Pietro Napoleone Bonaparte
La battaglia di Calenzana

CANTO QUINTO. L'ATTACCO.

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CANTO QUINTO.

 

L'ATTACCO.

 

 

 

 

 

Delle liguri trombe lo squillo
Avvertiste che poco lontana
È l'armata del tetro Camillo.

Già ripete con rabbia inumana
Che tagliar farà il capo ai ribelli,
E promette bruciar Calenzana.

Già dei Vittoli i tristi drappelli
Cominciato han da lungi l'offese
Contro i loro traditi fratelli.

Regna un cupo silenzio in paese,
E le palle di quei malfattori
Senza danno dei nostri son spese.

E se il fummo coi densi vapori
Non avesse, in più luoghi, svelato
La presenza dei suoi difensori,

Il villaggio parria abbandonato.
Solo in vista, un audace campione,
Per un arduo sentier dirupato,

Lungo al margo d'un alto burrone,
Sprona il mulo dall'ugna sicura
Come quella d'alpestre mufrone.

Qui s'accinge a sonar dall'altura
Il segnal della lotta, e gl'istanti
Con desire affannoso misura.

Ecco sostano i liguri fanti,
E due volte traballa il terreno
Alle scariche loro tonanti18.

Qual volcan che ha l'averno nel seno,
Lo squadron dei satelliti ostili
Par di fuoco e proiettili pieno.

Le superbe giogaie e gli umíli
Piani echeggiano, a gara percossi
Dal continuo scoppiar dei fucili.

Ma dal campo gl'insorti, commossi
Pel valore a fatica represso,
Non si sono per anco rimossi.

Doria in fronte ai pedoni s'è messo,
Ed intima un comando che poi
Dai minori officiali è trasmesso

Sino all'ultime file dei suoi.
Come ratti la preda a ghermire
Vanno a stormo i voraci avvoltoi,

Ecco i Liguri in massa assalire
Le difese dei muti avversari,
E dei muri il circuito investire.

E benchè breve spazio separi
L'assagliente dai nostri guerrieri,
Stanno i Corsi obbedienti ai ripari,

Se non che qualchedun dei più fieri,
Che sfidare li vuol faccia a faccia,
Sorge a mettere in mira i stranieri.

Se al covile recando la caccia,
Una fulva leonessa, in periglio,
Dalla balza ove vigil s'affaccia,

Mira i giorni del tenero figlio,
Nella valle a gran salti trabocca,
Dilatando le zane e l'artiglio.

Così, postosi il corno alla bocca,
Il guerrier che facea sentinella,
Un sol tuono acutissimo scocca.

Come rupe che turbine svella
Dalla costa d'un'aspra montagna,
E che il bosco, rotando, sfracella;

Come l'aquila allor che grifagna
Cala a piombo, disperde lo stuolo
Delle agnelle, e nel sangue si bagna;

Sdrucciolando sui clivi del suolo,
Di macigni, ch'ei supera, sparsi,
Il guerrier giunge in campo di volo.

Ubbidito dai prodi comparsi
Minacciosi in udire il segnale,
Vede nascer, salir, propagarsi

Una striscia di fummo spirale,
Che dei muri incorona la cresta,
Con un fuoco di fila mortale.

Decimata da quella tempesta,
L'oste ligure ondeggia, s'incaglia,
Titubante, indecisa s'arresta,

riesce a formarsi in battaglia.
La procella di colpi l'incalza
Indefessa, l'abbatte e sbaraglia.

Un clamor lamentevole innalza,
E Ceccaldi inseguendo i fuggenti,
Sovra il lor retroguardo gli sbalza.

Quinci frena gli sdegni bollenti;
E poi, fatto sonare a raccolta,
Torna al campo coi suoi combattenti.

Nel paese la gioia fu molta,
E la folla applaudiva al successo,
Fitta in piazza, dov'erasi accolta;

Quando il duce, maggior di stesso,
Finchè certa non sia la vittoria
Vuol che il gaudio rimanga compresso.

Nel sentir rintuzzata la boria
Per la quale tenevasi invitto,
L'ostinato rampollo dei Doria,

Da superba vergogna trafitto,
Lascia i fanti che fuggono rotti,
E ai cavalli commette il conflitto.

Ungheresi, corazze, Stradiotti
Imperversano, e sembrano il mare
Quando irato accavalca i suoi fiotti.

Ma le piante che in sul limitare
Della terra, con folte abbattute
Difendeanla, li fanno ristare.

Di Camillo le furie accresciute
Dall'inciampo, prorompono in vane
Smargiassate d'ingiurie tessute:

«Bestie immonde, le fetide tane
«Dove state covando la donna,
«Ve le voglio spianare stamane.

«Escirete di sotto alla gonna,
«Vigliaccacci? E tu, gran generale,
«O Ceccaldi, dei Corsi colonna,

«Ti nascondi, sdentato cignale
«No! risponde Ceccaldi, entra pure.
«Il cignal che tu cerchi, è cotale

«Che non ebbe mai tante paure;
«E t'aspetta per farti palesi
«Le vendette che sono mature

In quel dire, i paesani discesi
Nella strada, rimuovon due pini,
Schiudon l'adito, e schivansi illesi.

I cavalli a quel varco vicini,
Che a ritrarsi già s'erano accinti,
Come ghiaccia che piena trascini,

Quando i freddi vernili son vinti,
In un subito invadon la terra,
Dai compagni che seguonli, spinti.

Tanta calca di retro li serra
A furor nell'angustia del calle,
E li preme senz'arte di guerra.

Di rimpetto, di fianco, alle spalle,
Gl'isolani gli offendon con folta,
Ben diretta bufera di palle.

Sanguinosi, atterriti, dan volta,
E a campar dal fatale villaggio,
Tutti fuggono a briglia disciolta.

Imberciati a man salva, il coraggio
Gli vien meno in veder che gl'insorti
Di bel nuovo hanno chiuso il passaggio.

Dell'inganno allor sonosi accorti
Che li tien quasi in chiuso steccato,
Donde uscir non dovran se non morti.

Come fiere che in alto fossato,
Per insidia di caccia, cadute,
Da colui che la tese, in agguato

Tra gli arbusti vicini, vedute,
Senza fretta, rischio nell'opra,
Son con tiri accertati mietute.

Così vanno i scherani sossopra;
alcun d'essi, fra tanti feriti,
V'è che il suo feritore discopra.

Coi destrieri in un fascio spediti
L'un sull'altro dal piombo omicida,
Confondevano gli urli e i nitriti;

Quando un capo famoso, che ha grida
Di perito, i più bravi conforta,
E appiedati, all'assalto li guida

Delle case, difese di sorta
Che i cadaveri ingombran la soglia
Pria che alcuno ne passi la porta.

Non v'è colpo che in pieno non coglia;
Ed il sangue che allaga la strada,
Da quei laceri corpi gorgoglia.

Tanto eccidio la frotta dirada;
E quei mesti venali soldati,
Senza far pur vermiglia una spada,

Come vittime sono immolati
Dalle bande di Corsica ultrici,
Che di tanti cavalli ammazzati

Argin fanno, e di spenti nemici,





18     «I Genovesi e gli ausiliari si fanno innanzi da tutti i lati, con innumerevoli scariche.» Così Cambiagi.



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