli assalitori, cavar profitto dalle api e dalle bestie vaccine. Benchè miracoloso, l'apparimento di Santa-Restituta vive nella memoria d'un popolo che non crede di leggieri. Per certo, colei che fu presa per la santa, era una di quelle eroiche femmine, tagliate alla misura di Letizia Ramolino, delle quali mai non ebbe penuria la Corsica.

Infatti, le donne di Calenzana, come quelle di Bonifacio ai tempi andati, sostennero validamente la merita rinomanza di coraggio e di patria carità. Egli è cosa debita ch'esse siano a parte della gratitudine e dell'ammirazione, con le quali ogni buon Corso mentoverà Ceccaldi, il Generale della Nazione, e i suoi commilitoni.

E se per ventura, nel comporre quest'opuscolo, da noi già scritto in francese, ci venisse fatto di onorare lungamente la tomba ignota dell'eroe del 14 gennaro 1732, parrebbeci d'aver adempito un obbligo sacrosanto. Così, i nostri amati compatrioti di Calenzana e del suo Cantone, che tante volte ci furono benigni, e ci favorirono l'onorevole loro mandato, aggradiscano questa tenue fatica, qual publica prova dei sentimenti che nutriamo verso d'essi, e della mai sempre gloriosa culla di Napoleone. E se tanto ci è dato, saremo paghi abbastanza... quand'anche questo povero lavoro dovesse accomiatarci per sempre.

Pietro-Napoleone Bonaparte.

Dalla casa des Épioux, nel Belgio,

30 dicembre 1844.





1       Le così dette préceptions. Leggasi Montesquieu, al capitolo II del libro XXXI dell'Esprit des lois. I motu proprio, le patenti, certi statuti eccezionali, si possono allogar tutti nell'arsenale degli atti despotici, distruttivi delle leggi. I decreti che ne assumono la forza, non son eglino ejusdem farinæ, anche al giorno d'oggi?



2       Abbiamo letto un elenco di ventisette torture e tormenti diversi, stabiliti in pena dei Corsi, con speciale giudiziario regolamento.



3       Venne gravemente ferito in una coscia da una palla d'archibuso, e poco mancò non finisse come i suoi due amici, Baiardo, e il contestabile di Borbone. Per la mirabile sua gagliardia, fu presto guarito, ma una lieve zoppicatura gli ricordò sino alla morte lo scontro del Golo, quasi presagio che in quelle sponde, ruinerebbe la Corsica di Paoli, ma per risorgere più grande e più bella, con l'aquila d'un altro suo figlio, come disse Luciano Bonaparte.

                Per i nostri paesani che non sapessero di Baiardo e di Borbone, aggiungeremo che non si parla di Baiardo, il cavallo di Rinaldo, che gli è noto dall'Ariosto; bensì del prode Baiardo che operò veramente, la storia ne fa fede, le bravure attribuite al paladino di Mont'Albano da messer Lodovico.

                Borbone, maltrattato dal labile e sfrenato monarca, Francesco Primo, re di Francia, esulò; e fuoruscito, ebbe il torto di porsi ai stipendi di Carlo V. Non dimentichiamo però che pose l'assedio innanzi a Roma, e che nel dare la scalata alle mura, fu morto con un'archibugiata, alcuni dicono per mano del famoso scultore di Firenze, Benvenuto Cellini.

                Iacopo Bonaparte, da molti creduto nostro antenato, discorre, nella sua Storia del Sacco di Roma, della morte di Baiardo, e con molte particolarità di quella di Borbone. Iacopo era contemporaneo di questi due uomini di guerra, e di Sampiero; ed il suo libro è stato tradotto in francese dal nostro augusto e benemerito cugino carnale, il principe Napoleone-Luigi, morto per l'indipendenza d'Italia, nel 1831, e fratello primogenito di Napoleone III, nel tempo presente imperatore dei Francesi.



«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License