Vittorio Malamani
Il principe dei satirici veneziani: Pietro Buratti

VI. Il Buratti marito e padre — Passatempi villerecci — Rossini a Venezia — La Semiramide, l’Addio busonico, e Madama Colbrant — Byron e l’appetito del conte Francesco Rizzo Pattarol — Satira — Un anonimo pone il Buratti in caricatura — Sua risposta — L’edizione ad usum Delphini — Sua ira e protesta — L’incuria della Polizia — Scusa i suoi versi liberi — Il Buratti artista — Un giudizio falso di Tommaso Locatelli — L’omo — Ipocrisia di Bartolammeo Gamba — Satira contro di lui — Come si dovrebbero giudicare il Buratti e il Baffo.

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VI.

Il Buratti marito e padrePassatempi villerecciRossini a Venezia — La Semiramide, l’Addio busonico, e Madama ColbrantByron e l’appetito del conte Francesco Rizzo PattarolSatira — Un anonimo pone il Buratti in caricatura — Sua risposta — L’edizione ad usum Delphini — Sua ira e protesta — L’incuria della PoliziaScusa i suoi versi liberi — Il Buratti artista — Un giudizio falso di Tommaso LocatelliL’omoIpocrisia di Bartolammeo GambaSatira contro di lui — Come si dovrebbero giudicare il Buratti e il Baffo.

Il Buratti era ciò che comunemente si dice un originale; di quelli che hanno tante fasi quante la luna, e che è tutt’altro che facile indovinare. Gli uomini seri, dianzi accennati, lo giudicavano dalla satira che gli aveva schiuse le porte della prigione, e dal loro punto di vista non avevano torto; ma ben altro criterio si sarebbero fatto se avessero potuto conoscere il poeta nell’intimità della famiglia. Poeta sempre e lunatico, perchè chi molto lavora col cervello non è in terra che a sbalzi, e la più parte, la migliore della sua vita, la passa lassù fra le nuvole; ma pieno di cuore e di spirito, un uomo simpatico e caro, il modello dei mariti e dei padri. Spiegare tutto questo non è facile. Nella vita ci sono antagonismi curiosi.

Si vuole che i Don Giovanni riescano comunemente buoni mariti, perchè hanno molto vissuto; ma per vivere molto bisogna che si sposino in età matura, e sposandosi in età matura potranno essi fare una buona moglie? Si capisce che le ragazze preferiscano un vecchio danaroso, per esempio, a un giovine che non abbia che dell’ingegno; ma la loro inclinazione naturale sarebbe di preferire ad un uomo di cinquant’anni due giovinotti di venticinque. Il Don Giovanni sarà un buon marito, perchè almeno lascerà in pace la moglie; ma felice? No. Senonchè nella maggior parte dei casi quelli che vissero molto in gioventù muoiono celibi, per il semplice motivo che essendo stati cacciatori di donne per professione, delle donne non hanno stima; tengono per fermo che i mariti somiglino tutti al Mosè di Michelangelo, e questa somiglianza li spaventa più della morte. Or bene: eccezione fortunatissima, il Buratti da giovane gran libertino e per conseguenza eccellente, aveva anche un’eccellente moglie, forse perchè di condizione inferiore alla sua, e senza sforzo esercitava quelle dolci virtù che la domestica felicità alimenta ed abbellisce. Le follìe della giovinezza più non erano in lui che lontane memorie. «Un celibatario» - scriveva - «pol far tuto impunemente, ma co l’omo xe maridà l’incontra dei riguardi, e xe un porco, secondo mi, chi no li rispeta. Se no me credessi me n’avarave a mal assaeStimava che l’uomo dovesse

Sui trenta fama aver de bon piloto,
Sui quaranta prudente navegar,
E indrìo sciando sempre de sto troto117
Le vele sui sessanta rancurar.118

Nel 1820 la moglie, che egli chiamava Cenerentola perchè dall’umile ufficio di governante la aveva innalzata al suo talamo, sciolse il grembo doloroso, e gli regalò un quarto bambino, che ricevette il nome di Antonio. Il primogenito si chiamava Petronio; due femmine venivano poi: Cornelia e Vittoria. Si pensi che frastuono in quella casa!

Chi pianze, chi strepita,
Chi zioga, chi ;
Chi intanto che medito
Me chiama papà.

E lui li accarrezzava, giocava con essi sotto alla tavola, gioiva della loro gioia, con quel sentimento di tenerezza che non si può dire se non si prova. Gli pareva di essere il sovrano dell’universo; gli pareva che i re della terra dovessero invidiare la sua felicità. Anche a traverso il velame dei versi traspare la contentezza:

Chi se lagna de sto mondo
No gha in zuca un gran de sal;
Dio Signor l’ha fato in tondo
Per conforto del mortal.

In sta sferica figura
Che zirando sempre va,
De la provida Natura
Xe l’arcano rivelà.

Poco importa a nu, so fioli,
El saver se gha razon
De chiamarlo schizzo119 ai poli
Qualche cima de omenon:

El gran gusto che no fala
Per ognun che vive in lu
Xe l’idea che, fato a bala,
Chi va zo pol tornar su;

Che razon no ghe xe mai
Fin che fià ne dura in cuor,
De mostrarse desperai,
De avilirse dal dolor;

Perchè aponto de sto globo
La perpetua rotazion
Giusta el zoto, drezza el gobo,
E rimete in opinion.

La state e l’autunno li passava quasi sempre in campagna, e in quest’anno 1820 acquistò una villa a San Bughè, sul trivigiano dove, narrava «vado a sepelirme con tuta la famegia dal principio de la primavera fin dopo i Morti... e medico a furia de versi la noia de la vita campestre.» Ma questa noia era più una posa che altro. La campagna lo distraeva più della città, perchè tutto il giorno vi trovava occupazioni sempre nuove, dilettevoli e sane, null’altro che a girar le sue terre, da San Bughè a Preganziol, da Zero a Salzano, da Rio San Martino a Cassano, e da Cassano a Trebaseleghe.

In autunno poi la vendemmia ed il raccolto lo affollavano di faccende:

E ziro le campagne in giachetin,
E me bruso fra i corni dei mercai,
E spino la mia bóta e fazzo el vin;

E baruffo coi tanti desperai,
E co strenze el bisogno, no me resta
Che una furia de crediti e de guai.

Ma quando facea ritorno a casa, il sorriso de’ suoi bambini dissipava i fastidî della giornata, e fra ripeteva forse le strofe:

Chi se lagna de sto mondo
No gha in zuca un gran de sal.

Ora chi mi sa dire perchè un tale uomo, così affezionato alla famiglia, facesse ancora parte della Corte dei busoni, e a costo di essere imprigionato un’altra volta, non desistesse dal satireggiare il prossimo?

Nell’inverno del 1823 il Rossini si condusse a Venezia onde mettere in scena la Semiramide, accompagnato da madame Isabella Colbrant, l’avvenente spagnola che tutti ricordavano aver veduta molti anni prima al teatro Fenice amoreggiare col decrepito generale Menou, in un palco chiuso a griglia. Adesso ella era diventata moglie del Cigno Pesarese, che del resto somigliava tanto poco ad un cigno, e che essendo morto all’amore, la rendeva infelice.

Lo splendido successo della nuova opera indusse la Corte dei busoni a offrirgli un pranzo d’onore, e il Buratti fu incaricato di scrivere un brindisi a nome della Corte «non senza far onorata menzione delle busoniche prerogative che distinguevano Rossini, fra i più gran porci conosciuti, e che lo costituivano modello unico.» Quel brindisi fu intitolato L’addio busonico, e incominciava:

Spandè pur lagrime
A goti, a sechi,
Ludroni zoveni,
Ludroni vechi:

L’onor primissimo
De l’armonia,
El Ludro classico
Sabo va via.

L’indomani, in versi verecondi, chiese il permesso a Madama Colbrant di recitare il suddetto brindisi in sua presenza, e lo recitò. Madama rise; io a ricordarlo appena divento di porpora. O Rossini! Rossini!

Viveva allora in Venezia un gentiluomo, grande amico di Giustina Michiel, famoso per una copiosa biblioteca straniera e per essere un gastronomo raffinato, Francesco Rizzo Pattarol. A sentire il Buratti, costui la pretendeva ad uomo di spirito senz’averne l’ombra; i suoi bons mots somigliavano a quelli d’un cattivo Arlecchino; sberteggiava pubblicamente un infelice fratello ebete, ed era vinto in grazia e nobiltà di maniere da un ragazzino moro che lo serviva. Lord Byron, che da gran tempo abitava le nostre lagune, compose un madrigaletto per la nascita di un bambino del console inglese, nel quale esprimeva il voto che il marmocchio crescendo imitasse la bellezza della madre, la virtù del padre, e l’appetito del conte Rizzo Pattarol. Dalla gioia di essere nominato da Byron, poco mancò che il conte non fosse colto da sincope, e, onde far sapere a tutto il mondo l’onore toccatogli, tradusse e fece stampare in molte lingue il madrigale predetto, e lo divulgò, mutando per altro la prosaica parola appetito in quella più aristocratica di buonumore. L’accorta cambianza non isfuggì al Buratti. Colse la palla al balzo e tradusse in dialetto il madrigale byroniano, riveduto e corretto dal signor conte, così:

De graziete el to modèlo
Sia la Mama, bel putèlo;
I talenti del Papà
In ti cressa co l’età;
E per salsa e contentin
Roba a Rizzo el so morbin.

E sottosegnò morbin (buonumore) appunto come ho fatto io. Quindi, a guisa di commento, rivoltosi al bimbo lo consigliava di non dar retta no al Byron, che peggiore modello del conte non poteva proporgli:

Guai per ti se ti somegi
A quel conte poliglota;
Byron xe persona dota
Ma no ’l leze a l’omo in cuor.

El morbin del conte Rizzo
L’è un morbin averto assae;
L’è un morbin che in ste palae
Gha ai tragheti el barcariol.

E quì faceva del conte un fosco ritratto, e conchiudeva gli avvertimenti dicendo:

Dormi, caro, dormi in pase,
Ma del Lord el terzo voto
Credi pur che no l’è un loto
Da augurarte, bel bambin.

Da quà un ano un tomo in sfogio
Te preparo sul sogèto,
Perchè mai te nassa in pèto
Volontà de quel morbin.

Il conte si mordette forse le labbra di non essersi accontentato de l’appetito, e non so come Byron prendesse la cosa. Probabilmente rise di gusto, perchè stimava molto il Buratti, e lo aveva ricordato anzi in una nota del Marin Faliero.

Come tutte le altre satire, anche questa procurò al poeta qualche nemico di più. I nuovi si univano ai vecchi, e ronzavano intorno a lui come mosche intorno a un cavallo, con tale una rabbia, un accanimento, da non potersi credere. Lo insultavano, lo dilaniavano in privato e in pubblico, ma sempre sotto la vigliacca maschera dell’anonimo, perchè sapevano bene di non commettere un’azione onorevole.

Stacco alcune strofe di una satira che lo mostrava in caricatura:

Pute Vinegia dei nefandi fatti
Del mostro iniquo, e ognor vi può gradire
Ch’io prenda a maltrattar Pietro Buratti.

Del suo morale e fisico vodire,
Ridicoli difetti e pecche molte
Ch’egli andrà sorpassando in avvenire.

Ha chiome bionde innanellate e folte,
Ma intorno alla più nuda e vacua testa
Gli fur dall’arte menzognera accolte;

E il parrucchier, che fe’ più non gli presta,
D’assai parrucche ripetendo il saldo,
Il calvo Mecenate invan molesta...

Ha gli occhi mezzo vivi e mezzo spenti,
Bigi, torti, cisposi, annuvolati,
Con aggrinzate palpebre cadenti.

Gli pende il naso assai dall’un dei lati,
Sotto gli s’apre un livido bocchino,
Vaso insigne d’odori prelibati;

E tutto insieme il volto è sì meschino,
Che al corpo suo meschin tanto conviene
Che il fe’ soprannomare Burattino.120

Se v’ha chi il guardi poi dietro alle schiene (sic),
Che male ei regge sulle storte gambe,
Un gobbo, un goffo, un impotente il tiene.

Ha di castrato le ginocchia, e ad ambo
S’attaccano due stinchi, anzi due grucce,
Mutando il passo orribilmente strambo.

Pure un cotal galante da Bertucce
Crede e vorrìa far creder che le belle
L’amano, e il braman come ardenti cucce.121

Il Buratti rispose, ed è un dovere citare il brano corrispondente della risposta; mi spiace però che prendesse troppo in sul tragico la cosa, e ripudiasse la geniale musa paesana.

Tu menti, iniquo, e il tuo veneno è tale
Che nel vergato abbominando inchiostro
Il molto falso al poco ver prevale.

Frangi l’orrido speglio; in quel dimostro
Non son qual sono, e chi in me fissa l’occhio,
Grida pietoso: ah tu non sei quel mostro!

Pecco, gli è vero, un poco di rannocchio,
Ho finta chioma, ho grave il passo e tardo,
Sporgente il fianco, e a ghimbescio il ginocchio.

L’età matura ogni poter maliardo
Tolse al mio viso, e in la pupilla amore
Più non s’asconde per vibrare un dardo.

Ma s’ella ha scemo il giovanil fulgore,
Cispa ancora non è, la mia bocca
Pute, qual vuoi, di sepolcrale odore.

a me di gobbo o di castrone tocca
Lo sconcio nome, chè piegata in arco
Non ho la schiena, e salgo ancor la rocca.

Quel tuo ritratto di menzogne carco
Fallì sua meta, e chi pur me detesta
Si duol d’un biasmo di venen non parco.

Poffar Iddio, ci mancherebbe questa!
Di mie parrucche invan si chiede il saldo
E la mia porta i creditor molesta!

O rime di assassino e di ribaldo!
Fammi ancor borsaiuol, vendi-parole
E scherni a josa, e vanne pago e baldo.

Io d’onesto banchier mi son la prole,
E di mendacio o di danar fraudato
Mia pura coscienza non si duole;

temo il creditore inosservato
Venirmi retro quando il cielo imbruna
Di quel baston che tu minacci armato.

Tu pianti poi vilissima carota
Quando me fingi ancor vecchio lascivo
Del gran carro d’Amor seguir la ruota.

Amor non fummi in altra età rubello,
senza gloria a più d’un cor turbai
La pace, e risi dell’altrui rovello.

Ma d’insultarmi, no, dritto non hai,
Se l’oro al fango mesci, e in carme osceno
Col mio d’altri l’onor più sfregi assai.

O gioventude scorsa in un baleno!
Ma le tue rose io più non merco adesso,
E m’imbriglia ragion con docil freno.

Vivo alla casa mia, vivo a me stesso,
A Lei che mi fruttò vaghi fanciulli,
Futura speme del gentil Permesso;

E a questi vivo, e l’oro dei Luculli
Vil parmi incontro a tal dovizia, quando
Coi bambini lor vezzi io mi trastulli.

Il Buratti aveva ragione, mi si permetta d’insistere su questo punto. Ormai conduceva una vita esemplare, e neanche gli uscivano dalla penna i liberi versi d’un giorno. Tuttociò si comprende. Il matrimonio insinua un rispetto maggiore alla donna, frena l’impeto delle passioni, tempera l’ingegno e lo ingentilisce. Ma il mondo no non comprese. Egli non crede alle conversioni: il Buratti aveva troppo riso, e non fu creduto. L’invidia e il rancore gli turbarono mai sempre la gioia domestica, e forse contribuirono a preparargli un colpo terribile, dal quale fu miracolo se uscì illeso. Questo colpo fu una cattiva edizione secreta d’alcuni de’ suoi componimenti più liberi, comparsa nei primi mesi del 1823 con la falsa data di Amsterdam, J. Looke e figlio, copiose note, e sul frontespizio il motto ironico: Ad usum Delphini. S’intitolava: Poesie e satire - di - Pietro Buratti - Viniziano - corredate di note preliminari - ed annotazioni scritte dallo stesso autore. Il Buratti, ben lontano dall’aspettarsi una simile soperchieria, montò sulle furie. Era la prigione che si sarebbe spalancata per la terza volta a riceverlo, ed a custodirlo per Dio sa quanto tempo; era forse l’esilio perpetuo, la rovina irreparabile della sua famiglia, il totale annientamento della sua fortuna. Una terribile invocazione gli uscì dal petto:

Se favola no xe la gran brentana
Che soto el bon Noè ti n’ha molada,122
Torna Giove a negar sta razza umana,
Più de la vechia porca e desgraziada!

E poichè non c’era tempo da perdere, forte della sua coscienza, mandò al Direttore Generale di Polizia la seguente

PROTESTA

Sbalordito ragionevolmente dalla voce sparsa che vada quì ed altrove propagandosi furtiva la stampa di alcune mie composizioni vernacole, avente per titolo: Poesie e satire di Pietro Buratti, veneziano - con note dell’Autore, in data di Amsterdam, crederei di mancare troppo al carattere di uomo onesto s’io, non ne portassi immediatamente la cognizione a questa Direzione Generale di Polizia, onde lavarmi intanto dalla taccia di avervi prestata mano, rinunciando ad ogni riguardo verso il pubblico, lusingato dall’idea di una falsa gloria, o di un più turpe interesse. Asserisco dunque solennemente, in faccia alla medesima, che la stampa si fece senza mia saputa, e fu opera di qualche vile che, ramassando (sic) qua e varie copie diffuse a mani credute amiche, mi usurpò la sacra proprietà di Autore, e la fece istromento di privata speculazione. Le medesime certo non possono contare che un epoca assai remota, e di gran lunga anteriore alla pena che mi fu inflitta per le ottave sull’elefante l’anno 1819, dopo le quali niente si diffuse in manoscritto, che dir si possa in contravvenzione di quanto ho promesso. Io provo di questa disavventura tutta la dispiacenza, e di autore manomesso probabilmente nell’adulterazione delle cose proprie, e dell’ignoranza o della perfidia di chi l’ha derubato, e tutto il raccapriccio dell’uomo d’onore che vede resi di pubblico diritto i parti capricciosi d’un’immaginazione che, fidata nella discrezione degli amici, poteva in privato non reputarsi rea d’oltrepassare i confini. Egli è per ciò che, scosso nel più vivo del cuore da una turpitudine che ricadrebbe intieramente sul mio nome senza l’atto solenne d’una protesta in contrario, reclamo altamente il braccio di questa Politica Autorità perchè sieno vendicati i miei diritti, e colpiti col mezzo d’incessanti indagini gl’infami pubblicatori. La mano efficace della Polizia mi sia dunque di scudo. Ella è troppo giusta nelle sue misure per non confondere il colpevole con l’innocente, e per non aggravarmi di sospetti che alterar possano, più che la mia, la tranquillità di una moglie virtuosa e di quattro bamboletti che mi crescono intorno. Diversi forse erano i miei principii quando e ricchezza e gioventù e buon umore concorrevano assieme a seminarmi il cammino di rose, e a farmi cogliere sul Parnaso frutti vietati. Ora sconsigliato dagli anni, dalle circostanze, e dalla prudenza, io non vivo che per la quiete domestica, ed ho in questa la garanzia più sicura della mia condotta attuale, e tanto s’impegna l’umilissimo sottoscritto

Pietro Buratti.123

15 febbraio 1824.

Tale protesta salvò il poeta, ma non lo vendicò. Egli prese informazioni per conto proprio e seppe essere stata l’edizione condotta in Verona da quel Francesco Masotti che vedemmo figurare come testimonio nel processo per l’elefante, e che poi finì male; seppe che un Giuseppe Berti avea sborsata la somma occorrente, e che in Piazza San Marco portava nascoste alcune copie del libro sotto il tabarro, e le vendeva a un luigi d’oro, ventiquattro lire ciascuna. Ma la Polizia finse di ignorare ogni cosa, come succede sempre in questo basso mondo, in cui la giustizia vien meno a chi più la invoca e d’invocarla ha bisogno; e il pubblico, per la maggior parte composto di padri di famiglia, di ipocriti e di nemici, trasformati in puritani per l’occasione, si levò in coro contro il Buratti, credendolo senz’altro il promotore della stampa ad usum delphini. Ma egli era giudice severissimo degli errori suoi giovanili. «Questa raccolta» - scriveva in proposito dei componimenti manoscritti - «non è per dire il vero uno dei codici morali che si prepara allo sviluppo del primogenito, mal a proposito si ride su questa secreta edizione ad usum Delphini. Non sarà mai vero ch’io ne ambizioni la stampa, rinunziando ai riguardi verso tanti, fatti segno dell’intemperante mio delirio. Bensì dichiaro solennemente che mi fu sprone a questo genere di poesia, più che la rabbia del satirico, una certa innata giovialità, che non può serbar la misura una volta che la rima concorre spontanea a renderlo più piccante.» E nella lettera al Paravìa aggiungeva: «Animato dal buon successo di alcune prove, si moltiplicarono i miei lavori senz’avvedermene, e perigliando coraggiosamente fra la lode ed il biasimo, ho subìto a quest’ora due prigionìe, ed avrei compiuto il numero poetico di tre, se l’amor di padre e di marito non mi consigliasse da qualche anno alla prudenza. L’impronta libera, e diciam pur fescennina, che ridonda ne’ primi miei lavori, più che d’espressa volontà, è figlia di circostanza. Alieno dalla così detta bella società, per quelle noie che non vanno mai scompagnate, io viveva con tali uomini che non davan luogo a’ versi che tra i bicchieri, e li volevan conditi di sali corrispondenti all’ottuso loro palato. Bisognava dunque rinforzar la dose per essere inteso e gustato. Ecco il vero motivo del genere prescelto a quello che si confaceva alla tempra della mia anima, capacissima, per intervalli, delle più dolci emozioni. Che s’ella mi domanda la spiegazione di questo fenomeno, io non saprei da altro ripeterlo che dall’infinita debolezza del mio carattere, che prendeva in gioventù le abitudini di chi mi attorniava

Così l’uomo francamente giustificava la libertà de’ suoi versi. Senonchè i suoi detrattori confondevano l’uomo coll’artista, ed avevano torto. L’immoralità non è arte; ma è proprio immorale il Buratti? In sei o sette composizioni al più, che non sono gran cosa in dodici volumi di rime, e delle quali non franca la spesa nemmeno di parlare. Del resto è moralissimo, per la semplice ragione che dove la satira predomina e coglie nel vero, c’è sempre moralità. Qualche frase ardita, qualche vocabolo crudo, non prova nulla in contrario. O che si cercano forse in un lavoro poetico frasi e parole?

Bisogna tener conto di un altro fatto: che il Buratti scriveva in dialetto, e che i dialetti hanno frasi e vocaboli salaci per esprimere con pittoresca efficacia pensieri candidissimi. Non si negherà che maneggiati da un abile artista non offrano una ricchezza di tinte e di mezze tinte, di luci, d’ombre e di sfumature, le quali mirabilmente concorrono all’effetto dell’insieme. È ciò che il Buratti cercava sopratutto: lo si ascolti dalla sua bocca. «Per cossa el vernacolo, che xe in fondo una lingua come tute le altre, e che trota co le istesse regole de convenzion, per cossa, ripeto, no porla124 eser suscetibile de qualche slanzo, e vestir al bisogno tuto el nervo de l’eloquenza? I nostri avocati veneziani, che s’ha tanto distinto in passà co la prerogativa de sbragiar in renga125 de le ore de seguito, ghaveva çerto la facoltà dei primi oratori, e podeva misurarse co la bonanema de Marco Tullio ne la vivaçità de le invetive. Donca,126 domando mi, se gh’è sta forza in prosa, per cossa no ghe sarala in poesia, se singolarmente in sto genere mato, nel qual i colori liberi, diametralmente in oposizion a la purità dei principî morali che se va predicando, ghe soministra a l’artista la risorsa grandissima dei contrasti? Un poeta vernacolo no pol che in sta maniera vogarghe sul remo127 al padre Segneri. Qualunque altra secarìa, usurpando al pulpito i so diriti.» La ragione poetica dei Buratti è tutta quì. Comprendo bene che molti non potranno approvarla, ma almeno siano giusti, giudichino ciò che il poeta ha dato, non ciò che avrebbe potuto dare seguendo opposti principî.

Tomaso Locatelli lo proclamò l’Ariosto veneziano, ma in pari tempo lo disse inferiore per semplicità al Pastò ed al Lamberti, e per elegante naturalezza al Gritti.128 Oh Dio! Come si fa ad essere Ariosti, e inferiori al Gritti, al Pastò, al Lamberti? È una sciarada, un indovinello, un logogrifo questa critica dei confronti; un trastullo da accademici o da studenti di liceo. Non si può paragonare tra loro artisti d’ingegno e d’indole affatto contraria; non si può dire che il Gritti, scrittore d’apologhi, abbia qualità di cui manca il Buratti, poeta satirico, senza prima considerare se tali pregi, apprezzabilissimi in un apologo, sarebbero possibili in una satira. Del Lamberti e del Pastò non parlo: sono astri minori a petto dei due nominati, con buona pace del Locatelli. Appunto per semplicità il Pastò si lascia indietro il Lamberti, il quale ha fatto cose graziosissime, che sono dimenticate, e faticosi poemetti in dialetto italianizzato, che sono decantati come portenti: vedi p. e. Le quattro stagioni. In generale poi sentiva troppo l’arcadia, seminava con troppa frequenza ne’ suoi versi una sentimentalità fantastica, un lamento d’idillio, affatto in opposizione al carattere veneziano. La forma del Gritti è castigatissima; però il giro della frase è un po’ troppo studiato, e il dialetto rancido un po’, quantunque l’autore vivesse contemporaneo al Lamberti, al quale non si può certo muovere tale appunto. Non parlo di fantasia; non ne aveva; rubacchiava agli stranieri le invenzioni e le arguzie; i suoi apologhi non sono che del La Fontaine e del Florian vestiti alla veneziana; cosicchè, a rigore di critica, fu un eccellente poeta traduttore e nient’altro. Nell’invenzione è inferiore persino al Pastò ed al Lamberti. Il Buratti invece supera tutti per forza di fantasia, impetuosa come un torrente montano: e bene lo battezzò il Locatelli l’Ariosto delle lagune.

A Venezia la satira fu in ogni tempo un componimento geniale, e talora salì a grande altezza, ma non ebbe mai, ch’io sappia, l’abbondanza, la vena, la imaginosa ed artistica forma della satira burattiana. Mirabile sopratutto è nel Buratti la potenza rappresentativa. Bellissimo esempio di essa è il poemetto L’omo, in cui son divisate le diverse età della vita, com’era a tempo suo. Dapprima l’uomo ci comparisce bambino.

Che trafila de pene e de secàe129
Co al primo sviluparse del criterio
La mestra me darà le sculazzae
Per lezer l’alfabeto sul salterio!

Che tormento sentirme dir: - tasé, -
Co vogia ghavarìa de ciacolar;130
- Ste quieto, bardasson, no ve mové -
Co vogia ghavarìa de caminar!

Pianzerò per aver l’abito bèlo
Da comparir la festa un parigin,
Pianzerò per comprarme el capitèlo,131
La carozza, el subìolo,132 el tamburin.

E po un omo, vestìo tuto de scuro,
Al prezo che se loga un servitor,
L’impegno se torà, co muso duro,
De farme deventar presto un dotor.

Un prete ipocrita gl’insegna il latino. Intanto cresce, raggiunge il terzo lustro, e

. . . . . qualche dona
Me dixe a pian pianin: che bel putèlo!133

Cacciato in un collegio, compie gli studi, e impara molti secreti di storia naturale. Si getta nel mondo, e s’innamora di tutte le donne. Non fa che andar su e giù tutto il per le botteghe dei sarti, onde tenersi al corrente del variar della moda.

Col favor de sta scienza peregrina
Che da Milan ricavo e da Parigi,
Intaco la mesata e la musina,134
E ridugo in çentesimi i luigi.

Intanto qualche bon fisionomista
Che zira per la Piaza, e che ha studià
El tratato del Porta, a prima vista
Che son ridoto al verde el capirà;

E chiamando in socorso un finto amor,
El me dirà: - seu forsi in qualche intrigo?
Parlè, che se ghe va del vostro onor
Dago el mio sangue per salvar l’amigo. -

- Sangue?... - Intendéme, vogio dir che gh’è
Çento zechini pronti nel comò
Se per çento e çinquanta me farè,
Tempo dodese mesi, un pagarò...

Co sto bel discorseto el me cogiona,135
El me mostra i zechini, e mi contento
De poderme sfogar, da vero mona136
Scrivo in carta bolada. . . . .

Va al Ridotto, gioca, perde tutta la somma presa a prestito. Ricerca l’usuraio, gioca ancora, torna a perdere. Gioca sulla parola: perde sempre. S’ingolfa negli amorazzi, e con poche gioie ha dispiaceri infiniti, dei quali subisce le conseguenze. Ma il senno giunge, a mano a mano che l’età s’inoltra. Rimpiange la gioventù che declina, s’innamora sul serio, sposa una fanciulla, si pappa la luna di miele, e ahimè! si stanca della moglie.

Amor co l’è spogià de le so ale
El perde in poco tempo el so saor;
L’è pezo, sto birbon, de le farfale
Che zira tuto el de fior in fior.

Il tempo vola, i capelli s’inargentano, e i sessanta picchiano all’usciolino.

I denti me scantina,137 e se gho cuor
De metarme davanti a qualche spechio,
No fisso gnanca l’ochio, dal dolor
Da vedar che ogni me cresse el vechio;

De vedar che me casca in abondanza
La neve su la zuca za pelada,
Che gho, se stago ben, tanto de panza,
E la giozzetta al naso giubilada.

Giunge finalmente la temuta decrepitezza.

Amiçi, un caregon138 ve prego in grazia,
Me sento za mancar de zorno in zorno,
De no vedarghe più gho la disgrazia,
Son sordo campanato e bon da un corno.

Me vol per far do passi el bastonçèlo,
O chi per carità me tegna sodo;
Me torno a sbrodegar139 come un putèlo
Co mastego a disnar el panibrodo.140

Se parlo me confondo e vado in orto;
Se taso sero i ochi indormenzà;
Un prete gho viçin per mio conforto
De romparme i c...... autorizà.

Vien pur de la to falze armada el brazzo,
Carnivora de vechia ischeletrìa;
Sto mondo l’ho provà, no ’l val un c....
E megio de restar xe l’andar via.

Destrìghete,141 che ’l nonzolo de fora
Bestemia se no fazzo ancuo fagoto,
E i preti de cantar no vede l’ora
Per scoder142 de la casa el candèloto.

E dire che il Locatelli accusava il Buratti di poca naturalezza!... Vera anima di poeta, quando nelle fredde mattine d’inverno lo accendeva il fuoco sacro della poesia, balzava dal letto in camicia, come un pazzo, correva alla stufa ad appuntarsi i pensieri che gli si affollavano in mente, ed alle interrogazioni della moglie maravigliata, dava per tutta risposta il verso, la parola, la sillaba che stava scrivendo. Questo fatto lo conferma un dotto amico di lui, in un lungo articolo non firmato, nell’Antologia del Viessieux.143 «La verità appunto - scriveva - fu l’idolo al quale sacrificò le sue veglie, i suoi pensieri, e talvolta anche la tranquillità e sicurezza della sua vita; ed io l’udii narrare più volte che quando questa prepotente verità s’apriva nella sua mente, lo prendeva una tale interna, assidua e penosa agitazione, dalla quale non poteva liberarsi che prendendo in mano la penna e scrivendoGran fatica però gli costava quella seducente e limpida vena. Definiva un vero poeta

. . . . . . un omo
Rico d’erudizion, rico de sal,
Che solo in aparenza gha el secreto
D’aver compagno el bèlo universal,
E che a forza de stenti e de suori
Ve cambia el mondo in un zardin de fiori.

E più oltre:

In mezo a un bel zardin che spande odori
Chi xe che ponze più se la tochè?
La rosa, che regina xe dei fiori,
Perchè da sta lezion, sciochi, imparè
Che senza prima ponzarve le man
A sunar fiori mai no arivarè.

Taluno gli rinfacciò con ragione il soverchio abuso d’italianismi; ma in fondo codesto non è poi grave peccato. «Quando i popolareschi linguaggi» - osservava il Gamba - «serbano tenacemente le voci loro più graziose, più espressive, più dolci, non è gran male che altre se ne introducano di significanti e gentili, sempre però che provengano dalla corretta lingua comune, e da quell’incivilimento in cui salgono ogni più le classi della società

Il Gamba ammirava il Buratti, ma a modo suo. Nella Raccolta di scritti in dialetto veneziano144 inserì parecchi componimenti di lui, però modificati nei punti che offendevano la castità del suo orecchio; è nella prefazione, da cui tolsi il passo citato, dopo avere assegnato al poeta un posto fra i nostri classici, e aver detto mirabilia delle purgate poesie contenute in quel tomo, credè suo dovere protestare contro la secreta edizione ad usum Delphini del 1823, chiamandola «un’infamia dell’editore e un disonore dei tempi nostri» perchè piena di «poesie e satire contaminate dalla gagliofferia di un pennello intriso nel putridume della calunnia e della turpitudine

Ma questa edizione era uscita 8 anni (dico otto anni) innanzi, e già il pubblico appena la ricordava. Sicchè al Buratti saltò la mosca al naso, e diresse al Gamba una lunga epistola, apologia e satira ad un tempo.145 Stacco alcune quartine.

Co sto libro xe stampà
Contro vogia de l’autor,
Co mi in tempo ho reclamà
Del bon Kübec el rigor,146

Ghavarò verso el privato,
Se la vol, de machia un resto,
(Benchè un qualche espurgo fato
Ghabia za col dopio aresto).....

Ma com’ela? Nel so tomo,
Carte çento e ottantasete,
Sto Burati xe un bravomo
Che fra i clasici se mete;

Ne ghe basta esar cortese
Lu co mi de una incensada;
Gh’è de l’Eco milanese
Una lirica sbarada.147

Ma el letor che volta carta
E dal sète ariva a l’oto,
Slonga148 el naso meza quarta
Nel sentir con che çeroto

Sto Burati la regala,
Adotando in cargadura
Quei vocaboli che esala
Tristo odor de sepoltura....

No, sior Gamba, dopio viso
Mi concludo, xe aver questo,
L’arbitrario so tamiso
La se péta pur......

Oh i gesuiti! Gesuita della più bell’acqua fu il Gamba, che teneva già l’ufficio di imperial regio censore delle pubbliche stampe, con l’aiuto del quale carpì fama di insigne bibliografo ed editore, mentre novantanove volte su cento sciupacchiò gli autori che gli caddero nelle grinfe.

Le poesie libere del Buratti sono le migliori. Anch’egli lo riconosceva, dicendo a stesso:

I to pezzi da sessanta,
I to pezzi più laorai,
I gha el marzo in te la panza,
I xe tuti magagnai;

No ti pol che dirli in rechia
Ai rotoni, ai cortesani,
O presente qualche vechia
Carga almanco de otantani.

Poniamo per un momento che egli fosse più osceno di Giovenale, di Persio, di Orazio, e di Seneca morale, come dice Dante; neanche per questo i puritani avrebbero avuto il diritto di offenderlo. Niuno al mondo può impedire ad un uomo di passare il tempo come gli piace; anche Domiziano era padrone di pigliar mosche. Il Buratti scrisse per suo diletto e per gli amici, gli passò mai per il capo l’idea di far gemere i torchi. Un briccone qualunque si arrogò il diritto di carpirgli e di stampare i versi più grassi. Che colpa ne aveva egli? Perchè bandirgli la croce? Si veda il Baffo: fino che visse fu tenuto dal mondo per uomo di severo costume, per marito esemplare, per magistrato integerrimo. Venuto a morte, fra le sue carte si trovarono canzoni e sonetti veramente laidissimi; il conte Lecchi, un disertore dei Piombi, li pubblicò, e da quel la specchiata riputazione del Baffo cadde come un castello di carte, e fu battezzato per un disonesto, un infame. È giustizia codesta? Oh no, no, e no! Si colpiscano gli editori, e non gli autori, i quali rispettarono abbastanza il pudore e il buon costume condannando volontariamente all’oblìo i propri lavori.

Dirò male, ma a me sembra che ogni galantuomo debba pensare così.





117 Di questo passo.



118 Raccogliere.



119 Schiacciato.



120 Allusione alla carica di Gran Piavoloto che teneva nella Corte dei Busoni.



121 È fama che questa satira la scrivesse il Canestrari, poeta veronese, uno dei Busoni, già nominato.



122 Ci hai regalata.



123 Inedita. – Raccolta cit.



124 Non la può.



125 Sbraitare nelle concioni.



126 Dunque. Mod. antiq.



127 Competere.



128 Gazzetta Privilegiata di Venezia – 8 novembre 1832.



129 Seccature.



130 Chiacchierare.



131 L’altarino.



132 Zufolino.



133 Ragazzo.



134 Il salvadanaio.



135 Mi canzona.



136 Imbecille.



137 Mi traballano.



138 Un seggiolone.



139 Insudiciare.



140 La zuppa.



141 Sbrigati.



142 Riscuotere.



143 N. 28 – Fascicolo del novembre 1832.



144 VeneziaAlvisopoli - 1832.



145 Porta la data dell’agosto 1832.



146 Luigi Kübec Direttore Generale di Polizia quando il Buratti protestò contro l’edizione clandestina.



147 Spacconata. – Il Gamba riportava dall’Eco di Milano una larga lode al poeta.



148 Allunga.



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