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VII. Al Buratti muore un figlio — Dolore immenso — Canto malinconico — Un giudizio inesatto — Ritirata in campagna — Il suo violino e un sonetto di Jacopo Crescini — Corsa a Bologna — Cornelia Martinetti e il suo palazzo — Una farfalla e due madrigali — A Venezia si annunzia la morte del Buratti — Tre epistole di un avvocato — Il Buratti risponde — Entra nei salotti veneziani — Conoscenze che vi rinnova — El baicolo e suoi effetti — Il caffè Pedrocchi e due sonetti satirici — L’amicizia rara del patrizio Matteo Da Mosto — Breve malattia del poeta — La descrive in un brindisi — Muore improvvisamente — Vicende della raccolta Da Mosto — Due parole sull’edizione del 1864 — La tomba del Buratti — Esser veneziano gli nocque — Conclusione. |
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Al Buratti muore un figlio — Dolore immenso — Canto malinconico — Un giudizio inesatto — Ritirata in campagna — Il suo violino e un sonetto di Jacopo Crescini — Corsa a Bologna — Cornelia Martinetti e il suo palazzo — Una farfalla e due madrigali — A Venezia si annunzia la morte del Buratti — Tre epistole di un avvocato — Il Buratti risponde — Entra nei salotti veneziani — Conoscenze che vi rinnova — El baicolo e suoi effetti — Il caffè Pedrocchi e due sonetti satirici — L’amicizia rara del patrizio Matteo Da Mosto — Breve malattia del poeta — La descrive in un brindisi — Muore improvvisamente — Vicende della raccolta Da Mosto — Due parole sull’edizione del 1864 — La tomba del Buratti — Esser veneziano gli nocque — Conclusione.
Negli ultimi anni la vita del Buratti si trasforma ancora, non l’ingegno, e si trasforma principalmente in causa d’una grande sventura. Suo figlio primogenito, un amor di bambino, dopo sette anni di continua agonia, guadagnava il cielo in uno splendido giorno di maggio del 1827. Era affetto da cefosi, tremenda e inguaribile malattia che attacca il midollo della spina dorsale, si distende a poco a poco su tutta la persona, la copre di piaghe, la consuma, e finalmente si muta in cancrena. Che orribile supplizio veder soffrire così una propria creatura senza poter far nulla per essa! Il Buratti rimase come pazzo. Portargli via quel bambino, che era un tesoro di tenerezza e d’intelligenza, gli pareva un’assurdità. E pensava: come mai può la natura creare una cosa gentile per poi disfarla? E perchè far tribolare spaventosamente per sette anni il corpo innocente d’un bambino, che della vita nulla ha gustato e nulla conosce? Forse il cielo vendica nel fanciullo le colpe del padre? È questa la divina giustizia? E con tali pensieri prese la penna, e dettò lo stupendo Canto malinconico, profondamente inspirato, che commuove e fa piangere tutte le madri. Bellissima è l’apostrofe alla Provvidenza:
Parlo a ti perchè ò sentìo
Che sto ragio de la mente
Ragio l’è che vien da Dio
Come un’acqua de sorgente,
E che in logo de feral
El xe sta conçesso a nu
Per convinçerne che el val
De l’istinto assae de più.
Parlo a ti perchè da quando
l’alfabeto combinava,
Ne le rechie tontonando149
Vose tremola me andava
Che ’l dolor per ti a le prove
Xe qua sempre col piaçer,
E che pagia no se move
Senza espresso to voler.
Ma sarastu ti in dirito
De impedir che in fazza a morte
No se acora un pare aflito,
No se lagna de la sorte?
Pol ben l’omo ai to castigi
Rassegnà piegar el colo,
Ma tegnir in pèto i zighi
Xe d’un Giobe esempio solo.
Forsi ariva el nostro inzegno
A capir per qual destin
De penar sia tanto degno
El corpèto de un bambin?
Forsi el povero inoçente,
Co no ’l giera in vita ancora
Domandavelo impaziente
De gustar de vita un’ora?
Ligai forsi co l’anèlo
De l’imenso to creà
Xe i tormenti d’un putèlo
Senza machia de pecà?
O gh’è lege in çiel tremenda
Che se ’l pare va impunìo,
De le colpe soe l’emenda
Se scaèna adosso al fio?
Providenza, quà m’ingropo,
Quà el mio cuor se spezza in do,
Me confonde el prima, el dopo,
Trovar bussola no so.
Lo schianto del dolore è vivo e profondo. Però tale non parve al signor Enrico Castelnuovo, il quale in un giudizio, mi perdoni, assai superficiale portato sui poeti veneziani nella Nuova Antologia (fascicolo d’aprile 1883) con un certo disprezzo ne giudicò i pensieri triti e ritriti, come se il dolore potesse cambiare linguaggio, come se ciò che è vero non fosse sempre nuovo, come se l’arte consistesse nella novità dei concetti e non della forma. Per negare a questo canto funebre la novità della forma, bisognerebbe indicarne almeno un altro nella letteratura veneziana che possa stargli degnamente a petto, e che non somigli per conseguenza a l’Inno alla morte del Lamberti, scritto in istile di libretto d’opera, e in un dialetto impossibile.
Venezia diventò per il poeta un soggiorno troppo triste, e si ritirò in campagna con tutta la famiglia, fin che il tempo, gran medico, rammarginasse la piaga recente. Aveva perso affatto il buon umore, inaridito l’estro, e lo udiamo confessare ad un amico:
Ridoto misantropo
Dal mondo lontan.
Per versi piaçevoli
Gho perso la man.
Si consacrò intieramente alla vita di famiglia, e per conforto e svago riprese un vecchio violino, attaccato come adornamento ad una parete della sua stanza, e che non toccava da molti anni. In gioventù era stato un violinista distinto, e se ne vantava:
Ai conçerti d’armonia
No xe nova sta mia rechia;
Son violin de data vechia
E in conçeto via de quà.
Dopo un po’ di esercizio rinfrancatosi alquanto, si fece udire a Padova in una famiglia d’amici, dove c’era fra gli altri Iacopo Crescini, il quale, maravigliato, improvvisò lì per lì questo sonetto, che fu tenuto a memoria e trascritto:
Savea ben che ti geri, e de che
pèta!150
Da tuto quanto el mondo venerà
Per un genio vernacolo, un poeta
Che no ghe sta l’egual ne ghe sarà;
Ma no saveva, te la dìgo schieta,
Che per salsa de tante qualità
Se dovesse cavarse la baréta
A la to musical abilità.
Me son convinto dunque de do cose:
Che musica e poesia, più che sorèle,
In ti le se vol ben come morose.
Marchia,151 Platon, che ti xe andà in bordèlo
Se de Piero l’amor per ste putèle
A confronto del too xe assae più bèlo.152
Un anno dopo la morte del figlio, il Buratti dalla campagna diede una scappata a Bologna a salutare i fratelli. Quivi incontrò una vecchia conoscenza, la contessa Cornelia Martinetti, che il Foscolo rese celebre nelle Grazie, il Sacchi proclamò fior di dottrina e di cortesia,153 e il Monti, il Niccolini, il Pieri e parecchi altri più o meno celebri letterati italiani, in diversa guisa lodarono ed onorarono. Fu accolto a braccia aperte, favore che vent’anni prima gli avrebbe cagionato qualche emozione, e fu presentato quasi a forza nei più rinomati salotti bolognesi, come il primo poeta veneziano vivente. Che seccatura! Perchè bisognava posare da celebrità, toccare possibilmente la corda sensibile delle signore, falsare infine se stesso. Ogni sabbato la contessa dava da pranzo agli amici, tutta gente seria professori dell’Università — figuriamoci! — ed ogni sabbato il Buratti la moglie ed i bambini aveano i loro posti a mensa. Contiguo al ricco palazzo si distendeva un fresco ed ombroso giardino inglese, con viali, passeggiate ridentissime e capanne d’ellera, dove la comitiva si ritirava a bere il caffè. Un dì il nostro poeta vide una farfalla aleggiare sul capo della signora, e posarsi finalmente sur una guancia di lei. Oh caso inaudito! Si rivolse tosto ai circostanti e disse:
Il chiedo a tutti voi: qual maraviglia
Se la farfalla su Cornelia posa,
Leggiadra tanto, che in beltà somiglia
Alla più fresca mattutina rosa?
Ma la vivacità dei gesti pose in fuga l’ardito aligero, ed ecco il poeta in altro metro soggiungere:
Se chiedete a me il perchè
La farfalla più non c’è,
Vi dirò che son di Fille
Così ardenti le pupille,
Che se presto non volava
L’infelice, ahimè, bruciava.
Mi par di leggere sul volto al lettore la maraviglia di vedere il Buratti, avezzo a diguazzare nei grassi discorsi dei Busoni e a porre tutto in celia, impancato a mensa coi Dottori di Bologna, e di udirlo a improvvisare madrigaletti arcadici, come il più inamidato cicisbeo del settecento. Infatti è da stupire; ma cominciava, ripeto, un’altra fase della sua vita, l’ultima, la più seria, la quale, naturalmente, affatto seria non poteva essere in chi non lo era mai stato. Negli anni migliori avea fuggiti sempre i salotti; invece adesso la società lo divertiva, nè sentiva punto ribrezzo a porsi la maschera dell’etichetta. Uomo originale sempre, volea finire dove gli altri solitamente cominciano: ecco tutto.
In questo frattempo l’Ancillo, non vedendolo più capitare a Venezia, nè avendo da molto tempo notizie di lui, diffuse in città la voce della sua morte, e un tal Mantovani, avvocato di Bertiolo, il quale, in mancanza di cause, coltivava più o meno bene i fiori di Pindo, mandò una dopo l’altra a certo Martelli, suo amico, due epistole intorno alla creduta morte del poeta, attribuendone la cagione ad uno svenimento prodotto dall’elixir Le Roy. Nella prima mandava al diavolo chi gli avea data l’infausta notizia, e nella seconda cercava il poeta all’inferno. Ma un bel giorno lo incontrò in carne ed ossa a Venezia, reduce da Bologna, e allora schiccherò una terza epistola, rallegrandosi che non fosse morto. Questo curioso episodio ridestò nel Buratti l’assopito estro satirico, e risolse di rispondere al Mantovani con tre lettere in versi. In un batter d’occhio scrisse la prima, accompagnandola con una nota, che può dirsi un programma delle altre due «Intanto eco la prima» — dichiarava — «ne la qual çerco de pagarlo (il Mantovani) de una egual monea, co poche otave de sarcasmo su la realtà del so merito. Vien dopo una stafilada ai mediçi, e un elogio a Le Roa (Le Roy). Ne la seconda me propono de cantar la scena comica del mio svanimento; e ne la terza una ramanzina a Mantovani, per aver çercà nel logo de perdizion un omo de la mia sorte. E quà me vegnarà naturalmente sul brazzoler154 un elogio a la satira, e un’apologia al mio genere.» Oh peccato, che la morte, inesorabile Dea, abbia troncata quest’opera! A noi non rimane che la prima lettera.155
Il poeta continuò a Venezia la vita di società iniziata a Bologna, e così ebbe campo di rifare amicizie perdute, e di trovarsi con gente che non vedeva da un secolo. Ritrovò, per esempio, il nobile uomo Domenico Vendramin, proprietario del teatro San Luca, amabile ed istruito, e citato per i suoi viaggi e per l’eleganza del vestire; rivide il patrizio Giambattista Foscolo, il quale in sua vita non avea studiato che Dante, lo sapeva a memoria, parlava sempre di Dante, e con Dante rompeva le tasche a tutto il mondo; incontrò il generale Mengaldo, avanzo di Mosca, poeta, nuotatore, e amico di Byron; e il bellunese Pagani-Cesa, poeta anche lui, conte senza blasone, come ce ne son tanti, impetuoso, irascibile, e per giunta bestemmiatore. Una sera dalla contessa Polcastro il Palfy, governatore di Venezia, in un momento d’entusiasmo, prese da un corbellino un cantuccio, che i veneziani chiamano baìcolo, e sfidò il Buratti a cantarlo. Il poeta accettò la disfida, e questa è l’origine del suo poemetto El baìcolo. Ebbe tale un successo, che coloro i quali in passato aveano avuto con lui motivo di ruggine, furono i primi a dargli la mano ed a riconciliarsi, fra i quali noto Giovanni Papadopoli e Tommaso Mocenigo Soranzo. A lui pareva un sogno tanta cordialità, ed era sorpreso, diceva «de trovar tola che me riceva dopo le mie baronae.»
Ma non si pigli, prego, alla lettera le sue parole, chè se gli capitava l’occasione di satireggiare, di porre in caricatura qualcuno, lo faceva ancora senza scrupolo e senza pietà. Rammento le due ultime satire di lui, scagliate contro il Pedrocchi, che in quel tempo aveva inaugurato il suo caffè, maraviglia di Padova, e capolavoro dell’architetto Japelli. Uomo di vecchia tempra, vivea da gran tempo nella miseria per accumulare quattrini. A vederlo pareva l’ultimo dei mortali, un acquacedrataio qualunque: magro ed asciutto, sempre serio, con una giubba color del cielo, un paio di pantaloni grigi, un famoso berretto di velluto nero ricamato a fiori d’oro sul capo, e un’enorme tabacchiera costantemente dinanzi. Il forastiero che ammirava la fabbrica del caffè e si mostrava desideroso di conoscere il padrone, come lo vedeva restava attonito, strabiliato, e si fregava gli occhi, temendo che lo ingannassero.
Tale impressione ebbe anche il Buratti, e fedelmente la riprodusse in un magistrale sonetto.
El cafè de Pedrochi xe un portento
Che supara ogni umana aspetazion;
Più che el se varda e sora e soto e drento,
Più se resta copai de amirazion.
Chi xelo, se dimanda, sto portento
Che schiavo de perpetue privazion
De çibarse de gloria xe contento,
E vive de sta nobile ambizion?
Ma co in mezo al furor de tanta zente
Se gha l’onor de vedarlo in persona
Puzà soleto del so banco arente,
Ognun deve esclamar: - mo’ buzzarona!
El Lavater se ingana finalmente:
Eco un bel genio in mascara da m...
I padovani, orgogliosi naturalmente del vecchio caffettiere, si tennero offesi, e fecero rispondere al mordace poeta veneziano un sacco d’ingiurie rimate. Ma questi non si scompose; in un capitolo dimostrò ai padovani come qualmente l’ultima parola del suo sonetto non fosse punto un’offesa, anzi una lode; e la stessa cosa ripetè al Pedrocchi in una seconda satira, più arguta della prima:
Chi se la tol co mi, Pedrochi mio,
No conosse el valor de quel soneto:
E sì l’e tanto chiaro, che, per Dio
No ghe vol çerto sforzo d’intèleto.
Esaminèlo pur: là sbalordìo
Parlo dei vostri bezzi con rispeto,
Ve chiamo un genio, onor del patrio nìo,
E lasso afato in bianco l’architeto.
Che se natura, larga a vu de mente,
Avara s’ha mostrà fora de l’uso
Nel farve quela mascara aparente,
Dovè capir che tanto più de suso
Ne l’opinion de la coetanea zente
Quanto più el m... ve se leze in muso.
Non c’è che dire: fu un bel tramonto per un satirico. Eppure lui, cosa notevolissima, abborrito più che odiato da tanta gente per l’intemperanza del suo ingegno, provò il conforto soavissimo e raro della vera amicizia in Matteo da Mosto, patrizio veneto, di quelli che non piegarono punto il ginocchio dinanzi al trono dello straniero. Non è possibile dire quanto lo amasse. Custodiva tutti gli originali delle satire, perchè la Polizia, che spesso perquisiva improvvisamente la casa del poeta, non potesse trovarli, e andava ricopiandoli volta per volta con molta cura in appositi volumi legati. Ogni anno, di ritorno dalla campagna, accompagnato sempre da un famoso cane da caccia, batteva all’uscio dell’amico, e prima di salire le scale gli chiedeva:
— Gastu fato gnente, vissere mie?
E se la risposta era negativa, se ne andava ingrugnato senza manco salutarlo nè chiuder l’uscio, e non lo guardava in faccia finchè non gli desse qualche nuova satira da ricopiare.
Sì grande era in lui l’ammirazione, il feticismo per il Buratti, che avendo veduto un dì all’Accademia di Belle arti un poco somigliante ritratto di lui dipinto dal Lipparini, si adirò terribilmente, e scrisse in un angolo della tela:
Pinger Buratti Lipparin presume:
Stolto! non sa che mal s’effigia un Nume.
Quando il 7 gennaio 1832 il poeta fu colpito da tre svenimenti successivi, tristi forieri di morte, che parecchio lo indebolirono «lo visitai il giorno otto» — narrava il Da Mosto — «e non fui contento di sua salute. Il giorno 9 gli scrissi il seguente viglietto:
Va, cori, svola,
(Digo al pórtier)
Una parola
Che me consola
Al to ritorno
Spero de aver.
El voto ingenuo
Che fa el mio cuor
Xe che ’l poeta
Co una strofeta
Me fazza onor,
E al mondo diga:
Qui giace di
Venezia un gentiluomo.
Prodigio — è ver! — fu sempre galantuomo.
«I giorno 16» — continuava — « si rinnovarono gli attacchi, e uno fu tale che fu creduto anche da lui medesimo colpo d’apoplessia. Una cacciata di sangue, copia di senapismi, e un vescicante alla nuca, lo restituirono alla vita. Registro questo avvenimento per quanto egli potesse occorrere alla storia della vita di questo celebre poeta.»
Mercè le assidue cure del D.r Paolo Zannini, a poco a poco parve ristabilirsi, i colori gli ritornarono sul volto, gli ritornò l’allegria, e alla tavola di Zanetto Papadopoli rammentava in un brindisi la burrasca passata:
Parlo in pratica, Zaneto,
Fresco, oh Dio, dal bruseghin
De veder zìarme al leto
Come rioda da mulin;
Forse dopi i cari ogeti
Che pianzeva intorno a mi,
E in razon de dopi afeti
Dopia fufa156
aver quel dì.
La travegola, in origine
Mia compagna e spia fatal,
Asoçiar co la vertigine
La so lega miçdial;
Po una scala de languori
Per quatr’ore darme su,
E apassirme i pochi fiori
De sta spuria zoventù;
E co apena la mia sorte
Manco dura s’ha mostrà,
De lotar contro la morte
Me son quasi consolà,
Rifletendo che i malevoli
No xe po tanti per mi,
Se una furia de benevoli
Per el corso de più dì
Requie mai de campanèla
No lassava a l’atenzion
De l’assidua sentinèla
Che vegiava sul balcon.
Tutti gli amici, infatti, e i conoscenti, al primo annunzio del male erano accorsi a informarsi; e fu notata specialmente l’assiduità della contessa Polcastro. Jacopo Crescini salutava a’ dieci maggio la creduta guarigione del poeta con un capitolo, nel quale esprimeva il voto:
Segui, o Piero, lo stil che ti
sortìo
La più vezzosa delle nove Suore
Che all’ambrosia di Pindo il labbro aprìo;
Nè già t’inspiri in molle aura d’amore
Canore fole, ond’è troppo in disgusto
L’italo carme, omai sceso d’onore.
Ma di quel tema che più sia robusto
T’empia la mente e lo tuo stil governi,
E i tuoi versi saran pari al vetusto
Flacco, ai vili flagello, al mondo eterni.
Quest’è l’ultimo omaggio che ricevette il poeta. Ritiratosi con la famiglia ne la sua villa di Mogliano Veneto, uscì dal mondo improvvisamente il dì venti di ottobre. In quel giorno medesimo il patrizio Da Mosto chiudeva la raccolta delle poesie burattiane con la nota seguente:
Mogliano, nella mia casa di campagna, ore otto pomeridiane del giorno 20 di ottobre 1832.
Erano da circa tre mesi ch’io non vedeva Pietro Buratti, il quale abitava nel suo luogo di campagna sul Terraglio, mentre io era a Venezia. Nel giorno 18 ottobre mi sono recato alla mia casa di campagna, pure sul Terraglio, distante poco più di un miglio da quella del Buratti.157 La mattina del giorno 18 lo visitai. Il suo umore era gioviale come il solito, nè si querelò d’altro che d’un leggiero dolor di gola. Mi lesse tutte le poesie da lui scritte nei mesi d’agosto, settembre, e corrente ottobre. Queste, al numero di nove, cioè dal sonetto a Gamba (che scrisse dopo l’Epistola che già m’aveva fatta tenere a Venezia) fino alla sua ultima poesia: Pettegolezzi domestici. Me le affidò, al solito, affinchè le trascrivessi nella mia raccolta, e poi le aggiungessi alla sua. Il giorno 19 egli si attrovò in ottima salute. La mattina del giorno 20, dopo aver accudito a’ suoi affari, passeggiò per la sua prateria; ma colpito da leggera vertigine, rientrò in casa, ed assistito dalla famiglia, col solo suffragio di acqua e aceto si riebbe perfettamente. Alle due circa pomeridiane giunsero da Venezia alla sua casa i suoi due nipoti, signor Bastian Gaggio, e sua sorella Teresa, moglie del signor Antonio Gozzato. La loro comparsa restituì al Buratti il solito suo lieto umore. In questo frattempo passò dinanzi la sua casa il di lui amico ingegner Angelo Artico, che recavasi a Treviso. Il Buratti lo pregò ad esser della partita, e pranzaron tutti del miglior umore. Egli non mangiò oltre il suo solito, nè ha bevuto che quanto era di suo costume. Lesse alla comitiva con brillantissimo umore alcune sue poesie. Finito il pranzo, fu servito il caffè. Egli trovavasi con tutti gli altri nella sala (erano circa le sei pomeridiane) quando ordinò che si chiudesse una porta, perchè infastidito dall’impressione dell’aria. Ciò detto cessò di vivere da colpo di apoplessia. Il medico di Mogliano, sig. Flora, che per azzardo passava in quel mentre dinanzi la sua casa, gli cacciò sangue senz’alcun effetto.
Così finì di vivere nell’età di sessant’anni e giorni sette il primo fra tutti i poeti che scrissero in vernacolo, l’ottimo fra i mariti, il più affettuoso e saggio padre, ed il migliore fra tutti gli amici, se il satirico demonio non l’avesse predominato.
Il Cicogna ricorda che mentre il cadavere del poeta era ancora caldo, i birri invasero la sua casa, perquisirono le sue carte, e ne portarono via a sacchi.158 Fortunatamente gli originali delle poesie li conservava il Da Mosto, che in seguito li restituì alla famiglia, tenendo per sè la nota raccolta, montante a dodici volumi, fatta coll’intendimento di regalarla al Buratti come avesse cessato di scrivere, lontano assai dal pensare che gli sarebbe sopravvissuto ventisei anni. Questa raccolta dopo la morte del gentiluomo venne alle mani di certo Manzato, il quale dopo aver tentato invano di farla stampare all’estero, la vendette nell’autunno del 1868 ad alcuni signori veneziani, per iniziativa dell’in allora podestà conte Pier Luigi Bembo, a patto che fosse depositata al Museo Correr, e che il tipografo Naratovich ne pubblicasse due volumi scelti da persona nominata appositamente. Con la raccolta fu acquistato pure il ritratto che del poeta avea dipinto il Lipparini; ma il figlio del Buratti, che vive ancora, pretende fosse quella una copia ordinata al pittore Giacomelli dal patrizio Nicolò Erizzo, e che l’originale sia da lui posseduto.159 In ogni modo, originale o copia, udimmo dal Da Mosto, che assomigliava poco. L’edizione intrapresa nel ’64 dal Naratovich in società col Brigola di Milano, fu curata dal signor Beltrame, che era consigliere comunale. È infelicissima. Vi sono quasi più righe di puntolini che di parole, e i puntolini sciupano tutto. Se si voleva fare un’edizione veramente ad usum Delphini, perchè, si chiede, non pubblicare un volume invece che due; perchè non scegliere i componimenti puri soltanto, ma anche i non puri per il triste piacere di smozzicarli? Codeste sono profanazioni belle e buone. La proprietà letteraria dei morti si dovrebbe rispettare come la proprietà dei vivi, e un tribunale dovrebbe punire i colpevoli.
L’editore in una magra prefazione sulla vita e le opere del poeta, dalla quale poco si raccapezza per le opere e niente affatto per la vita, dichiarava di non studiare l’uomo ne’ suoi lavori perchè tale ricerca «talvolta è superflua, spesso dolorosa... quasi mai interessante, se non per chi vuole a tutta forza trovare fin nelle intime linee della vita l’intelligenza e il genio, e nei più comuni aneddoti straordinarie vicende»160 Codesto è un modo come gli altri di trarsi pulitamente d’impaccio; ma la critica di trent’anni fa professava questa dottrina, ed ecco perchè gli studi di quel tempo sono manchevoli e da rifare. L’editore, per conseguenza, tralasciò le note più importanti che illustrano le poesie burattiane manoscritte, alcune delle quali sono veri squarci di autobiografia; mentre riesce evidente che il poeta le pose per qualche cosa, cioè per lasciare ai posteri quelle notizie di sè e de’ suoi versi, sufficienti, a meglio comprendere e giudicare il suo ingegno. Di tali note mi sono principalmente giovato nel presente studio.161
A Venezia, nell’isoletta di San Michele, una lapide sopra una tomba ricorda: A – Pietro Buratti – Viniziano – Poeta d’acuto ingegno – Dotto e fecondo – Dei costumi dei tempi – Vivo pittore – Che all’altezza del lirico sermone – Il patrio dialetto – Ha elevato – Arcangela Brinis – Coi figliuoli – Al concorde marito – Al tenero padre – Alla delizia sua – E degli amici – Dolentissima pose – N. l’anno m.dcc.lxxii – M. di apoplessia il xx ottobre m.dccc.xxxii. Ma la salsedine ha corrosa l’epigrafe, e il sepolcro ha un che d’incolto, d’abbandonato, che stringe il cuore, perchè avverte che il tempo ha fatto quasi dimenticare ai vivi quel morto. Oggi tutta Italia lo ammirerebbe quarto col Belli, col Porta e col Meli, se non fosse nato e fiorito a Venezia, nella città sfibrata e sonnolenta, dove nulla si cura, dove tutto si oblìa, e come disse recentemente un suo poeta,
Tutto è floscio e barocco,
Il fior dell’arte, il fior dei sentimenti,
Perchè reclina a terra lo scirocco
Anime e monumenti.162
Altro non si vuol veder nel Buratti che un poeta bordelliere, un demonio tentatore dei ragazzi e delle fanciulle.
Anche lui vivo, i suoi versi furono tollerati appena fra un bicchiere e l’altro, specialmente al caffè, per condire la maldicenza figlia dell’ozio. A pochi, a pochissimi inascoltati o derisi, passò per il capo l’idea di considerarlo qualche cosa più di un poeta da caffè o da brigata; e se mai qualcuno lo prese sul serio, fu per battezzarlo, come la I. R. Polizia, un infame libellista. È una vergogna, ormai ridotta a sistema, che i veneziani non debbano avere una lode o una parola giusta per un loro concittadino, ma debba venir dal di fuori. Fu un critico milanese che trovò in certe liriche del Buratti la maestà di Pindaro associata mirabilmente ai voli d’Orazio, e alla grazia di Anacreonte; fu il primo periodico letterario italiano di quel tempo, l’Antologia del Viessieux che meglio comprese e giudicò il Buratti nel suo vero lato d’artista. «Gli scritti suoi» — diceva — «ferivano il vizio in qualunque forma si presentasse; ferivano il delitto, fosse anche tollerato, e anche protetto dalla forza pubblica; ferivano l’ipocrisia, per quanto andassero rispettate le vesti con cui si copriva; ferivano la mediocrità prosuntuosa; la finta sapienza; il folle orgoglio della nascita; il fastidio insolente della ricchezza, e tutte insomma le basse, e dannose, e ridicole passioni degli uomini. Indi queste passioni si collegarono, e quale in un modo, quale nell’altro, gettarono l’anatema sul rivelatore tremendo della loro misteriosa viltà. E non con maraviglia d’alcuno, perchè tanta fu in lui la vista dell’intendimento nel ravvisare addentro ai più riposti avvolgimenti del cuore umano, tanta la profonda filosofia con la quale separava il vero dal finto, l’effetto appariscente dalla ben diversa occulta ragione, tanta la proprietà, la forza, l’irresistibile veemenza delle sue parole, che le ferite del Buratti erano tutte mortali.»
Milano ha innalzato al Porta un monumento. Nel 1847 Venezia trasformava in Panteon cittadino la galleria del Palazzo dei Dogi, e quivi in trent’anni sorsero simulacri di letterati, d’artisti, di guerrieri e d’uomini di stato, decoro nostro e d’Italia, ma di poeti in dialetto nessuno, che sono glorie intime, esclusivamente paesane, e ne avemmo tanti e bellissimi.
Siccome i poeti in dialetto incarnano il popolo, io temo sempre che i forastieri, visitando il nostro Panteon non dicano che al popolo veneziano manca la dignità, e soggiungano che trascurare le glorie domestiche, non onorare i proprî Penati, sia indizio d’indolenza ignobile, o di decadimento morale ed intellettuale. Certamente è indizio funesto, perchè annunzia forse la morte del più dolce fra i dialetti d’Italia.
Eccelsa I. R. Presidenza Governativa.
Dodici sono le Epistole di che è composto il manoscritto del sig. Jacopo Mantovani, che vorrebbe dare alle stampe, di cui sei dirette al V. Segretario dell’I. R. Governo sig. Giambattista Martelli, e sei al poeta veneziano sig. Pietro Buratti.
V’ha molta poesia, e dello spirito in quelle Epistole; ma elle sono scritte in uno stile frizzante alquanto e satirico.
Particolarmente l’Autore fe’ scopo di questa sua poesia il Buratti, che laudandolo oltre misura, fa scherzo di lui con satirici modi, e sotto il manto di decantarne il merito e le virtù, ne rappresenta i difetti, e ricorda i mali fatti colla sua penna. Si raccomanda poi alla di lui discrezione, affinchè non lo aggiunga alle tante vittime dei suoi versi.
Ma affinchè meglio si possa conoscere lo spirito e lo scopo di queste Epistole, io le indicherò ad una ad una brevemente.
I. Epistola. — L’autore ringrazia Martelli per aver trovata degna d’un qualche encomio la breve pistola che gli avanzò dall’umile suo soggiorno di Bertiolo. Si diffonde in squarci allegorici, e descrive la malattia di cui va afflitto, nel qual racconto non vi sarebbe di sconcio, dovendo render l’Epistola di pubblica ragione, che delle espressioni indecenti, a credere cha l’artritico morbo fosse
Della vaga Venere ardente morso,
come egli stesso si esprime.
II. Epistola. — Allude al principio l’Autore a quel tale che non pagollo delle mercedi sue forensi, e per cui ad Astrea presentò querela. Si dee ritenere che sia un pubblico funzionario il debitore, quando si legge
Contro tal che pagato ex abundanti
Dal generoso Sir che ne governa.
Pubblicata colle stampe l’Epistola, potrebbe dar ella argomento ad investigazioni, e conoscersi la persona; e le indagini e la scoperta tantoppiù mal converrebbero, trattandosi di un impiegato esposto così al biasimo universale. Parla in seguito del suo Bertiolo, caro tetto ospitale, non paragonabile colla turba dei mali delle grandi Città. Nè da questa turba eccepisce coloro, che dal Prence a regimento della pubblica cosa furono posti, così a questo passo esprimendosi:
Nè voi posti dal Prence a
regimento
Della pubblica cosa, sceverati
Siete dalla gran turba. Anch’in voi ponno
Le gravi cure. Attinto un grado appena,
Quel che gli è sopra vi lusinga, ed ardua
Vi fate e interminabile voi stessi
La via, che a corta e facil meta un giorno
Scelta v’avete. Irrequieta intanto
Sta vegliandovi Invidia, e a’ vostri danni
Medita e adopra.
E qui racconta il tristo caso di colui che
Cinto il giovine crin della peneja
Fronde, sul Turro non per anco aveva
Mediche leggi e ordinamenti imposto,
dee cercar, vittima dell’invidia, esule, forse perchè onesto serviva,e mendico, un qualche tetto ospitale, che lungi dal suo Signore, lo accolga, e agli occhi
Vigilanti di Temide lo involi.
III. Epistola. — Racconto favoloso di niun rimarco.
IV. Epistola. — Esposizione critica sulla morte di Pietro Buratti, nel poetico avvenimento del quale si rimarcano i seguenti versi, dopo il cenno che un messo recò all’autore l’annunzio da Venezia.
. . . .
. Il comun grido
Che vi correa reconne: esser di morte
Per troppo sanguinoso andar di corpo
Morto in Venezia vittima già nota
Del suo fermo carattere un... di nome
Pietro Buratti......
Per quanto quest’ultimo voglia mostrarsi indifferente alla finzione, non mi pare che convenga lasciar correre la licenza poetica colla stampa, a scanso eziandio di amare rimembranze sulle lubriche poesie del Buratti.
V. Epistola. — Finge l’autore il suo passaggio all’altro mondo. Descrive le colpe dei dannati all’inferno, ma per quanto abbia cercato non vi trovò Buratti, ossia il temuto defunto, come lo epiteta in uno dei suoi versi. Riavuto però dal sogno, in questo modo prosegue l’epistola:
. . .
. . . . . Pietro Buratti
Nell’inferno non trova, e questo è assai;
Perchè dato che a morte, e non concesso,
Già pagato Buratti abbia lo scotto,
Secondo che più o men grazia lo colse,
O sarà tra color che son contenti
Nel foco che li purga e a Dio li mena,
O tra lor che ormai sono a Dio congiunti.
VI. Epistola. — Continua la finzione del rinvenimento di Pietro Buratti, e con ironico stile egli ne pinge il merito. Più notabili sono i versi segnati con tratti rossi al margine dell’Epistola, e certamente tuttociò che ne dice l’autore è pieno zeppo di frizzi e di morsi satirici.
Terminano qui le Epistole al V. Segretario Martelli, e cominciano alla settima quelle indiritte allo stesso Buratti.
VII. Epistola. — Sembra che Buratti siasi doluto dell’Autore per l’Epistole scritte al Martelli sul sogno della sua morte, ma nel cercar di placarlo rinnova il biasimo quando dice
. . . .
. . .Cessa. Sull’are
Della tua fiera Deità stivate
Sono ormai tante vittime, che al sole
Fan da più lustri maraviglia ed ombra.
A che nuove ecatombe? Oh Pier Buratti!
Cinto il flavo tuo crin di tanto alloro
Quanto abete non hanno Alpe e Pirene,
Sia col tuo spirto pace, e me dall’alto
Della tua gloria, nel profondo immerso
Cupo di Lete oblìo, guarda e sorridi.
Ed in altro luogo:
Così nel fango che ti lorda i
piedi,
Anzichè sollevandolo riporlo
Nella tua penna, e sull’eterne pagine
Della veneta tua decima Musa
Coi già noti Triumviri e Patrizj,
Col pazzo Conte, e colla rea di Giuda,
Pigmeo da scherno presentarlo al mondo.
VIII. Epistola. — L’autore continua a trattare lo stesso soggetto giustificandosi verso Buratti; ma sebbene quest’Epistola sia un po’ più mite della precedente, presenta nondimeno dei tratti rimarchevoli, particolarmente alla fine, in questi due versi
. . . .
. . Canta Buratti,
Che in quanto a me fino all’estremo giorno
Porterai sani gli ossi e intero il muso.
IX. Epistola. — Elogi studiati all’amico Buratti. Parla l’autore del greco Nicolò Streffi, nato a Venezia per aver presa in moglie soltanto per interesse una certa donna inglese, che di lui invaghitasi, lo fece ricco, e poi lo abbandonò.
Millanta l’autore le magnifiche relazioni del Greco, e la pittura certamente ha del satirico, specialmente quando dice:
Dove miglior tra’ pubblici
convegni
Bevi il legume amaro, che da Moca
Popolata di navi a noi veleggia,
Quivi Streffi vedrai, onniveggente
Temuta Deità, far di sè punto
A gran cerchio di Pari e di non Pari.
Giustifica una certa espressione in una sua lettera che ferì l’amor proprio dello Streffi, e progredendo nelle lodi, chiude l’Epistola con questi esaltati due versi:
E dalla Grecia sua porsi sul capo
Miglior Coburgo la regal corona.
La stampa dell’Epistola potrebbe risvegliare commenti poco dicevoli, e soggetto forse di querela somministrare allo Streffi, se per reale insulto od offesa prende la poetica diceria.
X. Epistola. — Lo ringrazia e nello stesso tempo lo morde con frizzi satirici per aver tolto dal mondo perpetuamente un carme, che volea Buratti dirigere all’autore, e ciò a mercè delle di lui propizianti Epistole. Allude ad un pranzo dei conti Valmarana, presso cui a commensali fra gli altri si trovavano l’Autore ed il Buratti. E siccome quest’ultimo è appassionato pel violino, ed anzi è la sola cosa dopo la poesia che lo diverte estremamente, così l’autore descrivendo gli applausi quando lo suonò in quell’incontro, gli prodiga tanti elogi, che decisamente con somma ironia concepiti, potrebbero destare il suo risentimento, e forse esporlo alla derisione de’ suoi amici, pubblicato che fosse il troppo spinto ridicolo.
XI. Epistola. — Seguita a parlare della bravura del Buratti nel suonare il violino, e nientemeno lo paragona alla lira d’Apollo. Sono notevoli questi versi:
Te beato che tanto del paterno
Censo redasti, e di per te la tua
Roba sì accorto e provvido ministri
Che non hai duopo con l’archetto in mano....
Sul Molo e in Piazza di comprarti il vitto.
Fa lode poi l’autore ad un sonetto che il Buratti compose per le nozze Papadopoli, ma sempre in istile caricato.
XII. Epistola. — Lo ringrazia per l’ospitalità accordatagli in sua casa, e per l’imbandita mensa. In questa Epistola non vi sarebbe cosa a marcare, se l’Autore non tornasse nuovamente a discorrere sul violino del suo ospite.
Dopo quest’analisi, io non sarei d’avviso per la stampa delle Epistole di Jacopo Mantovani ove non si credesse di togliere da ciascuna i versi che meritassero censura, sebbene essendone esse ripiene, poco resterebbe di buono, e prezzo dell’opera sua non avrebbe l’autore facendole imprimere.
Con questi cenni mi onoro di riscontrare ecc. ecc.
Il manoscritto del Mantovani fu mandato a Vienna dal conte Sedlnistzki, direttore dell’aulico dicastero di Polizia e Censura, il quale il 24 gennaio lo rimandava ordinando il non admittitur «giacchè il tenore satirico di questa produzione potrebbe promuovere reclami e lagnanze da parte d’alcune persone.»