Enrico Castelnuovo
I coniugi Varedo

VII. Due "maiden-speeches".

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

VII.

 

Due "maiden-speeches".

 

Un sabato sera (Varedo era già deputato da qualche mese) Diana riceveva da Roma questo telegramma.

 

Discorso esito trionfale. Congratulazioni deputati ministri. - Dettagli per lettera. Manderò giornali.

 

Alberto.

 

Era la prima volta che Varedo parlava alla Camera. Da uomo accorto egli non aveva voluto precipitar nulla; sapeva che i deputati non ci guadagnano a mostrar soverchia impazienza; che devono prima farsi conoscere e apprezzar negli uffici, e stringere amicizie personali, e acquistar la certezza che, partecipando a una discussione pubblica, saranno ascoltati. «Dall'esito di quello che gli Inglesi chiamano il maiden speech - egli aveva scritto a sua moglie - «può dipender tutto l'avvenire di un uomo politico».

Ecco dunque che il suo maiden speech egli l'aveva fatto, riportando, a quanto pareva, un vero successo oratorio.

Diana si voltò verso Bebè che, accomodata nella sua seggiolina davanti alla tavola, era occupatissima a sovrappor l'uno all'altro alcuni cubi di legno, e mugolava al suo solito: umm, umm.

- Ha fatto un bel discorso il babbo, e tu non sai dire che umm, umm. Vergogna!

Bebè guardò la sua mamma con occhi incantati, poi fece il bocchino da piangere.

- No, no, non ti sgrido mica - si affrettò a soggiunger la madre quasi scusandosi. - Buona, buona!... Non ne hai colpa tu se non parli.

La bimba aveva più di un anno ed era svezzata da un mese; capiva tutto, conosceva tutti, era, che s'intende, un portento, ma non articolava ancora nessuna parola, e quest'era un gran cruccio per Diana, che sfogava le sue inquietudini col medico di casa, il dottor Giraldi, e di tratto in tratto, sommessamente, arrischiava l'idea di consultare uno specialista.

Il dottor Giraldi rideva. - Consulti chi vuole, ma è un'idea stravagante... Bebè non ha nessun difetto alla lingua; parlerà senza dubbio, un poco dopo di qualche sua coetanea, un po' prima di qualche altra... perchè ci sono bambini che tirano avanti fino a un anno e mezzo e due anni;... ma parlerà, la sbalordirà, ne stia certa.

Le medesime cose, su per giù, le scriveva da Venezia la madre, e la vecchia Bardelli, nelle sue visite settimanali, ripeteva sempre che il suo Paolo (l'artista, quello de' suoi figliuoli ch'ella teneva in conto) era stato muto come un pesce fino a sedici mesi e due giorni.

Così lo specialista era lasciato dormire, tanto più che Diana non osava nemmeno accennarvi nelle sue lettere ad Alberto; ma non per questo ell'era tranquilla, chè anzi la sua inquietudine cresceva d'ora in ora. E quella sera, sotto l'impressione che Bebè fosse rimasta mortificata dal rimprovero, a lei scendeva nell'anima una invincibile tristezza che le inumidiva le ciglia e la rendeva quasi dimentica del trionfo di suo marito.

- Caro, caro tesoro - ella esclamò prendendo in collo la bimba e coprendola di baci - che tu parli o no, la tua mamma t'intenderà sempre.

In quella stretta, Bebè ebbe un postumo desiderio del latte ond'era privata da un mese, e le sue piccole dite scorrevano indiscrete sui bottoni del vestito materno, mentre la bocca rosea mordeva la stoffa e commentava l'atto espressivo col solito suono indistinto: umm, umm.

Diana, severa, ammoniva. - Nossignora, non si può... Non c'è più niente.

Forse Bebè lo sapeva e voleva ridere soltanto. Ora aveva afferrato un bottone e lo tirava con violenza.

- Insomma se sei cattiva, vai di .

In mezzo a questi contrasti giunse Eugenio Bardelli, l'assistente e il factotum di Varedo che lo seguiva come la sua ombra quand'egli era a Torino, e durante le sue assenze ne riceveva ed eseguiva zelantemente gli ordini, e passava mattina e sera da Diana a offrirle i propri servigi.

- Vengo dalla Redazione della Gazzetta Piemontese - egli disse. - Ho visto un telegramma fresco fresco da Roma... Il professore ha riportato un grande successo.

- Lo so, lo so - rispose Diana sorridendo.

E accennò al dispaccio ch'era aperto sulla tavola; indi soggiunse: - Grazie lo stesso... Sempre gentile, Bardelli.

- O le pare! - ripigliò l'assistente dopo aver dato un'occhiata al telegramma di Varedo. - Sì, dev'esser stato un trionfo... Ma non è da maravigliarsene... Parla così bene il professore... Che dote l'eloquenza!

Diana sospirò al pensiero che la sua figliuola non dava pel momento alcun segno di possedere questa qualità preziosa.

Intanto l'arrivo di Bardelli aveva distratta Bebè da' suoi attacchi insidiosi. Bardelli era un amico che d'ordinario s'occupava molto di lei. O perchè non se ne occupava oggi?

- Umm, umm - ella fece per richiamare la sua attenzione.

- Buondì, Bebè - disse il giovine.

Diana tentennò la testa. - Ah, è cattiva... Or ora la consegno all'Irene che la porti a letto.

L'Irene era la bambinaia.

Bebè protestò nel suo linguaggio contro la perversa intenzione. - Umm, umm. - E guardava Bardelli quasi per invocare il suo aiuto.

- Vuoi venire con me? - Chiese l'assistente. E le tese le braccia.

Ella fece altrettanto.

Diana si mise a ridere. - Bardelli, che vuol prendersi lei questo impiccio?

- Sicuro, siamo buoni amici con Bebè... Non è vero, Bebè?

- Ebbene - ripigliò la signora Varedo con una risoluzione improvvisa - gliela per un pajo di minuti; fin tanto che scrivo due righe di telegramma per Alberto. Me le imposta lei quando esce, Bardelli?

- Naturalmente.

- Ah, Bardelli, come ci avvezza male!

- Ma, signora Diana... - principiò il professorino. Dovette però interrompere la frase, perchè Bebè gli tirava i capelli.

- No, Bebè, no...

Appena la bimba vide che il suo amico si occupava di lei le sue mani si allentarono spontaneamente, ed ella parve tutta assorbita da un grande sforzo intellettuale.

Bardelli ebbe un'inspirazione luminosa. - Bebè, chi è quella? mamma, mamma...

- Umm, umm.

Diana, con la penna sospesa tra le dita, guardava ansiosa.

- Umm, umm.

- Ecco, non le riesce - piagnucolò la madre. - Nessuno mi leva dalla mente che ha un vizio organico.

- Nemmeno per sogno... Vedrà... mamma, Bebè.

Questa volta il miracolo accadde. - Umm, umm... amm... mamm... mamma.

Diana balzò dalla seggiola. - L'ha detto?... Ha detto mamma?

- Già, l'ha detto e lo tornerà a dire... Aspetti, non la confonda... Bebè, chi è quella?

- Mam... mamma - ripetè la piccina.

Adesso poi Diana non seppe più frenare il suo entusiasmo e volle stringersi al petto la figliuola che aveva compito il prodigio.

- Cara, cara, tesoro mio, viscere mie... lo dici ancora... mamma, mamma.

Bebè, disturbata dall'impetuoso amplesso materno, non cedette all'intimazione e tornò al suo solito umm, umm, a cui però ella dava un accento di protesta.

- Cattiva! Con me gioca a dispetti! - esclamò la Varedo guardando Bardelli con aria mortificata. - Gliela restituisco.

- Brava!... E intanto scriva il suo dispaccio.

- Ha ragione... Il dispaccio... Così annunzio ad Alberto che Bebè comincia a parlare.

- E - soggiunse Bardelli - se non le dispiace, insieme alle sue congratulazioni pel discorso mandi anche le mie.

Il discorso di Alberto! Quasi quasi Diana se n'era dimenticata; certo esso le pareva cosa di ben tenue importanza di fronte all'altro avvenimento che la empiva di giubilo.

Nondimeno si accinse a scrivere, e scrivendo leggeva: - «Deputato Alberto Varedo, Albergo di Santa Chiara. Roma. - Mille felicitazioni pel tuo trionfo, anche da Bardelli qui presente. Sappi che finalmente stasera Bebè ha detto mamma - Diana».

- Va bene?

- Benissimo.

Bardelli si alzò tenendo la bimba in collo, prese il foglio, e lo ripose in tasca.

- Badi - disse Diana, - Bebè le ha slacciato il nodo della cravatta.

- Oh, Bebè è un pessimo soggetto - rispose l'assistente celiando. - Ora gliela riconsegno.... Va dalla mamma, Bebè, va dalla mamma.

E liberatosi dal prezioso fardello, il professorino si accomiatò dalla Varedo. - Corro subito al telegrafo.

- Grazie Bardelli, grazie.... E scusi di tutto. Spero che Alberto sarà contento della notizia che gli ... E chi sa che quando riceve il mio dispaccio non me ne mandi uno anche lui.

Ma il dispaccio non capitò. Capitò invece il appresso una lettera lunghissima in cui Varedo si diffondeva con infinita compiacenza a descrivere l'effetto prodotto dal suo discorso riportandone alcuni motti arguti, alcune frasi ch'erano state più applaudite, e riferiva i complimenti fattigli dal Presidente della Camera, dai Ministri e da parecchi Deputati autorevoli. Infine egli invitava Diana a leggere i vari giornali ch'egli le spediva sotto fascia, giornali amici e avversari, constanti, gli uni con schietta soddisfazione, gli altri con noia mal dissimulata, il bel successo del nuovo oratore. - «Leggi specialmente la Tribuna - egli le scriveva - ove c'è il miglior sunto del mio discorsoVaredo finiva coll'annunziare a sua moglie che di a due o tre giorni, dopo una votazione a cui egli non poteva mancare, sarebbe tornato per qualche settimana a Torino. A Bebè era appena consacrata una riga a piedi del foglio: Un bacio a Bebè.

- Non aveva ancora ricevuto il telegramma - disse Diana per scusar suo marito. - La lettera di domani sarà ben differente.

E per debito di buona moglie intraprese la lettura dei fogli che Alberto le aveva trasmessi, soffermandosi specialmente sulla Tribuna la quale portava un più ampio resoconto parlamentare. Bello senza dubbio il discorso, interrotto spesso da approvazioni e da applausi segnati fra parentesi in corsivo; bello, ma non tale che riuscisse ad appassionare, ad interessare Diana Varedo. - Sarà l'argomento - ella pensava. - Tuttavia pensava altresì che un tempo, nei primi mesi del loro matrimonio, nessun argomento trattato dal suo sposo le sarebbe parso poco interessante; ch'ella si sforzava, e non senza frutto, di rendersi famigliari gli studi di lui, che andava superba di fargli da segretario. O perchè era mutata adesso? Lo amava meno, o la maternità aveva limitato gli orizzonti del suo spirito, le aveva fatto parer vana ogni curiosità e ogni ricerca intellettuale? Certo si è che quand'ebbe finito di scorrere i giornali e potè tornar ad occuparsi di Bebè, ella ebbe il movimento di gioia dello scolaro al rintocco del campanello che annunzia la ricreazione. Tanto più che Bebè, in dodici ore, aveva fatto progressi maravigliosi. Non solo diceva ormai mamma a tutto pasto, ma mostrava le migliori disposizioni ad arricchire di nuove parole il proprio vocabolario.

Comunque sia, nei pochi giorni che precedettero l'arrivo di Alberto, Diana rifece parecchie volte il suo esame di coscienza, confessandosi in gran parte colpevole dei mutati rapporti fra lei e suo marito. Troppo lo trascurava, troppo lo metteva in seconda linea, dacchè un nuovo sentimento imperioso, dispotico, esclusivo aveva preso possesso del suo cuore. Eppure, se questo sentimento era potuto nascere in lei e recarle tanta dolcezza ella ne andava debitrice al suo sposo, come a lui andava debitrice, se non degli agi della sua vita, della stima, del rispetto ond'era circondata. Non doveva ella dunque mostrargliesene riconoscente? S'egli era assorbito da' suoi studi, dalle sue occupazioni parlamentari, se nelle lotte politiche, insieme a poche compiacenze d'amor proprio, raccoglieva una larga messe di fastidi e di note che di tratto in tratto turbavano l'equanimità del suo carattere, non era tanto più necessario che in casa sua egli trovasse accoglienze festose e amorevoli? Invece, Diana se ne ricordava con sincero rammarico, nelle brevi gite di Alberto a Torino, ella, impermalita forse di non vederlo abbastanza espansivo con lei e con Bebè, finiva col chiudersi in un silenzio dispettoso e con l'evitare a bello studio gli argomenti che soli avrebbero avuto la virtù di alimentare i loro colloqui. Indi era accaduto più volte che, tranne all'arrivo, alla partenza, e all'ora di desinare, si fossero appena visti, che, in tre o quattro giorni, non avessero scambiate che poche parole.

Questa volta non sarebbe stato così. E, in primo luogo, ella non si sarebbe limitata a semplici congratulazioni circa al famoso discorso; ne avrebbe parlato ad Alberto con conoscenza di causa, perchè lo aveva tanto letto e riletto nei sunti ch'egli gliene aveva spediti da poter ripetergliene a memoria l'esordio e la chiusa quali erano riprodotti nella Tribuna. Ma quest'era un'inezia di fronte al programma ambizioso ch'ell'agitava in mente. Non più sfinita dall'allattamento e dalle veglie, Diana voleva riconquistar presso suo marito il posto che s'era lasciata portar via dagli altri, da Bardelli per esempio ch'era divenuto un po' troppo l'uomo indispensabile della casa. Non lo faceva per secondi fini, povero Bardelli, non lo faceva per darsi importanza; era sinceramente affezionato al suo professore, a lei, a Bebè; tuttavia con prudenza, con delicatezza, bisognava moderarne lo zelo.... Ed era così buono, così giudizioso ed equanime da capir subito la ragionevolezza di ciò che gli si domandava.

In fine, nel suo momentaneo ottimismo, Diana si teneva sicura d'aver un'alleata in Bebè. Bebè era per lei la tiranna, era, per Alberto, la rivale, la Bebè aveva, appunto negli ultimi giorni, imparato a dire papà, e questa parolina doveva, come una chiave magica, aprirle il cuore del babbo.... E allora quanti malintesi sarebbero tolti di mezzo!

 

 

 


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License