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LA RASSEGNA.
No! quest'è grido di battaglia,
Crescente con cupo frastuon.
Pullula la verde boscaglia
Di prodi agognanti tenzon.
Al mugghio del rauco colombo5
Si mesce con denso fragor
Di cento campane il rimbombo,
A stormo percosse a furor.
Il popolo insorto dovunque
Propugna le sue libertà,
E trucida irato chiunque
Contrasta alla sua volontà.
In capo alle liguri truppe,
Camillo, dei Doria il peggior,
Dal forte di Calvi6 proruppe,
Ben degno degli atri maggior.
Allor che la pallida luce
Dell'alba sui colli spuntò,
La muta andatura del duce
L'ordita sorpresa svelò.
E quivi Camillo promise
Che serto cruento darà
Di teste di Corsi recise
Ai spaldi dell'alta città7.
Spiando la strada, il drappello
Dei Vittoli8, detti così
Perchè traditori e flagello
Dell'inclita patria, apparì.
La negra berretta pinzuta,
La cinta ove fitto è un coltel,
Il zaino, la zucca, e tessuta
La cappa di ruvido pel9,
Dinunciano, ahi! tristi, costoro
Che i fianchi alla madre sbranar,
Per cupida sete dell'oro
Che Genova fece brillar.
Fregiato d'un'aurea corona
Sull'elmo, Camillo di vol
S'avanza, comanda, e squadrona
Degli uomini d'arme lo stuol.
Son questi di grave armatura,
Patrizi soldati. Il metal
Che cingeli, in luoghi d'altura
Gli opprime e con essi il caval.
Fra poco, gli alpestri sentieri
E i boschi intricati vedran
I Corsi a quei nobili altieri
Diveller le spade di man.
Dall'imo Levante condotti
La ligure possa a servir,
Mirate gli astuti Stradiotti10
Le sciabole curve brandir;
E gli Ungheri, all'Austria vassalli,
Che Cesare al Doge vendè,
Coi snelli, criniti cavalli,
Famosi pel celere piè.
Quel d'essi che morto ammazzato,
Impingua di Cirno il terren,
All'aulica corte è pagato
Con cento fiorini del Ren.
Così Carlo Sesto ai mercanti,
Se vuoto è il tesor signoril,
Dà i sudditi e cambia in contanti
La turba dei Lanzi servil.
Comprati al medesimo prezzo,
Ve' i fanti tedeschi sfilar,
Seguiti dal morbido lezzo
Che lasciano ovunque passar.
Dal feltro a tre punte gli pende
Sull'abito bianco il codin,
E il panno dell'uose gli ascende
A mezzo calzone turchin,
Provvisti del soldo e del vitto
Da Genova, certo sarà,
Se crepano, il netto profitto
Che Vienna da loro trarrà.
I Svizzeri seguono in vaga
Divisa scarlatta, purchè
In tasca gli suoni la paga,
La diano republiche o re.
A corre i camosci addestrati
E a uccidere gli orsi al covil,
Per tanto s'affollano armati
Col lungo rigato fucil.
Muniti di picche, moschetti,
Labarde, e spadoni a due man,
Quei sgherri negli ordini stretti,
Son figli del suolo italian;
Che Genova a schermo raccoglie
Del vasto, usurpato poter,
Cresciuto col sangue e le spoglie
Dell'uno e dell'altro emisfer.
Dassezzo, coi lor bombardieri,
Due pezzi da campo11 son qua;
E un nerbo di fanti leggieri,
Che coda all'esercito fa.
«Non si poteva andare a spasso nei dintorni, senza vedere le teste dei ribelli appese ai merli delle mura, con rampini di ferro. V'era anche un quadro che figurava l'estremo supplicio d'un capo principale dei Corsi ammutinati, che non era mai stato catturato. La republica lo condannò ad essere tanagliato, ed arso vivo. Era dipinto tutto lacero, e penzoloni, col capo nelle fiamme.»
La carchera, ossia tasca da riporre le cariche dell'archibuso, è arnese antichissimo in Corsica. Più agevole della disadatta giberna dei soldati, terrà, presto o tardi, il luogo di questa, anche nel corredo nostro militare, e già vari reggimenti l'adoperano. Nil novi sub sole. I Corsi vi addattano uno stilo di singolare fattura, che non s'incontra altrove; ed è arma efficace, e da valutarsi alle strette.
Il zaino è di pelle di capra, di pecora, od anche di cinghiale, e si porta ad armacollo, appeso per le zampe ad un cordone. Pieno di pan d'orzo e di cacio, permetteva ai nostri guerrieri, mercè la sobrietà loro, di tener la campagna una quindicina di giorni, senza tornare a casa; e così esimevano i capi dal procacciare le vettovaglie. Facil cosa è l'imaginare il profitto ridondante da questo modo di provvista, specialmente per chi combatte tra selve e montagne. Gli uomini d'ogni pieve, atti a portar l'arme, erano spartiti in tre terze, che si davano scambievolmente la muta, militavano due settimane, camminavano o si riposavano quattro, fuori d'inopinate congiunture, e la guerra procedeva sempre con la stessa vigoria. Non treno, nè salmerie ritardavano le fazioni, e così superavasi la famosa difficoltà degl'impedimenti.
La zucca corsa è una fiasca di forma tonda e schiacciata, senza collo. Si fa con una zucca, o cucuzza, d'una varietà speciale all'isola. Si deprime con apposito attrezzo. Seccata e votata, in guisa che rimanga solo la corteccia, giova a tener fresco il vino, anche nei tempi di gran caldura.
La cappa, che dicesi pelone, è di panno bruno, fabbricato in Corsica, col pelo delle capre. Ottimo d'inverno, e nelle fredde alture, è però assai pesante. Somiglia al gabbano dei Greci. Serve di tenda all'uopo, e rigido di pioggia, sta diritto da per sè, nè grava le spalle a chi è sotto. Gli ufficiali degl'Inglesi, che più volte invasero l'isola, ricercavano questi cappotti, e fattili soppannare di velluto, gli usavano.