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IX.
Eugenio Bardelli si sente una pulce nell'orecchio.
Nelle brevi gite ch'egli faceva a Torino quando il Parlamento era aperto, Varedo era sempre occupatissimo. Moltiplicava le sue lezioni all'Università per riguadagnar l'ore perdute, spingeva innanzi con alacrità i suoi lavori scientifici, dava una capatina nel suo collegio, riceveva gli elettori che venivano in deputazione a parlargli delle loro questioni locali, aveva continui abboccamenti col Prefetto, col Sindaco e con altri pezzi grossi della politica e dell'amministrazione. Per la famiglia non gli restavano che pochi ritagli di tempo. Questa volta fu peggio del solito, e la vivacità di Bebè contribuiva a far sì che l'onorevole, quando pur era in casa, si chiudesse ermeticamente nel suo studio. Egli se ne scusava con Diana - Cara mia, tu lo sai, senza la mia quiete io non posso nè scrivere, nè leggere, nè pensare. Se vieni tu a tenermi compagnia mi fai un piacere come me lo facevi in passato; ma lascia Bebè all'Irene o mettila a dormire.
Per tentar di rivivere nel passato Diana si provava talora a venir sola nello studio di suo marito. Sedeva in silenzio in un angolo lavorando, o, a richiesta di lui, correggeva delle stampe, traduceva qualche passo di libri inglesi e tedeschi. Ma era distratta. La sua mente era altrove; ella trasaliva a ogni rumore del di fuori; e di quando in quando si alzava e andava a dar un'occhiata a Bebè.
- Che cosa vuoi? - ella diceva ad Alberto. - Non mi fido dell'Irene.
- E se non te ne fidi, cambia bambinaia.
- Gli è che non mi fiderei di nessuna.
- Allora poi...
C'erano momenti in cui la bimba strillava per voler la sua mamma.
- Dio, come urla! - esclamava Varedo.
- Va, va... già sei sulle spine.
No, non era assolutamente possibile di far rivivere il passato. Adesso, nell'uscir dallo studio di Alberto per correre dalla sua figliuola, Diana aveva l'ali ai piedi.
A Bebè il babbo dava una gran soggezione. Troppo spesso le dicevano: - Zitto, il papà sta scrivendo - zitto, il papà ha gente, - perchè, al cospetto di lui, ella non si ammutolisse. In vero, nei pochi momenti ch'egli poteva dedicarle, ell'accettava rassegnata le sue carezze, si lasciava portar sulle spalle e cullare sulle ginocchia; ma di che gioia i suoi occhietti s'illuminavano quando egli la deponeva per terra o la riconsegnava alla madre o alla bambinaia!
Varedo s'era proposto di rimanere a Torino tre settimane. Senonchè, alla fine della seconda, gli capitarono da Roma delle lettere che lo sollecitavano ad affrettare il suo ritorno. Il ministero era vacillante, l'opposizione a cui Alberto apparteneva non disperava di assestargli un colpo mortale anche prima delle vacanze, o almeno d'indebolirlo in modo da rendergli difficile la vita a novembre. E, nell'ipotesi d'una crisi, si faceva balenare agli occhi di Varedo, ch'era tra i giovani più promettenti del Parlamento, la prospettiva d'un posto di sotto-segretario di Stato. Ma, appunto per ciò, conveniva ch'egli fosse sulla breccia.
Di questa possibilità d'un ufficio politico che l'obbligasse a una dimora permanente alla capitale, il professore parlò a sua moglie, come di cosa vaga e remota, soltanto il giorno prima di ripartire per Roma, a tavola, in presenza di Bardelli, ch'era stato invitato a desinare.
Dopo aver accennato alle condizioni precarie del Gabinetto e passato in rivista quelli che, secondo lui, avevano maggior probabilità di raccoglierne la successione, egli soggiunse: - L'uomo indicato per la Presidenza del Consiglio, quello a cui credo del resto che si rivolgerebbe subito la Corona, è San Giustino. Me ne appello a Bardelli che ha letto il suo ultimo discorso...
- Eh sicuro - confermò l'assistente; - un discorso magistrale.
- Il suo e il mio - ripigliò Varedo - serbate sempre le debite proporzioni, furono i due maggiori successi di questo scorcio di sessione... Ah, era un pezzo che non si sentiva alla Camera un discorso come quello di San Giustino, così organico, così ricco d'idee e di soda eloquenza.
- Di dov'è San Giustino? - domandò Diana.
- È toscano... Ha la lingua, ha l'accento, beato lui!
- È giovine?
- Avrà quarantadue o quarantatre anni. E non è di quelli che abbiano fretta. È dei pochi che non parlano quando non abbiano qualcosa da dire.
- Ha famiglia?
- È vedovo... ha due figliuole in collegio... e un nipote, certo Quinzani, figlio d'una sorella, un bravo giovine, dottore in legge, che vuol percorrere la carriera dell'insegnamento. Ha già qualche pubblicazione pregevole... Anzi, Bardelli, appena sarò a Roma farò ch'egli le spedisca una copia di una sua memoria di diritto internazionale... È molto ben fatta...
- Grazie.
- Con San Giustino - seguitò Varedo ch'era in vena di confidenze - ci siamo legati d'amicizia in questi ultimi mesi... Egli dice sempre che se andasse al potere si affretterebbe a offrirmi un segretariato.
- Capo di gabinetto forse? - chiese Bardelli.
- No, no, che diamine?... Sottosegretario di stato... ch'è il modo di mettersi in vista per esser ministro a una prossima occasione... Te ne stai lì incantata, Diana? Non ti sorride l'idea di esser sottosegretaria di Stato fra un anno, e ministressa forse tra due? Dov'è il bel fervore d'un tempo?... Ti ricordi delle serate al Caffè Roma, quando mi sostenevi valorosamente nella lotta contro i colleghi arrabbiati i quali non ammettevano che un galantuomo, che uno scienziato potesse aspirare alla vita politica?... Hai mutato parere?
Prima che sua moglie rispondesse, Alberto soggiunse celiando: - Sarebbe un chassez-croisez, perchè han mutato parere anche loro, i colleghi arrabbiati. Di due, Blevio e Sarioli, si sa benissimo che cercano un collegio per mare e per terra e che non è colpa loro se non l'hanno trovato, e gli altri non devono poi averla a morte con i poveri uomini parlamentari, se mi tempestano di lettere (Bardelli n'è buon testimonio) per ottener favori e decorazioni.
- Ebbene - disse Diana, - ho paura proprio che tu abbia ragione, che sia un chassez-croisez.
- Davvero? - fece Varedo con una risata forzata. - Dunque ti dispiace ch'io abbia in così poco tempo conquistato un posto onorevole alla Camera?
- Oh - ella interruppe protestando, - non dare questo significato alle mie parole... Come può dispiacermi?... Ma io penso che anche fuori della Camera la tua riputazione non poteva che crescere... Meno assorbito dalla politica, ti saresti consacrato con tanto più fervore alla scienza...
- E ti pare ch'io l'abbia abbandonata la scienza?
- Neanche per sogno; ma il tempo che si dà ad una cosa non si può dar all'altra.
- Eh, del tempo ce n'è d'avanzo... Basta volere. In quanto alla scienza, io le faccio tanto di cappello, e la coltivo secondo le mie forze... Ma la scienza deve esplicarsi nell'azione, e non è coi bei libri che si manda avanti l'umanità.
Diana tentennò la testa. - Va poi avanti?
- Vede, Bardelli, quel che sono le donne - ribattè Alberto Varedo rivolgendosi al suo assistente. - Scettiche e superstiziose... Credono, se occorre, ai miracoli della Madonna di Lourdes, e diffidano del progresso, diffidano dell'influenza che gli uomini d'ingegno e d'energia esercitano sui propri simili.
- Avrò torto - disse Diana facendosi umile. - Forse in fondo alle mie querimonie non c'è che il rammarico di veder quasi sciolta la nostra famiglia.
- Quasi sciolta? - esclamò Varedo. - Che esagerazioni! Come se anche lontano io non fossi con voi? Come se le mie assenze si prolunghino mai oltre un certo limite?... Naturalmente, se un dì o l'altro appartenessi al Governo, queste mie gite a Torino sarebbero molto difficili; ma allora ci sarebbe un rimedio, verresti tu pure a Roma con Bebè.
- Tu lasceresti l'insegnamento?
- In via provvisoria... come si fa sempre, il giorno in cui si abbandona il potere si riprende la cattedra.
- Vedi se val la pena di spiantar casa!... Per quello che durano i Ministeri in Italia!... Questo qui ha poco più di due anni e trovate che ha già vissuto troppo.
- Sfido io... Quel povero Crugnoli ha perso la bussola... E ha certi collaboratori... Oh, Bebè!
Bebè, la cui comparsa arrestava sulle labbra paterne il panegirico dei collaboratori di Crugnoli, veniva in tavola, come d'ordinario, alle frutta e l'Irene, dopo averla portata in giro acciocchè tutti la baciassero, l'accomodò nel seggiolino accanto alla mamma.
Le manine della bimba si protesero subito con energia verso la fruttiera.
- Or ora, or ora - disse Diana prendendo alcune ciliege e levandone il nocciolo... Ecco... Apri la bocca, Bebè.
Ma Bebè non voleva essere imboccata, voleva mangiar da sè; ciò che diede luogo a una breve contestazione tra madre e figliuola.
E poichè Bebè principiava a strillare, Varedo si turò gli orecchi con le dita.
- Zitto, Bebè! - disse Diana. - Il papà non vuol sentir piangere le bambine.
L'ammonizione ebbe un effetto salutare; Bebè trattenne le lacrime e borbottò: - Papà citto.
A forza di sentirsi ordinare di star zitta in presenza del suo babbo ell'aveva finito con l'affibbiare questa specie di nomignolo all'autore de' suoi giorni.
Senza più curarsi di lei, il professore si voltò verso Bardelli per domandargli se avesse finito la traduzione di certi passi d'una recente opera tedesca.
- Fra tre o quattro giorni - rispose l'assistente - le spedisco ogni cosa.
Varedo parve sconcertato dall'annunzio.
- Ah, Bardelli mio, questa volta ha dormito.
- È una cinquantina di pagine fitte, sa, professore - osservò l'altro, scusandosi. - E io non supponevo che lei partisse così presto...
- Appunto, non lo supponevo neanch'io... È una disdetta, perchè io speravo di legger quella traduzione in strada ferrata.
- Eh, pazienza....
Desolato, Bardelli ripigliò: - Se fosse per domani sera potrei forse....
- No, è inutile... Quando non l'ho per domattina...
Bardelli si grattava la nuca. - Per domattina?... A che ora parte la corsa?
- Alle 8.55. Ma le ripeto che non importa.... Invece mi porti il libro alla stazione.... Ci darò un'occhiata durante il viaggio... Non ho col tedesco la famigliarità che ha lei, ma lo intendo benissimo.... E a Roma, in caso di bisogno, incaricherò della versione Quinzani che ha studiato a Lipsia.
Questo nome di Quinzani, ripetuto dopo un così breve intervallo, destò nell'animo di Bardelli un sentimento istintivo di gelosia.
- Aspetti, aspetti, professore... Ancora non è detta l'ultima parola.
- Cioè?
- Non so, non m'impegno, ma, ripensandoci su, trovo che le 8,55 di domattina sono lontane.
Diana, che stava facendo il caffè con la macchina, alzò gli occhi verso Bardelli.
- O che vorrebbe patir la notte?
- Forse non sarà neanche necessario; basterà andar a letto un'ora più tardi e alzarsi un'ora prima...
- Ma Alberto, tu non devi permettere - insistè Diana; e intanto con uno spillone stuzzicava il lucignolo sotto la macchina. Bebè stendeva i suoi cubi sulla tavola, meditando qualche grande opera architettonica.
Varedo si mise a ridere. - Non si tratta di permettere o non permettere. Bardelli è fuori di minorità... Io non esigo nulla... S'egli non può portarmi la traduzione, mi riporti il volume.... senza cerimonie.
- Avrà la traduzione, professore - dichiarò Bardelli. - Ormai mi pare di poter dargliene l'affidamento.
- Oh - disse Varedo accendendo un sigaro per sè e offrendone uno al suo interlocutore, - quel libro io l'ho sfogliato e son persuaso che non abbia nulla di nuovo. Ma quei tedeschi son così pedanti che un autore il quale non tenesse conto delle loro ultime pubblicazioni avrebbe per questo solo avversa tutta la critica. E in ogni modo io desidero che la mia opera, almeno nell'esposizione delle varie dottrine, sia completa ed esauriente.
L'onorevole si stropicciò le mani in aria d'uomo contento di sè. - Ella lo sa benissimo, Bardelli, nel primo volume di cui ho consegnato giorni fa l'ultime pagine all'editore, io prendo in esame coscienzioso e sereno lo stato presente della questione. Ipotesi ottimista, ipotesi pessimista, imperativo categorico di Kant, spiritualismo, naturalismo, positivismo, evoluzionismo, tutti insomma i sistemi principali della morale contemporanea sono riassunti e discussi. Il secondo volume sarà consacrato interamente allo svolgimento della teorica del dovere che io faccio derivare dalla trasformazione dell'egoismo gretto primitivo in egoismo illuminato e dell'egoismo illuminato in altruismo. Così...
- No, non si regge - interruppe Bardelli facendo per alzarsi dalla sedia.
Ma il professore, un po' piccato, lo trattenne pel braccio.
- Come non si regge?... E che cosa guarda?
È forza riconoscere che Bardelli, perduto assolutamente di vista l'imperativo categorico, fermava la sua attenzione sopra una minuscola torre di Babele che Bebè andava via via erigendo co' suoi cubi e che minacciava rovina.
In fatti, patatrac, l'edifizio precipitò con fracasso sulla tavola e Bebè, rossa in viso ed irritatissima, se la prese coi cubi e cominciò a scagliarli di qua e di là per la stanza.
- O Diana - gridò Varedo - a che cosa badavi?
E con le palme aperte si riparava dai poco pericolosi proiettili.
- Badavo al caffè - rispose tranquillamente la signora, mentre, senza scomporsi, imprigionava nelle sue le manine della bimba.
- Il caffè ce lo manderai nel mio studio - disse l'onorevole levandosi da tavola. - Venga di là, Bardelli. Ripiglieremo in pace il nostro discorso... Non sente che strilli?
Bebè che non s'era potuta sfogare col bombardamento si sfogava urlando come un'ossessa. E nella sua disperazione invocava il soccorso del suo amico Bardelli. - Elli, Elli!
- Se provassi io a quietarla, - insinuò questi, timidamente.
- È matto? - saltò su Varedo. - O che fa la bambinaia, lei?... Venga, venga con me.
I due uomini si mossero, ma Diana li arrestò con un gesto.
- È inutile, Bebè cede il campo. La porto io dall'Irene e torno subito a versare il caffè ch'è bell'e7 pronto.
Così dicendo, ella uscì con la piccola ribelle che si divincolava invano e che tra minacciosa e implorante esauriva tutto il suo vocabolario. - No... Mamma... Elli... Più... Papà citto.
Alberto Varedo si rimise a sedere, accavalciò le gambe e con l'impassibilità olimpica di Farinata degli Uberti, non turbato dall'interruzione di Guido Cavalcanti, riappiccò la conversazione filosofica al punto in cui l'aveva lasciata.
- Io parto da questo concetto. La tendenza intima dell'essere si manifesta sotto due aspetti apparentemente contrari, l'egoismo e la simpatia. L'istinto personale della conservazione, estendendosi da un individuo agli altri individui con cui egli è in rapporti, basta a...
- Se prima beveste il caffè? - propose Diana ch'era rientrata tacitamente nel salotto da pranzo e aveva ripreso il suo posto.
Il professore fece un gesto d'impazienza. - Beviamo pure questo caffè, ma dopo passeremo nella mia camera da studio.
- Ecco - balbettò Bardelli posando sulla tavola la chicchera offertagli dalla padrona di casa - ecco.... se mi permettesse....
- Che cosa?
- Dovendo finire quella traduzione...
- Ah, quella del libro tedesco?... Ci tiene proprio a finirla lei?
- Sì, professore, le confesso che sarebbe per me un gran dispiacere che altri vi mettesse le mani....
- Se le sta a cuore davvero, faccia come crede...
Bardelli vuotò in fretta la chicchera e si alzò.
- Grazie... Allora vado... La signora Diana mi scusa...
- Io?... S'immagini... Piuttosto non s'ammazzi per lavorare.... Alberto, hai un assoluto bisogno di quella traduzione per domattina?
- Ma no... Quello di cui ho bisogno è il libro... Ho già detto a Bardelli che la traduzione posso farla fare a Roma da Quinzani.
Ancora Quinzani! Tre volte Alberto Varedo lo aveva nominato nel corso di quella sera, e ogni volta Bardelli ne aveva risentito una impressione oscuramente penosa.
- Alle 8.55 sarò alla stazione col manoscritto - egli disse prendendo commiato.
Dopo ch'egli ebbe rinchiuso l'uscio dietro di sè, Diana si rivolse a suo marito.
- Povero Bardelli! Lo appoggerai al primo concorso.
Varedo sorrise. - Oh i ragionamenti delle donne! Perchè ci è devoto, perchè ci è affezionato.... del resto anche noi gli usiamo molte attenzioni... deve aver i titoli per vincere un concorso universitario...
- Ma li ha, i titoli.
- Può darsi.... Bada però che non è mica un'aquila.
- Se lo lodavi sempre?
- È un bravo giovine, è un giovine colto, studioso, ma non è un'aquila... E poi prometteva di più di quello che non ha mantenuto.
Diana non soggiunse verbo: - Bardelli è un debole e un sentimentale - ella pensava. - Sarà schiacciato dai forti.