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V. Applicazione d’un cerottino a Filippo Scolari — Il quale risponde e si querela alla Polizia — Il Buratti firma una dichiarazione — Il prete Marienis — A che patto si lasciasse satireggiare — Va parroco a Mazzorbo — La Polizia gl’impedisce di visitar San Fedele — Ordina dei funerali a Madama di La Vallière — Tragica istoria di un elefante — Il Buratti la narra in un poemetto — I suoi nemici vogliono perderlo — La Polizia gli fa un processo — Suo interrogatorio — È condannato a un mese di carcere — Scuse dell’autore. |
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Applicazione d’un cerottino a Filippo Scolari — Il quale risponde e si querela alla Polizia — Il Buratti firma una dichiarazione — Il prete Marienis — A che patto si lasciasse satireggiare — Va parroco a Mazzorbo — La Polizia gl’impedisce di visitar San Fedele — Ordina dei funerali a Madama di La Vallière — Tragica istoria di un elefante — Il Buratti la narra in un poemetto — I suoi nemici vogliono perderlo — La Polizia gli fa un processo — Suo interrogatorio — È condannato a un mese di carcere — Scuse dell’autore.
Il poeta fece ritorno a Venezia con indosso una matta voglia di sfogare su qualcuno l’ira che lo consumava. Cercò una vittima al caffè Florian, e la trovò in Filippo Scolari, giovane bravo e culto più che non paresse, a vederlo così smilzo e piccolo di statura. «Pochi si danno allo studio» - confessava lo stesso Buratti - «con tanto fervore, e sanno isolarsi al lume della vigil lucerna da quanto nel quinto lustro invita il senso e lunsinga il bollore delle passioni.» Ma era pedante e borioso nel medesimo tempo. L’Arcadia lo contava fra i suoi membri - col nome di Ippofilo Larisco - l’Ateneo Veneto anche, e quivi somministrava sovente al pubblico certe letture molto somiglianti a dei soporiferi. Al caffè pronunziava giudizî sbalorditoi. A sentirlo, in tutta Italia non c’era un buon letterato, e battezzava per un ciarlatano lo Sgricci, il quale pur godeva la stima e l’ammirazione del Monti e del Perticari. Come al disprezzo per i viventi, altrettanto era facile a lodare i letterati morti; per esempio, da arcade coscienzioso e fedele, alzava a cielo il Sannazzaro, e anzi avea dato mano a tradurlo. «Egli» - narrava il Buratti - «raccoglie spesso nel suo studio alcuni amici, e li munisce tutti di un piccolo Sannazzaro per tener dietro alla sua traduzione, che sta registrata in un gran libro che porta in fronte il suo ritratto. Ippofilo legge con una tal prosunzione di sè, che infuoca spesso le pallidissime e smunte sue guancie. Ebbi io pure l’onore d’essere più d’una volta del bel numer uno, ma, confesso il mio peccato, niente per altro che per godermi la scena comica, e riflettere sulla vanità degli umani delirî.» Nemico acerrimo della pedanteria negli uomimi di età, e maggiormente nei giovani di primo pelo, col titolo di Avvertimento a Ippofilo Larisco egli applicò allo Scolari un cerottino; cioè lo prese a tema d’una satira bellissima, la cui proposta era la seguente:
Ippofilo sentì:
primo dover
De chi a le scienze e ai studi se abandona,
Xe el persuaderse che chi vol saver
Prima del tempo, o l’è un pedante, o un mona;98
Che l’inzegno de
l’omo xe un campeto
Che per produr a tempo e fruti e fiori
Gha bisogno de aratro e de vangheto,
De insistenza, de strussie, e de suori;
Che prima l’omo
teta, e dopo el magna;
Che la natura in tuto xe una scala;
Che de genj no gh’è çerta cucagna,
E chi se crede tal spesso la fala;
Che sculazzar se
deve, e l’asenelo
Tacarghe al colo in pena del mattezzo,
A chi con bocca fresca dal cavièlo99
Adota del sacente el dottorezzo;
Che un trotolo100
che spussa da pissin
No pol che meritarse i scopelóti
Se ’l vol posar per tuto el so martin101
E torse una carèga102
in mezo ai doti.
Dopo un’ampia dimostrazione di tuttociò, conchiudeva esprimendo il suo dolore
Che nel fior de
l’età la più ridente
Un secolo ghavè piantà sul muso,
Un sardonico muso impertinente,
Un ton da sozietà che xe in disuso;
Un vestiario
sorbìo103
da mezo avaro,
Un che de ranzignà104
che rompe el toni,
Proprio d’un tradutor de Sanazzaro,
Idest del più gran secacogioni.
Ipofilo, ò finìo; no storzè i denti,
Fede al zeroto...105
l’è bonin per Dio,
No ’l manca de nissun dei so ingredienti:
Tegnilo sù do zorni e sè guarìo.
Lo Scolari ebbe il poco spirito di aversene a male, e di rispondere al Buratti con delle ingiurie, malamente verseggiate. Per esempio:
Or sai che
trasseti a penitenza?
La tua medesima porca licenza,
Di che ti pungono
sì fiere doglie
Che celi agli uomini quella tua moglie.
Se a te la povera
bramasti unita
Per brama nobile di cambiar vita,
Perchè, ridicolo
vecchio galante,
Rifuggi agli uomini di trarla avante?
Perchè direbbonti, nè ciò t’adesca.
Marito ignobile d’una fantesca.
Bella logica! Quasi che il mondo non sapesse e non ripetesse da mesi che il poeta avea sposata la sua governante; quasichè fosse un obbligo per un marito il condurre in pubblico la propria donna! Malcontento forse di questa risposta e non gli parendo sufficiente vendetta, lo Scolari sporse pure querela contro il poeta, con lo scopo di farlo andare in prigione; ma il Commissario di Polizia, più prudente, si limitò a dargli una rammanzina, e a fargli sottoscrivere una dichiarazione di non più far satire vita sua natural durante. Costa sì poco il promettere, specialmente ai poeti!
Bisogna sapere che ogni anno, alla metà circa di ottobre, il Buratti solea recarsi a Pezzan di Melma a celebrare non so quale Madonna con certi Gaggio suoi parenti; la qual celebrazione consisteva, come il solito, in un lauto pranzo dopo le cerimonie religiose. L’ultima volta a mensa avea fatta la conoscenza d’un prete ridicolo, un gustosissimo tipo goldoniano, certo Don Domenico Marienis. Figlio di un corriere, celebre sotto il nomignolo di Cul di ferro per l’impassibilità di quella parte del suo individuo; buono e ingenuo quanto poteva esserlo Adamo prima del pomo, il suo ritratto si completava con la seguente fisonomia:
Çimesin106
- ochio porçin,
Denti verdi, naso storto,
Cavel griso, bel bochin.
Te darò la rima in morto.
Nei giorni di sagra, per non dare troppe occupazioni ai nonzoli, addobbava la chiesa con le sue mani. Credeva fermissimamente alla riabilitazione delle donne perdute, e ne avea levata una dal gineceo, la quale abitava seco, insieme alla immancabile Perpetua, e il suo più bel sogno era quello di vederle in pace e contente; ma la fama non dice se le vide mai. Pativa inoltre di sonnambulismo, e strani racconti correvano per il paese delle sue misteriose scorrerie notturne. Come resistere con un originale di tal fatta dinanzi; come ricordarsi del Commissario di Polizia; come arrestare l’impeto della vena, la quale pareva non dover essere mai stata più limpida e fresca? Bruciasse il mondo la secondò, e per quattr’anni continui Don Domenico Marienis fu il soggetto principale delle sue mordaci risate a mensa, presenti i commensali e il buon prete medesimo. Costui dapprima sorrise, non intendendo probabilmente nulla; poi, quando un filo di luce gli rischiarò la nebbia dell’intelletto, fece timide proteste, che aumentarono l’ilarità generale. Qualche volta però, ferito al vivo - e per ferirlo al vivo era duopo suonargliele grosse - minacciava di sfogarsi coi bicchieri e coi piatti. Allora il poeta, per non recare un danno ai padroni di casa, nascondeva uno scudo nella tabacchiera, offriva al reverendo una presa, e i piatti e i bicchieri erano salvi.
In capo a quattr’anni quest’umile servo di Dio fu promosso - diceva lui - dalla cura di Pezzan di Melma all’Economato di Mazzorbo, isoletta delle lagune, deserta quasi come una terra polare. I poveri pescatori viventi colà lo accolsero come un inviato celeste, e non andò guari che scopersero in lui certi talenti per la predicazione, che egli stesso ignorava d’avere. Parroco senza canonica, abitava la casa d’un conte slavo, fiero e bellicoso proprietario, il quale ogni mese litigava pel ritardato pagamento della pigione, e proferiva terribili minaccie di mandarlo a dormire in istrada, sotto il grande mantello del firmamento. L’acuto lettore capirà senza dubbio che il pover’uomo non poteva essere troppo contento del suo soggiorno. Onde mutarlo presentò una supplica al Patriarca di Venezia, in quel tempo Ladislao Pyrker; ma si ebbe in risposta una solenne lavata di capo, imperocchè Dio lo avea mandato a fare la felicità di Mazzorbo, e non doveva ribellarsi ai voleri di Dio. Stette dunque al suo posto; senonchè una idea peregrina attraversò la sua mente come fulgido lampo le tenebre d’una notte, cioè di recarsi in Svizzera a visitar San Fedele, santo assai trascurato, a parer suo, dalla Chiesa. Gli occorreva un passaporto; ma la sua faccia straordinarissima insospettì il Commissario di Polizia, che glielo negò. Povero prete! Si vide costretto ad inventare delle preghiere per giustificarsi con San Fedele, e ad invitarlo a punire la cattiveria umana, che gli toglieva persino l’occasione di guadagnarsi in Paradiso una poltroncina invece d’una sedia. E sfogò la sua rabbia sui poveri parrocchiani innocenti, invitantoli tutti ad un triduo, e preparò funerali grandiosi a madama di La Vallière, favorita di Luigi XIV, morta nel 1710, più di un secolo prima. A che proposito? Questo è quello che non si seppe mai. Si sa invece che i buoni isolani stralunarono gli occhi e spalancarono la bocca, e dopo averla chiusa, si chiesero tra di loro:
— Madama di Lavallière! Chi era madama di La Vallière?
E lo domandarono alle casuccie in rovina, testimoni di tante cose passate, ai tisici alberelli, alle acque della laguna; ma gli alberi, l’acqua, le case tacquero, di cui punto mi maraviglio. Finalmente il parroco una domenica spiegò dall’altare il grande enigma, dicendo con voce solenne che la favorita del re di Francia era stata una santa. Si udirono allora echeggiar le navate del tempio di preghiere in orribili favelle, e la innocente e mistica fantasia dei pescatori vedeva in aria la santa assorgere al cielo ne’ fluenti suoi veli, in mezzo a un trionfo di cherubini. Preparato così egregiamente il terreno, il buon parroco a sue spese fece addobbar la chiesa e preparar la bara pel servizio funebre, e la riempì di cenci per non lasciarla vuota. La cerimonia fu lagrimosa: non la descrivo perchè farei piangere, ed anch’io piangerei. Copriva il feretro un tappeto verde, il medesimo sul quale il piovano giocava la sera a tresette col dottore, col sindaco e col campanaio, e fra le donne che componevano il mesto cortèo, si notavano tutte le monache di Mazzorbo, a loro edificazione.
Dopo questo avvenimento pietoso, l’infaticabile Marienis prese a perseguitare la comica Marchioni, onde ridurla a prendere il velo ed a lasciare il teatro, luogo di perdizione, anticamera dell’inferno. Questa volta il Buratti, che conosceva la Marchioni intus et in cute, non potè più trattenersi, e il buon parroco, vistolo in atto di scoccare una freccia contro di lui, gli dichiarò che lo avrebbe denunziato al Commissario di Polizia... Punto scosso il poeta da questa minaccia, colse un’occasione favorevole per offrirgli una presa di rapè, con due scudi nascosti invece di uno, e il dardo partì.
Mentre il Buratti rideva di questo pover’uomo, a Venezia accadde un fatto straordinario di un’elefante. Dissi un elefante, ma poteva essere anche un’elefantessa. I cronisti non si accordano sul sesso. Ma generalmente quando si parla di bestie, si usa battezzarle per maschi, e questo non mi par gran male, perchè sono loro che hanno interesse a distinguere il maschio dalla femmina, e non noi. Un bellissimo elefante, dunque, il quale costava al suo padrone - certo Garnier - una ventina di mille lire, nel carnovale del 1819 fu condotto a Venezia ed esposto in un casotto sulla Riva degli Schiavoni. Molta gente accorse a vederlo, e ognuno usciva maravigliato della sua intelligenza. Passò il carnovale e venne il marzo. I tepori primaverili, risvegliando in lui l’istinto amoroso, gli cacciarono addosso un’irrequietezza strana, una smania, che lo rese intollerante di freno, selvaggio. La gente, intimorita - ci vuol tanto poco a intimorire la gente! - cominciò a mormorare; la Polizia s’interpose, e ordinò al Garnier, il 15 di quel mese, di andarsene con l’elefante entro ventiquattr’ore. Fra le undici e la mezzanotte, cosa insolita, i balconi e le vie circostanti al casotto brulicavano di curiosi, e il canale d’intorno di gondole, di barche, di battelli, gremiti specialmente di signore. Dinanzi al casotto stava un ponticello di travi inclinato verso una grossa chiatta, destinata al trasporto dello strano viaggiatore; il quale per altro non aveva alcuna intenzione di partire. A forza di pungolo e di bastone si potè trascinarlo fuori, ma ostinatamente puntando i piedi per tornare indietro, le travi cedettero sotto di lui come pagliuzze. Senza ponte l’imbarco non era possibile, e si decise di chiuderlo intanto in un magazzino poco discosto. Fu dato l’arduo incarico ad un giovinetto, Camillo Rosa di Rovigo, bello, biondo, pieno di energia e di vita, che imaginò di assicurare ad un’asta un pezzo di carne, e di camminare a ritroso nella direzione indicata; l’animale, allettato, lo avrebbe seguìto. E così fu per un poco, ma non potendo giungere ad abboccar l’esca, l’elefante perdette la pazienza, fece intendere un formidabile barrito, atterrò il giovane con la proboscide, se lo cacciò sotto i piedi poderosi, e divorata la carne, seguitò, minacciando, la sua strada. Parve il finimondo. La folla, spaventata, retrocesse in tumulto, urtando, soffocando, calpestando. In laguna egualmente. Parecchie barche affondarono. La paura non ragiona: credevano che l’elefante avesse la virtù di San Pietro!
Intanto il ferito, sanguinolento, si dibatteva negli spasimi dell’agonia, e la gente che era sui balconi, guardava tranquilla e commentava il caso, filosofando sulla carità degli uomini. Come Dio volle capitò un chirurgo, ma tardi, e in capo a quattr’ore la falce della morte recise quella giovane vita.
Tutte le botteghe si chiusero precipitevolissimevolmente: ma che importava all’elefante? Sfondò porte, svaligiò magazzini, schiantò persino il parapetto d’un pozzo. Fece per entrare in una casa a terreno dove un vispo sciame di bimbi stava trastullandosi beatamente, ma gli angeli proteggono questi cari fratelli, trovò la porta angusta e tornò indietro.
Era giunto in campo San Giovanni in Bragora. Cinquanta soldati, tronfi come Don Chisciotte, gli scaricarono addosso i loro fucili. E rimase un po’ sbalordito, ma poi continuò la strada. I prodi guerrieri, che lo credevano morto e si stavano avvicinando a lui, più che in fretta gli mostrarono la schiena, raccomandandosi all’agilità del loro tallone. E l’animale proseguì. A Sant’Antonino fece per varcare il ponte, ma riuscendo vano lo sforzo, furibondo si slanciò sul massiccio portone della vicina chiesa, bene assicurato da catenacci di sopra e di sotto; con un colpo di testa lo infranse, ed entrò a passi misurati, come un buon cristiano che vadi a udire la messa. Si puntellò tosto alla meglio la porta maggiore del tempio, si assicurarono le altre, si tenne consiglio sul da fare, e il Commissario di Polizia del Sestiere risolse, malgrado le querimonie del signor Garnier, di uccidere l’inferocita bestia. Le stelle cominciavano già a impallidire nel cielo, quando un uffiziale rompeva al quasi ottuagenario Patriarca Pyrker il dolce sonnellino dell’alba, per chiedergli il permesso di compiere in chiesa questa uccisione. Quindi si fece venire dall’Arsenale una spingarda, e intanto si praticò un foro nella porta maggiore del tempio onde esplorare la posizione dell’inimico. Oh vista! Panche rovesciate, arredi sacri disseminati, candelieri, candele, tutto, tutto disordinato e guasto. La casa di Dio pareva diventata la casa del Diavolo. Quanto all’inimico egli si era sprofondato con le gambe anteriori in una sepoltura, situata sotto l’organo. Che cosa avrà detto l’infelice che vi dormiva l’eterno sonno? Nol so: ma il signor Commissario trovò questa dell’animale una situazione vantaggiosissima per fargli la festa. La spingarda fu caricata a mitraglia, ma ahimè! la mitraglia sfiorò l’epidermide, e nulla più. Fu ricaricata a palla, e la palla gli squarciò il ventre. Il Commissario di Polizia, che era lì che guardava, fu udito chiedere se il nemico fosse morto. La notizia della vittoria si divulgò in un lampo. Allora i curiosi crebbero a centinaia, e a centinaia offrirono aiuto. L’orologio della torre vicina batteva le otto.
Il cadavere pesava seimila libbre venete, corrispondenti a quattromila seicento e ottantadue di misura austriaca. Venti uomini, armati di funi e di leve, impiegarono un’ora a trasportarlo in una chiatta. Il governo lo acquistò per seimila lire, e la pelle impagliata si vede ancora all’Università di Padova.
Quest’avventura parve al Buratti così piena di episodi comici, da essere grave peccato lasciarla in oblìo, e la prese a tema di un poemetto in cento e quattro stanze: Storia verissima dell’elefante. Da capo a fondo vi aleggia un fine sarcasmo. Non si può averne idea che leggendolo tutto. Nel medesimo giorno in cui l’animale dovea partire, capitò a Venezia l’imperatore d’Austria, coincidenza singolarissima che al poeta non isfuggì. E scrisse:
Ma nel dì che fra
i sbari e l’alegrìa
De suditi fedeli come nu,
De la quarta mugier in compagnia
El nostro bon Françesco xe vegnù,
Per dar una lumada107
e netar via
Tuto quel che fa torto a la virtù,
Sudito de nissun (vardè che caso!)
L’elefante in casoto ha storto el naso.
E rise di un tal Tolomei, ispettore del satellizio, e del Commissario di Polizia del sestiere di Castello il quale aveva ordinato ai soldati di far fuoco sull’elefante, ignorando che il piombo rimbalzasse sull’epidermide. Ma più di tutto pose in caricatura un marchese Maruzzi, che appena compiuto l’elefanticidio, fu visto correre ansante e sudato da Florian, a spaccar le montagne che non ci sono, e a giurare che senza di lui Venezia avrebbe cessato di essere. Questo marchese, nato di famiglia benemerita per servigi prestati a Caterina di Russia, era dal poeta dipinto:
Figura picoléta e
tomboloria,108
Colo curto e bovin, muso da luna,
Batolon,109
libertin, omo de inzegno.
E in una nota: «Unico germe della sua schiatta, il marchesino di cui parlo accoppia a talenti non comuni, tutte le stravaganze d’un ricco sfondato, che, superbissimo di carattere, ama sciogliersi da ogni riguardo, affettando una popolarità che non sente, ma che gli resta comoda, ottenendo con questa il mezzo di sopraffare i suoi nemici. Nacque a Petersbourg, e fu tenuto al fonte battesimale dal gran Paolo. Conosce molte lingue, parla di tutti a dritto e a rovescio, e soccorso da una memoria a tutte prove, veste il falso con una tal aria di verità, che bisogna accordargli l’onore del primo fra i Nobili ciarlatani.»110
In quel tempo il Maruzzi era a Milano. Un giorno gli capitò una lettera anonima bollentissima, che alludendo al poemetto burattiano, parlava di infamie inaudite, di onore offeso, di luminosa vendetta da prendere. Quantunque gentiluomo vero e pieno di spirito egli si impensierì, e presa la posta, volò a Venezia, per quanto le poste potessero volare. Quivi trovò qualche amico infiammato d’ira, come il fatto fosse suo, che gli empì il capo di ciarle, eccitandolo a farsi fare giustizia dai tribunali. Ma dunque era proprio una cosa grave? Col sangue agitato ricercò la satira, l’ebbe, la lesse... e rise di gusto, ne ammirò la fattura poetica, e nelle sue vene il sangue riprese la solita calma. Nè il suo onore, nè la sua onestà di negoziante erano tocchi; il resto non offendeva.
— Come, non offende? - gli gridava un zelantissimo amico. - C’è questo, questo, e questo. Se di me un poeta avesse scritto simili cose, lo farei impiccare.
— Anch’ io, se fossi in te - rispondeva placidamente il marchese.
E alla sera trovò il Buratti da Florian.
— Per causa mia?
— Leggete - E gli porse la lettera anonima ricevuta a Milano.
— Credete?
— Non credo nulla. Vi perdóno. Ma ad un patto: che mi rifondiate i settantacinque centesimi spesi alla posta per ritirar questa lettera.
Il Buratti pagò, ed il marchese tornò a Milano.
Ma intanto la fama della satira si diffuse; ognuno era curioso di leggerla. Un Paolo Stella, prestinaio - condannato alla berlina durante l’ultimo assedio per aver venduto il pane a un prezzo più alto di quello fissato dal calmiere - chiese direttamente al poeta la Storia dell’Elefante per poche ore. In queste poche ore ne fece fare di nascosto quattro copie, e le mandò ai patrizî Girolamo Semitecolo, Nicolò Priuli, Filippo Molin e Lodovico Soranzo, tutti famosissimi trombettieri. In due giorni mezza Venezia fu inondata di copie, e ripeteva a memoria le strofe più salienti, le quali naturalmente giunsero in questo modo all’orecchio della Direzione Generale di Polizia.
Da un minuto rapporto in data primo settembre al Governatore conte D’Inzaghi, apprendiamo che fu tosto incoato un processo contro il Buratti, qualificato per pericoloso satirico e ben noto libellista. La voce pubblica lo dichiarava autore della satira incriminata, e specialmente al caffè Florian lo dichiaravano quei giovinastri petulanti e mordaci, i quali per darsi il bel tuono di galanteria e per ostentare massime di troppo libero costume, si vantavano imitatori di lui. La stessa cosa ripetevano tre testimoni: Francesco Masotti, travet municipale; Francesco Caenazzo; e un Paolo Papette, possidente, accusatore zelantissimo, accanito. Anzi costui introdusse un quarto testimonio, il libraio Giuseppe Gnoato, che si prese la briga di additare diligentemente alla Polizia li punti più censurabili ed indecenti.111 L’interrogatorio del Buratti è riassunto così nel rapporto predetto: «Negare non seppe di avere lui composto quella poesia in ottava rima, in vernacolo, non intitolata L’elefanteide, ma bensì Storia verissima dell’elefante. Aprì, disse, campo al suo racconto, col descrivere le vere cause per cui l’elefante erasi reso indocile, i tentativi del suo padrone onde mandarlo fuori del paese, la fuga dal casotto, l’uccisione del proprio custode, il suo rifugiamento nella chiesa di Sant’Antonino, li guasti commessi, e la sua morte. Non occulta che per ravvivar la composizione abbia fatto scherzosamente giuocare il marchese Maruzzi, ed abbia nominato, per servire alla storia, l’Ispettore del satellizio Tolomei, ed il Commissario del Sestiere di Castello, che biasimò perchè aveva commesso alla forza armata di tirar di moschetto sull’elefante, quasichè non si sapesse col naturalista Buffon che le palle di fucile non penetrano nella pelle durissima e ripulsante di questo animale. Non nasconde di aver fatto uso dei veri e proprî nominativi allorchè parlò delle sensazioni naturali dell’elefante, ma si scusò col dire che queste licenze poetiche (così da lui nominate) potevano essere, qualora si rifletta alla composizione affatto bernesca ed in vernacolo veneziano, destinata ad una lettura particolare tra un circolo di persone liete ed amiche, e tra la gioia della tavola, e qualora si sappia ch’era sua intenzione che ciò seguisse alla presenza dello stesso Maruzzi, che come uomo assai spregiudicato in questa sorta d’affari, non se ne sarebbe, è certissimo, punto offeso. Accorda di aver affidata alla lettura questa sua composizione a più amici, di averla letta fra le domestiche sue pareti, ed interrogato ove tenea l’originale, rispose, non senza cadere in contraddizione, di averlo consegnato al proprio agente Pietro Groggia, partito un mese fa, circa, per Bologna, affinchè lo comunicasse ai propri fratelli, ivi domiciliati: protestò che non fece alcuna copia, e che la diffusione ben sensibile di questa poesia doveva attribuirsi unicamente all’indiscretezza ed all’abuso di qualche suo amico... Fu redarguito:
«I. Sopra le inconvenienti e scandalosissime espressioni ridondanti, le quali offendevano la morale e il buon costume.
«II. Sulla notevolissima ottava N. 16, ove con tanta confidenza parlava di S. M. il nostro graziosissimo sovrano, e colpevole potea dichiararsi per la confidenza, e pel significato che i malevoli potevano dare.
«III. Sulla ottava 30, in cui si dava il regale titolo di Maestà all’elefante.
«IV. All’ottava 35, in cui epitetava i soldati per Patani,112 espressione bassissima, che senz’altro si calcola dileggiante, e ridicola, ed offendente la milizia austriaca.
«V. Il sarcasmo con cui è lavorata l’ottava 36.
«VI. La derisione senza metafora del Commissario di Polizia di Castello alle ottave 50 e 51.
«VII. L’inconveniente verso, all’ottava 63, laddove dice: Se peca i puliziotti de lentezza.
« VIII. L’ingiuriosa espressione al Tolomei di Sgarafon113 all’ottava 68. Finalmente un ammasso di oscenità, di scherni, di frizzi, d’insulti, d’irreligione, di dileggio, di poco rispetto alle autorità costituite, e di mancanza di riverenza al Monarca.
«IX. L’ultima ottava 104, ove affastella confusamente bestia, chiesa, naso, escrementi.
«A tutte queste redarguizioni seppe egli poco o nulla giustificarsi, giacchè la cosa è palmare, le parole sono precise, il senso è chiarissimo.»
La Direzione Generale di Polizia, chiudendo questo rapporto, chiedeva al Governatore la facoltà di applicare al Buratti, per questa volta, la misura correzionale economica «onde frenare l’impura sua lingua e la sua penna velenosissima, che produsse tanti mali ad oneste famiglie, tante dissenzioni tra coniugi, tante gare di gelosia, e tanta corruttela alla gioventù inesperta.»
Il Governatore, in data 4 settembre, aderiva alla proposta «coi debiti riguardi» - però - «al minor rumore e pubblicità» e regalava al poeta un mese di carcere, prescrivendo che «meno la moglie, non gli sia permesso durante l’arresto l’avvicinamento de’ suoi amici, e che dopo espiata la pena gli venga nuovamente confermato il precetto, sotto la comminatoria di far uso, in caso di recidiva, di più rigorose misure».114
L’arresto seguì il giorno sette alle ore sei antimeridiane, e il Buratti fu rinchiuso in una stanza del Palazzo Ducale, dov’erano allora gli uffizi pubblici, ed anche quello di Polizia. Quando i gendarmi si presentarono a casa sua, il poeta stava scrivendo una satira contro il prete Marienis!
Nelle carte della Polizia trovo in data del 12 una supplica di Arcangela Brinis perchè fosse commutata la pena inflitta al marito nell’arresto in casa; in margine alla qual supplica un magistrato, che si direbbe egiziano perchè la sua firma è un geroglifico, appuntò: «Alla Direzione Generale di Polizia perchè diffidi la ricorrente che non si possa far luogo all’istanza».115
Gli uomini seri e prudenti biasimavano forte il Buratti. Non ha testa dicevano. Quand’era giovinotto gli potea servire di scusa la foga sconsigliata e l’inesperienza; ma adesso è carico di famiglia; dovrebbe avere un po’ più di cervello. Sicuro: ma dov’è un poeta che abbia avuto cervello? Uscito di carcere, egli rispondeva agli uomini seri: «Età matura, due figli e la moglie incinta» - perchè la signora Arcangela era incinta - «dovrebbero essere gran motivi a prudenza, ma non vale che l’esorcismo della morte a cacciar di corpo il demonio della poesia e della satira.» E si pose a terminare la Streffeide, lasciata incompleta, esclamando rabbiosamente: «son sta in preson do volte, e se mai dovesse andarghe la terza, m’ò proposto almanco de meritarmela, cavando la prima pele a quanti me xe vegnudi in te le sgrinfie».116
Rileggendo trovo che mi sono dilungato un po’ troppo su questo affare dell’elefante; ma il poemetto burattiano è considerato da tutti un capolavoro, ed è forse il solo, di questo poeta, che richieda un largo commento. Mi sono proposto due cose: di invogliare quelli che non lo conoscono a leggerlo, e di aiutarli ad intenderlo senz’altre ricerche. Può darsi che abbia fallito l’intento, e allora tu lettore, perdonami: fallano tutti.
Il Maruzzi ebbe buona e finita educazione, e non manca di qualche ingegno e coltura, e giunto adesso all’età di oltre cinquanta anni, lascia almeno in apparenza di far dimenticare le passate sue debolezze in fatto di donne. I di lui principj politici risultano essere incensurabili, sebbene lo si voglia molto attaccato alla Russia, ove tiene delle estese possidenze; quindi è pel complesso di tutte queste circostanze che gode nel pubblico vantaggiosa fama.»