Vittorio Malamani
Il principe dei satirici veneziani: Pietro Buratti

III. La caduta di Venezia — Pagina bianca — Il Buratti manda al diavolo il commercio — L’autore fa un salto — La famiglia del poeta si stabilisce a Bologna — Egli rimane a Venezia — Il Casino dei Cento — Il Senato di Florian — La Corte dei Busoni — Com’era costituita, e come il Buratti fu nominato Gran Piavoloto — Un tartaglia maraviglioso — Dispute fra poeti, l’Alta Corte di Giustizia e lo Sciampagna — Le satire del Buratti e la divina Provvidenza — La sua parrucca ed un poema satirico — Presentazione d’un maldicente — Amicizia sua col Buratti — I pranzi di Tommaso Mocenigo Soranzo e di Giovanni Papadopoli — Aneddoti — Il Teatro — Studi curiosi.

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III.

La caduta di VeneziaPagina bianca — Il Buratti manda al diavolo il commercio — L’autore fa un salto — La famiglia del poeta si stabilisce a Bologna — Egli rimane a Venezia — Il Casino dei Cento — Il Senato di Florian — La Corte dei Busoni — Com’era costituita, e come il Buratti fu nominato Gran Piavoloto — Un tartaglia maravigliosoDispute fra poeti, l’Alta Corte di Giustizia e lo Sciampagna — Le satire del Buratti e la divina Provvidenza — La sua parrucca ed un poema satiricoPresentazione d’un maldicenteAmicizia sua col Buratti — I pranzi di Tommaso Mocenigo Soranzo e di Giovanni PapadopoliAneddoti — Il TeatroStudi curiosi.

Frattanto si compiva il più grande avvenimento della storia moderna italiana: Venezia chiudeva undici secoli di glorioso dominio. Mortale come tutte le cose umane, e ormai fatta decrepita, niuno sapeva dissimulare la prossima fine di lei, ma niuno potea imaginarla così repentina e vergognosa, così degenere dalle sue tradizioni. Eppure le tradizioni medesime parlarono pietosamente al cuore de’ suoi figli, i quali fra il costume corrotto e l’universale depravazione, quasi a conforto e scusa, additavano al mondo con legittimo vanto due glorie degne di secolo migliore che la dolce patria lasciava dietro a nel suo pallido tramonto: Emo e Canova. Ella moriva come i proscritti di Francia: gittando a la folla un bon mot.

Nello scompiglio della memoranda caduta ogni cosa andò a rifascio; le famiglie più ricche abbandonarono la città; il pandemonio democratico ne accrebbe la desolazione; i negozianti più solidi si ritirarono dal commercio, ed anche Petronio Buratti chiuse il suo banco. Pietro lo perdiamo di vista; la sua Musa tacque; una pagina bianca segna questo sciagurato periodo. Ma ciò non prova che il poeta non amasse la patria. Vi sono tali impensate vicende, rovine così grandiose, da svegliare i morti nei loro sepolcri, come direbbe Hugo. E allora imperversa nel cuore dell’uomo un tumulto di passioni, d’affetti, di recenti e lontane memorie, che confonde sbalordisce intenebra la ragione.

Nelle carte pubbliche di quel tempo trovo solamente un Antonio Buratti, fu Benedetto, dapprima nel Comitato di banco-giro commercio ed arti, che teneva le sue ragunanze nelle sale dei Cinque Savi in Palazzo Ducale; poi ne’ registri delle tasse inscritto per lire; quindi in ottobre del ’97 scelto deputato a Parigi con Dandolo, Sordina, Giuliani, Carminati e Widmancarica per altro che rifiutò, e fu data invece a un Armano. Ma chi era questo Antonio Buratti del fu Benedetto? Di preciso non so: può darsi fosse il padre di Petronio, oppure il fratello: apparteneva certo alla famiglia di Pietro.

Questi non ci riapparisce che di a cinque anni, probabilmente dopo un lungo soggiorno a Bologna da’ suoi parenti. Venezia godeva una tranquillità relativa sotto un governo austriaco; il commercio, benchè parecchio indebolito, avea cominciato a riprender lena, e la casa Buratti riannodò i negozî sospesi. Ma quando il nostro poeta, che fino allora avea gustato l’ebbrezza del dolce far niente, si vide minacciato di ritornare al banco ignobile a copiar letare sora un messal, prese «la risoluzione di tor un brusco congedo, e di piantar sede tranquilla nella sua camera.» «Lascio nella penna» — scriveva — «lo scandalo della mia famiglia alla fermezza del mio proponimento».27 Anch’io debbo lasciare uno scandalo nella penna: la vita cioè nella quale si gittò a chiusocchi non appena fu libero di stesso. Poco interesse avrebbe per il lettore, e niuno affatto per il mio studio.

E salto quattr’anni. Un giorno - è bene ch’io lasci parlare il Buratti - «mio pare, tirà zo28 da so fio magior, osìa da mio fradelo Antonio, che l’à menà sempre per el naso,29 à fato la solene buzera30 de stralciar el negozio in cambi ch’el ghaveva a Venezia, e de trasportarse a Bologna, nel palazo dei so magiori, in contrada de San Martin. La sola massarìa31 ha costà tesori, e le viste de economia xe stae buzarae32 da le spese enormi che à dovesto incontrar la famegia per secondar el lusso de mio pare, che spazzava da prencipe.33 Mio fradelo Zaneto, secondogenito, à la so bala34 in favor, previo l’assenso de condurse a Bologna una dona maridada, che ’l serviva da qualche ano in logo del marìo, che ghaveva el balo de l’impianton35 per zirar el mondo col violoncèlo e la chitara. Se volè aver el nome ve lo digo in recia, a condizion che mantegnì el secreto. La xe una certa Marieta Tomasini nata Pezzi, suta36 quanto un bacalà, mora quanto el bruto barabao, e insoportabile par la so cargadura;37 ma la ghe comodava, e tanto basta. Mi, che me trovava molto ben a Venezia, per un certo amoreto, e che no podeva resister a l’idea de lassar un paese al qual devo la mia riputazion vernacola, in confronto de Bologna, che me xe e me sarà in eterno odiosa per el caratere porco dei so abitanti,38 ò fato solo contro de tuti, e fisandome l’assegno de domile ducati a l’ano, son restà solo ne la cara Venezia. Andava per altro ogni ano a saludar mio pare a Bologna, el qual me riceveva con tanto de muso, disgustatissimo de sta mia separazion, quantunque, in grazia de una rica donazion inter vivos che l’aveva fata ai so tre fioli, nol podesse negarme un dirito sul mio libero arbitrio a l’età de trentotani... Ogni ano cercava de pagar le spese del viagio batendoghela39 ai fradei, che za no me dava gnente del soo, e che s’à pagà su la broca40 a la morte del pare

Fermò dunque stabile dimora a Venezia per amore del suo dialetto e d’una donna cortese. La donna non la si deve contare, perchè i suoi amori avevano appena la vita d’una rosa, e questa causa cessava presto; molto conto invece si deve fare di quella che lo tenne incatenato a tutta la vita, e per la quale scoprì e raggiunse altezze superbe, non mai tentate da altri. Inutile chiedere in che modo: niuno lo sa; neanche il Buratti lo sapeva. Io posso affermare che egli non vegliò una sola notte sui libri; che a tavolino studiando, il sole non lo vide mai; che anzi un vero e proprio tavolino da studio nella sua casa non c’era. Posso affermare che tranne le ore dedicate al sonso, di giorno era sempre a zonzo a trovar l’innamorata, a cercarne di nuove, a udire pettegolezzi ed a farne, e che quando le stelle ridevano in cielo, egli rideva in terra con gli amici, gozzovigliava, tempestava satire, e si aspettava sulla schiena le nodose carezze del potere esecutivo di qualche vittima. Dunque? Miracoli! Il solo consiglio ch’io possa dare al lettore volonteroso di allori poetici è di gittarsi nel vortice della vita galante, come il Buratti: chissà che come lui non trovi il genio e la vena!

Il fior fiore della società veneziana aveva allora brillanti ridotti, indipendentemente dalle private conversazioni. Organizzato con intenti serî era il Casino dei Cento a Santa Margherita, proprio dov’è oggi il Buon pesce, osteria, o trattoria, o albergo, od hôtel, non so bene, e non voglio offendere l’amor proprio di nessuno affermando cosa che non so. Cento era il numero fissato dei componenti, ma lo passavano sempre, e dava molto da fare alla polizia, perchè appunto colà mettevano capo le fila delle prime cospirazioni patriottiche. Una succursale di questo Casino poteva dirsi il camerone interno del Caffè Florian, conosciuto da tempo immemorabile per il Senato, dove a tarda ora, convenivano i più ricchi e più maldicenti individui della città, quali Orazio Lavezzari, Giovanni Petrettini, Nicoletto Streffi, il conte Priuli, eccetera. Vuotavano il sacco delle osservazioni maligne fatte durante la sera; poi sfioravano la politica; quindi, estratto l’orologio, è tardi, esclamavano - e il lettore potrà credere che andassero a letto. Ohibò! salivano al piano superiore a giocare a bestia, a faraone, a bassetta, o a tresette in giro con una posta fortissima, finchè il campanone di San Marco dava il segnale dei mattutini. Il Senato aveva questo di particolare, che pure appartenendo ad un luogo pubblico, nessuno osava entrarci senza invito formale. Appena la passavano liscia a un poveruomo di provincia, che non poteva essere a giorno di certe cose, e che bevuto il caffè, se ne andava pefatti suoi; ma un intruso di un altro genere, fosse pure semplicemente un curioso, era subito messo in burletta con allusioni e con epigrammi, cosicchè, per disperato, dovea fuggirsene a gambe. In quel torno il vero spirito veneziano fioriva ancora stupendamente.

Quasi le stesse persone che frequentavano il Senato di Florian si riunivano a sollazzo ogni sera, ma più per tempo, o all’attuale albergo della luna, allora semplicemente osteria, o in palazzo Pesaro a San Benedetto, famoso nel cinquecento per gli spettacoli degl’Immortali e della Compagnia della Calza, e nel secolo scorso per la società degli Orfei, che gli lasciò il nome.

Di questa riunione, come di tutte le altre, faceva parte il Buratti, e si può dire che fosse nel suo vero elemento. S’intitolava Corte dei Busoni - i latini avrebbero detto dei devirati - aggettivo, se non esattamente, certo meglio appropriato all’indole dei componenti che quello di Granelleschi ai letterati del palazzo Farsetti nel secolo scorso. Scopo della Corte predetta era, più che il sollazzo, l’orgia. Non accettava se non chi poteva debitamente provare di essere libertino di professione e sboccato per abitudine, e non tollerava i versi che fra i bicchieri, purchè fossero adatti al carattere della brigata. La presiedeva Nicola Soardi col titolo di duca, il quale ad ogni membro dovea conferire una carica adatta alle qualità fisiche o morali di lui. Per esempio il nobil uomo Foscarini, alto, magro, asciutto, bruttissimo, fu nominato Gran sicario della Corte; Carlo Morosini, ebreo fatto cristiano, ed uomo volgare: Capo dei presentini, come chi dicesse delle guardie di finanza; Gerolamo Canestrari, poeta veronese, pezzo d’uomo grande e grosso: Capo dei bastasi, ossia dei facchini della dogana; Giuseppe Trevisan, sensale del banchiere Papadopoli, individuo tubercoloso, bolso, e per giunta trombettiere di prima forza: boca da butiro; e il nobil uomo Semitecolo, parlatore eterno di codici e di pandette, e millantatore d’ogni cosa: capo dei bombardieri.

Prima ancora che si formasse la società, il Buratti avea consacrato al Soardi un sonetto - ritratto, molto impertinente; basti dire che i primi undici versi erano questi:

Bugiardo crin, che di bugiarda fronte
Mal copre il disonor; occhio fallace,
Nero, incavato, accusator dell’onte
Ch’ebber le borse da sua man rapace;

Schiacciato il naso e degno di Caronte;
Labbro fesso nel mezzo, ognor ferace
Di motteggio villan...
L’ira dei numi a disfidar capace;

D’ogni vizio sentina, eppur d’amore
Vezzoso cicisbeo, cornuto e pesto
Da bionda Frine che gli punse il core.

Il Soardi fece il filosofo, ma aspettava al varco il poeta. Come fu creato duca della Corte dei Busoni vide giunto il momento di rifarsi, e mentre il Buratti sperava di aver la nomina di poeta cesareo, con sommo dispetto e dolore si vide insignito del grado di Gran piavoloto,41 allusivo all’alta statura e al ricercato vestire di lui. Anche in una nota inedita confessa che questa dignità «valse più di qualunque satira a vendicare il Soardi

Il nobil uomo Domenico Michieli, per la sua fisonomia trucemente bizzarra, ebbe la carica di Aiutante del carnefice; un tal Bonfadini, ch’era un po’ balbo, di Stenterello; e un Mioni, balbuzientissimo, un artista del genere, che alla balbuzie univa uno zufolo stridulo e continuo, di Gran Tartaglia di Corte. Ognuno dei neo-busoni, appena ricevuta la nomina, dovea ringraziare il duca con un discorso in prosa o in versi, ma in versi per lo più, e quasi sempre li scriveva il Buratti. Venuta la volta del Mioni, pensò di giocargli un brutto tiro, e distese una cicalata in rime ostrogote, con certi avverbi lunghissimi e difficilissimi. Imaginava di ridere e di far ridere a crepapelle a spese del Gran Tartaglia, ma quale non fu la meraviglia sua e degli altri quando costui tirò fuori gravemente il suo bravo discorso, e lo lesse franco come un dottore, senza inciampare una sola volta? Era un uomo che doveva leggere tutta la vita, e parlare mai. Quì potrei far l’applicazione dei famosi pifferi di montagna, ma è roba troppo vecchia: ognuno può farla da .

Nei Busoni c’eran parecchi poeti, o che tali almeno si credevano. Fra loro si voleano bene come colombe e si ricambiavano un mondo di gentilezze, e più volte se in buon punto non capitavano il Gran sicario e l’Aiutante del carnefice a separarli, si sarebbero scambiati anche degli amorosissimi pugni. Una volta, per esempio, il Buratti cantò le gesta di una cortigiana. Il conte Pola, che era innamorato di essa, se ne offese: gagliarda fu la disputa, e tutta la Corte dovette interporsi fra i litiganti, e obbligarli a spegnere nello sciampagna le ardenze soverchie.

Sciampagna e vin del Reno e sontuose cene, doveano pagare quelli fra i Busoni che davano prova d’inesperienza in amore o in previsioni politiche, e il processo veniva instruito regolarmente, e la sentenza emanata da un’Alta Corte di Giustizia, improvvisata per l’occasione.

S’intende bene che il fondamento di questa curiosa società era la satira; e s’intenderà forse come il Buratti riuscisse in breve a maneggiare potentemente la ferula di Giovenale. Fu colà che raggiunse come poeta la sua massima altezza. Non si cerchi ne’ suoi versi la grazia, l’atticismo dei sali; manca nella maggior parte. Sale ce n’è, anzi troppo, ma sal grosso, sal di cucina. Non sono satire da salotto, per divertire, far sorridere le signore; satire che sfiorano gentilmente la pelle, e fanno dire: il poeta è un uomo di spirito — ma staffilate sanguinose che, a cui toccavano, strappavano a brani a brani la carne; castighi terribili che faceano fremere anche gli estranei; ferri infuocati, tenaglie roventi. La saporita e facile arguzia veneziana si sposa allo sfrenato impeto d’una fantasia mirabilmente vasta e pieghevole, ma intemperante, e troppo facile a varcare certi confini che un galantuomo rispetta. Non era malvagità di cuore che spingesse così innanzi il Buratti, ma leggerezza di carattere, difetto massimo della sua educazione. «Le satirette» - diceva egli con diminutivo un po’ ironico, se vogliamo - «le satirette sono in me quello che sono i fulmini in mano della Divina Provvidenza. Per il buon ordine del creato ve ne dev’essere annualmente uno stabilito numero, poco importando il nome della vittima. Vero è per altro che le saette celesti piombano sul capo del buono o del reo, e le mie, guidate da una Provvidenza meno generica, non colgono che il meritevole.» Avrebbe dovuto soggiungere: o che egli tale credeva, perchè non di rado fece schizzare il sangue da la pelle a qualche Tizio per motivifutili, che sembra impossibile come un uomo di spirito li raccogliesse. Di molti fatti che potrei citare ne scelgo uno, il principale. Il Buratti aveva comune con Giulio Cesare il difetto di essere calvo, ma più fortunato di Cesare, copriva la calvizie con una bionda parrucca. Debolezze umane! Pretendea persino che il parrucchiere dove l’avea comperata sapesse tacere! Fu invitato una sera a cena dai Busoni, ad una di quelle solite cene con le quali un delinquente, condannato dall’Alta Corte di Giustizia, scontava la pena. Vicino a lui sedeva Nicoletto Streffi, amabile gentiluomo, contro il quale, non era molto, avea scagliato un dardo avvelenato. Si arrivò allegramente alle frutta, quando, d’un tratto, lo Streffi ghermisce al Buratti la parrucca, e la getta in aria fra le chiassose risate di tutta la Corte. Certamente il Buratti dovette fare in quel momento una gran brutta figura; ma non ebbe la presenza di spirito dell’Alfieri; se avesse potuto divorare lo Streffi, l’avrebbe fatto; e l’affettato sorriso del labbro facea contrasto col lampo infernale degli occhi, e mal celava la compressa ira che gli bolliva nel petto. Non dovea finire così: infatti si accinse a comporre contro lo Streffi un intero poema in dodici canti, che intitolò: Streffeide o Vita morte e miracoli de Nicoletto Streffi grego, in cui del poveretto fece proprio uno strazio. È inedito, ma quantunque il tempo gli abbia fatto perdere molta parte del suo sapore, sarebbe da pubblicarsi come monumento di poesia paesana, contributo prezioso alla storia dei costumi.

Non mi resta ora che presentare la più celebre lingua di Venezia, il più perfetto tipo di maldicente che sia stato al mondo, in Giuseppe Ancillo, esercitante la lugubre professione di farmacista in campo San Luca a Venezia, dove esistono ancora gli eredi, e insignito dalla Corte dei Busoni della cospicua carica di Don Marzio. Nel vestire pigliava sempre a modello l’ultimo figurino, anzi spingeva la moda all’eccesso, e si serviva dal Venezoni di Milano, riputato a quel tempo il primo sarto d’Italia. Avea la capigliatura eternamente impiastricciata di pomate e di cosmetici olezzanti, e lucida come l’armatura nuova di un guerriero medievale; incollata poi su la cotenna in modo, che il razzolare d’una gallina credo che non l’avrebbe scomposta di un pelo. Il nodo della cravatta pareva dipinto, i capi misurati col compasso; una dozzina di ciondoli tintinnavano sul panciotto; niuno a Venezia si ricordava di averlo veduto senza guanti e senza scarpette inverniciate, nemmeno quando bolliva i decotti e componeva le pillole. Era quel che le signorine chiamano un giovinotto galante, perchè di rado queste gentili creature vogliono o sanno far due cose di un uomo e del suo vestito.

Mezze delle sue giornate le consacrava a raccogliere novità e pettegolezzi, onde aver materia di piccanti conversazioni. Se qualche volta i pettegolezzi o le novità scarseggiavano, ei ne creava e diffondeva, salvo poi dopo a smentirsi. Egli solo era capace di mettere a soqquadro la città. Succedevano per esempio di queste scene. Incontra una signora per via:

— Cosa le pare della Emma?

— Che n’è successo? Non so niente.

— Come! non sa? Nientemeno che è fuggita col marchesino tale.

Ohhh!... Dice davvero?

Perbacco: l’ho saputo da suo fratello, poveretto, che si trova in uno stato da far compassione.

— Lo credo io!... Chi l’avrebbe detto; una ragazza che pareva il tipo del candore!...

— Ma!... A questo mondo non si può mettere la mano sul fuoco per nessuno!...

La signora, armata di questa notizia, corre da tutte le amiche, e le maraviglie, i commenti, le chiacchere infinite si possono imaginare più presto che descrivere. La società veneziana è agitata come un oceano; ognuno ripete la storiella degli amanti fuggiti, e ciascuno parla di loro come di suoi parenti. Quand’ecco un damerino, ansante, sudato, entra in un salotto, e con voce solenne, come esordisse un’orazione in Parlamento:

— Cosa inaudita o signori! Ho veduta la Emma sulla riva degli Schiavoni!

Gli eh, gli oh si avvicendano, si confondono; il malcapitato soffoca tra le domande; non sa più a chi dare ascolto; innalza mentalmente una preghiera al cielo per uscire illeso da tanta battaglia... ed ecco giungere dal cielo un secondo ganimede, un terzo, un quarto; positivamente la signora Emma non è fuggita, e il marchesino X non solo non si è mai mosso da Venezia, ma non ebbe mai per il capo l’idea di corteggiare la signora predetta. Nuova sorpresa, maraviglie nuove, confusione; ma la scena cambia, e chi fu inteso prima titolar la signora Emma di leggera e di svergognata, ora esclama:

Povera signora!... Ma è un’infamia spargere di queste voci!

E le contesse e le marchese protestano in nome della offesa dignità femminile; e si parla della lingua lunga del mondo, della virtù d’una donna quanto sia fragile; e il bel sesso accusa il sesso forte di abusare di questa fragilità per fini secreti e malvagi; e i pochi membri del sesso forte presenti oppongono in massa che calunnie di questo genere sono quasi sempre parto di fantasie femminili. Di quì nasce un ragionamento filosofico sull’amicizia fra donne, e si conchiude che non esiste. Finalmente il discorso converge al solo, all’unico punto interessante: da chi può essere partita la calunnia contro la signora Emma? Qualcuno arrischia dei nomi; nessuno crede che sia una cattiva azione codesta; tutt’al più si osserva che non se ne ha la certezza; e i damerini infilano la porta, e trottano chi di qua chi di a tastare il terreno, onde avere in mano, potendo, la chiave del dubbio agitatore e crudele. E forse taluno sogna di aprire con essa un cuoricino...

Intanto la prima signora che aveva incontrato per via l’Ancillo, nuovamente lo trova e lo ferma:

— Che cosa mi disse l’altro giorno della signora Emma e del marchesino? È tutto falso!

Lui finge di cascar dalle nuvole, e per evitar le domande suggestive della curiosa interlocutrice, ne sballa un’altra delle sue:

— La Emma è nulla! Non sa la nuova? Napoleone è morto!

L’avventura del marchesino è messa in tacere; la società ritorna a recitare la tragicommedia d’innanzi; questa volta anche le gazzette cascano nella rete, anche i negozianti si accapigliano alla Borsa.... e il farmacista Ancillo, con le braccia conserte, al seno, guarda e sorride!

Al falso sapeva abilmente mescolare il vero; per questo egli era sempre creduto. Per essere il primo a scoprire una cosa, avrebbe venduta l’acqua del battesimo. Pedinava gl’innamorati, li seguiva da per tutto come l’ombra del loro corpo, capace persino di aspettarli un’intera notte all’uscio della loro amante onde riferire con sicurezza le ore, i minuti, i secondi che erano stati insieme; poi corrompeva i servitori per farli cantare, e diffondeva ciò che riusciva a sapere, coi relativi chiari e scuri e le mezze tinte maliziosette. Talora pagava salate le sue indiscrezioni, come una volta che avendo punta nell’onore la fidanzata di certo Spinelli, questi gli tirò a bruciapelo un colpo di pistola, il quale fortunatamente fallì. Fu allora che il Buratti, vicino a partire per la campagna, scriveva a un amico:

Saluda chi ti credi,
E dighe al farmacopola
Che dopo quela scopola
El regola i bomò.

L’Ancillo non era un’aquila, ma neanche privo di coltura. Impiegò metà della vita a studiar l’inglese e l’altra metà a meditare un viaggio in Inghilterra. Si dava l’aria di poeta, e credeva di aver ali così robuste da emulare il Buratti; ma componeva versi laidissimi, senza gusto arte, e sono inediti ancora, e si spera che resteranno per grazia di Dio. Del Buratti per altro avea paura, e lo minacciava di non so quali tremendi castighi se lo avesse preso di mira. Le stesse cose gli ripeteva il nobil uomo Marco Priuli «che se inquieta de chi dixe mal in verso» - notava il Buratti - «dopo che lu fa altretanto in cativa prosa da la matina a la sera».42 A buon conto si faceva aspettare sempre da un codega43 e condurre a casa. Abitava a San Samuele, in palazzo Mocenigo. In realtà la sua penna era così temuta, che una notte da Florian un settuagenario, certo Biagio Zara, il quale dovea avere, penso, molti peccati sulla coscienza, lo aspettò due lunghe ore per gittarglisi ai piedi, e pregarlo di non fargli una satira.

Il Buratti e l’Ancillo non si volevano bene, ma stavano sempre insieme. Più volte il primo tentò di rompere la catena che lo legava al secondo, ma in una nota confessa: «le risoluzioni forti non sono del mio carattere.» Fra i loro amici comuni c’erano il conte Tomaso Mocenigo Soranzo, noto col vezzeggiativo di Tomaetto, e Giovanni Papadopoli, i quali con ragione amavano di condur vita gioconda. Il Soranzo, gran signore e tuttavia senza famiglia, invitava ogni giorno alternativamente i più intimi a splendidi pranzi, riserbando il giovedì e la domenica per le signore e per i conoscenti d’occasione. I pranzi degli intimi erano una continua festa, un battagliare di frizzi, un incessante succedersi di ragionamenti bizzarri e grassocci, di argutissimi scherzi, di nuove e sempre matte invenzioni. Fu un tempo nel quale il Buratti, amabile sibarita, era l’eroe di quei banchetti. Un giorno i convenuti - fra cui notavi il Mustoxidi, Alvise Quirini, il Tordorò, e il nobil uomo Sangiantoffetti, bello e grazioso come una donnina - si crearono da stessi cardinali, ed elessero a pieni voti Sommo Pontefice il Buratti, col nome di Sisto. Egli prese tosto sul serio la propria missione e scrisse Il conclave, lunga poesia, ricca di talento e di pregi, in cui nominava con diverso elogio tutti i cardinali presenti.

Non c’era cosa, per quanto piccola, che sfuggisse all’occhio penetrante e osservatore di lui, e a breve andare notò che l’Ancillo si distingueva sopra gli altri invitati per l’eccessiva ghiottoneria. Lui fissava il giorno dei pranzi e suggeriva al Soranzo i commensali per non essere dimenticato; lui divorava le pietanze con gli occhi prima che con la bocca, e quando avea il piatto dinanzi lo teneva fermo con la mano sinistra per paura che gli scappasse via; lui impugnava le bottiglie vuote prima che i camerieri le togliessero dalla mensa, e se le rovesciava sulla bocca per libarne le ultime goccie. Il Buratti aspettò l’occasione propizia, e in un brindisi, con trasparenti allusioni disse:

Magno, ma dentro el piato
No cazzo tutto el muso,
Ma no ghe moro suso
Smanioso più de un can;

Ma tre, ma quatro volte
No replico i boconi,
slongo44 un per de ochioni
Su quel che xe lontan;

Ma no prescrivo el numero
Dei comensali al conte,
Che inesauribil fonte
De mache a nu xe sta;

Ma in moribondi aneliti
No invidia la mia gola
Quel che va via de tola45
Ai servi destinà.

Peccato che una volta, lasciatosi un po’ troppo sedurre dalla vena satirica, il Buratti pungesse un amico prediletto del Soranzo, e gli fosse da questi chiusa la porta di casa sua. Il poeta, per iscusarsene, afferma che quel gentile signore era «un zorno da late e un zorno da vovi».46

I pranzi del Papadopoli erano più modesti perchè non oltrepassavano mai i dodici coperti, ma non meno allegri, meno cordiali. Il Buratti soleva fare ogni volta un brindisi, e invariabilmente chiudeva pigliando il tratto innanzi ed assicurandosi l’invito per la prossima volta; cosicchè potè scrivere:

No xe po vero
Che la poesia
Sempre sinonimo
De zero sia,
Come fra calcoli
Bassi e venali
D’acordo opina
Certi cotali
Che fa musina.47

L’altra matina
Dando de naso
Cussì per caso
Nel mio vernacolo
Tesoro sconto,
Ò trovà in ponto48
Beli e trascriti
Cento e do brindisi
Fra i manoscriti.

E come gho
Registro esato
De quando nato
Xe ognun dei brindisi,
De certo so
Che in sta faragine
Apena do
Xe stai passivi,
E cento ativi.

Giuseppe Trevisan, la Boca da butiro dei Busoni, prendendo argomento da ciò, andava dicendo pubblicamente che per far cantare il Buratti ci voleva la gola di un pranzo. Era una sciocchezza, perchè il poeta, scapolo e ricco, avea bisogno di buona e lieta compagnia, e non di pranzi. Non valeva certo la pena di rispondere, tuttavia sembra lo facesse nei seguenti versi:

. . . . . . . . . . caéna al colo

Un omo del mio tagio no se méte;
Scrivo per mio piacer, vendo a nolo,
Co no le vien dal cuor le barzelete.

Fama de leterato alto e profondo
No me seduse, e calcolo per gnente
Viver nei libri co no son più al mondo;
                      Chè la lode xe in fondo
Una salsa gustosa infin che questa
Ne filtra per le rechie, e che ne resta
                      Per gustarla una testa.

Un altro convegno, più fecondo di osservazioni e di argomenti di satira, era il teatro. Tutti sanno che cosa fosse il Fenice allora: uno dei primi teatri d’Europa per lo splendore delle rappresentazioni, la frequenza di artisti famosi, l’incredibile concorso dei forastieri. Per uno spettacolo al Fenice si veniva fin da Parigi. Spettacolo in stesso gradito, amabilissimo, erano le signore eleganti che affollavano fulgide come stelle i palchetti, avvincevano tanti cuori, e sfioravano tante vergini anime con l’artiglieria delle occhiate. Chi, sorprendendo così dolci atti, non sarebbe stato assalito da un sentimento d’invidia? Due soli poeti, ch’io sappia, due satirici nell’esercizio delle loro funzioni: il Buratti e l’Ancillo. sospiro di donna, bacio di fanciulla avrebbero in quei momenti agghiacciato sul loro labbro il ghigno di Mefistofele. Sedevano l’uno vicino all’altro nella prima fila di poltroncine onde stabilire facilmente un prosaico telegrafo con le vecchie conoscenze del palcoscenico, e dominare negl’intermezzi il pubblico dei palchi e della platea. Indivisibili come il loro occhialino d’oro, il Buratti però aveva un’aria da collegiale presso all’Ancillo, che in fatto di lingua lunga e di polizia secreta era senza rivali. Metà della serata il Buratti non facea che interrogare, l’Ancillo che rispondere.

— Chi è quella vecchia signora con quella biancovestita fanciulla, bruna come la notte?

— La vecchia non è una signora, la fanciulla una fanciulla...

E seguivano le informazioni.

Vedi quella bionda bellezza in palco numero tale?

— La devi conoscere. Non è bionda che quando viene a teatro...

E quì le relative notizie.

Talora l’Ancillo girava a far qualche visita, e il Buratti rimaneva solo al suo posto. Poniamo che durante una di queste assenze un palchetto d’innanzi, rimasto fino allora vuoto, si popolasse come per incanto di due provocanti figurine, che paressero scappate da un quadro di Tiziano, la toilette a parte. Agitazione grandissima nei giovani della platea. Mille binoccoli si armavano della lente. In modeste proporzioni sembrava di essere in una specula, e di avere dinanzi mille astronomi osservanti due stelle.

— Chi sono?

— Le conosci?

— Le hai viste ancora?

— Son forastiere?

Queste le domande che si succedevano rapidamente, come le faville in certi fuochi d’artifizio, con l’ardore febbrile della curiosità. Ma nessuno sapeva chi fossero. E tutti gli occhi erano inchiodati a quel palchetto. Anche il Buratti avea un bell’aiutarsi con l’occhialino: neppur lui conosceva le adorabili figurine. Finalmente ritornava l’Ancillo. Tutte le poltroncine gli saltavano addosso:

— Chi sono?

— Le conosci?

— Le hai viste ancora?

— Son forastiere?

L’Ancillo dava una semplice occhiata a le belle incognite, sorrideva di compassione per quella turba ignorante, e cominciava a parlare, e parlava mezz’ora.

— Sono le tali, e tali, figlie di Tizio e di Sempronia. La maggiore ha tanti anni, la minore tanti. Vengono dal tale paese: ma sono spiantate. Tizio ha mangiata la sua fortuna; Sempronia la dote. Oh, ne ha fatte d’ogni erba un fascio quella donna!... Se le figliuole somigliano a lei!... Si parla anzi di un ufficiale...

Insomma non si ha esempio che l’Ancillo abbia detto di una signora: non la conosco. Venisse pure dalla Cocincina, dalla Terra del Fuoco, dal Missisipì, dal Polo Antartico, quell’uomo era sempre bene informato, come un policemen londinese.

Passate in rivista le novità, i due amici rivolgevano la loro attenzione alle vecchie conoscenze, e si comunicavano a vicenda le scoperte recentissime.

— Ho sempre ammirati i superbi denti della contessa C. Seppi stasera che sono falsi.

— Lo sapevo.

— Lo sapevi? E sai pure che il marito di lei porta parrucca, che l’altro giorno si è fatto levare quattro mascellari che lo tribolavano, e che per farsi coraggio volle presente all’operazione l’amante? Sai che la signora T. ama le donne come Saffo Lesbia amava le belle greche?

Mentre parlava, il Buratti scriveva in un libriccino di note. Nessuna sorpresa si dipingeva sul suo volto. L’abitudine rende insensibili come statue di marmo.

All’indomani il conte C. e la signora T. erano serviti per il delle feste.

E ogni sera i due amici, fin che restava aperto il teatro, seguitavano a fare questi, che essi chiamavano i loro studi.





27 Lettera cit.



28 Sedotto, tirato dalla sua.



29 S’impara altrove che questo Antonio, quantunque fosse il cucco della mamma, era di carattere bisbetico e saturnino.



30 Corbelleria.



31 Il solo trasporto della mobilia.



32 Ingannate.



33 Che aveva grandezze principesche.



34 Diede il suo voto.



35 L’aveva abbandonata.



36 Asciutta.



37 Affettazione.



38 Parlava dei bolognesi di ottantanni fa; oggi è tutt’altra cosa, ed io mi onoro di avere a Bologna l’amico che stimo ed amo di più, per le rare qualità dell’ingegno e le squisite doti del cuore.



39 Chiedendo danaro.



40 Si rifecero a misura colma.



41 Fantoccione.



42 StreffeideNota al canto III.



43 Servitore di piazza che di notte accompagnava a casa altrui, rischiarando la strada con un fanale.



44 Allungo.



45 Dalla mensa.



46 Un giorno di un parere, un giorno di un altro; avesse uova e pulcini.



47 Che tengono conto dei frutti che arreca.



48 In punto, esattamente.



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