Enrico Castelnuovo
I coniugi Varedo

IV. Al Lido.

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IV.

 

Al Lido.

 

Lungo quel tratto del Lido ove sorgono, allineate sull'arena, le capanne dello Stabilimento dei bagni, dando a chi le vede dall'alto l'idea d'un villaggio abissino, era, nel caldo pomeriggio di luglio, come un brulichìo d'alveare. Donne e fanciulli in succinto vestito da nuoto si rincorrevano per la spiaggia, si ravvoltolavano nella sabbia, diguazzavano nell'acqua che toccava loro appena l'anca o il ginocchio, si spruzzavano a vicenda fra gridi allegri e risate sonore. I bagnanti più tranquilli, che avevano fatto la loro immersione al mattino, o che non la facevano mai, paghi d'una cura d'aria e di sole, stavano intanto dinanzi alle loro capanne a godersi la brezza del mare, gli uni sonnecchiando e dondolandosi sui lunghi seggioloni di vimini, gli altri stringendosi in crocchio a mormorare del prossimo. Ma alla vivacità della scena contribuiva sopratutto la folla variopinta e sempre rinnovellantesi dei visitatori che passavano, con volubilità di farfalle, da questo a quel crocchio; signore eleganti e giovinotti cincischiati, profumati, azzimati all'ultima moda, come si conviene a degni campioni della cretineria cosmopolita. Portavano essi in giro le cronache galanti, scandalose, ridicole dello Stabilimento e della città, e la pianta del pettegolezzo fioriva dietro di loro come, dopo la rugiada, fioriscono sui campi le margherite.

Sulla soglia d'una delle ultime capanne, ove il chiasso giungeva molto attenuato, sedevano due signore di nostra conoscenza, la Valeria Inverigo e la Diana Varedo.

- C'è un gran movimento quest'anno al Lido - disse la madre.

- Troppo - rispose la figliuola. - Ci si starebbe così bene se non ci fosse gente.

La signora Valeria sorrise. - Cara mia, non possono mica tener aperto lo stabilimento apposta per noi.

- Lo so, ma penso che sarà difficile persuadere Alberto a venir qui un'altra estate.

- O che vorrebbe restar nelle vacanze a Torino?

- No; credo ch'egli preferirebbe d'andar in montagna, in un posto quieto.

La signora Valeria, ordinariamente così calma, scattò infastidita. - Per lavorare e farti lavorare come un cane?... Ci vada lui nel posto quieto, e ti lasci per un mese qui a riprender lena.... Perchè, già non te lo nascondo, hai l'aria stanca, affaticata.

- Se dacchè sono a Venezia non faccio nulla!

- Sei da una settimana, e ci vuol altro!... No, abbi pazienza... È un sistema sbagliato. Le donne non son nate per logorarsi sui libri... E quando avrai figliuoli....

- Se ne avrò....

- Spero bene che ne avrai... E allora...

- Allora - disse pronta Diana - i figliuoli andranno in prima linea... Ma - ella soggiunse per mutar discorso - a che ora si dev'esser sulla terrazza?

- Basta alle sette, mi pare. A meno che tuo marito non anticipi e non venga a prenderci.

- No, egli sa che il pranzo è ordinato per le sette e mezzo. Non si farà aspettare ma non anticiperà.

- Il resto della comitiva - ripigliò la signora Valeria - si disponeva a partire da Venezia col vaporino delle 6.40.

- Mi dispiace - notò Diana - che la presenza dei Nocera sarà una sorpresa per Alberto.

La signora Valeria si annuvolò in viso.

- Non capisco l'antipatia di Alberto per i Nocera. A ogni modo, io non li avevo invitati; non avevo invitate nemmeno le Duranti; volevo che si desinasse qui in famiglia, tu e tuo marito, mio fratello ed io. Invece jeri le Duranti, oggi sul tardi i Nocera mi hanno avvertita che sarebbero dei nostri. Non potevo usar loro uno sgarbo. Del resto, l'Adelaide Nocera, perch'è con lei che l'avete, avrà i suoi difetti, ma è tanto simpatica, tanto buona...

- Troppo buona - replicò Diana con un filo d'ironia.

- A badare alle ciarle del mondo....

- Via mamma, non puoi negare ch'ella porti in trionfo la sua intimità con lo zio Gustavo.

- Si conoscono da bambini... sono cresciuti insieme.

- Eppure assai pochi credono che si tratti di un'intimità fraterna - replicò la Varedo.

- Sembra che il consiglier Nocera sia uno di quei pochi - disse la madre. - Ne soyons pas plus royalistes que le roi.

Diana si strinse nelle spalle.

- Per me - seguitò la signora Inverigo. - ho la massima, in mancanza di prove, di accettar sempre l'interpretazione più benevola.

- Tu sei un angelo, mamma, ma qualche volta anche la soverchia indulgenza ha i suoi inconvenienti.

- Tutti gli eccessi ne hanno; ciò nondimeno io preferisco l'eccessiva indulgenza all'eccessiva severità.

Tacquero entrambe, nel timore di lasciarsi sfuggire una frase pungente, di guastar bisticciandosi la dolcezza ineffabile di quei giorni che stavano insieme. E, in fondo, ognuna delle due sentiva che l'altra aveva una parte di ragione. La signora Valeria non aveva visto con piacere il ritorno della Adelaide Nocera a Venezia, approvava ora nell'Adelaide e in Gustavo, già maturi d'anni, il riaccendersi di una passione colpevole che pareva sopita dal tempo e dalla lontananza; ma il suo affetto per l'amica, la sua tenerezza pel fratello la facevano pronta ad accorrere alla difesa de' due traviati. La Varedo, dal canto suo, trovava che suo marito era talora troppo ispido ed intollerante ma non voleva riconoscerlo, non voleva tradire nemmeno coi prudenti silenzi, quei rigidi principî che, nel suo pensiero, erano il fondamento della famiglia e della società. Perciò, nel caso presente, ella stava in guardia contro stessa, contro la simpatia che le inspirava lo zio Gustavo, sopra tutto contro il fascino che quella sirena della Nocera esercitava intorno a .

Mancavano dieci minuti alle sette e la folla dei bagnanti, incalzata dall'ora, risaliva frettolosa, simile a fiume che risale il suo corso, verso il piazzale dello Stabilimento o verso lo stradone di Santa Elisabetta, chi per prender il tram a cavalli, chi per fare una breve passeggiata fino al vaporino. Sul suono smorzato dei passi affondanti nella sabbia, sul fruscìo leggiero delle vesti, sul confuso borbottìo delle voci si levava qualche nota squillante: appelli e risposte, richiami e saluti: - Presto, presto! - Buon divertimento! - Buon viaggio! - arrivederci stasera in piazza!

- Vuoi che ci moviamo? - chiese la signora Valeria alla figliuola.

Diana assentì. - Moviamoci pure.

Si alzò per la prima, si avvicinò alla madre e le diede un bacio in fronte, quasi a scancellare l'impressione delle parole di poco fa.

S'avviarono lentamente, a braccetto.

La signora Valeria guardava con ansiosa sollecitudine il volto pallido e l'andatura stanca di Diana. No, una settimana di riposo non l'aveva rimessa in forze e anzi ell'era piuttosto peggiorata che migliorata d'aspetto dopo il suo arrivo a Venezia. Tutto si sarebbe spiegato con una certa ipotesi molto ragionevole e naturale, ma Diana seguitava ad affermare che quell'ipotesi non aveva fondamento, e il medico di casa, fin che non si presentano nuovi sintomi, stava anch'egli tentennante fra il sì e il no.

La fiumana della gente s'ingrossava lungo il cammino; la ritirata aveva apparenza di fuga.

- Non avete furia voi altre? - dissero alla signora Inverigo e alla Varedo alcune persone di conoscenza.

- No, restiamo qui a pranzo.

- Buon appetito, allora.

- Grazie.

Protetta dalle dune la spiaggia era avvolta nell'ombra, ma chi toccava il sommo dell'erta sabbiosa doveva ripararsi dai raggi quasi orizzontali del sole, ed era bello, levando gli occhi in su, veder quella folla gioconda emerger nella luce, e sfavillar le tinte chiare degli abiti estivi, e aprirsi gli ombrellini delle signore come fiori che sbocciano d'improvviso. Più bello però, dalla parte del mare, era lo spettacolo delle barche peschereccie che sfilavano lontano ricevendo anch'esse, sulle vele bianche, rosse, gialle, turchine, l'ultimo saluto del sole, mentre la liquida superficie, increspata da una brezza leggera, prendeva, nel roseo tramonto, tutti i colori dell'iride.

- Oh brave! - esclamò Gustavo Aldini quando sua sorella e sua nipote comparvero sulla terrazza. - Ero per venire a sollecitarvi. Tranne Alberto, che non può tardare, siamo au grand complet.

Le due Duranti col rispettivo consorte e padre, l'Adelaide Nocera col consigliere marito mossero festosamente incontro alle nuove arrivate.

- Si voleva venire in massa a farvi visita - dichiarò l'Adelaide - ma l'ingegnere disse ch'era meglio attendervi qui.

- La nostra capanna è così piccola - spiegò la signora Valeria - che ci si sta appena in due.

- Sono troppo piccole e troppo affastellate quelle capanne. Non c'è libertà - soggiunse la Nocera.

Il consigliere ch'era un po' sordo si fece ripetere la frase.

Era un uomo corto, grosso, di tipo volgare.

- A proposito - egli chiese ridendo sguaiatamente - è vero che signori e signore passeggiano sulla spiaggia in semplice accappatoio?

- Ma no, che idee!

- A ogni modo - disse la Duranti madre, che era una signora pudibonda - è una promiscuità scandalosa. C'è tanto rigore, ed è giusto che ci sia, nell'interno dello Stabilimento per conservare la divisione de' due riparti, e poi nelle capanne si lasciano stare insieme i maschi e le femmine.

- Ma le capanne son fatte per le famiglie - notò il marito, intendente di finanza a riposo.

- Già - riprese il consigliere Nocera con la solita arguzia sopraffina. - E se vogliamo la famiglia dobbiamo voler l'unione dei sessi. Ih, ih!

- Son tutte caricature, tutte ipocrisie - sentenziò la ragazza Duranti. - E pensare che si pigliano questi fastidi per noi, per tutelare la nostra innocenza!... Bella innocenza! Con quello che si vede, che si sente e che si legge!

Il consigliere le slanciò uno sguardo d'incoraggiamento.

Invece la signora Susanna, la madre - Olga - ammonì, sgomentata - Olga!

Quella figliuola da qualche tempo aveva una libertà di linguaggio!

- Ebbene - domandò l'Adelaide Nocera a Diana, tirandola alquanto in disparte e cingendole amorevolmente con un braccio la vita; - come va? Ti giovano i bagni?

Non aspettava più i quarant'anni, l'Adelaide, ma era sempre una bella brunetta dai grandi occhi vivaci, dalla folta capigliatura nera, dalla persona svelta, piena di grazia e d'armonia. E aveva, nel vestire, un istintivo buon gusto che i lunghi soggiorni in piccole città di provincia non avevano potuto alterare e che destava l'invidia, l'emulazione, la rabbia delle mogli dei colleghi. - La più elegante magistrata del Regno d'Italia - la aveva proclamata Sua Eccellenza il commendator Farioli, Primo Presidente d'una delle nostre Corti d'Appello. E nessuna Cassazione aveva osato annullar la sentenza.

- Se mi giovano? - disse Diana rispondendo alla interrogazione della Nocera. - Uhm! Io li faccio per compiacere alla mamma, ma credo che lascino il tempo che trovano. Ha una gran fede nei bagni di mare, lei?

- Secondo i casi.

- Lei non li fa?

- Io preferisco la doccia... Ma non ti vuoi proprio decidere a darmi del tu?

Diana arrossì. Non solo non si voleva decidere; ma era anzi ferma nel proposito di attenersi al lei che, seppure usato da una sola delle due parti, bastava a impedir la troppa dimestichezza. Ella balbettò qualche scusa. Non riusciva ad avvezzarsi... L'era stato sempre difficile, in tutte le occasioni, perfino con le sue coetanee...

- Non crederai mica che voglia atteggiarmi a tua coetanea - replicò, ridendo, l'Adelaide Nocera. - Lo so che posso esser tua madre; ci corron pochi anni tra la Valeria e me... Ma hai principiato a vedermi ch'eri una bambina. Ti rammenti quando ti portavo in collo?

- Dopo è partita.

- Partita, tornata, ripartita. Solo l'ultima volta sono rimasta assente per un gran pezzo senza interruzione. T'avevo lasciata in sottane corte, e t'ho trovata quasi alla vigilia delle nozze. E con lo sposalizio per la testa non avevi agio da badare a quella che un tempo chiamavi la zia Adelaide. Ero diventata per te la signora Nocera; t'incutevo, sembra, una gran soggezione, io che non ho mai dato soggezione a nessuno!... E il bel tu confidenziale s'era perso per via... Ma t'eri quasi impegnata a ripigliarlo dopo il matrimonio, te ne rammenti?... Se no, bisognerà che mi metta in sussiego anch'io e che ti faccia tanto d'inchini, e che dica: - Signora Varedo, come sta?

- Oh, questo poi, ci mancherebbe altro!

Diana era sulle spine. Cedere non voleva a nessun costo, ma non voleva nemmeno manifestar le vere ragioni del suo rifiuto. O come mai la Nocera, con la sua fama di donna intelligente, certe cose non le capiva da ? E se le capiva, perchè insisteva?

Per fortuna anche in quel momento capitò una provvida diversione.

- Diana! Signora Adelaide! Valeria! Signora e signorina Duranti!

Era la voce dell'ingegnere Aldini che desiderava l'approvazione dei commensali circa al posto ov'egli aveva fatto apparecchiare la tavola.

- Qui si vede benissimo il mare e si è nello stesso tempo più riparati dall'aria - egli spiegò. - Se però preferite avvicinarvi alla ringhiera...

- No, così va perfettamente - risposero, a una voce, le signore interrogate.

Indi seguì una serie di esclamazioni ammirative.

- Che eleganza!

- Che lusso!

- Che profusione di fiori!

- E chi li ha ordinati questi fiori? - domandò la signora Valeria.

L'Adelaide Nocera, ch'era a parte del segreto, sorrise.

Il consigliere marito, da uomo perspicace, indovinò subito. - Quest'è un'improvvisata dell'amico Gustavo.

E, confidenzialmente, battè sulla spalla dell'ingegnere.

- Sempre perfetto cavaliere quell'Aldini - notò la signora Susanna Duranti.

Ma Gustavo Aldini, schermendosi dai ringraziamenti, si voltò verso il cameriere di quel riparto egli chiese: - Il nostro risotto a che punto è?

- Si può servirlo quando vogliono.

- Benone... Aspettiamo un signore...

Accolto da applausi, giunse Alberto Varedo, vide i Nocera e durò fatica a reprimere un moto di dispetto.

L'Adelaide, che s'era accorta della sorda ostilità del professore ma non disperava di vincerla, gli si fece incontro con le mani tese. - Ci perdona l'invasione? A Venezia, d'estate, se si vuol trovarsi, bisogna venire al Lido... E io desideravo di star un'oretta con Diana... Così ho scritto alla Valeria che, se non aveva nulla in contrario, avremmo preso parte al pranzo anche noi.

- Anzi, è un piacere - disse Varedo. Le parole erano cortesi, ma l'accento era gelido.

- Ecco il risotto! - gridò Gustavo Aldini.

Secondo le sapienti disposizioni dell'ingegnere le sedie erano collocate soltanto a tre lati della tavola lunga e stretta, di modo che nessuno voltasse le spalle al mare. Sul lato più lungo sedeva la signora Valeria tra il cavalier Duranti, che aveva alla sua sinistra Diana, e il cavalier Nocera, che aveva alla destra la signora Susanna Duranti. Gli altri quattro commensali occupavano, fronteggiandosi, i due lati minori; da una parte la signora Adelaide e Gustavo Aldini; dalla parte opposta il professore Varedo e la signorina Duranti.

Questa che, dopo il matrimonio di alcune amiche più giovani di lei, era diventata dura e spinosa come un vecchio carciofo, principiò subito a malignare.

E poichè Varedo osservava che quell'abbondanza di fiori avrebbe fatto credere a un banchetto di sposi - Oh - disse la ragazza - in questo caso gli sposi sarebbero loro due... Ma non s'illudano... Quei fiori non sono per Diana, per lei; sono per un'unica persona che, proprio, non è una sposina... Ma dopo tutto, beate le civette!... E beati quelli, uomini e donne, che dimenticano la loro età!

Aizzato dalla sua vicina, Alberto Varedo sbirciava di tanto in tanto suo zio e l'Adelaide Nocera che non eran certo i più giovani, ma erano i più giovanilmente allegri e vivaci dei commensali. E la riprovazione ond'egli, puritano, colpiva ogni intrigo galante, si esacerbava per un sentimento di diversa natura. Non era, non voleva essere invidia; era una tacita protesta contro le ingiustizie della fortuna, così liberale verso gli esseri frivoli, così avara verso coloro che hanno un alto, austero concetto della vita.

Qualche cosa di simile passava intanto nell'anima di Diana. Ascoltando distratta il cavaliere Duranti che vantava i servigi da lui resi allo Stato quand'era intendente di finanza, ella guardava gli occhi luminosi e ridenti dell'Adelaide Nocera, la quale doveva essere avvezza a udire ben altri discorsi. E cercava di farsi un'idea dell'esistenza di queste donnine amabili e spensierate che attirano gli uomini come il miele attira le mosche e che volgono le forze del piccolo ingegno a un unico fine, quello di piacere. E come vi riescono! Come riescono a essere tollerate, accettate anche dalla gente rispettabile! Ecco per esempio l'Adelaide Nocera che nessuno credeva un fiore di virtù e che pur tutti andavano a gara per festeggiare. La mamma di lei, di Diana, non la considerava una delle sue migliori amiche? Non aveva pur dianzi preso calorosamente le sue difese? La signora Duranti, così facile a scandalizzarsi, non la trattava con cordialità, non ne frequentava, in compagnia della figliuola, il salotto? È vero che quelle femmine trovan dei mariti stampati a posta per loro, dei mariti i quali han l'aria di dire: - Se siamo contenti noi, o chi ha il diritto di far lo schifiltoso?

Il consigliere Nocera era il tipo di questi cinici ignobili. Era lui, proprio lui che quella sera a pranzo portava in campo certe storielle scabrose d'infedeltà coniugali, e da un capo all'altro della tavola dava nomi e cognomi, e date e luoghi e particolari minuti, e fingeva di non sentire i richiami della sua vicina Duranti, e rideva sguaiatamente delle sue grasse facezie.

- Povera mamma! - sussurrava nell'orecchio al professore Varedo la Olga, la ragazza emancipata. - È sui carboni ardenti per me.

- Quel Nocera è un uomo molto volgare - notò Varedo.

Olga Duranti fece una spallucciata. - È un filosofo.

- Cara signorina, non calunni i filosofi.

- Voglio dire che subisce con rassegnazione il proprio destino... E poi la sua è un'allegria forzata... Deve ingoiarne tante!

Abbassò ancora la voce, e sfogando il suo mal animo contro l'Adelaide Nocera soggiunse: - Egli ha almeno il merito di mostrarsi quello che è. Lei invece pare una santarellina... Basta, quelle son donne fortunate... Hanno i mariti propri, i mariti delle altre e gli scapoli ch'esse sviano dal matrimonio.

Varedo sorrise; ella si morse il labbro, pentita d'essersi lasciata sfuggire una frase che tradiva il suo risentimento personale. Asserivano infatti che qualche anno addietro, prima del ritorno dei Nocera a Venezia, ella, nonostante la grande differenza d'età, avesse gettato l'occhio sopra l'ingegnere Gustavo Aldini come su uno sposo possibile.

Frattanto, appunto per opera dell'ingegnere che tirò il discorso su alcune ultime pubblicazioni letterarie francesi e italiane, la conversazione mutò indirizzo. Quelle pubblicazioni chi le conosceva chi no, ma dal più al meno si conoscevan gli autori, e ognuno volle dire la sua. Inopinatamente alleati, la pudica signora Susanna Duranti e lo sboccato consigliere Nocera si scagliarono contro Emilio Zola che qualificavano a gara d'immorale e di corruttore. Già per loro fra i romanzieri francesi non c'era che Ohnet. Le maîtres des forges, quello era un libro. Che caratteri! Che situazioni! Che ambiente confortable!

Il cavaliere Duranti non aveva, per Zola, l'antipatia di sua moglie. Aveva letto poco, ma quel poco gli era piaciuto. Era uno scrittore che sapeva sviscerare i suoi argomenti e trovar il dramma in tutto quanto. Oggi la miniera, domani la Borsa, doman l'altro le strade ferrate. Avrebbe potuto, volendo, fare un romanzo sull'amministrazione della finanza, e ce ne sarebbero stati degli aneddoti piccanti e dei tipi gustosi!

- Il romanzo del registro e bollo! - esclamò Nocera in tono canzonatorio.

- Non c'è niente da ridere - rimbeccò, seccato, l'ex intendente.

Allora scese in campo, zoliano convinto, non fanatico, Gustavo Aldini, e pur non negando i difetti dello Zola ne mise in rilievo gli altissimi pregi, specie la virtù evocatrice e l'arte di far mover le masse, onde se molti lo superano nello scrutare i misteri d'una coscienza individuale, nessuno l'uguaglia nel rappresentarci gli stati di una coscienza collettiva. - Certo - concluse l'ingegnere - non è una lettura per tutti; non lo darei alle persone frivole che vi cercano solo le indecenze, agli adolescenti, maschi o femmine, a cui è inutile anticipar le brutalità della vita.

- Ma che adolescenti? - replicò la signora Susanna Duranti - Io dico che nessuna donna per bene può tener sul suo tavolino quei libri... Io mi vergogno di averne letti due o tre.

La signora Susanna ignorava che sua figlia li aveva, di nascosto, letti quasi tutti.

Il consigliere Nocera, che, mentre Aldini parlava, aveva manifestato il suo dissenso con energici cenni del capo, gridò: - Sentiamo l'opinione del professore. Scommetto che il professore è con noi.

- Ma io non mi occupo di letteratura amena - rispose Varedo. Però, poichè gli altri insistevano ed egli non voleva che il suo silenzio fosse interpretato come un'approvazione delle idee esposte da Gustavo Aldini, egli dichiarò che conosceva assai poco dell'opera di Emilio Zola e che si limitava a dire una sua impressione. Ed era questa. Che Zola, mezzo francese e mezzo italiano, era, anche letterariamente, il prodotto di due nazioni e di due civiltà decadute. Aveva, nonostante una speciale tendenza al pessimismo, la visione lucida del mondo esteriore: gli mancava la facoltà di penetrare nel mondo delle anime; dipingeva con efficacia i vizi e le brutture del suo tempo, ma le vere cause gliene sfuggivano, ma non aveva nemmeno la più lontana intuizione dei mezzi acconci a promuovere un rinnovamento morale.

Alberto Varedo svolgeva questi concetti con abbondanza d'argomenti. Aveva principiato semplice e piano; e poi l'abitudine della cattedra gli aveva fatto alzar la voce ed arrotondare le frasi tantochè il suo discorso prendeva via via il carattere d'una lezione o d'una conferenza. Bello o brutto che fosse, in quell'ora, in quel luogo, fra l'acciottolìo dei piatti e il tintinnio dei bicchieri, e il cicaleccio allegro delle tavole vicine, esso aveva il torto d'esser perfettamente stonato.

E appunto dalle tavole vicine si porgeva all'autore un'attenzione canzonatoria.

Diana udì dietro di una signora che diceva: - Par d'essere alla predica.

A lei quel pranzo sembrava interminabile. La svogliatezza fisica era il meno; ella soffriva d'una grande depressione morale, provava una irritabilità nervosa contro tutto e tutti, avrebbe dato non so che per esser sola e per lasciar colar le sue lacrime. Perchè non avevano desinato anche oggi in piena libertà, a casa loro? Perchè le toccava subir la compagnia di quei Duranti, di quei Nocera, assistere alle smorfie dello zio Gustavo e dell'Adelaide? Ma s'ella discendeva in stessa trovava al suo disgusto, al suo turbamento un'altra causa più intima. La discussione di poco fa l'aveva profondamente umiliata. Se c'era soggetto che dovesse interessarla era quello; s'ella aveva attitudini speciali d'ingegno erano attitudini letterarie. Ebbene, da prima del suo matrimonio, da quando s'era promessa sposa, da un anno e mezzo insomma, ella non aveva aperto un volume di letteratura, non s'era occupata che degli studi di Varedo, non aveva visto che le opere che piacevano, che occorrevano a lui, non aveva sfogliato che i giornali scientifici di cui era piena la casa. Onde oggi s'era accorta d'ignorar perfino il titolo di parecchi fra i libri che i vari commensali, tanto men colti di lei, levavano a cielo o vituperavano. Così ell'aveva accondisceso a sacrificar le sue inclinazioni, a sopprimer la sua personalità? E con qual frutto? Era felice?

Mentr'ella rivolgeva a medesima questa grave domanda sentì lo zio Gustavo che diceva a suo marito: - Caro nipote, tu hai sollevato delle questioni che non si risolvono su due piedi e sarebbe già lungo determinare i punti ove andiamo d'accordo e ove no. Propongo il rinvio, tanto più che c'è un magnifico chiaro di luna, e che sarà meglio godercelo in santa pace.

La proposta incontrò l'approvazione generale. - Sì, sì, non guastiamoci la digestione.

Fra le cose che avevano bisogno d'esser digerite c'era anche il discorso, ammiratissimo, di Alberto Varedo.

Di a poco tutti s'erano alzati di tavola.

Diana, dopo di aver scambiato qualche parola con sua madre, si affacciò al parapetto della terrazza, sul mare.

- Che notte d'incanto! - esclamò, posandole una mano sulla spalla, l'Adelaide Nocera.

- Discutono ancora? - chiese Diana.

- No. I nostri signori uomini stanno regolando i conti.

- Non c'è aria nemmeno qui - riprese la Varedo.

- Figurati - replicò l'Adelaide - che le Duranti vorrebbero persuadere la tua mamma a chiudersi nella sala per sentir quella parodia di operetta.

- Per amor del cielo! E la mamma consente?

- Non credo. Finiranno con l'andarci loro, le Duranti, insieme con mio marito ch'è appassionato di questi spettacoli. Noi resteremo sulla terrazza o faremo quattro passi sulla spiaggia ove sarà anche più fresco.

- Diana! - chiamò qualcuno. - Diana!

- Scusi - ella disse staccandosi dall'Adelaide. E si avvicinò a suo marito di cui aveva riconosciuto la voce.

Alberto la trasse in disparte e le parlò concitato. - Perchè mi sforzi a ripeterlo?... Non voglio che tu stringa dimestichezza con la Nocera... Tuo zio non ha il diritto d'imporci le sue concubine.

- Bada! - supplicò Diana pallidissima e tutta tremante. Ella s'era accorta che lo zio Gustavo era presso e sentiva ogni cosa.

- Ah! - fece Varedo, mutando colore. - Ormai...

I due uomini si trovarono faccia a faccia.

Varedo s'era ricomposto. - Mi duole che tu abbia inteso - egli disse fissando in viso l'ingegnere Aldini - ma non ho nulla da ritirare.

Aldini lo guardò con piglio sarcastico. - Sapevo ch'eri un pedante, vedo che sei anche un villano.

E si tolse di bruscamente, senza dar tempo al suo avversario di reagire, di rispondere.

La scena, svoltasi in un lampo, fu avvertita da due sole persone; dalla signora Valeria i cui occhi non lasciavano mai la figliuola e dall'Adelaide Nocera che aveva indovinato esser lei la causa di quella disputa.

Stava ella ritta, immobile, con le mani dietro la schiena, col dorso appoggiato al parapetto della terrazza, la piccola testa ed il busto spiccanti in ombra sul nitido azzurro del cielo ove sorgeva alta la luna. Aldini la raggiunse, e si allontanarono insieme.

Ma la signora Valeria piantò il crocchio degli amici e corse ov'erano sua figlia e suo genero. - Che c'è?... Cos'è successo?

- C'è cara suocera mia - replicò, irritatissimo, Alberto - che suo fratello ha bisogno di una lezione... E se non fossimo in un luogo pubblico...

- No - supplicò Diana - no, Alberto. - E soggiunse lasciandosi cader su una sedia: - Io lo prevedevo che la presenza dei Nocera avrebbe recato dei guai...

- Ma, insomma, spiegatevi...

- Insomma - riprese il professore - io non amo che mia moglie abbia contatti con certa gente... E mi meraviglio che una donna come lei...

Diana si portò il dito alla bocca. - Parlerete a casa... Zitto adesso, ve ne scongiuro... Non siamo soli...

In fatti si avvicinavano la signora Susanna e la Olga, e dietro di loro, fumando, il cavaliere Duranti e il cavalier Nocera.

- Che conciliaboli avete? - dimandò la signora Susanna.

- Nulla, nulla - rispose con fretta affannosa Diana Varedo. - Sono io che non mi sentivo... che non mi sento bene... Anzi, Alberto, te ne prego, fammi avere un bicchier d'acqua.

S'era un pretesto, non poteva esservene alcuno che avesse maggiore apparenza di verità.

Diana aveva arrovesciata la testa sulla spalliera della sedia, era bianca come un cencio lavato, un pallore freddo le imperlava la fronte e le gote.

- Abbiate pazienza, tiratevi un momento indietro - disse la signora Valeria agli altri. - Le levate l'aria.

Si curvò ansiosamente sulla figliuola e le chiese sottovoce: - Ti senti poco bene, proprio?

- Sì... ma passerà...

- Sarà stata quella brutta scena?...

- No, non credo... La scena di poco fa m'ha recato un dolore immenso... Ma ero già mal disposta... Credo invece che tu abbia ragione...

E Diana bisbigliò qualche parola nell'orecchio di sua madre.

- Magari! - esclamò questa battendo palma a palma. - Magari!... Ti ostinavi sempre a negare.

- Impressioni!... Adesso ho un'impressione contraria... Siamo un impasto di contraddizioni... Forse m'inganno adesso...

- Speriamo di no... Ecco tuo marito che torna col bicchier d'acqua... Diglielo anche a lui...

La signora Valeria si riaccostò agli amici.

- Dunque? Dunque?

- Effetto del caldo, del pranzo... in una donna che potrebb'essere in una condizione anormale.

- Ma senza dubbio - disse con enfasi la signora Duranti. - Io n'ero sicura malgrado le vostre negative.

- E anch'io - soggiunse la Olga. - Appena ho visto Diana, ho pensato subito: quella è una donna incinta.

- Ma Olga...

- O che male c'è a chiamar le cose col loro nome?

Il consigliere Nocera, che non aveva sentito, chiese schiarimenti al cavalier Duranti, e accolse la notizia con segni di approvazione. - Egregiamente... S'era già tardato troppo, e quasi toglievo la mia stima al nostro professore... Gli scienziati qualche volta dimenticano l'essenziale. Così va bene. Crescite et multiplicamini... Si può congratularsi con gli sposi?

- No, consigliere, stia buono - pregò la signora Valeria. - Li lasci in pace gli sposi... Sono ipotesi, semplici ipotesi.

Nocera fece una spallucciata; poi ripigliò guardandosi intorno: - A proposito, dove diamine si sarà cacciata mia moglie?

- Era con l'ingegnere Aldini - rispose pronta l'Olga Duranti. - Mi pare che siano usciti da quella parte...

E accennò con la mano a sinistra.

Se la maliziosa ragazza credeva d'aver svegliato con le sue parole la gelosia del consigliere, ella s'ingannava a partito.

- Ah - disse placidamente Nocera - mi immagino che quelle due creature romantiche saranno andate a passeggiare sulla spiaggia, al chiaro di luna... Buon divertimento!... Hanno fatto il dente del giudizio tutt'e due, e non c'è pericolo che si perdano per la strada.

- Oh, ecco Diana a braccio di Varedo - osservò la signora Duranti. - Va meglio?

Diana si sforzava di sorridere e di stringer le mani che l'erano tese. - Sì, va meglio, molto meglio... A ogni modo, è opportuno ch'io vada a casa subito... Alberto m'accompagna... Tu, mamma, puoi restare...

- No, no, io vengo con voi... Gli amici mi scusano...

- Ma nemmeno noi abbiamo nessuna ragione di rimanere - disse la Susanna Duranti.

Il cavaliere marito si offerse di perlustrare la spiaggia in cerca della signora Adelaide e dell'ingegnere. Così si sarebbe fatta tutta una carovana.

- Oh - saltò su Nocera - prima che li trovi!... Li aspetterò io, nel salone dei concerti... Di è probabile che passino.

- Quello che non capisco - notò la Olga Duranti - è come non si siano accorti del malessere di Diana... Erano appunto con lei.

- Che vipera! - pensò la Varedo. E disse forte: - Non se ne potevano accorgere... m'è capitato dopo.

Il professore mostrò a sua moglie l'orologio dello Stabilimento - Se vogliamo prendere il tram e partire col primo vapore abbiamo appena il tempo necessario.

Il cavaliere Duranti interrogò la consorte. - E allora che cosa si decide?

Alberto Varedo ebbe un gesto d'impazienza. La signora Valeria se ne accorse e intervenne a proposito. - Si decide che partiamo noi tre, Diana, Alberto ed io; gli altri non devono sacrificar la serata per colpa nostra.

- Non era un sacrificio - replicò la signora Susanna - ma sarebbe fuor di luogo l'insistere. Buon viaggio e buona notte. Domattina poi soneremo il vostro campanello per aver notizie.

- Grazie... ma è inutile.

- O niente affatto... Una notizia l'avremo... una bella notizia... autenticata nelle debite forme.

- Zitto, zitto...

L'Olga Duranti volle dar un bacio a Diana. - Mi rallegro, sai, mi rallegro sinceramente... Sarà per Febbraio o Marzo?...

- Lascia stare i pronostici... Se fosse una bolla di sapone?... Addio, addio...

- Quanto dispiacerà all'Adelaide di non averle salutate! - gridò Nocera mentre Diana e la signora Valeria s'allontanavano. Indi borbottò:

- Quel professore Varedo ha una prosopopea intollerabile. Fa una grazia a toccarsi il cappello.

- Finalmente vi siete liberati dagl'importuni - disse Alberto a sua moglie e a sua suocera, allorchè furono soli. - Pare impossibile il tempo che le donne impiegano a congedarsi...

Erano sul ponte che dallo Stabilimento mette al piazzale ove si fermano i tram a cavalli. Uno di questi tram arrivava allora.

- Presto, presto!

Salirono trafelati in vettura.

La signora Valeria chinandosi su Diana rinnovò per la centesima volta la solita domanda: - Come ti senti?

- Non c'è male - mormorò Diana. E fece segno che aveva bisogno di riprendere fiato.

La Inverigo si voltò verso suo genero. - E adesso si può sapere che parole son corse tra Gustavo e te?

Ma Diana toccò lievemente il braccio della madre. - Oh mamma, perchè torni su questo argomento? Alberto e lo zio si riconcilieranno... Per amor mio - ella soggiunse, fissando con occhi supplichevoli il marito.

- L'insolente è stato lui - disse Alberto.

- Tu l'avevi provocato...

Varedo troncò il discorso. - Non agitarti ora... Non hai forza per discutere... Auff! Che viaggio interminabile!... A piedi, in carrozza, in vapore... Neanche se si andasse alla Mecca.

Per fortuna il vaporino era pronto, e non c'era molta gente.

- Che delizia! Qui si respira meglio - disse Diana sedendo a prora. Appoggiò il gomito alla sponda del bastimento e d'una mano si fece puntello al capo mentre l'altra cercava, con un rinnovato bisogno di carezze, la mano di Alberto. Il chiarore latteo del cielo, lo scintillìo argenteo dell'acqua su cui batteva la luna, i bruni contorni dell'isolette lontane, e i campanili e le cupole e le piccole, tremule luci della città verso cui filava con moto uniforme il battello silenzioso l'avvolgevano in un'atmosfera di sogni. Ed ella, sforzandosi di dimenticare il penoso incidente di poco fa, sforzandosi di bandir dal suo spirito ogni triste pensiero, si cullava nella dolcezza del sogno. Appunto perchè, nelle ultime ore, ell'aveva cominciato a dubitare della sua felicità coniugale, aveva sentito i primi impeti di rivolta della sua personalità compressa e asservita, appunto per questo ella si aggrappava al suo sogno che, divenendo realtà, la avrebbe salvata da' suoi dubbi, dal suo orgoglio, da tutto.

Intanto la signora Valeria ed Alberto parlavano piano fra loro...

 

 

 


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