Enrico Castelnuovo
I coniugi Varedo

XI. Effusioni epistolari.

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XI.

 

Effusioni epistolari.

 

I fiocchi bianchi scendevano lenti, assidui, silenziosi. Era come se una trina interminabile si svolgesse dal cielo verso la terra. Regnava intorno la gran quiete dei giorni di neve, in cui ogni tono si smorza, ogni eco si spegne, e perfin la voce umana sembra frenare i suoi scatti.

Nella camera da letto, seduta a un tavolino, Diana scriveva, interrompendosi di quando in quando per dare un'occhiata a Bebè che dormiva tranquilla nella sua cuna, con le manine ingiunte sul petto e i giocattoli sparsi sulle coperte.

Diana scriveva a sua madre.

- Non turbarti, mamma, se la mia lettera è triste. È una giornata fatta apposta per metter uggia addosso. Nevica incessantemente da stamattina, e chi sa per quanto nevicherà ancora... e siamo in principio dell'inverno... Voi altri forse avrete la pioggia, lo scirocco, l'alta marea... forse avrete il sole... Il nostro inverno veneziano è molto più mite e comincia molto più tardi. Ad ogni modo, se fossi accanto a te, nel tuo salottino, povera e cara mamma, come il tempo mi volerebbe! Te ne ricordi, mamma, di quegli anni in cui t'ero sempre attaccata alle gonnelle? Ti ricordi la rabbia di Miss Jeanne perchè volevo star con lei il meno possibile, ti ricordi le tue rampogne amorevoli per indurmi a esser più espansiva con l'istitutrice? Son passati quegli anni... tutto passa.... E anche se fossi rimasta con te sarei ora una vecchia zitella, malcontenta, brontolona, inacidita come la Olga Duranti... Eppure, non mi sembra che se fossi rimasta con te sarebbe stato meglio; mi pare che ci si farebbe buona compagnia e ch'io sarei ormai rassegnata a non maritarmi, ad avvizzire tranquillamente sul ramo come un frutto non côlto... Si sta tanto bene sul ramo!... È vero che non avrei Bebè!

«Così, per conciliar tutto, mi basterebbe che fossero ancora i bei giorni di Belgirate quando noi due, quasi sempre sole con Bebè, ci godevamo in pace il magnifico lago... Non son corsi che quattro mesi e mi pare un secolo, un secolo che non ti vedo mamma; come mi pare un'eternità, a pensarci, il tempo che dovrò stare senza vederti.

«Ecco, mamma, lo sento, ti un dolore tenendo questo . Sei tanto buona che tu preferiresti, non già ch'io ti dimenticassi (son cose da dirsi queste?) ma che ti desiderassi meno, che le mie lettere non fossero che variazioni sopra un identico tema. Sono felice, sono felice!... Io avrei ben l'obbligo di esser tale perchè il mio matrimonio l'ho fatto io con quell'ostinazione ch'è una delle mie prerogative!

«Comunque sia, dinanzi alle disgrazie vere che ci sono nel mondo, ho torto a lagnarmi, e probabilmente lo spleen di oggi deriva dal cielo grigio e dall'indisposizione di Bebè... Non te lo avevo detto ancora che Bebè è indisposta, o, piuttosto, è stata indisposta? Ha avuto due febbricciattole reumatiche di nessuna importanza, ma che mi avevano messo in un orgasmo! Ora è senza febbre, ma la tengo a letto per precauzione. Mentre scrivo, ella dorme tranquilla, e io, alzando gli occhi dalla carta, vedo il suo visino affilato dalla breve malattia, vedo le sue manine rosee che spiccano sulla coperta bianca... Caro, caro angiolo! Se non avessi lei!... Com'è buona, com'è docile e ubbidiente, come ha preso la medicina che le fu ordinata dal dottore, una piccola dose di citrato e magnesia! Hai ragione tu, è una bimba che non somiglia a nessun'altra.

«Alberto, per miracolo, è a Roma, e non sarà qui che verso Natale quando la Camera andrà in vacanza. Ci scriviamo un giorno sì e un giorno no; ma che lettere fredde! Io gli parlo di Bebè, egli appena mi risponde e mi parla invece di politica; mi notizie del Ministero, il suo incubo!... Non casca mai questo benedetto Ministero... o non sanno farlo cascare. Due occasioni, secondo Alberto, due occasioni di rovesciarlo si son perdute per irresolutezza, per accidia dei capi dell'opposizione. Così Alberto se la prende anche coi suoi amici che si mostrano impari alle circostanze.

«Io, qualche volta, tanto per farla finita, vorrei che succedesse questa famosissima crisi e che vedessimo i successori alla prova. Per farla finita, proprio per questo soltanto, non per fede ch'io abbia negli uomini nuovi. Non l'ho più la fede. L'aveva nei primi mesi del mio matrimonio, quando credevo che Alberto non vagheggiasse la deputazione che per amore di patria, per sete di giustizia e di verità. Oggi son convinta che quello a cui si mira è di sopraffarsi a vicenda, e che le frasi ridondanti e sonore non servono che a mascherare le ambizioni piccine. E come sono obliosi questi signori! Varedo per esempio non rammenta più che i medesimi individui sono stati a vicenda esaltati e vituperati da lui, a seconda che hanno o lusingata o ferita la sua vanità. Ma guai a rilevare queste perpetue contraddizioni! A provarmici un giorno mi sono attirata addosso una risciacquata di capo! Con l'acredine di chi sa d'aver torto e non vuol riconoscerlo, Alberto mi disse che le donne non capiscono nulla, che, mancando esse di logica, tacciano d'incoerenza le più naturali evoluzioni dello spirito, e, mancando di profondità, non sanno intendere i motivi che possono determinare delle mutazioni di giudizi su persone e su cose... Niente meno!

«Dunque acqua in bocca. Perchè in quanto a far la parte compiacente dell'eco, ah questo no... Saremo creature inferiori, noi povere donne (così affermano i nostri padroni) saremo frivole, leggere; ma la nostra personalità l'abbiamo noi pure, abbiamo un criterio, una coscienza nostra che non possiamo, che non dobbiamo lasciar soffocare. Non ch'io non intenda quello che c'è di alto e fecondo nella fusione di due cuori, di due anime, di due intelligenze... Era questo anzi il mio sogno. Fondersi come si fondono il rame e lo stagno per formare un metallo più nobile e più resistente, il bronzo: ecco l'ideale. Ove si tratti invece di non esser che la lega bassa e spregiata che serve a mantener la coesione delle particelle d'oro e d'argento e si perde in esse, io mi ribello con tutte le mie forze.

«Già, lo riconosco lealmente, una vera e propria comunione spirituale è tanto difficile. Talvolta nelle prime ebbrezze dell'amore noi crediamo che il miracolo si sia operato. Quale ingenuità! Gli è che l'amore agisce sopra di noi come un anestetico; addormenta le nostre suscettività nei nostri rapporti con l'essere amato; quando ci si sveglia, e ci si sveglia di certo, allora si notano i solchi e le lividure che il passaggio d'un estraneo ha lasciato in noi. Per toccare un'anima senza ferirla occorre maggiore abilità che non occorra al chirurgo per penetrare in un corpo col bisturi senza lederne gli organi vitali. Ci riusciranno forse i semplici di cuore; non mai gli uomini illustri, siano uomini di studio o d'azione. Che mai vedono costoro fuori di , fuori della meta che si son prefissi?

«Tu cascherai dalle nuvole! Non riconoscerai più la tua figliuola educata al rispetto, alla disciplina, alla religione del dovere! Eh, mamma, noi siamo un oggetto di costante maraviglia a noi stesse. La vita mi sembra uno di quei calendari ove non si può leggere la pagina di sotto se non si strappa la pagina che sta sopra; con questa gran differenza che nei calendari si sa sempre che giorno succede al giorno in cui siamo; nella vita non si sa mai che cosa ci serba il domani e che cosa noi saremo domani.

«Oimè, una scampanellata!... Chi può essere, con questo tempo?

 

«Ho dovuto interrompere la lettera per la visita della signora Marianna Bardelli venuta, povera vecchietta, in mezzo alla neve per sentir notizie di Bebè. Quante me ne ha contate! È piena di fede, di energia, di vivacità, ma ha le sue tribolazioni anche lei. Il suo Eugenio, quello che hai visto a Belgirate, lavora per prepararsi al famoso concorso di Bologna che il Governo si è finalmente deciso a bandire, ma intanto non ha nessuna occupazione retribuita, perchè, come sai, le mie sollecitazioni in favor suo presso Alberto non approdarono a nulla. Il figliuolo scultore accumula nello studio le statue che non vende e s'impunta a voler sposare una modella, nonostante l'opposizione del fratello orefice, il quale, alla sua volta, è aizzato da una vedova inframmettente che cercherebbe di accalappiarlo per . E capisco che il possibile matrimonio del suo primogenito con la vedova spaventa la signora Marianna assai più di quello dello scultore con la modella.

Ma sono argomenti che non possono interessarti, perchè, dal mio professorino in fuori, non conosci alcuno della famiglia Bardelli. Il mio professorino buono, ingenuo, entusiasta, quello sì ha conquistato anche te, e son sicura che saresti contenta di saperlo a posto. Io temo invece che, appunto per la sua eccessiva bontà e credulità, egli si vedrà soverchiato da altri che valgono meno di lui. Quando, dopo ciò ch'è successo, lo vedo così fiducioso nell'appoggio di mio marito, rabbrividisco al pensiero dei disinganni che gli si preparano. Peggio poi quando lo sento vantarmi le belle qualità del suo successore Quinzani, una volpe fina che lo sfrutta lisciandolo. In principio, Bardelli guardava con sospetto questo nuovo venuto, non perchè gli serbasse rancore dell'averlo snidato dall'Università, ma perchè temeva, povero grullo, che colui cercasse di soppiantarlo anche presso di me e della bimba. Ci voleva proprio Bardelli per supporre che un giovinotto elegante qual è Quinzani, giunto qui con lettere di raccomandazione per la highlife torinese, perdesse il suo tempo con noi altri due. Quinzani, compitissimo, fa alla moglie del suo professore una visita al mese, manda ogni tanto a Bebè una scatola di dolci di Baratti e Milano, e lascia a Bardelli il gradito ufficio di mettersi a disposizione mia e di giocar con mia figlia. Allorchè Alberto è a Torino, egli viene in casa più spesso, ma io non lo vedo o lo vedo appena, e Bebè nemmeno si accorge della sua presenza. Rassicurato su questo punto, Bardelli gli si è fatto amico, lo scusa, lo giustifica, lo loda perfino. Non è un ingegno originale, questo no, ma è uno che sa il conto suo, ed è un lavoratore indefesso, che ama parlar di studi, provoca le obbiezioni, e, se le trova giuste, le accetta con gratitudine. - Badi a me Bardelli - dico io - badi a me; Quinzani si adornerà delle sue penne e finirà coll'arrivare in porto prima di lei. - Ma quel buon uomo, già te lo immagini, protesta energicamente contro le mie parole e sostiene che gli studiosi devono aiutarsi a vicenda e che quando uno ci espone un dubbio o ci chiede un consiglio non è lecito rispondere con un rifiuto.

 

«Oh mamma, che lettera ti scrivo! I foglietti si ammucchiano sul tavolino proprio come i fiocchi di neve sul davanzale della mia finestra. E non ho terminato e penso di dedicare a te anche una parte della sera ch'è già cominciata... e non sono ancora le 4!

«La bimba è svegliata e guarda me, e guarda il lume, e mi chiama di tratto in tratto: - Mamma! Mamma!... Non è insistente però, non è noiosa; basta ch'io m'avvicini un momento, che l'accarezzi, ella si cheta subito. E quando le dico: - Scrivo alla nonna. Che cosa mandi alla nonna? - ella che capisce a volo, che capisce tutto, risponde: - Baci. - E con che enfasi pronuncia quella parola baci! Pare che ci metta due ci... Sta benino Bebè e se domani fosse una giornata migliore l'alzerei. Ma c'è poco da sperare. Nevica sempre, nevica più fitto di prima, e non mi stupirei che si dovesse starsene tappate in casa per una settimana. Pazienza! Ce la conteremo con Bebè.

«Io poi mi son rimessa a leggere. E dacchè son discesa di grado e non faccio più la segretaria, ho da ingolfarmi nei trattati di sociologia mi sfogo coi libri di letteratura amena. Alberto non ne compra, e mi rimprovera se ne compro io col mio budget particolare, ma io sono abbonata a una biblioteca circolante, e ho inoltre una fornitrice generosissima nella signora Erminia Sali, nata Frigidi, vedova Maranzi, vedova Silveri. Il suo presente marito, professore di filologia comparata, non ha che opere noiose, ma i due mariti precedenti avevano una passione matta per i romanzi, e fra l'uno e l'altro ne raccolsero parecchie centinaia che la moglie ereditò. Io attingo a piene mani in questa grazia di Dio, e così mi metto al corrente e faccio intima conoscenza con quegli autori che le mamme savie non permettono alle loro figliuole. Ho divorato quasi tutto Zola, e Guy de Maupassant, e Bourget... Non aver paura, mamma, che le letture mi corrompano. Credo di non esser sentimentale, sensuale, e l'adulterio, in qualunque salsa lo condiscano, è una vivanda ripugnante al mio stomaco. Aggiungi che appena alzo il naso dai libri immorali, non vedo che manoscritti e riviste e volumi stillanti austera virtù. Basterebbe il primo tomo, testè uscito, dell'opera di Alberto: Le basi del dovere. Come vuoi che caschi, o scappucci, una donna seduta sulle basi del dovere?

«Sai piuttosto una cosa? Non dirlo a nessuno, ma ho scovato uno de' miei vecchi quaderni, ho scorso un bozzetto di dieci anni fa e, modestia a parte, mi è sembrato che, forse, qualche qualità di scrittrice l'avrei avuta. E oggi, con un po' più d'esperienza del mondo, che gusto sarebbe per me il poter ritrar le macchiette che mi passano innanzi e il dar forma letteraria alle commedie di cui sono spettatrice! Ma ho lasciato irrugginire le mie attitudini artistiche, se pure ne avevo, e temo che, se mi mettessi alla prova, mi preparerei amare delusioni.

«E ora, mamma, imita il mio esempio. Scrivimi a lungo (non come ti ho scritto io, chè sarebbe importi una troppa grave fatica) ma scrivimi meno brevemente delle ultime volte, e narrami delle tue serate e parlami, oltre che di te, di tutti gli amici. Parlami anche di quel cattivo dello zio Gustavo che non mi manda mai una riga, che non vuol vedermi, che ha fatto fare da un altro in vece sua un'ispezione per conto della sua Compagnia d'Assicurazioni all'Agenzia di Torino. L'ho saputo in modo positivo e ne son rimasta così male! Che lo zio non voglia incontrarsi con Alberto, pazienza. Gli sarebbe stato facile scegliere uno dei momenti (son tanti quei momenti!) in cui Alberto era a Roma, e da me poteva ben venire. Così puntiglioso non lo credevo. Ammesso pure che il puritanismo di mio marito sia esagerato, o che lo zio pretende che gli si chieda perdono in ginocchio per non aver approvato la sua tresca con l'Adelaide Nocera? Fin non ci arrivo neanch'io, quantunque veda le cose in un modo assai diverso da quello che le vedevo una volta, tutto ciò che posso fare è di conceder le attenuanti all'Adelaide ed a lui. Sento adesso che l'Adelaide è in procinto di rimaner vedova. Che, avverrà dopo? Lo zio la sposerà?

«Diglielo tu intanto allo zio che io gli voglio sempre bene, digli che gli sono riconoscente della compagnia che ti fa. Come vorrei ringraziarli tutti quelli che fanno compagnia alla mia mamma!.. Povera mamma! La tua figliuola è così lontana, e in Febbraio sarà più lontana ancora, perchè Alberto sembra ormai deciso di condurci a Roma per un paio di mesi. Questo non sarebbe che un esperimento; in avvenire, s'egli abbrancasse il sottosegretariato o semplicemente ottenesse il trasloco all'Università della capitale, converrebbe addirittura mutar domicilio. È un'idea, te lo confesso, che mi sgomenta. La distanza che ci separa sarebbe accresciuta di duecento chilometri. E, inoltre, chi sa come mi troverei in quella baraonda? Chi sa se il soggiorno sarebbe propizio alla bimba?

«Non crucciamoci prima del tempo. Consoliamoci invece col pensiero che passeremo insieme anche l'estate prossima, o di nuovo sul lago, o a Venezia.

«E qui, proprio, metto il punto fermo. Non è una lettera questa; è un pacco postale, che affiderò di qui a qualche ora all'immancabile Bardelli.... Bebè, Bebè, che cosa devo mandare alla nonna? Baci.... Ecco ha risposto baci e non credo di poter finir meglio che con questa parola. Tanti baci anche da me, mammina, cara.

 

La tua

Diana».

 

 

 


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